Settembre 2015: Xi Jinping viene ricevuto per la prima volta alla Casa Bianca da Barack Obama. A Washington, clima e transizione energetica sono al centro di una rara stagione di cooperazione tra Cina e Stati Uniti. Nel comunicato congiunto, i due leader definiscono il cambiamento climatico una delle maggiori minacce per l’umanità. Pechino annuncia l’introduzione di un sistema nazionale di scambio delle emissioni e un contributo da 20 miliardi di yuan per i paesi in via di sviluppo. Washington conferma il Clean Power Plan, destinato a ridurre le emissioni del settore elettrico statunitense. Sullo sfondo c’è Parigi: l’intesa tra Xi e Obama contribuisce a preparare il terreno per l’accordo globale sul clima che verrà firmato tre mesi dopo.

Passati dieci anni, alla Casa Bianca non c’è più Obama, c’è Donald Trump. Il dossier Clima è sparito dallo Studio Ovale, né ve ne è menzione nelle dichiarazioni rilasciate al termine della visita di Xi, la prima da quel lontano 2015. D’altronde, lo scetticismo dell’ex tycoon nei confronti delle tematiche ambientali è cosa nota. Il paradosso tuttavia non potrebbe essere più evidente. Proprio mentre il clima sembra perdere importanza nelle interlocuzioni bilaterali, le tecnologie necessarie alla transizione energetica diventano sempre più centrali nella competizione economica e tecnologica tra le due superpotenze: chi controlla batterie, pannelli, veicoli elettrici, materiali e componentistica controlla una parte crescente delle infrastrutture necessarie non solo alla transizione energetica, ma anche allo sviluppo delle industrie di frontiera.

La Repubblica popolare è arrivata al vertice di Washington con un netto vantaggio in termini di produzione, installazioni ed esportazioni di tecnologie pulite. A sette mesi dall’inizio della guerra in Iran, gli Stati Uniti invece affrontano costi energetici in aumento e una maggiore dipendenza dal gas per alimentare le infrastrutture del futuro. Il bilancio provvisorio del summit vede rafforzata ulteriormente la posizione della Cina lungo tutta la filiera: dai materiali critici, indispensabili per l’industria verde, fino all’intelligenza artificiale (AI), settore in cui il paese asiatico sta accorciando velocemente la distanza con gli States, nonostante i divieti sulla vendita di chip avanzati introdotti da Joe Biden.

Il fumo negli occhi è l'annuncio della Casa Bianca secondo cui, “in seguito al rilancio dell'industria carbonifera americana voluta dal presidente Trump, la Cina si è impegnata a importare almeno 10 milioni di tonnellate di carbone”. Come scritto su queste colonne, la Repubblica popolare continua a considerare il combustibile fossile come riserva, non come fonte primaria; sul lungo periodo è invece alle rinnovabili che si affida per ridurre la dipendenza dai mercati energetici d’oltremare. Questa auspicata maggiore autosufficienza si basa innanzitutto sul controllo delle materie prime. Un controllo che la visita di Xi a Washington lascia ancora una volta nelle mani di Pechino.

Il risultato più concreto del bilaterale riguarda senza dubbio la tregua commerciale: conclusa lo scorso anno a Busan (Corea del Sud) e in scadenza a novembre, è stata prolungata fino al 10 gennaio. Così facendo la Cina ha ottenuto un ulteriore congelamento dei dazi statunitensi e una riduzione su alcuni specifici beni di consumo. In cambio ha implicitamente (ri)promesso di allentare le restrizioni all’export di terre rare, in quantità e con tempistiche tutte da accertare.

Mettendo da parte il vecchio attendismo, all'inizio della seconda amministrazione Trump Pechino ha reagito ai dazi annunciando l’introduzione di limitazioni sulle esportazioni di materiali critici. L’accordo pattuito lo scorso anno, finora, ha riguardato solo settori non strategici, mentre Pechino si avvale tutt'oggi del diritto di restringere le forniture destinate a scopi militari con una discrezionalità che ha già suscitato diverse lamentele sia negli Stati Uniti sia in Europa. Il tempo è dalla parte della Cina. Gli sforzi di Washington per creare un’industria nazionale richiederanno non solo massicci investimenti. Secondo il report 2024 di S&P Global, lo sviluppo di un nuovo progetto per le terre rare negli Stati Uniti necessita in media di quasi 29 anni dalla scoperta iniziale del giacimento all'effettiva fase di produzione.

A valle la posizione del gigante asiatico è persino più solida. Secondo un rapporto di Atlas Public Policy e Clean Power Information Project (aggiornato al giugno 2026), la Repubblica popolare conta ormai sul 57% degli investimenti annunciati a livello mondiale nella produzione di tecnologie verdi. Ben 16,7 miliardi di dollari solo nella prima metà del 2026, più del triplo rispetto ai 5,2 miliardi di dollari provenienti dagli Stati Uniti. A maggio 2026, il gigante asiatico controllava il 49% della capacità solare installata a livello globale, il 50% della capacità eolica e il 63% delle vendite mondiali di veicoli elettrici, anche se il mercato a stelle e strisce è blindato da dazi doganali superiori al 100% e restrizioni sulle auto con software di fabbricazione cinese. “Nessun altro paese si avvicina minimamente a questi risultati”, commenta Atlas.

È un vantaggio che assume maggiore rilevanza nel contesto della doppia crisi energetica attuale: la guerra scatenata da Washington contro l’Iran ha contribuito alla volatilità dei mercati di petrolio e gas, mentre l’aumento della domanda di elettricità legata ai data center per l’AI richiede nuove fonti e infrastrutture stabili. L’amministrazione Trump mostra segni di difficoltà nel gestire entrambe le emergenze. Secondo i sondaggi, la stretta inflattiva rischia di influenzare negativamente le elezioni di medio termine previste a novembre, mentre da gennaio a oggi manifestazioni in quarantadue stati hanno bloccato la costruzione di oltre cento data center, invisi perfino più delle centrali nucleari per gli enormi consumi di energia e acqua. L’ex tycoon l’ha definita “una cospirazione malvagia che fa felice solo la Cina”.

Venerdì 25 settembre, mentre Trump accoglieva Xi agli Archivi nazionali, un gruppo bipartisan del Congresso ha presentato un disegno di legge volto a vietare componenti cinesi nei data center per motivi di sicurezza nazionale. Ma, stando alla Reuters, nessuna delle aziende statunitensi disporrebbe della capacità produttiva necessaria per sostituire i fornitori della Repubblica popolare. Un grattacapo non da poco, considerato che la competizione nell’AI non riguarda soltanto chi sviluppa i modelli migliori, ma anche chi riesce a costruire più rapidamente l'infrastruttura fisica necessaria per farli funzionare.

Proprio la nuova tecnologia è stato uno dei temi più discussi subito prima e durante la trasferta di Xi a Washington. Il comunicato rilasciato sabato 26 settembre da Pechino la menziona negli otto punti in cui le due parti hanno raggiunto un consenso. Nello specifico si parla di “istituire un dialogo Cina-USA per scambiare opinioni sui rischi e i benefici” dell’AI, nonché di stabilire “canali di comunicazione” nell’attesa dei prossimi colloqui che “si terranno a novembre di quest'anno”.

L’annuncio sembra confermare la nascita di quel meccanismo sulla sicurezza della tecnologia concordato dai rispettivi capi negoziali alla vigilia del vertice. Ancora si sa poco ma, secondo gli esperti, potrebbe funzionare come il “telefono rosso” lanciato da Stati Uniti e Unione Sovietica ai tempi della Guerra Fredda. Restano da chiarire vari punti, a partire dalle scelte lessicali: il readout cinese parla di “rengong zhineng” (intelligenza artificiale in mandarino) invece di “Super Intelligence”, il neologismo coniato da Trump e utilizzato dalla Casa Bianca. Una dissonanza terminologica che potrebbe tuttavia mascherare divergenze più profonde. Non solo per via del divieto − condannato spesso da Pechino − sulla vendita di chip avanzati statunitensi, un punto su cui entrambe le letture del summit tacciono.

Come spiega a Materia Rinnovabile Kyle Chan, ricercatore del Brooking Institution, “una delle principali differenze tra i negoziati in corso sulla sicurezza dell'AI e quelli passati sul disarmo nucleare è proprio la mancata comunanza di vedute sui presupposti di fondo: all'epoca della Guerra Fredda sia l'Unione Sovietica sia gli Stati Uniti condividevano una visione dei rischi derivanti dalle armi nucleari. Nel campo dell'AI, invece, oggi Cina e Stati Uniti valutano le minacce in modo diverso”.

Se negli USA il dibattito si è concentrato sulle capacità dei modelli di frontiera, sulla sicurezza nazionale e sul rischio di una perdita di controllo umano, nella Repubblica popolare la sicurezza dell’AI viene affrontata attraverso una lente più ampia: controllabilità, uso improprio, integrità dell’informazione e conseguenze sociali. Il tratto distintivo dell’approccio cinese è dunque la forte interdipendenza attribuita a sviluppo e sicurezza: due obiettivi che devono procedere sullo stesso binario.

“Una linea di emergenza potrebbe aiutare i due governi a comunicare sui rischi futuri, ma da sola non risponderebbe alla domanda su chi può esaminare un modello mentre viene sviluppato. Su questa questione, gli approcci differiscono ancora”, spiega Poe Zhao, analista indipendente nonché curatore della newsletter Hello China Tech. La differenza principale, secondo l’esperto “è chi ottiene l'accesso, e quando. Una cooperazione più ampia rimarrà difficile perché la sicurezza dell'AI è strettamente connessa alla competizione su chip, potenza di calcolo e modelli avanzati”.

Mentre collaborare non sarà facile, una cosa invece sembra certa: oltre la Muraglia l’evoluzione della tecnologia comincia ad agitare il sonno della leadership comunista. “Xi sottolinea da tempo l'importanza del controllo umano sull'AI”, ci spiega Chan, secondo il quale il discorso del presidente cinese alla Casa Bianca riecheggia quanto affermato durante la World AI Conference (WAIC) di quest’estate. “Non credo che le sue parole siano una reazione ai recenti sviluppi negli Stati Uniti, come il caso Hugging Face”, commenta l’esperto. “Penso piuttosto vadano considerate tanto una mossa diplomatica quanto il sintomo di una reale preoccupazione. Se da una parte la Cina vuole chiaramente presentarsi al mondo come un attore responsabile, esistono rischi concreti legati all'AI che Pechino prende molto sul serio.”

 

In copertina: il presidente cinese Xi Jinping e il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si stringono la mano mentre escono dall’edificio al termine di una visita agli Archivi Nazionali il 25 settembre 2026 a Washington. Foto di Samuel Corum/SIPA USA, Agenzia IPA