Forcine per capelli, giocattoli, articoli per la casa, ma anche complementi d’arredo e attrezzature per la pesca. Oggetti diversi tra loro, spesso difficili da classificare come rifiuti, che oggi finiscono in gran parte nell’indifferenziato. È su questo insieme eterogeneo che interviene il Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica, con uno schema di regolamento che apre alla responsabilità estesa del produttore anche per la plastica non da imballaggio.

Il testo, in consultazione pubblica fino al 17 aprile, segna un passaggio rilevante: prova a portare dentro un sistema organizzato una quota significativa di rifiuti che finora è rimasta fuori dalle filiere di raccolta e riciclo.

Un nuovo fronte per la responsabilità estesa del produttore

Il principio è quello già noto dell’EPR, responsabilità estesa del produttore: chi immette un prodotto sul mercato deve contribuire anche alla gestione del suo fine vita, sostenendo i costi della raccolta, della selezione e del trattamento quando quel prodotto diventa un rifiuto.

Finora questo modello ha riguardato soprattutto gli imballaggi, dove esistono sistemi consolidati e infrastrutture dedicate. La novità è l’estensione a una categoria molto più ampia e disomogenea. Il regolamento include infatti beni destinati all’uso domestico e professionale costituiti prevalentemente da plastica, dai prodotti per la pulizia agli arredi, fino a componenti più specifiche come le attrezzature per la pesca. Sono inclusi anche materiali come gomme ed elastomeri, a condizione che non rientrino già in altri regimi EPR. Il risultato è un perimetro ampio, che attraversa più settori industriali e che rende più complessa la costruzione di un sistema efficace.

Un flusso rilevante oggi fuori dal sistema

Il punto di partenza è un vuoto. A differenza degli imballaggi, per questi prodotti non esistono oggi circuiti strutturati di raccolta e recupero. Una volta diventati rifiuti, vengono per lo più conferiti nell’indifferenziato e avviati a smaltimento. Secondo le stime ISPRA, circa il 16% della frazione indifferenziata è costituito da plastiche diverse dagli imballaggi.

In termini assoluti si tratta di quasi due milioni di tonnellate, una quantità superiore a quella degli imballaggi in plastica raccolti ogni anno in modo differenziato. È su questo flusso che il legislatore intende intervenire, con l’obiettivo di ridurne l’impatto ambientale e aumentare il tasso di recupero.

Obiettivi ambiziosi e un modello da costruire

Lo schema di regolamento fissa obiettivi quantitativi chiari. Entro il 2030 si punta a raccogliere in modo differenziato il 70% dei prodotti immessi sul mercato e ad avviarne a riciclo almeno il 55%. I target salgono ulteriormente al 2035, con una raccolta prevista al 75% e un riciclo al 60%. Si tratta di livelli ambiziosi, soprattutto se si considera che oggi il sistema per questa tipologia di rifiuti è ancora in fase iniziale e privo di una rete consolidata.

Il funzionamento del modello ricalca quello già applicato in altre filiere EPR, ma con alcune criticità aggiuntive. I produttori saranno chiamati a aderire a sistemi di gestione, individuali o collettivi, e a sostenere economicamente la gestione del fine vita dei prodotti. Questo si traduce nel pagamento di un contributo per ogni bene immesso sul mercato, destinato a coprire i costi di raccolta, selezione, riciclo e smaltimento. Il contributo dovrà essere modulato in base alle caratteristiche ambientali dei prodotti, con l’obiettivo di incentivare una progettazione più sostenibile.

Per garantire il coordinamento del sistema, il testo prevede la creazione di un centro di coordinamento dei diversi schemi EPR, oltre all’istituzione di un registro nazionale dei produttori, che dovranno iscriversi per assicurare tracciabilità e controllo. È previsto anche una connessione con i comuni, attraverso accordi con ANCI, per integrare questi nuovi flussi nei sistemi di raccolta urbana. Il regolamento introduce inoltre disposizioni specifiche per l’e-commerce e per i produttori esteri, che dovranno designare un rappresentante autorizzato in Italia.

Costi, filiere e incognite operative

Accanto all’impianto normativo, restano tuttavia diversi nodi applicativi. Il primo riguarda la costruzione delle filiere. A differenza degli imballaggi, che rappresentano un flusso relativamente omogeneo, i prodotti inclusi in questo nuovo regime sono molto diversi tra loro per composizione, dimensione e utilizzo. Questo rende più complessa sia la raccolta sia la selezione, e richiede investimenti in impianti e organizzazione.

Il secondo nodo riguarda i costi e la loro distribuzione lungo la filiera. Il meccanismo EPR trasferisce formalmente l’onere sui produttori, ma resta da capire in che misura questi costi verranno assorbiti dalle imprese o trasferiti a valle, fino al consumatore finale. In questa fase, le aziende mantengono un atteggiamento prudente e non forniscono commenti. Sirmax, ad esempio, sottolinea come “in attesa di maggiore chiarezza sulla proposta del governo”, non sia possibile valutare l’impatto delle nuove norme sui clienti finali. Una posizione che riflette un’incertezza diffusa tra gli operatori, legata soprattutto alla definizione del perimetro applicativo e alle modalità operative del sistema.

La consultazione pubblica rappresenta quindi un passaggio chiave. Fino al 17 aprile, imprese, associazioni e altri stakeholder potranno presentare osservazioni e proposte di modifica. È in questa fase che potrebbero emergere richieste di chiarimento sul perimetro dei prodotti, sulla governance del sistema e sulla definizione dei contributi. L’estensione dell’EPR alla plastica non da imballaggio si inserisce nel più ampio percorso europeo verso un’economia circolare, che punta a ridurre la quantità di rifiuti e a valorizzare i materiali lungo il loro intero ciclo di vita.

Tuttavia, la portata del cambiamento è significativa. Per la prima volta si prova a gestire in modo strutturato una quota rilevante di rifiuti finora poco tracciata, con un modello che richiede coordinamento tra industria, operatori della gestione rifiuti e amministrazioni locali. La riuscita del sistema dipenderà dalla capacità di tradurre gli obiettivi in soluzioni operative. Più che normativa, la sfida appare industriale e organizzativa.

 

In copertina: immagine Envato