Può forse bastare il solo nome di Novozymes per descrivere compiutamente la bioeconomia danese. Il colosso biotech di Bagsværd, 12 chilometri a nord-ovest di Copenaghen, detiene il 48% del mercato mondiale degli enzimi industriali che ha chiuso il 2015 con un valore superiore ai 3,3 miliardi di euro. Ma la Danimarca non vanta solo una posizione di leadership nel campo delle biotecnologie industriali. Il paese scandinavo ha una lunga tradizione di sostegno politico e di legislazione favorevole nei riguardi delle tecnologie energetiche sostenibili, come l’eolico e l’efficienza energetica. Questo sostegno gli ha garantito una posizione di capofila in molte di queste tecnologie verdi e ha condotto a vari successi commerciali. È il caso della Dong Energy, che oggi è uno dei principali investitori in impianti eolici off-shore in Europa settentrionale; o della Vestas Wind, il gigante delle turbine eoliche con installazioni in oltre 70 paesi. Soprattutto, però, a giocare un ruolo fondamentale è la visione di un governo che punta a liberare completamente dalle fonti fossili il sistema energetico e dei trasporti entro il 2050.

 

La leadership nelle biotecnologie industriali

Se le biotecnologie industriali sono il motore della bioeconomia, la Danimarca è il vano in cui alloggia questo motore. È davvero difficile trovare una bioraffineria nel mondo in cui non si impieghino gli enzimi di Novozymes: Mossi e Ghisolfi a Crescentino (Italia), Raizen (JV tra Shell e Cosan) a Piracicaba (Brasile), St1 Biofuels a Kajaani, (Finlandia) sono solo alcuni esempi. Un’iniziativa al 100% danese è quella in corso a Northwich, nel nord-ovest dell’Inghilterra, dove è in fase di costruzione il primo impianto al mondo in grado di trattare i rifiuti domestici indifferenziati mediante enzimi per produrre bioenergie. Novozymes, che nel 2009 è stata inserita dalla rivista Forbes nella lista delle 100 imprese che sarebbero sopravvissute cent’anni, fornirà gli enzimi, ma la biotecnologia REnescience su cui si fonda l’impianto è stata sviluppata dalla Dong Energy (al pari delle biotecnologie Inbicon e Pyroneer), testata dal 2009 in un impianto dimostrativo a Copenaghen. L’impianto REnescience può gestire 15 tonnellate di rifiuti l’ora o 120.000 tonnellate l’anno. Ciò corrisponde ai rifiuti prodotti da circa 110.000 case del Regno Unito. Il biogas prodotto a Northwich sarà utilizzato per generare circa 5 MW di energia elettrica, sufficienti ad alimentare circa 9.500 abitazioni. 

La leadership danese nel campo delle biotecnologie industriali nasce da una vocazione storica a sostenere la formazione, la ricerca e l’innovazione. Il paese scandinavo investe oltre il 3% del proprio prodotto interno lordo in ricerca e sviluppo, secondo i dati forniti dalla Commissione europea, e si trova all’ottavo posto del Global Innovation Index 2016 stilato dal Wwf e dal Cleantech Group per analizzare i paesi che creano maggiore innovazione verde. 

Proprio sulla leadership tecnologica si basa anche il piano del governo nazionale per lo sviluppo della bioeconomia. Non una vera e propria strategia nazionale, ma qualcosa che gli si avvicina come il “Piano per la crescita per l’acqua, le soluzioni bio e ambientali”, presentato nel marzo del 2013. 

“La Danimarca – si legge nel documento – vanta una posizione forte nel mercato internazionale per l’acqua, le soluzioni bio e ambientali. Produce tecnologie e soluzioni in molti modi diversi per aumentare l’uso efficiente dell’acqua e delle risorse, migliorare l’ambiente e ridurre l’inquinamento atmosferico. Anche le biotecnologie industriali rappresentano un punto di forza danese”.

 

Un Panel di esperti della bioeconomia

Per sfruttare questi punti di forza e convertire il paese in un hub di crescita nel campo della conoscenza, della tecnologia e della produzione – e promuovere effettivamente lo sviluppo di una bioeconomia sostenibile danese – il governo ha istituito nel 2013 il Panel nazionale della bioeconomia, che raggruppa 27 esperti in rappresentanza di imprese dell’intera filiera produttiva, mondo della ricerca, organizzazioni non governative e autorità varie. Il compito principale di questo Panel, che funziona un po’ come il Consiglio tedesco della bioeconomia, è di richiamare l’attenzione sulla necessità di misure specifiche a favore di una bioeconomia sostenibile, dove le risorse e i prodotti siano usati a beneficio dell’ambiente, del clima, della crescita e dell’occupazione. 

Uno dei temi principali sul tavolo del Panel, che si riunisce tre volte l’anno, è relativo alla disponibilità sostenibile ed economica di biomassa, considerato un elemento vitale per lo sviluppo della bioeconomia danese. Al pari della promozione della ricerca e della creazione di un mercato per i prodotti di origine biologica. La biomassa è centrale nelle riflessioni degli stakeholder danesi della bioeconomia, non solo per il sistema agricolo nazionale o per il settore della trasformazione e della bioraffinazione, ma anche per l’allevamento di bestiame, che può beneficiare dell’accesso a nuovi e migliori tipi di mangimi proteici, affrancandosi definitivamente dall’importazione costosa di soia Ogm-free. 

“In Danimarca – si legge in un documento del Panel del settembre 2014 – siamo in una buona posizione per sviluppare la bioeconomia: abbiamo le materie prime (la biomassa) dall’agricoltura, dalla silvicoltura e dalla pesca; abbiamo un forte settore industriale biobased e la capacità di ricerca e innovazione necessaria”.

Non mancano però punti di debolezza, ostacoli che vanno superati per garantire uno sviluppo adeguato alla bioeconomia. Innanzitutto – lamenta il Panel – non esistono misure che favoriscano la crescita del mercato. 

“Attualmente i prodotti provenienti dalle fonti rinnovabili non possono competere con prodotti equivalenti realizzati utilizzando il petrolio greggio o altro materiale fossile. Il prezzo dei combustibili fossili non tiene conto del reale carico sull’ambiente e sul clima, mentre molte catene del valore della bioeconomia rimangono in fase di sviluppo”.

Mancano quindi obiettivi politici chiari e stabili, in grado di favorire gli investimenti nazionali ed esteri nel settore: per esempio un sistema di appalti pubblici verdi o schemi di certificazione per la biomassa solida con criteri di sostenibilità trasparenti e operativi. Infine, sottolinea il Panel, esiste una oggettiva difficoltà a passare dalla ricerca agli impianti pilota e dimostrativi, fino alla scala industriale e commerciale. “La tecnologia deve essere pienamente in grado di competere con i prodotti a base fossile fin dal primo giorno, dal momento che non ci sono mercati di nicchia provvisori in cui l’investimento per lo sviluppo può essere recuperato. Di conseguenza, la soglia per il passaggio alla scala commerciale è tecnicamente elevata, mentre la possibilità di attirare il necessario capitale privato di avviamento è limitato dalla successiva difficoltà di recuperare i costi di sviluppo attraverso il mercato”.

 

Le alleanze per la bioeconomia

Per superare gli ostacoli al pieno sviluppo della bioeconomia sono sorte in Danimarca diverse alleanze pubblico-private, in alcuni casi promosse proprio dal governo. Una di queste è la Biorefining Alliance, un’organizzazione che lavora per promuovere la bioeconomia nel paese, fondata nel 2011 da Dong Energy, Novozymes, Haldor Topsoe (una società danese specializzata nella catalisi) e dal Consiglio danese per l’agricoltura e l’alimentazione, che rappresenta l’industria agroalimentare della Danimarca, le associazioni degli agricoltori, delle imprese e del commercio. “Il nostro obiettivo – afferma la direttrice Anne Grete Holmsgaard – è di rafforzare la posizione della Danimarca e creare occupazione nella catena del valore della produzione di biomassa sostenibile per i prodotti biologici avanzati”.

Una vera e propria partnership pubblico-privata è State of Green, fondata dal governo danese, dalla Confindustria, dall’Associazione energetica, dal Consiglio danese per l’agricoltura e l’alimentazione e dall’Associazione dell’industria eolica. Patrocinata dal principe Frederik in persona, State of Green raccoglie tutti gli attori leader della bioeconomia danese, dell’economia circolare e dell’uso efficiente delle risorse. “Attraverso State of Green – racconta Finn Mortensen, direttore esecutivo – offriamo ai decisori politici, alla comunità commerciale internazionale e ai media un’occasione per conoscere e trarre vantaggio dalle tecnologie e dalle lezioni imparate dalla comunità verde danese”. 

State of Green, quindi, è un gruppo di pressione ma anche una vetrina per la bioeconomia made in Denmark. Tra i suoi membri si trova anche la Arla Foods, la maggiore industria casearia scandinava e la settima al mondo. La cooperativa agricola che ha sede ad Aahrus ha fatto della sostenibilità ambientale un punto fondante della propria strategia di crescita. La strategia 2020, lanciata nel 2011, copre l’intera catena del valore (“dalla mucca al consumatore”) e si pone l’obiettivo di ridurre le emissioni di CO2 del 30% per chilogrammo di latte prodotto in fattoria rispetto al 1990, e del 25% per i processi, il trasporto e il packaging rispetto ai livelli del 2005. Ciò grazie a un impiego di energia rinnovabile per il 50%, a una riduzione dello scarto alimentare nella stessa percentuale, puntando ad arrivare allo 0% di scarto negli stabilimenti e al 100% di packaging riciclabile. “Oggi – sottolinea Anna Flysjö, Life Cycle Sustainability Manager – il 18% del totale dell’energia impiegata da Arla proviene da fonti rinnovabili e l’emissione di gas ad effetto serra è stata ridotta del 14% rispetto al 2005. Tutto ciò nonostante ci sia stato un incremento nella produzione: il che significa che per unità prodotta la riduzione è persino maggiore”.

 

Anche l’industria delle bevande e dei giocattoli si tinge di verde

L’impronta verde della Danimarca è testimoniata anche da due colossi industriali nei rispettivi campi: la Carlsberg e il Gruppo Lego.

Carlsberg, quinto gruppo mondiale nella produzione di birra, presente in 50 paesi con 31.000 addetti, ha annunciato nel gennaio 2015 lo sviluppo della prima bottiglia in fibra di legno per bevande, completamente biodegradabile (Green Fiber Bottle). L’annuncio è arrivato nel corso del World Economic Forum di Davos, dove la multinazionale danese era stata chiamata a partecipare a un dibattito sugli sprechi alimentari. Si tratta di un progetto triennale tutto danese: oltre a Carlsberg, infatti, sono coinvolte la Technical University of Denmark, la ecoXpac, una società di packaging che fornisce la propria tecnologia “thermoformed fibre”, e un fondo danese (Innovation Fund Denmark) che finanzia il progetto, in sinergia con il programma europeo Horizon2020. Tutti i materiali utilizzati nella bottiglia, anche il tappo, saranno sviluppati con materiali biobased e biodegradabili, in primo luogo fibra di legno da fonti sostenibili.

“Se il progetto arriva a compimento, come riteniamo, segnerà un cambiamento di rotta nelle nostre opzioni per il confezionamento di liquidi e sarà un altro passo importante nel nostro cammino verso un’economia circolare, con zero rifiuti”, ha dichiarato a Davos Andraea Dawson-Shepherd, in quel momento Senior Vice President Corporate Affairs.

Il progetto Green Fiber Bottle si inserisce nella strategia di Carslberg di forte spinta all’economia circolare, promossa anche attraverso la Carlsberg Circular Community, una collaborazione tra la multinazionale danese e altri partner selezionati che mira a realizzare un’economia con zero rifiuti utilizzando la piattaforma Cradle to Cradle®, creata dal professor Michael Braungart, per lo sviluppo e la commercializzazione di nuovi prodotti. In sostanza, i prodotti devono avere una migliore qualità per i consumatori, non comportare rischi per la salute ed essere efficienti sia sul lato economico sia su quello ambientale. Secondo quanto dichiarato da Jørgen Buhl Rasmussen, amministratore delegato e presidente del Gruppo Carlsberg, “il packaging è responsabile di circa il 45% di tutte le emissioni di CO2 di Carlsberg”.

L’obiettivo di ridurre le proprie emissioni di CO2 ha spinto anche il colosso dei giocattoli Lego a investire nella ricerca, nello sviluppo e nell’implementazione di nuove materie prime sostenibili, da utilizzare nella produzione dei suoi celebri mattoncini colorati e degli imballaggi.

La società, fondata nel 1932 a Billund, ha annunciato nel giugno 2015, nell’ambito degli obiettivi di sostenibilità che si prefigge per il 2030, un piano d’investimenti da un miliardo di corone danesi (circa 135 milioni di euro) e l’assunzione di oltre 100 dipendenti, grazie all’inaugurazione del Lego Sustainable Materials Centre, che entrerà a pieno regime entro la fine di quest’anno. La grande sfida per il Gruppo Lego è arrivare nel 2030 alla commercializzazione di mattoncini completamente biobased. “Una sfida che è complessa ed emozionante”, secondo Jørgen Vig Knudstorp, Ceo e presidente del gruppo danese. E che garantirà “la ricerca e lo sviluppo di nuovi materiali che ci permettano di continuare a offrire esperienze di gioco creativo di alta qualità in futuro, senza compromettere l’ambiente e il futuro delle generazioni a venire”. 

 

La bicicletta è bioeconomica 

La bioeconomia non è solo una rivoluzione economica. È anche – forse soprattutto – una rivoluzione culturale. In questo senso la forte vocazione verso la bioeconomia in Danimarca si esprime anche attraverso il vasto impiego che fanno i danesi della bicicletta come mezzo di trasporto. Sono 12.000 i chilometri di piste ciclabili nel paese scandinavo. Nel 2009 il Parlamento danese ha stanziato 134 milioni di euro per il National Cycle Fund, con cui sono stati finanziati 388 progetti. Nel giugno del 2014, il governo ha messo a disposizione altri 24 milioni per un progetto di superstrade ciclabili e per potenziare i parcheggi delle biciclette. Gli iscritti alla Federazione danese dei ciclisti sono 16.000.

Non solo: l’uso della bicicletta fa bene anche al commercio. Secondo uno studio della società di consulenza Cowi, membro dell’Associazione Cycling Embassy of Denmark, i ciclisti e i pedoni contribuiscono al 50% degli incassi dei commercianti del centro delle grandi città e al 25% degli incassi nelle città medio-piccole. I ciclisti, infatti, visitano un maggior numero di negozi rispetto agli automobilisti.

Viene così smentita, ancora una volta, l’idea che chiudere il centro delle città alle auto penalizzi il commercio. L’indagine ha invece dimostrato che ciclisti e pedoni influenzano positivamente la vita commerciale spendendo denaro in ristoranti e negozi.

 

“Plan for growth for water, bio and environmental solutions” (marzo 2013), tinyurl.com/hg34k83

The National Bioeconomy Panel, Denmark as growth hub for a sustainable bioeconomy (2014), tinyurl.com/zrdqjww

State of Green, stateofgreen.com/en

 


  

Intervista a Alberto Frausin, amministratore delegato di Carlsberg Italia

A cura di M. B.

 

A tutta birra (sostenibile)

 

Produrre birra in modo sostenibile. I danesi della Carlsberg, il colosso della birra che fattura 10 miliardi di euro all’anno con i vari marchi – Carlsberg, Tuborg e Birrificio Angelo Poretti – ne hanno fatto un vero e proprio principio guida. Materia Rinnovabile ne parla con Alberto Frausin, amministratore delegato di Carlsberg Italia.

 

Cosa significa per Carlsberg essere sostenibili?

“Significa produrre birra al miglior livello qualitativo possibile, senza gravare sul prezzo finale per il consumatore. Per Carlsberg, nel concetto di qualità rientra anche la sostenibilità, che ha alla base una valutazione sull’impatto ambientale dell’intero ciclo di vita del prodotto, il cosiddetto Life Cycle Assessment (Lca).”

 

Quanto, a suo modo di vedere, l’attenzione di Carlsberg per la sostenibilità è legata all’essere un’impresa danese?

“Direi moltissimo. La sostenibilità ambientale è nel Dna danese, al pari della forte focalizzazione sull’attività di ricerca e sviluppo, alla quale la nostra impresa destina il 25% degli utili. In un certo senso l’attenzione all’ambiente è così radicata in Danimarca da essere implicita in tutto ciò che viene realizzato: dalle scelte individuali a quelle collettive e politiche.\"

 

 

Nel febbraio del 2015 Carlsberg ha lanciato il progetto Green Fiber Bottle, una bottiglia 100% biobased prodotta dalle fibre del legno, totalmente biodegradabile. Quando potremo vedere sul mercato questa bottiglia? Ma soprattutto sarà in grado di preservare i profumi e il sapore della birra?

“La data attesa per il lancio della nuova bottiglia su mercati pilota è il 2018. In quindici-vent’anni puntiamo alla sostituzione di tutte le bottiglie in vetro. Siamo certi che non solo la nuova bottiglia sarà in grado di mantenere la qualità e freschezza della birra, ma anche di poterla offrire ai consumatori allo stesso prezzo delle bottiglie in vetro. La Green Fiber Bottle sarà prodotta con fibre provenienti da fonti gestite in maniera responsabile, con alberi ripiantati in numero pari a quelli prelevati. Nonostante poi la bottiglia possa decomporsi naturalmente tanto da poter essere buttata tra i rifiuti organici, la nostra intenzione è che si metta a punto uno specifico sistema di gestione dei rifiuti. Proprio come accade oggi per bottiglie e lattine.”

 

Quali altri progetti sta sviluppando Carlsberg nel campo della bioeconomia, dell’economia circolare e della sostenibilità in genere?

“Voglio citare un progetto di cui sono particolarmente orgoglioso, perché vede l’Italia come leader. La nostra azienda in Italia, recuperando un brevetto del Gruppo Carlsberg, ha introdotto sul mercato il sistema DraughtMaster™ Modular 20 utilizzando fusti in Pet riciclabile (e non in acciaio) nei quali la spillatura può avvenire senza aggiunta di CO2. In questo modo migliora sensibilmente la qualità della birra e si evitano i processi di saturazione e ossidazione del prodotto; la birra stessa resta inalterata e garantita per oltre un mese dall’apertura del fusto, rispetto ai 3-4 giorni del fusto tradizionale.

Secondo l’analisi Lca il nuovo sistema con fusti in Pet riduce del 29% le emissioni di CO2 per ettolitro di birra prodotto, rispetto al fusto in acciaio. Mettendo poi a confronto l’impatto determinato dal sistema DraughtMaster con quello delle bottiglie emerge che ogni 100 litri di birra le emissioni di CO2 scendono a 36 kg rispetto ai 131 kg del vetro, mentre per quanto riguarda i rifiuti prodotti passano da 29 chilogrammi a soli 5, così come il consumo di acqua che in pratica si dimezza (609 litri rispetto ai 1.150 litri).

Inquadrando la filiera del fusto in Pet nel discorso più ampio della sostenibilità ambientale, è evidente che ha un’impronta molto inferiore rispetto alla bottiglia in vetro, se si adotta come metro di giudizio la metodologia Environmental Footprint della Commissione europea. Se invece ci si focalizza più strettamente sull’obiettivo della circolarità, il contributo del fusto in Pet si concretizza soprattutto nella de-materializzazione e nell’uso più efficiente delle risorse, grazie al fatto che si utilizza un materiale particolarmente leggero per confezionare e distribuire analoghi quantitativi di birra. Il fusto in acciaio, infatti, deve tornare in fabbrica per essere riempito, mentre il nostro sistema utilizza un Pet leggerissimo che poi viene riciclato in quanto Pet, anche se tuttora è prodotto utilizzando fonti fossili.”

 

 

Secondo lei, cosa contraddistingue maggiormente la Danimarca in termini di sostegno all’innovazione e alla sostenibilità ambientale?

“I danesi sono consapevoli che alla base dello sviluppo economico c’è la capacità che ha un paese di innovare. In questo senso ci sono investimenti continui, sia pubblici sia privati. Il livello delle università è di estrema eccellenza, con una grandissima capacità di attrarre capitale umano qualificato. Inoltre esiste un sistema di trasferimento tecnologico in grado di trasformare la ricerca di base in vera innovazione industriale. C’è solo un piccolo difetto in tutto questo sistema: la lentezza nell’implementazione delle politiche. È per questo motivo, forse, che nonostante la Danimarca sia un paese leader nella bioeconomia non c’è ancora una vera e propria strategia nazionale sul settore.”