L’Unione Europea e i suoi Stati Membri sono Parti della Convenzione di Basilea sul controllo dei movimenti oltre frontiera di rifiuti pericolosi e sulla loro eliminazione”, il trattato globale più completo sui rifiuti. Dietro alla proposta della Norvegia e sotto una forte spinta della Commissione Europea, durante la COP14 del maggio 2019, le Parti della Convenzione hanno approvato degli emendamenti che classificano la maggior parte dei rifiuti in plastica come pericolosi o difficili da riciclare, e per questo soggetti all’obbligo di notifica e di consenso preventivo scritto sullo stato di importazione prima di poter essere venduti sul mercato internazionale.
Gli emendamenti sulla plastica entreranno in vigore il 1 gennaio 2021 e la Commissione Europea sta adesso lavorando ad un regolamento delegato per attuarli nella legislazione europea. Il progetto di regolamento prevede di attuare pienamente le nuove regole della Convenzione di Basilea per quello che riguarda le esportazioni al di fuori dell’UE, ma per quello che riguarda gli spostamenti tra Stati Europei, vuole continuare utilizzare le vecchie regole del regolamento 1013/2006 del Parlamento Europeo e del Consiglio relativo alla spedizione dei rifiuti ( ), il quale prevede norme meno stringenti e non riconosce la pericolosità e la difficoltà al riciclaggio di diversi tipi di rifiuti di plastica.
Sia la Convenzione di Basilea che il regolamento 1013/2006 utilizzano un codice a colori per catalogare i rifiuti: verde per i rifiuti non pericolosi che possono essere esportati liberamente; giallo (o ambra per l’UE) per i rifiuti difficili da riciclare; rosso per quelli pericolosi. I rifiuti nelle categorie gialla (ambra) e rossa richiedono la notifica e il consenso preventivo scritto. Rispetto alla convenzione di Basilea, il regolamento 1013/2006 è in accordo con la lista della categoria rossa dei rifiuti pericolosi, ma considera invece molti rifiuti che in Basilea sono gialli come verdi, cioè esportabili liberamente. Secondo vari osservatori questo rappresenta un problema, perché apre la porta all’importazione di rifiuti pericolosi verso i paesi europei più poveri.

Trasporto di rifiuti all’estero: la Commissione è sotto pressione

Produciamo troppi rifiuti di plastica, di cui una grande quantità è difficile da smaltire e non è riciclabile” dice a Materia Rinnovabile David Azoulay, avvocato senior al Center for International Environmental Law (CIEL) “Le ricerche condotte fino ad oggi mostrano che ci sono dei flussi di rifiuti difficili da riciclare a livello internazionale, ma anche all’interno dell’UE stessa. Se le regole che governano il traffico di rifiuti non evolveranno, alcuni paesi si approfitteranno dei paesi europei più vulnerabili” denuncia Azoulay.
“La proposta della Commissione sarebbe accettabile se l’UE potesse dimostrare che nei vari Stati Membri ci sono le stesse pratiche di gestione e smaltimento dei rifiuti - spiega Azoulay - ma tutti sanno che non è così.
Pratiche problematiche d’incenerimento o di messa in discarica sono state documentate in diversi paesi UE e, continua l’avvocato, ci sono zone dove ci sono meno controlli sui rifiuti e dove il loro smaltimento costa meno perché gli standard ambientali di gestione sono meno stringenti oppure non vengono fatti rispettare”.
“La proposta della commissione si basa sull’art. 11 della Convenzione di Basilea, che permette alle parti di stabilire degli accordi bilaterali o multilaterali se questi accordi garantiscono lo stesso livello di qualità di gestione dei rifiuti di quello previsto dalla Convenzione” spiega Azoulay. “Tuttavia nel caso del regolamento 1013/2006 è chiaro che non è così, perché catalogare un rifiuto come verde, cioè dire che può essere esportato liberamente, naturalmente non offre lo stesso livello di protezione del processo del consenso scritto”.
Azoulay spiega che la
Commissione Europea è sotto una forte pressione da parte degli importatori di rifiuti e da parte dei paesi membri, che sanno di non avere la capacità di gestire tutti i rifiuti che sono prodotti sul loro territorio nazionale. “È certamente vero che molte volte l’UE si presenta come leader nel campo delle leggi ambientali, ma rifiutandosi di adottare pienamente gli emendamenti sulla plastica, l’UE danneggia i valori della Convenzione di Basilea e mina la propria credibilità a livello internazionale”.

I rischi dell’incenerimento di rifiuti in plastica “difficili”

Ci sono sempre più prove che i rifiuti di plastica difficili da riciclare sono esportati nei paesi europei più poveri dove finiscono in discariche, inceneritori, oppure sono bruciati nei cementifici dove mancano dei controlli seri sulle emissioni” spiega a Materia Rinnovabile Sirine Rached, Global Policy Advocate alla Global Alliance for Incinerator Alternative (GAIA). “Molti dei danni ambientali e alla salute umana non dipendono dalle strutture di trattamento dei rifiuti, ma bensì dal tipo di materiale stesso” spiega Rached. “Ad esempio quando i rifiuti di plastica che contengono cloruri e bromuri sono bruciati assieme ad altre sostanze, si formano diossine e furani. Questi si accumulano nei filtri degli inceneritori e producono ceneri tossiche”.
“I
cementifici sono estremamente problematici perché le loro emissioni sono ancora meno regolate degli inceneritori e le ceneri prodotte possono essere integrate nel cemento prodotto” spiega Rached, aggiungendo che ci sono pochissimi studi sulle emissioni dei cementifici e sulla tossicità delle ceneri prodotte. “Ma anche gli inceneritori più moderni emettono sostanze tossiche a livelli superiori rispetto a quelli consentiti dalla legge” denuncia Rached citando il rapporto prodotto da ToxicoWatch e Zero Waste Europe sul Reststoffen Energie Centrale (REC), il più nuovo inceneritore olandese e il più moderno a livello europeo ( ).
“Se l’Europa pensa che la procedura del consenso preventivo per i rifiuti difficili da riciclare sia troppo complicata, può semplificarla ad esempio istituendo una lista di strutture abilitate che sono monitorate regolarmente per gli standard ambientali. Questo consentirebbe di evitare l’approvazione di ogni singolo movimento di rifiuti. Inoltre si potrebbero utilizzare le notifiche elettroniche, che consentirebbero di ridurre ulteriormente la burocrazia” spiega Rached.

I rifiuti di plastica problematici sono in aumento

In Italia, secondo le relazioni sulla gestione di COREPLA (Consorzio Nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero degli imballaggi di plastica), la quota di rifiuti difficili da riciclare è in aumento, rappresentando nel 2019 il 35% della quota di rifiuti trattati da un centro di selezione. “Il Plasmix è composto da plastiche flessibili eterogenee, tutti imballaggi che vengono dalla raccolta differenziata, e rappresenta un costo per il centro di selezione” spiega a Materia Rinnovabile Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna inquinamento di Greenpeace Italia.
A causa delle difficoltà nel riciclaggio, il Plasmix non ha un mercato. Per gestirlo il centro di selezione ha tre opzioni: mandarlo ad un impianto di incenerimento, mandarlo in discarica, oppure spedirlo all’estero. Il problema è che mancano i controlli sui rifiuti esportati”. All’atto pratico infatti la prova del corretto smaltimento è data dal documento di trasporto controfirmato dall’impianto di ricezione nel paese importatore. “Si tratta di un controllo solo documentale” spiega Ungherese. 
Oltre a regolare i movimenti transfrontalieri di rifiuti pericolosi, la Convenzione di Basilea prevede che la loro produzione sia minimizzata e che il loro smaltimento avvenga il più possibile vicino al luogo di produzione, ovvero nel paese stesso dove sono stati generati. “Le decisioni prese nell’ambito della Convenzione di Basilea segnano un precedente importante, dice Ungherese, e dal nostro punto di vista ogni nazione dovrebbe essere autosufficiente nello smaltimento dei rifiuti. Anche in Europa dovrebbero vigere regole rigide. La spedizione all’estero dei rifiuti pericolosi non è degna di un paese civile.”