Ritardare, distrarre e far naufragare ogni legge o piano d’azione per ridurre l’inquinamento da plastica e poter così continuare col business as usual il più a lungo possibile. Sono queste le tre tattiche di base che secondo il rapporto “Talking Trash sono state messe in atto con successo dagli anni ‘70 a oggi da Big Plastic.

Il rapporto “Talking Trash” inchioda Big Plastic

L’inchiesta, promossa da Changing Martkets Foundation e pubblicata nel settembre 2020, esamina le promesse di riduzione volontaria della creazione di rifiuti fatte dalle corporazioni responsabili della maggior parte dell’inquinamento da plastica, e le confronta con le iniziative lobbistiche contro ogni azione legislativa potenzialmente efficace per ridurre il consumo e la produzione di rifiuti, condotte dalle stesse corporazioni o da gruppi no-profit finti-ambientalisti a esse connessi.
Giornalisti investigativi, ricercatori ed esperti hanno raccolto
dati su 15 paesi in 5 continenti, analizzando la letteratura tecnico-scientifica, intervistando rappresentanti di ONG, dell’industria della plastica e politici, e acquisendo dati riservati tramite domande di accesso agli atti del tipo Freedom of Information. Hanno così documentato vari casi dove l’industria della plastica è riuscita a impedire l’introduzione di leggi per limitare il volume di plastica vergine prodotto e usato, proibire certi prodotti di plastica monouso, o introdurre strumenti di mercato come i sistemi di deposito con cauzione (Deposti Return Systems, DRS) per garantire un efficiente recupero di rifiuti di plastica riciclabili.
Per ciascuna delle tre tattiche principali messe in atto da Big Plastic per impedire l’approvazione di norme che avrebbero determinato una riduzione dei loro benefici economici, gli autori del rapporto hanno individuato numerose sotto-tattiche, ricostruendo quello che essi definiscono un vero e proprio “
manuale di strategie per proporre false soluzioni”.

Promesse che non saranno mantenute

La prima tattica consiste nel far perdere tempo e rimandare ogni azione legislativa. Questo può essere fatto, per esempio, attraverso la manipolazione dei dati e la mancanza di trasparenza, oppure attraverso promesse volontarie di riduzione della produzione e consumo di plastica, che poi non saranno rispettate. Gli autori citano l’esempio di Coca-Cola, che dagli anni ’90 in poi ha promesso a più riprese di aumentare la quantità di plastica riciclata nelle bottiglie, aumentarne la riciclabilità e aumentare il tasso di recupero delle stesse dopo l’uso, ma non hai mai rispettato nessuna promessa, limitandosi nel tempo a posticipare la data per raggiungere gli obiettivi, oppure applicandoli solo in alcuni mercati, ma non a livello globale.
Il rapporto denuncia inoltre che, durante la prima ondata della
pandemia COVID-19, Big Plastic ha cercato di sfruttare la crisi sanitaria per far ritardare l’entrata in vigore della Direttiva europea sulle plastiche monouso. In una lettera indirizzata alla Commissione europea, l’associazione di categoria EU Plastics Converters ha chiesto infatti che la direttiva fosse rimandata a tempo indeterminato, accusando la Commissione di “non aver preso in considerazione le conseguenze igieniche della riduzione dell’uso di plastica monouso”. Questo sebbene i dispositivi di protezione individuale non rientrino nell’ambito di applicazione della direttiva, e non siano quindi tra gli oggetti monouso vietati dalla direttiva.

Far credere che si stia facendo qualcosa per risolvere il problema

Il secondo tipo di tattiche prese in considerazione dal rapporto sono tutte quelle che cadono sotto la voce distrazione, cioè tutte le attività studiate con l’intento di far credere a consumatori e governi che c’è un cambiamento in atto, mentre nella realtà , “i produttori, i supermercati e l’industria petrolchimica possono continuare a fare come prima producendo plastica a poco prezzo e che sarà buttata via” dopo un breve uso. Una delle tecniche più usate è incolpare dell’inquinamento da plastica i consumatori, e spostare quindi l’attenzione dal tipo di prodotti immessi sul commercio - monouso e di fatto non riciclabili su larga scala - all’azione individuale dei singoli, che sarebbero colpevoli di non fare la raccolta differenziata e inquinare l’ambiente.
Sin dagli inizi negli anni ’70 negli Stati Uniti, questa tattica è stata accompagnata da quella della
promozione della riciclabilità dei rifiuti, anche se documenti dell’epoca interni all’industria mostrano che l’industria stessa aveva dei “seri dubbi che [il riciclaggio] potesse mai divenire economicamente sostenibile” su larga scala.

La truffa del riciclo

La potenziale riciclabilità della plastica è stata usata da sempre dall'industria della plastica come il principale argomento, anche all'interno di cause legali, per contrastare i divieti intentati da governi locali e nazionali che, specialmente negli Stati Uniti, tentavano di bandire i sacchetti in plastica o i contenitori take away in polistirene” dice a Materia Rinnovabile Silvia Ricci, responsabile rifiuti ed economia circolare dell'associazione Comuni Virtuosi. “Effettivamente i diversi tipi di polimeri utilizzati per i prodotti monouso sono tecnicamente riciclabili – spiega l’esperta - ma in pratica non sono riciclati per motivi che afferiscono vuoi alla progettazione dell'imballaggio, vuoi alle caratteristiche tecniche dei sistemi di raccolta, selezione e riciclo, vuoi per la mancanza di quantità sufficienti di un determinato flusso omogeneo di imballaggi che non rende economicamente sostenibile il processo di riciclo.”
Secondo uno studio di sintesi pubblicato sulla
rivista scientifica Science Advances, a livello mondiale meno del 10% di tutta la plastica prodotta dagli anni ’50 a oggi è stata riciclata. Questo nonostante l’alto tasso di diffusione della raccolta differenziata nei paesi Occidentali, i quali però esportano nei paesi in via di sviluppo i loro rifiuti difficili da riciclare facendo in questo modo salire la percentuale di rifiuti che figurano come riciclati, ma che invece finiscono in discarica o dispersi nell’ambiente nei paesi più poveri.
“Anche
in Italia il tasso di riciclo per gli imballaggi in plastica è fermo dal 2015 a qualche punto percentuale sopra al 40%” spiega Silvia Ricci. “Dal bilancio di esercizio riferito al 2019 di Corepla si legge essere al 43,4%. Credo che di questo passo raggiungere gli obiettivi EU di riciclo del 50% al 2025 e del 55% al 2030 sarà difficile”, osserva Ricci. “A meno che non si arrivi anche in Italia a capire che è necessario adottare un sistema di deposito con cauzione per i contenitori di bevande, non raggiungeremo mai gli obiettivi di riciclo del 77% al 2025 e 90% al 2029 per le bottiglie in plastica, attualmente al 58% circa.”
Un’altra azione di distrazione dell’opinione pubblica, denunciano gli autori del rapporto, è quella di
promuovere operazioni di raccolta di rifiuti ma senza una categorizzazione degli stessi né un brand audit delle marche maggiormente inquinatrici. In questa maniera i cittadini si sentono coinvolti, credono di fare qualcosa di utile, ed in parte lo è. Però nel frattempo sia l’opinione pubblica che quella dei decisori politici si focalizza sul cercare di curare i sintomi, invece che intervenire sulle cause dell’inquinamento da plastica.

Svuotare le leggi

La terza tattica indicata nel rapporto è di mettere in atto azioni per indebolire e far naufragare le proposte di legge. Da un lato ci sono azioni di lobby dirette. Ad esempio nel 2018 durante l’iter di discussione della Direttiva europea sulle plastiche monouso quando, secondo i dati riportati da LobbyFacts.eu, Coca-Cola, Pespi-Cola, Nestlé, Tetrapak e i loro partner hanno speso più di 2,4 milioni di euro per incontrare i funzionari europei impegnati nella stesura della bozza di direttiva. Dall’altro, ci sono azioni di lobby indirette, come quelle portate avanti dalle Organizzazioni di responsabilità dei produttori (Producers Responsability Organisations, PROs), che, denunciano gli autori del rapporto, possono avere un’influenza molto forte e non giustificata sui governi. Sfruttando il fatto di occuparsi della gestione e del riciclo dei rifiuti sono, infatti, percepite come maggiormente indipendenti e credibili, ma nel rapporto si mostra come, ad es., in Austria, Spagna e nella Repubblica Ceca le PROs abbiano favorito delle etichettature che confondono i consumatori sull’effettiva riciclabilità dei prodotti di plastica facendoli percepire come più sostenibili di quanto siano.
Attraverso le azioni di lobby dirette e indirette, nota il rapporto, l’industria della plastica può spingere a far approvare leggi che proibiscono di vietare certi prodotti di plastica oppure introdurre esenzioni dall’applicazione dei divieti per certi prodotti. Ad es
empio, gli autori del rapporto denunciano l’azione dei produttori di posate di plastica monouso che in Europa hanno cercato di affermare che tali posate sono riutilizzabili (perché possono essere lavate) e hanno spinto a esentare le plastiche a base biologica - così come le plastiche biodegradabili e compostabili – dalla loro inclusione nella direttiva europea sulle plastiche monouso.

I tentativi di indebolire la Direttiva europea sulle plastiche monouso

Le stesse lobby che hanno tentato di indebolire la direttiva sulle plastiche monouso al momento della sua approvazione nel 2018, sono adesso al lavoro per cercare di influenzare e ritardare le linee guida e i regolamenti attuativi per garantire che l’efficacia della direttiva non sia compromessa nel recepimento da parte degli Stati Membri”, spiega Silvia Ricci. “Gli sforzi delle lobby sono particolarmente concentrati nel tentativo di esentare dal campo di applicazione della direttiva alcuni materiali alternativi approfittando della definizione di cosa s’intende per plastica”.
Secondo una b
ozza delle linee guida d’implementazione della direttiva pubblicata da POLITICO, l’industria sta infatti cercando di far esentare i “polimeri naturali non modificati chimicamente”. “Questo aprirebbe la strada a materiali monouso sostitutivi delle plastiche di derivazione fossile, come ad esempio il cellophane, il PHA, le bioplastiche in genere o le viscose come il Lyocell, una fibra tessile artificiale utilizzata per articoli come le salviette umidificate usa e getta”, dice Ricci. “In questo caso i produttori di salviette non dovrebbero sottostare al regime di responsabilità estesa del produttore cui la direttiva li obbligherebbe, e in questa maniera si liberebbero dall’assunzione dei costi di fine vita dei loro prodotti e altri costi relativi a misure di sensibilizzazione, rimozione dei rifiuti e costi di raccolta previsti dalla direttiva.”
L’esperta spiega poi che un altro punto di preoccupazione nella bozza delle linee guida è legato all’impiego di
termini come "monoporzione e multi-porzione (multiserve)" che nasconderebbe il tentativo di escludere alcuni tipi di contenitori e imballaggi per alimenti semplicemente precisando nell'etichettatura che non si tratta di una monoporzione. “Il rischio è che le linee guida lascino spazi interpretativi che possono dare l'occasione agli Stati Membri di recepire la direttiva a seconda delle specifiche convenienze economiche. Senza tenere in conto che la direttiva non promuove una sostituzione della plastica monouso con altri materiali anch’essi monouso, quanto invece approcci e modelli circolari basati su sistemi riutilizzabili e sulla gerarchia EU per i rifiuti”.

Raccomandazioni per l’industria della plastica e per i politici

Il rapporto si conclude con una serie di raccomandazioni per l’industria della plastica – tra cui maggior trasparenza, supporto per le leggi promosse dai governi, riduzione della produzione di prodotti monouso – e per i governi – tra cui introduzione e potenziamento di norme per la raccolta separata, politiche per incoraggiare il riuso e per far aumentare la percentuale di plastica riciclata nei prodotti, introduzione di una tassa sulla plastica vergine, potenziamento della responsabilità estesa del produttore. Queste indicazioni sembrano indispensabili per affrontare la crisi dell’inquinamento da plastica. Ma saranno attuate?
Il rapporto “Talking Trash” mostra che una nuova alleanza globale fondata nel 2019, l’
Alliance to End Plastic Waste - costituita principalmente da società di petrolio e gas, produttori di prodotti chimici e di plastica, società di beni di consumo e società di gestione e vendita rifiuti – ha promesso di investire 1,5 miliardi di dollari in progetti per ridurre l’inquinamento da plastica. Ma tra il 2010 e il 2017 i suoi membri hanno investito 186 miliardi di dollari in nuove infrastrutture petrolchimiche. Secondo l’Alliance stessa questi investimenti serviranno a far aumentare del 40% la produzione di plastica nei prossimi 10 anni.
Ad oggi, la produzione di plastica e l’accumulo di rifiuti di plastica negli ambienti naturali cresce più veloce di ogni azione legislativa per contenerli.