Per raggiungere Snowmass, in Colorado, il tragitto in auto è lento e meraviglioso. Le auto viaggiano ai 30 km orari perché c’è ghiaccio sulle strade. La temperatura esterna è di -25°, e tutto appare pallido e bianco, come nella storia della Regina delle Nevi di Hans Christian Andersen.

Visto il paesaggio sembrerebbe impossibile che qualcuno riesca a coltivare banane in un’elegante casa signorile in stile nordamericano. Ma l’impossibile è qualcosa che non esiste per Amory Lovins, presidente del celeberrimo Rocky Mountain Institute, istituto americano all’avanguardia per l’innovazione d’impresa.

La casa, che Lovins ha soprannominato “Fattoria delle banane”, utilizza un decimo dell’energia normalmente necessaria a una tipica dimora americana di quelle dimensioni. “È solare passiva, superisolata e parzialmente interrata, costruita in parte dentro la collina vicino al lato nord della proprietà e poi protetta da una berma lungo il muro a nord per ragioni estetiche e microclimatiche”, spiega Lovins. La villa, che risale al 1984 (modificata poi nel corso degli anni) è rivelatrice dell’impegno di Amory Lovins volto a dimostrare al mondo che darsi radicalmente al green business è la via da intraprendere per salvare il pianeta, vivere meglio e guadagnare.

In questa casa Amory ha scritto Reinventare il fuoco, libro che ha trasformato centinaia di aziende multimilionarie in tutta l’America, e molti sono stati i miliardari, amministratori delegati e direttori finanziari che hanno percorso queste strade per fargli visita e trovare ispirazione. Ci incontriamo nel suo ufficio ben riscaldato.

Che cosa sperava di ottenere con Reinventare il fuoco?

Reinventare il fuoco è un rigoroso libro sul business basato sull’analisi di scenario, che mostra come nel 2050 l’economia americana potrebbe crescere di 2,6 volte rispetto al 2010 senza utilizzare petrolio, carbone, o energia nucleare e con un terzo del gas naturale necessario oggi, triplicando l’efficienza e quintuplicando le rinnovabili. Un’economia che costerebbe 5.000 miliardi di dollari in meno rispetto al business as usual (Bau), con emissioni di anidride carbonica inferiori dell’82-86%. E senza bisogno di nuove invenzioni o leggi del Congresso, perché le necessarie modifiche legislative possono essere compiute a livello amministrativo o subnazionale. Volevamo dimostrare che tutto ciò può essere fatto.”

Gli Stati Uniti sono sulla strada giusta?

“In effetti gli Stati Uniti sono approssimativamente su quella traiettoria, e le rinnovabili si sono diffuse più rapidamente e sono diventate più economiche di quanto ci saremmo aspettati. Perciò sembra che nel libro siamo stati fin troppo cauti!”

Nel libro lei parlava di molti settori dell’economia globale. Può descrivere quale settore rispetto agli altri si è sviluppato in modo più sostenibile e con più rapidità?

“Sicuramente quello elettrico. Abbiamo i dati del 2015: l’eolico e il fotovoltaico da soli sono arrivati a quasi 121 gigawatt, e tutte le rinnovabili, escludendo le grandi centrali idroelettriche, hanno ottenuto 329 miliardi di dollari di investimenti globali. In termini di capacità elettrica di nuova installazione, negli ultimi anni metà del mercato mondiale è stato conquistato dalle rinnovabili. Nel 2013 i settori dell’efficienza energetica, delle rinnovabili e della cogenerazione valevano oltre 630 miliardi di dollari di investimenti. Ci sono grandi forze al lavoro.”

In quale settore la transizione non è avvenuta come auspicato nel suo libro?

“Per rispondere si possono utilizzare criteri diversi, ma penso che sia stato fatto un buon lavoro in ciascuno dei quattro settori analizzati, ossia trasporti, edilizia, industria ed elettricità. Il settore dell’industria è quello per il quale è più difficile generalizzare a causa della sua eterogeneità, quindi siamo stati molto cauti nelle nostre ipotesi, e comunque ne abbiamo sottostimato considerevolmente il potenziale. Nel settore dell’edilizia abbiamo sovrastimato la domanda di gas e sottostimato la cogenerazione (calcolandola solo per l’industria) e non abbiamo tenuto conto del riscaldamento solare.”

Adesso state lavorando a Reinventare il fuoco in Cina. Quali sono le maggiori sfide per il Dragone Rosso?

“Molti anni fa abbiamo creato un consorzio con la National Development and Reform Commission (Ndrc, Commissione nazionale per lo sviluppo e le riforme), con esperti del settore energia, con la ong Energy Foundation China creata dalla Ndcr e con il China Energy Group – Lawrence Berkeley National Laboratory. Abbiamo lavorato due anni e mezzo con quasi 50 persone, cercando di capire quali sono le migliori strategie di efficienza e le fonti rinnovabili che la Cina potrebbe utilizzare vantaggiosamente entro il 2050, attraverso una strategia coerente. Intanto alla fine del 2014 i leader cinesi hanno lanciato un appello per una ‘rivoluzione’ nella produzione e nel consumo di energia, e noi abbiamo scritto il piano d’azione per quella rivoluzione. A essere sinceri avevano già pronti tre quarti di quel piano quando siamo stati contattati, quindi c’è stato un buon tempismo. I nostri risultati saranno inclusi nel tredicesimo Piano quinquennale, che sarà presentato nel marzo 2016 all’assemblea nazionale del popolo.

Quello che abbiamo scoperto ha sorpreso anche noi: la Cina ha il potenziale di incrementare la propria produttività energetica di sette volte e la produttività del carbonio (Pil per unità di emissioni di anidride carbonica, ndr) di dodici volte, riducendo allo stesso tempo l’utilizzo di carbone di 4/5 e le emissioni di anidride carbonica di 2/5 rispetto ai livelli del 2010, con un’economia sette volte superiore e un risparmio di 3.700 miliardi di dollari al valore attuale. I leader cinesi hanno accolto calorosamente questi dati: è importante sottolineare come questo sia uno scenario che emerge dai dati e dai modelli cinesi e non un modello imposto dall’estero.”

Quindi il nuovo libro è in arrivo?

“La pubblicazione è prevista per la fine di marzo.”

E dopo?

“Adesso stiamo prendendo in considerazione l’India, con la sua innovativa strategia energetica. Stiamo lavorando in 65 paesi: molti luoghi offrono buone opportunità. Stiamo cercando di raggiungere alti livelli di rigore economico e tecnico e di interconnessione fra i diversi settori. Per esempio se in Cina migliora la qualità del cemento e dell’acciaio sarà possibile produrne una quantità inferiore a parità di opere realizzate. Consumando, di conseguenza, una quantità minore di energia per il loro trasporto. Inoltre limitando la quantità impiegata si risparmia anche nell’uso di acciaio e cemento occorrente per la costruzione delle stesse infrastrutture di trasporto.”

Un effetto a cascata.

“Questo modello ne dimostra l’importanza. Grazie alla nostra esperienza quarantennale abbiamo un approccio unico all’efficienza. Abbiamo imparato a calcolare come compiere interventi di risparmio energetico ampi e intensivi, a un costo inferiore rispetto a piccoli interventi che consentono un risparmio limitato, ma ciò è possibile solo utilizzando la progettazione integrata. Abbiamo dimostrato quello che siamo in grado di fare attraverso la riqualificazione energetica di più di mille edifici e grazie a circa 40 miliardi di dollari di design industriale, ripensando diversi veicoli terrestri e marini. Questo edificio ne è un esempio: abbiamo compiuto un intervento radicale, ma siamo stati in grado di arrivare a risparmiare il 99% dell’energia necessaria al riscaldamento, ottimizzando l’edificio nel suo insieme, come sistema. Abbiamo anche risparmiato 11.000 dollari (questo negli anni ’80) rinunciando all’impianto di riscaldamento: abbiamo utilizzato il denaro risparmiato per realizzare un impianto di riscaldamento ad acqua che può far risparmiare un ulteriore 99% dell’energia necessaria a riscaldare l’acqua, e ridurne del 50% l’utilizzo, rientrando delle spese in 10 mesi. Ciò è stato possibile con la tecnologia che era disponibile negli anni ’80. Oggi possiamo fare ancora meglio: stiamo sperimentando nuove tecnologie per verificare quanto siano migliori. Adesso sembra che gli elettrodomestici utilizzino meno energia del vecchio sistema di monitoraggio che usavamo per misurare la loro performance energetica! E la rivoluzione è ovunque. In Olanda la Energy Strong ha scoperto come industrializzare la riqualificazione di massa delle case popolari, e adesso siamo in grado di costruire edifici a costo zero, finanziando interamente la loro costruzione attraverso il risparmio energetico.”

Cosa pensa dei trasporti? Che cosa vedremo nei prossimi anni?

“Nella mobilità è in corso una rivoluzione che abbiamo riassunto nella definizione ‘Transizione da maiali a foche’ (Pigs to Seals). I Pigs sono i veicoli privati con motori a combustione interna, alimentati a gasolio e costituiti principalmente di acciaio (Personal Internal-combustion-engine Gasoline Steel-dominated vehicles), mentre i Seals sono i veicoli di servizio condivisi, alimentati elettricamente, autonomi e leggeri (Shared Electrified Autonomous Lightweight Service vehicles). Questo passaggio può cambiare profondamente le infrastrutture dei trasporti: più chilometri totali percorsi per singolo veicolo, meno chilometri percorsi globalmente, con un costo estremamente ridotto rispetto all’attuale mobilità privata e con meno emissioni. Per arrivare a questo cambiamento non sono necessarie molte infrastrutture.”

Il Rocky Mountain Institute sostiene la produzione decentralizzata: quali sono le sue motivazioni?

“Siamo abituati a edifici collegati a poche infrastrutture centralizzate, di grandi dimensioni e il cui costo è ammortizzato in decenni di attività, connessi attraverso tubi e cavi. Ciò riguarda sei tipi di servizi: elettricità, combustibile per cucinare, acqua, fognature, gestione dei rifiuti e telecomunicazioni. Per ciascuno di questi sei servizi esiste una soluzione che non richiede né tubature né cavi. Tutto può essere fatto sul posto, e questo costituirebbe un enorme cambiamento. Per fare le cose in modo adeguato dobbiamo chiederci: qual è la dimensione giusta, quali sono le economie di scala? La città di Adelaide stava pianificando un grande impianto di depurazione quando qualcuno si è chiesto: quale percentuale dell’intero sistema sottoposto a depurazione finirebbe nell’impianto? Solo il 10-15%, perché il rimanente finisce nel sistema di raccolta, e ciò comporta una grave diseconomia di scala. Più grande è l’impianto, più ampio è il raggio dell’area interessata e più complesso è il sistema di tubature. Quindi, considerando il costo complessivo, si è visto che quello ottimale era su scala di paese/quartiere. Questo vale per molti tipi di infrastrutture. Il gigantismo porta a grandi costi e grande vulnerabilità, è una conseguenza della mancata considerazione delle economie di scala per il sistema nel suo complesso.”

La transizione richiede sempre sostegno economico. Come vede questo aspetto per poter “reinventare il fuoco”?

“Abbiamo bisogno di quattro tipi di innovazione: tecnologica, del design, delle policy e infine del modello imprenditoriale e finanziario. Tutto ciò è importante tanto quanto la creazione di innovazioni tecnologiche di grande impatto. Dalle obbligazioni ‘verdi’ ai nuovi strumenti finanziari, il nuovo modello di business è in rapida crescita, gli investitori si stanno allontanando dal modo tradizionale di fare le cose, e stanno sottraendo capitali all’industria dei combustibili fossili. Il compito del mercato non è solamente quello di aiutare il capitale a ottenere guadagni proporzionati al meglio ai possibili rischi, ma è anche quello di intercettare con perspicacia il sistema per rivoluzionare le cose. La velocità della trasformazione è determinata dai ribelli, e non dal modo di fare business e dai patrimoni ereditati degli operatori storici. Il flusso del capitale può cambiare facilmente direzione.”

L’accordo di Parigi può cambiare le cose?

“Si tratta di un segnale estremamente utile psicologicamente e politicamente. Dovremmo essere ambiziosi e mantenere l’aumento della temperatura al di sotto dei 2°C. Questa ambizione si farà più forte quando la maggior parte degli Stati si accorgerà che diventare ‘verdi’ non è costoso ma remunerativo. Le fonti rinnovabili stanno diventando più convenienti di quelle fossili.”

Chiedo sempre una definizione personale di “economia circolare”. Qual è la sua?

“Noi non utilizziamo mai questo termine, ma ne abbiamo introdotto il concetto in un libro del 1999, Capitalismo naturale, scritto con Paul Hawken. In quel libro il capitalismo naturale è definito un modo di gestire le attività economiche come se il valore della natura e delle persone fosse propriamente riconosciuto e non considerato un’internalizzazione di costi esterni. Siamo partiti dal presupposto di comportarci come se la natura avesse un ‘alto’ valore. Come gestiremo allora le nostre attività economiche? Prima della Rivoluzione industriale in Inghilterra non c’erano abbastanza tessitori da produrre stoffa a sufficienza per soddisfare i bisogni della popolazione. Ma se nel 1750 qualcuno avesse detto ‘renderemo i tessitori 100 volte più produttivi’, nessuno avrebbe capito come sarebbe stato possibile farlo. Poi arrivò la rivoluzione che si diffuse in tutti i settori, e la classe media fu in grado di ottenere beni di massa a buon mercato. Il fondamento di quella rivoluzione fu la consapevolezza del fatto che la carenza di risorse umane (in questo caso i tessitori) stava limitando la possibilità di sfruttare quelle che sembravano risorse naturali illimitate. Oggi ci troviamo di fronte a una situazione di scarsità opposta: persone in abbondanza e penuria di risorse naturali, perciò dobbiamo utilizzare il suolo, l’acqua, l’energia e tutto ciò che prendiamo in prestito dal pianeta in un modo che sia 100 volte più produttivo. Quindi il primo principio è quello della produttività radicale delle risorse. Il secondo principio del capitalismo naturale consiste nel produrre come fa la natura, ossia in cerchi chiusi, senza sprechi e residui tossici. La terza trasformazione nel capitalismo naturale è un’economia delle soluzioni basata sul modello del business, che incentivi sia i clienti sia i fornitori a fare di più e meglio con meno e per un periodo di tempo più lungo: solitamente ciò assume la forma del noleggio del servizio desiderato al posto dell’acquisto. Il quarto principio consiste nel reinvestire parte del risparmio che ne deriva in ciò che soffre di carenza di capitale, come la natura.”

Il capitalismo consiste proprio nell’utilizzo produttivo e nel reinvestimento del capitale. La domanda è: che cos’è il capitale?

“Il capitalismo industriale considera solo il denaro e le merci e ignora (io direi liquida) i due tipi più importanti di capitale: quello umano e quello naturale. Il capitalismo naturale utilizza e reinveste in tutte e quattro le forme di capitale. Quindi si guadagna di più, si fa del bene e ci si diverte di più.”

Può elencare cinque tecnologie innovative o processi di grande impatto a sua scelta?

“La cosa saggia da fare è non scegliere specifiche tecnologie. La cosa intelligente da fare è scegliere la corsa su cui vuoi scommettere, non il cavallo.”

Quindi quali corse?

“Nell’industria punterei sui principi del capitalismo naturale, sul design biomimetico e sull’additive manufacturing. Nella mobilità scommetterei sui Seals e sui materiali ultraleggeri (se un’automobile pesa due terzi di meno le sarà sufficiente una quantità di energia – prodotta dalle costose batterie – di 3 volte inferiore). Nel settore energetico il futuro sta nelle fonti rinnovabili distribuite in modo efficiente. Nell’edilizia negli edifici a consumi zero (net-zero) e net-positive per il nuovo e nelle riqualificazioni. Chiaramente non tutti potranno avere 61 piante di banana come ho io qui a Snowmass, nelle montagne rocciose, con temperature esterne di -40°.”

Rocky Mountain Institute, www.rmi.org

Amory B. Lovins, Reinventare il fuoco, Edizioni Ambiente 2012; www.edizioniambiente.it/libri/792/reinventare-il-fuoco/

Paul Hawken, Amory B. Lovins, L. Hunter Lovins, Capitalismo naturale. La prossima rivoluzione industriale, Edizioni Ambiente 2011; www.edizioniambiente.it/libri/647/capitalismo-naturale/