I progetti attorno alla conservazione delle api si sono moltiplicati negli ultimi anni. Dalla proliferazione degli alveari urbani ai divieti contro l’utilizzo di pesticidi nocivi, questo insetto fondamentale per la sopravvivenza umana è riuscito a generare un cambiamento positivo a livello ambientale e catalizzare innovazione sociale e tecnologica.

Vespe hippie

Descritte dal biologo e scrittore americano Thor Hanson come vespe hippie (in quanto vegetariane, con i capelli lunghi e amanti dei fiori), gli Apoidei, di cui l’ape da miele fa parte, contano circa 20mila specie. Gli Apoidei sono una superfamiglia di insetti dell'ordine degli Imenotteri, che includono la famiglia degli Apidi. A seconda del loro comportamento sociale, gli apidi a loro volta si suddividono in api eusociali e api solitarie. Tra gli apidi eusociali (ovvero api che hanno strutture organizzative di suddivisione del lavoro e la cui funzione riproduttiva è riservata ad un'unica o poche femmine) troviamo apis, il genere di cui fanno parte anche Apis mellifera (ape europea) e Apis cerana (ape asiatica), le due specie più diffuse e più allevate al mondo.
Hanson sostiene che “i melittologi (studiosi delle api) parlano spesso delle api da miele come gli attori di teatro parlano delle star di Hollywood: sapendo che nessuna quantità di duro lavoro da parte loro porterà mai allo stesso livello di fama delle celebrities. Nonostante la loro diversità e importanza, infatti, tutte le centinaia di specie di api selvatiche stanno all'ombra della loro unica e più nota cugina.”

Dal cibo ai farmaci: ecco perché abbiamo bisogno delle api

Le api sono tra i più importanti e diffusi insetti pronubi (o impollinatori, cioè insetti che trasportano il polline da un fiore all’altro permettendo l’impollinazione e quindi la formazione dei frutti). Nel rapporto del 2019 The State of the World’s Biodiversity for Food and Agriculture” della FAO si legge come “api e altri impollinatori quali uccelli e pipistrelli, influenzano il 35 % della produzione mondiale di colture, agevolando la produzione di 87 delle principali colture alimentari in tutto il mondo”.
Oltre ad essere una parte fondamentale per la produzione alimentare, le api attraverso l’impollinazione contribuiscono anche alla produzione di farmaci, biocarburanti, fibre e materiali da costruzione.

Lo spopolamento degli alveari

All’inizio degli anni 2000 si sono cominciati ad osservare fenomeni preoccupanti riguardo la morte improvvisa di intere colonie di api. Thor Hanson sostiene che “dopo centinaia di paper accademici e un decennio di ricerche ancora non è stato trovato il fattore scatenante, la smoking gun. Il tasso di morte continua ad essere eccessivamente alto ed è ancora un mistero, ma si può parlare delle quattro P: parassiti, poor nutrition (cattiva alimentazione), pesticidi e patogeni.”
Colony Collapse Disorder (CCD) Sindrome dello spopolamento degli alveari è il nome che è stato trovato per questo fenomeno ancora poco chiaro alla comunità scientifica internazionale.
Dietro a questa moria, che ha toccato punte di collasso del 50% di alveari in stagioni come 2008, 2013 e 2018 negli Stati Uniti e del 40% in Europa (dati USDA e IPBES), la comunità scientifica è divisa, ma c’è accordo sul fatto che le cause derivino principalmente da attività umane: cambiamenti di uso del suolo per l'agricoltura e urbanizzazione hanno portato alla perdita e al degrado degli habitat naturali. Inoltre, l'agricoltura intensiva ha contribuito a svuotare di biodiversità le aree rurali, portando alla scomparsa di una flora diversificata, e riducendo così le risorse alimentari e di nidificazione per le api.
Direttamente collegato al cambiamento dell’uso di suolo c’è stato un incremento nell’uso di pesticidi e fertilizzanti che hanno colpito gli impollinatori direttamente (come nel caso di insetticidi e fungicidi) e indirettamente (erbicidi).
Infine i cambiamenti climatici, con l'aumento delle temperature ed eventi meteorologici estremi, hanno portato a un aumento di periodi di siccità e accorciato i periodi freddi, portando i fiori a sbocciare prima, quando le api non sono ancora pronte per raccogliere il polline.
Nonostante questo il numero di alveari di api europee allevate è aumentato costantemente negli ultimi cinque decenni, così come la produzione di miele. Sono le api selvatiche, quelle poco conosciute, ad essere in pericolo.

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Il progetto Bybi a Copenaghen

Cosa sta facendo l’Unione Europea?

La Commissione Europea ha adottato la EU Pollinators Initiative nel 2018. È la prima azione coordinata dell'Unione Europa riguardo agli impollinatori e stabilisce obiettivi strategici e una serie di azioni che l'UE e i suoi Stati membri devono intraprendere per affrontare il declino degli impollinatori nel territorio comunitario e contribuire agli sforzi di conservazione globali.
A seguito di questa iniziativa, sempre nel 2018, la Commissione ha quindi messo al bando tre pesticidi - imidacloprid, clothianidin e thiamethoxam - a causa del pericolo potenziale che l’utilizzo esteso di questi apporta alla salute delle api. L’azienda farmaceutica Bayer, produttrice del principio attivo dietro a due dei tre pesticidi, aveva fatto ricorso per ritirare il divieto. Il 6 maggio di quest’anno la Corte di giustizia dell'Unione europea ha confermato la decisione del Tribunale dell’Unione europea, sostenendo che questo avesse agito in maniera corretta vietando l'uso dei tre pesticidi. Nonostante il divieto, tra il 2013 e il 2019 sono state concesse comunque 206 autorizzazioni di emergenza per l'uso di quei pesticidi.
Per aumentare ulteriormente la protezione delle api è stata proposta inoltre una Iniziativa dei Cittadini Europei (Ice), chiamata Save bees and farmers, firmata e supportata da più di 140 organizzazioni europee. Questa Ice chiede alla Commissione l’eliminazione graduale dell'uso di pesticidi sintetici (dell’80% entro il 2030), misure per il recupero della biodiversità (soprattutto nelle aree agricole) e un sostegno agli agricoltori durante la transizione a modelli agroecologici.

Api in città

Ormai quasi tutte le grandi città hanno alveari sui loro tetti: da Milano a Parigi, da New York a Copenaghen.
Sono nati progetti virtuosi come l’azienda Bybi (che in danese significa ape cittadina) a Copenaghen, che offre regolarmente corsi di produzione di miele a rifugiati, persone senza fissa dimora e disoccupati. Per Oliver Maxwell, fondatore dell’azienda, “Bybi non riguarda solo la produzione di miele, ma la salute della comunità in cui api, fiori e persone prosperano".
Anche in Italia ci sono progetti eccellenti: come quello di Mieli Thun di Andrea Paternoster che ha valorizzato il miele italiano naturale e monoflora facendolo arrivare nell’alta cucina internazionale. O come Carlo Amodeo in Sicilia che ha salvato dall’estinzione l’ape nera siciliana (apis mellifera sicula) partendo da meno di dieci arnie nel 1987 e arrivando a più di 2500 in tutta la Sicilia, con riconoscimento di presidio Slow Food nel 2008.
O ancora Bee My Job progetto di apicoltura urbana e sociale nato ad Alessandria grazie all’Associazione Cambalache, premiato dall’UNHCR. Un’iniziativa che propone metodi alternativi di accoglienza e integrazione per permettere a richiedenti asilo di imparare nuovi mestieri o offrire le competenze già maturate nel settore agricolo ad aziende italiane.

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Bee Home, Space10

Infine un progetto targato IKEA che tramite il suo laboratorio di ricerca Space10, e in collaborazione con la designer Tanti Klein e lo studio Bakken & Bæck, ha lanciato Bee Home: un progetto open-source dove chiunque può creare e personalizzare la propria arnia, pensato per proteggere e ospitare le api solitarie (ovvero il 90% delle specie) che non produce miele ma che è fondamentale per l’impollinazione.

Immagine di copertina: ph Boris Smokrovic - Unsplash