Il primo gennaio 2021 entrerà in vigore la Direttiva europea sulla plastica monouso, una delle norme più ambiziose al mondo per affrontare l’inquinamento da plastica negli oceani. Se anche la Direttiva fosse copiata da tutti i paesi del mondo e implementata con rigore, la quantità di rifiuti di plastica che ogni anno entra negli oceani aumenterebbe dagli attuali 11 milioni di tonnellate a quasi di 22 milioni di tonnellate nei prossimi 20 anni. In pratica, applicare le disposizioni della Direttiva europea sulla plastica monouso a livello globale farebbe diminuire la quantità di rifiuti di plastica negli oceani solo del 15% da qui al 2040.

È questo uno dei risultati dello studio Evaluating Scenarios Toward Zero Plastic Pollution pubblicato sulla rivista Science e promosso da Pew Charitable Trusts e SISTEMIQ assieme alle Università di Oxford e di Leeds, Ellen MacArthur Foundation, Common Seas, e in collaborazione con diversi esperti internazionali sull’inquinamento da plastica. Lo studio si propone come uno strumento per l’esplorazione di scenari di azione alternativi per la riduzione dei rifiuti di plastica, con l’obiettivo di facilitare il dibattito tra governi, industria, società civile e mondo accademico per individuare strategie appropriate ed efficaci.
L’articolo scientifico è accompagnato dal rapporto
Breaking the Plastic Wave – a comprehensive assessment of pathways towards stopping ocean plastic pollution, che esamina in dettaglio gli 8 tipi di intervento a livello sistemico che combinati in vario modo danno luogo a 6 scenari alternativi, più o meno ambiziosi, che vanno dal Business as usual (nessuna azione di mitigazione dell’inquinamento) fino allo scenario System Change, dove tutti gli interventi capaci di ridurre l’inquinamento da plastica sono messi in atto contemporaneamente e subito.
I ricercatori hanno costruito i vari interventi tenendo conto che le modifiche proposte apportino lo stesso livello di utilità ai consumatori, cioè che sia mantenuto lo stesso livello di soddisfazione per il consumo di un prodotto o l’utilizzazione di un servizio. Nel caso della plastica, l’utilità è stata definita come i servizi (come la protezione del cibo) che sono forniti nello scenario Bussines as usual. Negli scenari alternativi, i prodotti e i servizi devono fornire lo stesso livello di utilità ai consumatori, ma utilizzando meno plastica. Inoltre, gli scenari alternativi sono costruiti prendendo in considerazione condizioni di lavoro dignitose in tutte le fasi del ciclo di vita della plastica, determinando quindi un miglioramento delle condizioni sanitarie ed economiche dei lavoratori più fragili del settore dei rifiuti di plastica.

Incubo Bussines as usual: 450 milioni di tonnellate di plastica negli oceani

A causa della sua durevolezza, la plastica si degrada lentamente e può restare in mare per centinaia di anni. Nello scenario Business as usual, la quantità totale di rifiuti di plastica negli oceani potrebbe arrivare a 450 milioni di tonnellate nei prossimi 20 anni, con gravi impatti sulla biodiversità, la salute degli ecosistemi marini e la salute umana. Inoltre, la quantità di rifiuti di plastica bruciati all’aperto nei paesi più poveri aumenterebbe di 3 volte, determinando un aumento delle sostanze tossiche persistenti rilasciate nell’ambiente e rappresentando un rischio importante per la salute dei lavoratori coinvolti nello smaltimento dei rifiuti di plastica, nonché delle loro comunità. Lo studio mostra inoltre come lo scenario Business as usual sia incompatibile con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi. I dati analizzati mostrano, infatti, che nel 2040 le emissioni associate con la produzione, l’utilizzazione e lo smaltimento di tutti i rifiuti di plastica rappresenterebbero il 19% del budget totale di gas serra da non superare per contenere il riscaldamento globale entro 1,5 C. Anche il settore privato soffrirebbe finanziariamente nello scenario Business as usual perché nel futuro potrebbero essere introdotte tasse sulla plastica vergine o tasse legate alla responsabilità estesa del produttore per coprire i costi di raccolta e smaltimento sicuro dei rifiuti di plastica, un rischio finanziario globale stimato in 100 miliardi di dollari l’anno.

Tecnologie già esistenti per ridurre dell’80% la plastica negli oceani

Nonostante la drammaticità dello scenario Business as usual, lo studio mostra chiaramente che esistono soluzioni e tecnologie che possono affrontare in maniera efficace il problema dell’inquinamento da plastica. “Abbiamo identificato 8 tipi di intervento che considerati tutti assieme possono ridurre dell’80% da qui al 2040 la quantità di plastica che ogni anno entra nell’oceano usando tecnologie e soluzioni già esistenti” spiega a Materia Rinnovabile Sarah Baulch, senior associate con il Pew Charitable Trusts. “Il primo intervento da mettere in atto è la riduzione della produzione e del consumo di plastica, che rappresenta l’elemento chiave dello scenario System Change, altrimenti la crescita nella quantità di plastica vergine utilizzata potrebbe rendere vani tutti gli sforzi per prevenire un ulteriore inquinamento da plastica” spiega Baulch.
Oltre alla riduzione della produzione e del consumo di plastica, gli altri interventi includono la sua
sostituzione con altri materiali, il miglioramento della possibilità di riciclo (e in particolare: design pensato per il riciclo, miglioramento della raccolta dei rifiuti, aumento del riciclo meccanico, aumento della conversione chimica) e una migliore gestione ed eliminazione dei rifiuti che non possono essere riciclati (costruzione di infrastrutture per la gestione sicura dei rifiuti che ancora non si è in grado di riciclare, riduzione dell’esportazione dei rifiuti di plastica dai paesi più ricchi verso i paesi più poveri).

Agire subito a livello nazionale

Lo studio mostra che l’implementazione dei vari interventi è tecnicamente fattibile, economicamente sostenibile e socialmente accettabile. Non è la mancanza di soluzioni tecniche che impedisce di risolvere il problema dei rifiuti di plastica nell’oceano, ma piuttosto il fatto che gli attuali sistemi normativi, i modelli di business, gli incentivi e i meccanismi di finanziamento sono inadeguati. Un esempio citato nel rapporto è quello degli incentivi “perversi” per l’estrazione di combustibili fossili erogati dai governi, incentivi che fanno diminuire il prezzo della plastica vergine. Per mettere in atto lo scenario System Change gli autori indicano tre scale temporali d’intervento: 2020-2022, 2025, 2030 e avvertono che è necessario iniziare ad agire subito. Posticipare al 2025 l’implementazione dei vari interventi determinerebbe 80 milioni di tonnellate aggiuntive di rifiuti di plastica in mare. “Molte delle azioni normative possono avvenire a livello nazionale già nel 2020-2022 – spiega Sarah Baulch - Ad esempio, è fondamentale che gli Stati creino leggi per eliminare il sovra imballaggio e tutti gli altri usi superflui della plastica. Inoltre è importante che i governi introducano incentivi economici per il riutilizzo e i sistemi di ricarica, nonché norme che assicurino che la plastica sia progettata per il riciclaggio e che sia effettivamente riciclata. Affinché ciò avvenga, i governi dovranno introdurre standard per garantire che i produttori siano ritenuti responsabili dei loro prodotti quando questi diventano rifiuto e che vi siano requisiti di contenuto minimo di plastica riciclata nei nuovi prodotti”.
La ricercatrice spiega che l’
azione a livello nazionale è particolarmente importante perché come nel caso del cambiamento climatico, i meccanismi di politica internazionale spesso sono più lenti. Nel 2018 l'Organizzazione marittima internazionale ha adottato un piano d’azione sui rifiuti di plastica che provengono da attività marittime, mentre gli emendamenti alla Convenzione di Basilea sul commercio e l’esportazione dei rifiuti di plastica entreranno in vigore nel 2021. Anche l'Assemblea per l’ambiente delle Nazioni Unite ha concordato una serie di risoluzioni sui rifiuti marini e sulle microplastiche.
Tuttavia, spiega la ricercatrice, permangono delle lacune e spesso si potrebbe esplorare un accordo internazionale vincolante per garantire l'adozione di misure coerenti e ambiziose a livello globale.

Ridurre la produzione di plastica e proibire i prodotti non riciclabili

Per raggiungere gli obiettivi dello scenario System Change, le priorità di azione sono diverse nelle varie aree geografiche. “Nel Nord globale – spiega Enzo Favoino, ricercatore presso la Scuola agraria del Parco di Monza e uno degli esperti coinvolti nello studio – le priorità di azione sono la riduzione della produzione di plastica e il miglioramento delle capacità di riciclo.” Il ricercatore spiega che a questo scopo si possono sfruttare le opportunità offerte dalla Direttiva europea sulla plastica monouso, anche se questa “ha uno scopo limitato” perché ad esempio non include gli imballaggi oppure per i contenitori di bevande si limita fino a 3 litri. “Nel Sud globale invece è necessario migliorare il grado di copertura della raccolta dei rifiuti. Il fatto che non ci siano sistemi formali di raccolta dei rifiuti deve diventare “dato di progetto” per la tipologia d’imballaggi che sono immessi sul mercato”, spiega il ricercatore. Cioè, se un tipo di prodotto di plastica non può essere riutilizzato o riciclato in un determinato paese, allora non deve poter essere immesso sul mercato di quel paese. Favoino spiega che si deve puntare su “durevolezza dei prodotti di plastica e su modelli di riuso, ed eliminare le plastiche monouso che non possono essere riciclate”. Come esempio l’esperto cita i sachets, le piccole confezioni di plastica usate per vendere dosi uniche di prodotti cosmetici che dato il loro basso costo sono diffusissime nei paesi più poveri. I sachets sono commercializzati da multinazionali del Nord globale. Anche se raccolti non hanno alcun valore dal punto di vista del recupero del materiale plastico, e la maggior parte delle volte sono dispersi nell’ambiente dopo l’uso.

Italia: serve riorganizzare la normativa ambientale, sanitaria, fiscale, lavorativa

Così come gli altri paesi del Nord globale, per contribuire alla realizzazione dello scenario System Change, l’Italia deve ridurre la produzione di plastica e migliorarne la capacità di riciclo. “Un esempio d’incentivo fiscale per favorire la riduzione della produzione di plastica è quello della tassa europea sulla plastica che entrerà in vigore il 1 gennaio 2021 e prevede il pagamento di 0,80 centesimi di euro per ogni chilogrammo di plastica da imballaggio non riciclata”, dice Favoino. Il ricercatore spiega che è una formulazione un po’ strana, perché è calcolata a consuntivo e molto probabilmente avrà un impatto economico moderato. “La cosa più semplice sarebbe introdurre una tassa sui polimeri vergini”.
“I paesi membri inoltre potrebbero introdurre delle misure suppletive, come degli obiettivi specifici di riuso e riduzione, oppure prescrivere dei requisiti essenziali per gli imballaggi che derivano dalla nuova Direttiva europea sugli imballaggi, che obbliga a promuovere la durevolezza e il riuso.” A livello italiano, il ricercatore cita il
Decreto Clima convertito in legge nel dicembre 2019 che nell’articolo 1 prevede la facoltà per il consumatore di utilizzare dei contenitori riutilizzabili portati da casa per l’acquisto di prodotti freschi da banco, oltreché un contributo a fondo perduto in favore di esercenti commerciali per incentivare la vendita di detergenti o prodotti alimentari sfusi o alla spina. “È insufficiente, ma è un primo passo”, commenta Favoino.
Incentivare un’economia circolare della plastica a livello italiano richiede una riorganizzazione della normativa ambientale, sanitaria, fiscale, lavorativa - spiega Favoino - Infatti ci sono nuove fattispecie di servizi che devono essere codificati e promossi, come ad esempio il nuovo modello di business del tipo Product as a service che consiste nel noleggio di contenitori riutilizzabili e spesso include anche il lavaggio”. Favoino cita l’esempio della città di Berkeley, in California, dove un’ordinanza municipale obbliga il cliente al pagamento di 25 centesimi di dollaro per le tazze usa e getta utilizzate nei bar, e il prezzo deve essere chiaramente indicato sullo scontrino; mentre le tazze riutilizzabili costano 15-20 centesimi di dollaro (costo che include noleggio e lavaggio dei contenitori, come ad es. nel sistema Vessel).

Ridurre l’inquinamento da plastica avrà impatti positivi sull’economia globale

Le analisi economiche condotte nell’ambito dello studio mostrano che attuare gli interventi sistemici per ridurre la produzione di rifiuti di plastica e la loro dispersione nei mari, così come previsto nello scenario System Change, avrebbe degli impatti positivi anche dal punto di vista economico. Infatti, il costo totale per i governi per la gestione dei rifiuti di plastica nello scenario System Change tra il 2021 e il 2041 è stimato attorno ai 600 miliardi di dollari, contro i 670 miliari di dollari che sono necessari nello scenario Business as usual.
In altre parole, risolvere il problema dell’inquinamento da plastica farebbe anche risparmiare i governi. E quindi i cittadini.