L’ultima crisi alimentare globale data 2007-2008. Allora una serie di concause - dall’aumento del prezzo del petrolio, alla riduzione delle superfici coltivate a fini alimentari a favore di quelle coltivate per fare biocarburanti fino alle previsioni di aumento della domanda da Cina e India - provocò la generale riduzione delle scorte alimentari e una lunga crisi multisettoriale che allungò i suoi effetti fino alle primavere arabe del 2010-11.
Ma secondo
Maurizio Martina, vicedirettore generale FAO la lezione è servita. “L’impennata dei prezzi del cibo nel 2007-2008 - dice a Materia Rinnovabile - portò i grandi paesi produttori a limitare le esportazioni per gestire i problemi di approvvigionamento interno. Allarmati dagli aumenti incontrollati, altri paesi aumentarono le importazioni alimentari causando un incremento della domanda e spingendo i prezzi verso ulteriori rialzi. Memori di quella crisi, durante la pandemia i governi si sono impegnati a mantenere attivo il flusso del commercio alimentare, nonostante le chiusure e la difficoltà di movimento sia per le merci che per il lavoro”.
Oggi, inoltre, le scorte sono messe meglio del previsto, perché la scorsa stagione cerealicola è stata abbondante. I cereali russi e ucraini, inoltre, sono fondamentali solo se si osserva la situazione con un occhio coperto: rappresentano circa un terzo del mercato globale del grano, ma…
il 75% del grano prodotto nel mondo non arriva sul mercato globale. Sicché si sta parlando del 30% di un quarto del grano prodotto al mondo, ovvero, in termini assoluti, circa l’8% (dati ARI, Associazione rurale italiana).

Sicurezza alimentare a rischio per i Paesi in via di sviluppo

Hanno tuttavia ragione di preoccuparsi i paesi la cui sicurezza alimentare dipende strettamente dalle importazioni russo-ucraine. Tra questi non compaiono i paesi europei, né gli USA, né il Canada, ma “ad esempio l’Egitto – spiega Ekart Woertz, direttore, presso il GIGA (German Institute for Global and Area Studies) della sezione Medio Oriente – che importa circa il 60% del suo fabbisogno di cereali e dovrà rapidamente trovare altri fornitori. Il grano di Russia e Ucraina costa meno perché è di minore qualità; dunque i paesi poveri ripiegano su questa opzione. Inoltre, questi due paesi sono anche grandi esportatori di orzo, fondamentale nell’alimentazione animale. Quindi il conflitto, specialmente nei paesi più poveri, potrebbe avere ripercussioni anche sui prezzi della carne e sulla disponibilità di cibo per gli allevamenti. Paesi come lo Yemen, dove c’è una guerra iniziata nel 2015, oppure l’Algeria e la Tunisia, hanno seri motivi di preoccupazione”.
Lo conferma Martina: “Russia e Ucraina garantiscono il 19% della produzione mondiale di orzo, il 14% della produzione di grano e il 4% della produzione di mais. Sono anche i principali fornitori di colza e coprono il 52% del mercato mondiale delle esportazioni di olio di semi di girasole. L’interruzione della catena di approvvigionamento nella filiera di produzione di cereali e semi oleosi e le restrizioni alle esportazioni metteranno
a rischio la sicurezza alimentare, soprattutto per i circa 50 paesi che dipendono da Russia e Ucraina per oltre il 30% della loro fornitura di grano. In molti casi si tratta di paesi in via di sviluppo o di paesi a basso reddito dell’Africa settentrionale, dell’Asia e del Vicino Oriente”.

Crisi del grano e speculazioni

Se il pericolo per l’Europa è così improbabile, perché l’allarme e l’aumento dei prezzi? “I prezzi aumentano - risponde Monica di Sisto, vicepresidente di Fairwatch, ONG italiana che si occupa di economia solidale – perché le derrate da reddito (le commodities) come i cereali non seguono la reale disponibilità, ma le quotazioni di borsa, al pari di petrolio, gas, alluminio. Se il mercato si “innervosisce” ci si può speculare su. L’allarme in Europa invece si diffonde perché chi nel 2020 aveva dovuto fare buon viso al Green New Deal, ora può indebolirlo, minando le strategie Farm to Fork e Biodiversità. Ci hanno provato (in parte riuscendoci) con la Pac; con il Pnrr si sono introdotte ulteriori correzioni; ora sull’onda della presunta emergenza alimentare si riprova a depotenziare quelle linee guida”.
Questa tesi trova conferma nelle
richieste della Coldiretti al ministro italiano dell’Agricoltura: rimuovere il vincolo al non incremento della superficie irrigabile; cancellare l’impegno del 10% di terreni incolti; dichiarare che le NBT non sono OGM così da consentirne la coltivazione in campo (ribaltando una sentenza della corte europea). Poche settimane di guerra tra Russia e Ucraina e, secondo Prandini, presidente di Coldiretti, “la stessa Politica agricola comune (Pac) e il Pnrr oggi sembrano già inadeguati a rispondere alle esigenze del tempo nuovo che stiamo vivendo”. 

La biodiversità come unica difesa contro le carestie

Da Russia e Ucraina, però, arrivano anche i fertilizzanti di sintesi, che – questi sì – sono fondamentali per le aree, tra cui tutta l’Europa, che hanno iper-industrializzato le proprie agricolture. Se scarseggiano e dunque rincarano i fertilizzanti, non le importazioni, ma il cibo prodotto internamente può aumentare di prezzo. Che si fa? Si ripensa, come da Green Deal, il modo in cui trattiamo i suoli – anche a fronte di quel 30-35% di cibo che regolarmente finisce in discarica? o ci si straccia pubblicamente le vesti chiedendo, come un disco rotto, produttività?
Si sceglie di insistere nell’errore, come rimarca
Salvatore Ceccarelli, impegnato da decenni in un tandem di ricerca con Stefania Grando, nella diffusione, coltivazione e trasformazione di popolazioni evolutive di frumento che stanno dimostrando il loro valore non solo in Medio Oriente e Africa subsahariana, ma anche in Italia. “La crisi che oggi paventiamo per via di Putin – spiega - poteva arrivare per altre strade: una siccità, una stagione troppo fredda nelle aree produttrici. Il problema è la forsennata corsa all’uniformità delle agricolture, che nel tempo ha cancellato l’unica vera difesa contro le carestie, la biodiversità. In un mondo che cambia così rapidamente, inclusi i cambiamenti climatici, come si può reagire insistendo sull’uniformità? Bisogna tornare a ragionare di sementi gestite dagli agricoltori, perché le aziende sementiere non proteggono la biodiversità. In Italia abbiamo cancellato le coltivazioni di miglio, di sorgo, non produciamo nemmeno tutto il grano che ci serve. Lo compriamo dove costa meno senza domandarci perché costa meno, cosa succede ad una derrata deperibile come il frumento quando fa viaggi così lunghi. Nei territori dove si sono avviati progetti coerenti, il contadino è remunerato come si deve e i consumatori non spendono cifre irragionevoli. Ma le politiche agricole non hanno mai favorito la produzione e la diffusione del cibo di qualità”.

Immagine: Tom Hauk (Unsplash)