Scarsa attenzione a clima e biodiversità, e uno sbilanciamento a vantaggio delle aziende più grandi, che puntano a perpetuare logiche industriali. Questo in sintesi il giudizio delle associazioni e dei piccoli produttori europei sui capitoli dei Pnrr relativi all’agricoltura e al cibo. Rimangono però ancora spazi di miglioramento.

Nei prossimi anni, il cibo dell’Europa sarà segnato da tre elementi che in queste settimane si incontrano e che dovrebbero funzionare come le bamboline matrioska: la più grande contiene la più piccola, a patto però che abbiano la stessa forma, la stessa logica.
La prima bambolina è il
Green New Deal dell’Unione europea: un grande piano a favore della sostenibilità delle produzioni e dei servizi dei paesi membri. Al suo interno c’è la strategia Farm to Fork, la pianificazione degli obiettivi da raggiungere per creare sistemi alimentari sostenibili. La seconda è la Pac, la Politica agricola comune, ai cui fondi gli Stati accedono grazie ai Piani strategici nazionali di sviluppo rurale: la Pac è una forma di sussidio all’agricoltura che esiste da decenni, con un budget importante (circa il 40% del bilancio dell’Ue). La terza bambolina, arrivata con la pandemia, è il Next Generation EU, consistente fondo “una tantum” stanziato dall’Unione europea per favorire la ripresa del dopo Covid-19: per accedere a questi fondi gli Stati hanno redatto i Piani nazionali di ripresa e resilienza (Pnrr).
Tecnicamente, si tratta di tre linee di budget indipendenti (Green New Deal, Pac, Next Generation EU), ma poiché riguardano il futuro degli stessi paesi, cioè gli stessi governi e gli stessi cittadini, dovrebbero costruire un quadro armonico e coerente.
Il tema più attuale è quello dei
Pnrr, consegnati a Bruxelles ad aprile. Ad alcuni referenti del mondo dell’agricoltura e della sostenibilità di Francia, Grecia, Italia e Spagna abbiamo chiesto che giudizio danno delle sezioni relative all’agroalimentare.

Il Pnrr della Grecia dimentica la crisi climatica

Vassilis Gkisakis, membro del direttivo di Agroecology Europe e responsabile di Agroecology Grecia, commenta: “Il livello di sostegno e finanziamento nel Pnrr greco al settore agricolo si concentra principalmente sulla modernizzazione tecnologica e sulla tendenza ad adattare modelli orientati al mercato e alta tecnologia per l’agricoltura, invece di dare priorità a sfide pragmatiche come la crisi climatica, il degrado dell’(agro)ecosistema e la perdita di biodiversità (agricola). Nello specifico promuove: grandi progetti tecnici, come le reti di irrigazione (fino a 200 milioni di euro) e la trasformazione e l’ammodernamento del settore agroalimentare (520 milioni di euro) con un chiaro focus sull’agricoltura ‘smart’, sulla trasformazione digitale e sulla promozione dell’agribusiness e del mercato. Certo, nel piano si fa qualche riferimento, nella componente 4.6, alla cosiddetta ‘agricoltura verde’ e alla ‘trasformazione ecologica’ dei prodotti agricoli, ma senza alcuna concretezza di proposte. Inoltre, è piuttosto triste che il sostegno alle azioni di ricerca e innovazione (componente 4.5) abbia solo un finanziamento di 25 milioni di euro (più altri 18 milioni per sostenere l’eccellenza dei progetti europei Horizon) che penso possa essere definito scarso”.
Se si potrà correggere qualcosa in corso d’opera, su quali elementi dovrebbe concentrarsi la Grecia? “Credo che la parte del Pnrr dedicata all’agricoltura sia la più debole. Ci vuole un piano solido, con azioni trasformative efficaci che affrontino le principali sfide della crisi climatica, la perdita di biodiversità, nonché altri aspetti socioeconomici, come l’indebolimento delle comunità rurali (che ha come conseguenza l’esodo rurale), la perdita di reddito ecc. Manca anche qualsiasi riferimento alla sintonizzazione con il Green Deal. Considerando anche il punto di vista neoliberista, orientato al business, dell’attuale governo greco, diventa difficile dire se ci sarà flessibilità nell’attuazione del Pnrr”.

Niente agricoltura biologica nel Piano della Spagna

Non sembra troppo diversa la posizione, sul Pnrr spagnolo, di Antonio Aguilera della Fundación Savia por el compromiso y los valores, una non profit per la valorizzazione della ruralità: “Innanzitutto, questo piano non è nato da un processo trasparente e partecipativo. Nessuno ha potuto fare proposte. Lo abbiamo ricevuto, e insieme a noi tutti gli altri attori coinvolti, 3 giorni prima dell’invio del documento al Parlamento, che in 4 giorni l’ha approvato e spedito a Bruxelles. Venendo ai contenuti, certamente il Pnrr si pone obiettivi molto importanti, come quello dello spopolamento rurale, ma nelle 400 pagine del documento tutto resta sul vago, senza dettagli e con concetti generici. Si parla di modernizzazione e sostenibilità ma non si capisce cosa intendano. Non si parla esplicitamente di produzione ecologica, non viene menzionato l’obiettivo della strategia Farm to Fork, che prevede il 25% di biologico entro il 2030. Il tema dei sistemi di irrigazione è molto evidenziato, ed è vero che vanno ammodernati, ma sono 20 anni che si parla di uso più efficiente dell’acqua in agricoltura, quindi questo va bene, ma... era doveroso e anche già in corso d’opera. Dovrebbero usare quei fondi per fare quello che non hanno fatto prima, altrimenti dove sta il cambio? Temo che si confonda l’irrigazione con la produzione, senza badare a come si usa l’acqua, senza pensare al valore aggiunto di agricoltura e allevamento. Ci sono settori chiave di cui non si parla, come quello della trasformazione: la Spagna vende molto olio sfuso, ed è un problema, perché è olio di qualità ma non lo valorizziamo”.
Sulla pesca va meglio? “L’anno scorso si sono abbassate le quote e ora si ragiona sulla sostenibilità del settore. Tutto questo sta nelle direttive europee. Nel documento ci sono tre pagine dedicate alla modernizzazione e sostenibilità della pesca, ma – anche qui – senza concretezza, senza riferimento agli arnesi di pesca, al tema della trasformazione che è importante anche in questo settore: il pescato spagnolo viene lavorato prevalentemente fuori dall’Unione europea”.
Nemmeno la
Coag (Coordinadora de Organizaciones de Agricultores y Ganaderos), la principale associazione di categoria spagnola, ha apprezzato il mancato coinvolgimento dei portatori di interesse, ma il giudizio sul Piano è meno negativo. José-Luis Miguel de Diego, coordinatore tecnico, ammette: “Quando ci hanno mandato il documento, linee e somme erano già decise. La maggior parte dei soldi è destinata all’irrigazione, che è una priorità vera, insieme alla questione energetica, e infatti sono 563 milioni su 956. Anche sulle linee di altri investimenti minori, come quelli relativi alle energie rinnovabili, all’agricoltura di precisione, alle serre, all’economia circolare, non possiamo essere in disaccordo. Tuttavia, ora si sta discutendo su come realizzare questa agricoltura 4.0, e la stanno intendendo come un aggiornamento in ambito digitale. Ma l’evoluzione tecnologica non deve lasciar fuori l’agricoltura. Si sono tenute in considerazione le questioni di sostenibilità legata alle trasformazioni digitali? Lo vedremo”.
Il fatto che non sia stata considerata l’agricoltura biologica non è un problema? “Se avessimo partecipato forse avremmo fatto altre proposte, ma i temi sul tavolo sono quelli giusti. È vero che nel Pnrr non c’è il tema dell’agricoltura biologica, ma la questione delle serre o dell’irrigazione è importante anche per i biologici; e il tema del biologico c’è nel Piano strategico di sviluppo rurale”.
Come si incastra tutto questo con la Pac? Nell’elaborazione del piano strategico per la Pac stiamo partecipando. Il Green Deal è in linea con la Pac e Timmermans sta spingendo perché si tengano in considerazione i temi ambientali. Noi, a differenza di altri Paesi, non abbiamo il problema degli allevamenti industriali: il comparto polli (uova incluse) e maiali sono fuori dalla Pac. Restano gli allevamenti bovini, ma qui da noi sono quasi tutti estensivi, e prendono i contributi sulla base degli ettari dedicati a foraggio”.
Un commento laterale arriva da Alfonso Lacuesta, esperto di catene di valore che collabora con l’Università di Burgos: “In realtà non è esatto dire che non hanno coinvolto nessuno. Hanno convocato un forum sulla transizione ambientale e digitale, a fine 2020. Di tutti gli attori possibili, hanno invitato 20 entità. Ora, il 98% delle aziende in Spagna ha meno di 200 dipendenti. Loro hanno invitato i rappresentanti dell’altro 2% e il rischio che corriamo, oggi, è che i fondi di Next Generation EU vadano a finanziare i progetti di Bayer che ha un’azienda di 1.000 ettari a Siviglia sui quali intende realizzare la cosiddetta agricoltura 4.0”.

Confusione sull’agroecologia in Francia

Una musica simile si ascolta in Francia. Félix Noblia, vicepresidente di Fermes d’Avenir, associazione di circa mille aziende che si occupa di diffondere i modelli agroecologici: “In Francia ci sono due sindacati agricoli: uno raggruppa le aziende medio-piccole, l’altro quelle grandi, globali: solo quest’ultimo è stato consultato dal governo e il risultato è che il Pnrr francese per i grandi va benissimo: ingenti somme dedicate ai macchinari, alle tecnologie e poco o nulla per quanto riguarda una nuova idea di sviluppo o un riassetto della parte commerciale. L’obiettivo chiave è produrre di più, l’agroecologia nemmeno si nomina. Scrivono molto bene, ma le misure che descrivono non possono portare a cambi seri e positivi. Lo hanno dimostrato anche nel Piano strategico nazionale per la Pac, dove stanno cercando di mischiare convenzionale e biologico sotto un unico marchio, Hve – Haute valeur environnementale (Alto valore ambientale), che confonderà i consumatori e danneggerà chi lavora nel biologico: le condizioni per ottenerlo sono vaghe, e fatte soprattutto di burocrazia e di misure relative a quanti alberi pianti e quanta diversità hai in azienda, ma poi come la coltivi questa diversità non importa. I consumatori vedranno la sigla Hve e penseranno che sia un equivalente del biologico”.
Ma il Pnrr francese ha un’ottima reputazione, viene citato come prodotto di una politica consapevole dei problemi ambientali. Non c’è nulla da salvare? “Se potessi decidere io, chiederei che si concentrassero sul tema dei cambiamenti climatici, da cui derivano i temi dell’agricoltura del futuro e della sicurezza alimentare. Quello che secondo me si deve fare è condizionare i fondi alla quantità e modalità di sequestro del carbonio. Quanto carbonio sequestri? Quanta chimica usi? Quanta aratura pratichi? Quanta materia organica restituisci al suolo? Quante persone per ettaro impieghi? Sulla base di questi criteri si danno i contributi. Noi che pratichiamo tutti i giorni l’agricoltura sostenibile, noi che ci manteniamo con questo lavoro, e quindi sappiamo come renderlo profittevole, sappiamo come conciliare il Green Deal con la Pac e con il Pnrr, ma il governo non è interessato ad ascoltarci, non è orientato al cambiamento: le multinazionali sono felici con il vecchio sistema, se consultano solo loro, non cambierà niente”.

L’ambigua “rivoluzione verde” del Pnrr italiano

A parlare di multinazionali viene in mente che nel Pnrr italiano si parla di “rivoluzione verde”, una formula che negli ultimi settant’anni circa è stata usata in almeno un paio di epoche e non ha mai portato niente di buono, o per lo meno niente di “sostenibile” o “resiliente”.
Carlo Triarico, presidente dell’Associazione per l’agricoltura biodinamica, condivide la perplessità: “Questa espressione è la pericolosa mutazione italiana di Green Deal e Transizione Ecologica adottati in Europa. Il suo uso testimonia i riferimenti culturali, anche inconsapevoli, di chi la adotta. Il termine nacque come inganno dialettico per fermare le rivoluzioni sociali e disperate degli affamati e riprendere il controllo delle popolazioni del Sud del mondo, attraverso infrastrutture chimico industriali e un’agricoltura iperproduttiva, capace di controllo sociale e fortemente dannosa per l’ambiente”.
Qual è la sua opinione sulla parte “food” del Pnrr italiano? “L’Ue impiega un terzo del suo bilancio per l’agricoltura, ma i benefici prevalenti non vanno all’agricoltura. Decenni di politiche di riduzione dei bilanci hanno portato a un impoverimento dei paesi europei più poveri, e hanno depresso l’economia generale dell’Ue; oggi si inverte la marcia con una iniezione di risorse su un piano di riforme, che deve combinare economia ed ecologia. L’obiettivo non deve essere far crescere l’economia limitatamente all’ecologia, ma far crescere l’economia grazie all’ecologia. L’agricoltura è il campo privilegiato per questo, ma dobbiamo immaginare un’azione di sistema per il modello italiano di qualità. In questo, le forme più retrive di opposizione a un percorso di transizione emergono molto attive. Lo testimonia il caso dell’opposizione alla legge sul biologico, con una campagna mediatica a reti unificate di discredito della biodinamica, senza possibilità di contraddittorio”.
Quali sono le lacune principali di questo Pnrr? “L’Ue ci chiede riforme che si pongano obiettivi ambientali misurabili e qualitativamente apprezzabili: destinazione del 40% delle risorse all’economia dell’ambiente, verifica del minimo danno ambientale di ogni azione, rafforzamento dell’agricoltura del Sud in direzione ecologica, sensibilizzazione dei cittadini per consumi virtuosi. In questo Pnrr non li vedo. Leggo invece proposte prive di obiettivi organici. Si finanziano nuovi trattori che inquinino meno, motorizzazione a gas, strumenti di precisione, misure che certo di per sé non sarebbero male, ma se non c’è progetto organico in agricoltura, sono destinate a fallire. Possibile, per esempio, che in Italia, il primo paese per agricoltura bio, sia stata rimossa l’agricoltura biologica, che l’Ue vuole più che triplicare in 10 anni?”.
E l’allevamento? Aldo Grasselli, presidente della Fvm (Federazione veterinari, medici e dirigenti sanitari) condivide le perplessità finora esposte e rincara: “La produzione zootecnica è un tema cruciale. Produrre carne (o pesci) è termodinamicamente fallimentare. L’allevamento animale è uno dei fattori di mutamento climatico, mi sarei aspettato un Pnrr più attento all’educazione alimentare, alla riconversione green delle diete alimentari. Non è necessario diventare vegetariani, ma il consumo di alimenti di origine animale deve essere promosso insieme al benessere animale e in un’ottica ‘biocompatibile’, dove bio è la vita di tutto il pianeta”.
Qual è la lacuna più grave del Pnrr italiano? “Manca una riflessione seria sul tema dell’acqua. L’agricoltura consuma il 70% delle riserve idriche del pianeta. È impossibile spingere le produzioni se il vettore di ogni filiera è insufficiente. I prelievi di acqua dolce sono triplicati negli ultimi 50 anni, e se ne prevede un aumento del 50% entro il 2050. E i giacimenti sotterranei non sono rinnovabili in tempi compatibili con le esigenze umane. Non resta che la dissalazione, ma ha altri costi ambientali”.

Il fatto che tutte le associazioni che si occupano di agricoltura e sostenibilità in paesi diversi abbiano giudizi similmente sconsolati non ha niente a che fare con il “mal comune mezzo gaudio”.
Le speranze di miglioramento puntano ora su una reazione dell’Ue che obblighi gli Stati a rivedere le parti meno sostenibili e meno coerenti dei loro Piani, ma – al di là della verosimiglianza di questa ipotesi – anche questo è un segnale tutt’altro che confortante.

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