ll progetto biometano a km 0 è stato avviato da Gruppo CAP, come sperimentazione, nell’agosto 2016 presso il depuratore di Niguarda-Bresso (Milano), con il supporto scientifico del CNR e grazie alla collaborazione tecnologica di Fiat Chrysler Automobiles - FCA. Prevede la produzione di biometano dai fanghi reflui della depurazione, come alternativa sostenibile, ecologica e innovativa rispetto alle forme tradizionali di smaltimento dei fanghi, che progressivamente si stanno dimostrando sempre meno percorribili e meno accettabili sotto il profilo ambientale, oltre che più dispendiose nei risvolti economici.
Il biometano è un gas che contiene almeno il 95% di metano ed è prodotto da fonti rinnovabili. Deriva dal biogas prodotto dalla digestione anaerobica (in assenza di ossigeno) di
biomasse in ambiente controllato (digestore). Sottoposto a un processo di purificazione e di upgrading, raggiunge la qualità del gas naturale e, rispettando le caratteristiche chimico-fisiche previste nelle direttive dell'AEEGSI, è idoneo alla successiva fase di compressione per l'immissione nella rete del gas naturale. Abbiamo approfondito il progetto con Andrea Lanuzza, Direttore Generale Gestione di Gruppo CAP.

Andrea Lanuzza CAP
Andrea Lanuzza, Direttore Generale Gestione Gruppo CAP

Come è nata l’idea di produrre biometano in larga scala dopo la prima sperimentazione?
Nel 2018 Gruppo CAP ha cominciato a progettare e realizzare il primo impianto di produzione di biometano da fanghi di depurazione in Italia. Fare biometano vuol dire prendere il biogas all'interno del quale esistono diversi gas (uno dei quali è il metano presente in quote fra il 60 e 70 %), ripulirlo da tutto quello che non è metano, per poi comprimerlo e quindi produrre gas che può essere usato come combustibile di origine non fossile. Noi avevamo già in essere la produzione di biogas dal trattamento dei fanghi che arrivano ai nostri impianti via condotte (cioè attraverso la rete fognaria e quindi senza nessuna forma di trasporto), ma questo biogas, al tempo, era trasformato semplicemente in energia elettrica e non era previsto a livello normativo che potesse essere trasformato in biometano, né che questa operazione potesse essere incentivata. Dopo aver avviato il progetto, grazie anche al supporto del Cnr e di un forcing non indifferente, siamo riusciti a far introdurre la parola “fanghi di depurazione” nel Dm biometano. Così siamo partiti con l’impianto di Bresso, che oggi produce circa 90 metri cubi/ora.
Ma non finisce qui. Il biometano, infatti, viene prodotto anche da altre matrici organiche come gli
scarti agricoli e la forsu (frazione organica del rifiuto solido urbano). Per fare ciò servono però digestori anaerobici, strutture che Gruppo CAP già possiede nei propri impianti di depurazione. Allora ci siamo detti: perché, anziché costruire nuovi impianti, non usiamo asset già esistenti per fare questo mestiere?

Come avete industrializzato questa idea?
Questa idea è stata industrializzata in due forme. La prima è il progetto Biopiattaforma di Sesto San Giovanni (biopiattaformalab.it), progetto di simbiosi industriale che unisce termovalorizzatore e depuratore trasformandoli in una biopiattaforma dedicata all’economia circolare carbon neutral. A Sesto San Giovanni Core (Consorzio recuperi Energetici) gestisce un vecchio forno di trattamento termico dei rifiuti indifferenziati di 5 comuni. CAP cosa fa? Propone a Core un cambio di paradigma: prendiamo il vecchio forno e gli esistenti digestori anaerobici del contiguo impianto di depurazione e li trasformiamo per trattare sia fanghi che oggi non possono andare in agricoltura, sia rifiuto organico. Più o meno funziona così: il trattamento termico dei fanghi produce calore; questo calore viene usato sia per essiccare i fanghi e portarli all’autotermia, sia per la rete di teleriscaldamento e sia per scaldare quei grandi stomaci che sono i digestori anaerobici. Questi digestori non trattano più fanghi, in quanto gli toglierebbero potere calorifico, ma trattano la forsu prodotta sempre in maggiori quantità dai comuni (grazie ad una raccolta differenziata in continuo miglioramento), e, da questa, producono biogas da cui viene estratto biometano, che poi noi restituiamo ai mezzi che opereranno nel territorio. Quindi l’obiettivo è utilizzare il trattamento termico per i fanghi e allo stesso tempo evitare l’esternalizzazione del rifiuto organico, facendo sì che i Comuni non lo portino a smaltire altrove, ma lo portino ai nostri digestori anaerobici di Sesto.
Inoltre i
surnatanti super concentrati derivanti dal trattamento del biogas sono utili a Sesto. Questo è infatti il primo impianto in Italia che fermenta i ritorni della digestione, così da auto prodursi dei chemicals organici che servono a sostenere la depurazione. Mi spiego meglio. In Lombardia le acque reflue sono diluite dalla falda e quindi bisogna aggiungere soluzione carboniosa via metanolo per fare in modo che la depurazione funzioni bene. Grazie all’impianto, questo metanolo lo produciamo in casa. Noi siamo in grado di concentrare gli acidi grassi volatili che si trovano nei surnatanti di digestione, che sono di fatto carbonio, e di riutilizzarli nel processo, invece che comprarli da fuori. Inoltre sarà anche il primo mono incenerimento in Italia da cui si potrà andare ad estrarre fosforo dalle ceneri, considerato materia prima critica dalla Commissione europea. Ecco questo è il processo e il progetto della Biopiattaforma di Sesto San Giovanni.

Quali impatti positivi avete?
Grazie a questo processo risolviamo il problema dei fanghi prodotti sempre in maggiori quantità; smettiamo di comprare su un mercato esterno, internalizzando un’attività che genera economie di scala; recuperiamo il fosforo e produciamo calore per la rete di teleriscaldamento e per i digestori che trattano i rifiuti organici prodotti dai comuni e che ora vengono esternalizzati.
Da questo
progetto di Sesto San Giovanni, che vale circa 50 milioni di euro, nasce l'idea di estendere il concetto anche agli altri depuratori e digestori anaerobici della Città metropolitana di Milano. Facendo crescere questo progetto potremo trattare fino a 100/110 mila tonnellate all'anno di forsu, cioè circa il 25% del rifiuto complessivo prodotto dal territorio. Ciò rappresenterebbe anche una certezza per il cittadino, che vedrebbe la forsu trattata da una società pubblica che già conta 61 impianti di depurazione in gestione e che gode di un controllo diffuso da parte degli stakeholder del territorio.

Avete anche intenzione di replicare la tecnologia con altre utilities fuori dall’area della città metropolitana?
Ci concentreremo sugli asset da noi gestiti e solo in futuro guarderemo fuori dal nostro territorio, ma per ora stiamo cercando di capire se si possa collaborare con altre utilities all’interno della Regione. Stiamo comunque perseguendo il modello di simbiosi industriale tra il gestore dell’idrico e il gestore dei rifiuti per la valorizzazione dei rifiuti organici.

State già guardando ad altri vostri depuratori possibili candidati di questo processo di innovazione?
Si, circa altri sette depuratori, tra cui Cassano d’Adda, Pero, Robecco sul Naviglio, Truccazzano, Rozzano.
Il digestore anaerobico non deve per forza trattare forsu, ma può trattare anche qualsiasi altra materia organica. Per esempio abbiamo avviato un’iniziativa insieme al gruppo Danone, per cui i prodotti che dopo una certa data non possono più essere venduti e che prima venivano smaltiti, vengono portati da noi a Sesto, dove vengono messi nel digestore anaerobico così da produrre energia elettrica. Sarebbe interessante se ci fossero organizzazioni in grado di fare questa operazione in modo centralizzato, recuperando tutti i prodotti non vendibili e che non possono più andare al banco alimentare per portarli ai digestori anaerobici dove produrre energia. Potremmo così combattere lo spreco alimentare e valorizzare i residui producendo energia e biometano. Credo che su questo avremo a breve aggiornamenti...

E siete riusciti ad immettere metano in rete?
Bresso immette in rete, ma in questo caso siamo stati fortunati perché dentro l’impianto passava già la rete SNAM. Per Sesto invece abbiamo avuto lunghi tempi autorizzativi, sono serviti circa 2 anni, e costi di allaccio molto elevati.

Ci sono municipalità che usano metano per la rete di trasporti pubblici?
La sfida è sicuramente quella di integrare la visione dei differenti partner pubblici. A Bresso usiamo al momento il biometano per le nostre autovetture. A Sesto, invece, una volta che otterremo le autorizzazioni la sfida sarà quella di andare a integrarsi con le realtà pubbliche. Quello che è certo è che chiederemo ai camion che porteranno i rifiuti all’impianto di Sesto di essere a metano.

Prospettive per il prossimo futuro?
Sicuramente prima di autorizzare un nuovo impianto in una nuova area, sfrutterei aree che mi permettono di non aumentare l’occupazione di suolo pubblico. Il concetto è: sfruttiamo prima le infrastrutture esistenti che peraltro sono pubbliche. Si parla di lotta allo spreco alimentare, ma c'è anche la lotta allo spreco infrastrutturale.
Un
problema invece è che gli incentivi per il biometano finiscono a fine 2022 e un prolungamento non sarebbe male. Se ci fosse infatti un prolungamento della scadenza degli incentivi probabilmente qualcun altro proverebbe a mettere in piedi un sistema simile al nostro.
Infine, vorrei chiarire che per noi il tema del biometano si inquadra in una strategia più vasta che ci ha visti, a partire dal 2016, mettere corposamente mano a tutto il settore fognatura e depurazione, analizzando nel dettaglio le prestazioni di ogni impianto e l’organizzazione generale dei processi, con l’obiettivo da una parte di ottimizzare le fasi della lavorazione, e dall’altra di
introdurre significative modifiche nella direzione del recupero di risorse e dell’economia circolare. Per ottenere risultati in questo campo bisogna però avere ben chiaro che la rivoluzione del nostro settore dalla linearità alla circolarità, oltre che sul fronte della tecnologia d’avanguardia si giocherà su quelli dell’organizzazione dei processi lavorativi, della comunicazione e delle sinergie in simbiosi industriale con altri mercati. È da queste premesse, e dalla consapevolezza dell’importanza di applicare economie di scala, che abbiamo messo in campo i nostri esperimenti, a partire dalla sfida di produrre biometano, che ci sta dando oggi grandi soddisfazioni.