Colossale fallimento, grande successo, vittoria al minimo comun denominatore. Quale conclusione attenderci per l’importantissimo negoziato di Glasgow, la COP26?

Cosa c’è sul piatto della COP26

Il negoziato ha un compito non semplice: chiudere il libro delle regole dell’Accordo di Parigi e delineare una serie di azioni per il prossimo quinquennio per aumentare l’ambizione nella sfida della decarbonizzazione globale. Si sarebbe dovuto fare a Madrid nel 2019, ma le distanze geopolitiche EU-Cina e l’assenza degli USA bloccarono tutto.
A Glasgow sul piatto ci sono i
meccanismi trasparenti di verifica e controllo della riduzione delle emissioni proposta dagli stati attraverso gli NDCs (i contributi nazionali di riduzione emissioni), fondamentali anche per il carbon trading; l’Art. 6 sulla finanza climatica con la conferma del raggiungimento dei 100 miliardi l’anno e altri meccanismi di mercato per sostenere la decarbonizzazione ma anche l’adattamento (tema da tenere d’occhio a Glasgow, dicono gli esperti). In più, eventuali nuovi meccanismi per aumentare l’ambizione dei paesi, visto che gli NDC attuali vedono un aumento delle temperature medie a 2,7°C (“una catastrofe”, commenta un disperato Guterres).

Geopolitica del clima: Cina, India, USA ed Europa

Ma non è facile capire quale risoluzione possa trovare il permanente blocco tra mondo occidentale, che a parole si dice pronto ad essere ambizioso e raggiungere un aumento massimo di temperature medie globali di 1,5°C entro fine secolo, e il blocco dei nuovi paesi industrializzati guidati da Cina e India, che invece chiede il rispetto del principio “common but differentiated responsabilities”, per permettere uno sviluppo armonico del proprio benessere sostenuto – che ossimoro – da un’industria e una crescita alimentata ampiamente da fonti fossili - carbone e petrolio über alles. Per il primo ministro indiano Narendra Modi, la decarbonizzazione si raggiungerà solo nel 2070, come ha annunciato durante il segmento di alto livello della seconda giornata di negoziato.
Rimane in difficoltà
Joe Biden, nonostante l’ambizioso obiettivo di riduzione del 50-52% delle emissioni entro il 2030. Sebbene i giornali abbiano premiato il suo ritrovato charme internazionale, a casa non riesce nemmeno a tenere a bada i suoi senatori, con il diabolico senatore democratico Joe Manchin che ha fermato la legge sul clima, in un momento in cui i dem avevano persino il controllo di Capitol Hill, per far felice qualche migliaio di elettori che ancora lavorano nelle devastanti miniere di carbone della West Virginia. A Biden manca persino l’ok del Congresso al piano succedaneo da 555 miliardi di dollari in grant e loan per energie rinnovabili ed efficientamento dei trasporti. Una cifra insufficiente, se comparata a quanto messo sul piatto dall’Europa. Gli Usa sono ancora deboli, nonostante la stampa celebri il “successo” dell’ottuagenario presidente. Due armi gli rimangono in mano: la proposta di ridurre le emissioni di metano del 30% e un’ulteriore apertura sulla finanza climatica, tirando dentro il settore privato.
Il
Vecchio continente ha certo alzato l’asticella dell’ambizione (-55% delle emissioni di CO2 entro il 2030), ma si ritrova un gruppo di paesi ostili Polonia e Ungheria – e una serie di nazioni, tra cui l’Italia, assolutamente impreparate nella decarbonizzazione di trasporti, edilizia e nell’installazione di nuove fonti rinnovabili (solo 800 MW di rinnovabili in Italia nel 2020).

Dal G20 solo alberi

Al G20 di Roma si è deciso di piantare un miliardo di alberi entro il 2030. Un obiettivo ambizioso, ma superficiale, senza veri impegni concreti, che non tiene conto della crescente deforestazione di sistemi complessi come le foreste pluviali in paesi come Indonesia e Brasile. Hanno brindato società di piantumazione e carbon offsetting. Ma l’impatto di questa azione è finalizzato più che altro alla lotta per la desertificazione o allo sviluppo della bioeconomia del legno.
Cina e India hanno dato l’ok per lo stop dei finanziamenti pubblici delle centrali a carbone - forse la più concreta delle decisioni del “communiqué” finale del G20 - che si giocheranno ampiamente a Glasgow, insieme allo stop cinese di tutti i finanziamenti all’estero per il carbone. Un piccolo risultato a discapito di altri obiettivi ben più importanti che erano attesi: niente calendario di phase-out del carbone, niente rinuncia concreta dei sussidi alle fonti fossili, niente neutralità carbonica al 2050 ma un generico “intorno a metà secolo”, nemmeno una menzione alla riduzione del 30% delle emissioni di metano, derivate dal settore oil & gas.
Draghi e la diplomazia iItaliana hanno venduto bene un successo che di fatto non c’è stato. Hanno lavorato di fianchi e tenuto in piedi l’accordo al minimo comun denominatore. Ma a Glasgow si arriva con una forte frammentazione politica e una regia, quella inglese, che tra contenziosi con la Francia e la Scozia e un’attitudine neocolonialista con grandeur berlusconiano in salsa Brexit, non sembra il terreno più fertile per un accordo di successo.

La COP della finanza o della speranza?

Per salvare il salvabile – si mormora – si cercheranno obiettivi facili. Si allocheranno sicuramente finanziamenti e si ribadiranno meccanismi importanti per l’adattamento. Si riempiranno di preamboli di principio il testo finale della dichiarazione, accordo, decisione di Glasgow. Scriveremo delle pagine per cercare di tenere insieme l’unico prezioso, fondamentale accordo globale, l’unico che dà un senso ad un’azione globale per il clima e l’ambiente, l’Accordo di Parigi. Ci saranno giornalisti che diranno che è tutto un disastro come sempre, perché non hanno scritto altro per il resto della loro vita. Ci saranno feste per celebrare il risultato. O manifestazioni per commentare l’insuccesso.
Possiamo essere pessimisti o ottimisti, ma l’esito non è ancora certo.
C’è ancora speranza che la diplomazia riesca dove fino adesso non è riuscita. Che i cittadini si accorgano che questo non è un summit qualunque, che la stabilità del pianeta è in gioco. La Cina potrebbe sorprendere tutti e guadagnarsi un grande capitale di reputazione sbloccando l’empasse almeno sui meccanismi di rendicontazione che al momento continua a bloccare. Una delle carte pesanti che lo stesso Draghi ha mostrato di avere – quanto meno per chiudere il libro delle regole dell’Accordo di Parigi e avere almeno i meccanismi di verifica trasparente – è quello del rilancio sulla cifra della finanza climatica che potrebbe aumentare progressivamente fino a 150 miliardi di euro l’anno fino al 2025 oppure partire da quell’anno un incremento della quota della finanza climatica, aprendo però ai fondi privati e altri meccanismi market-based che fanno inorridire la società civile. Avendo Londra come host c’è da aspettarsi che questa sarà la COP della finanza, piaccia o non piaccia.
Ci sono tante strade ancora da percorre e decisioni che stanno prendendo forma proprio in queste ore per mano di tanti abili negoziatori a cui dobbiamo affidarci. Ai giornalisti rimane da seguire con attenzione gli accadimenti dei prossimi 10 giorni. A tutti noi cittadini rimane sempre la possibilità di scendere in piazza e fare sentire la voce. Chissà
cosa succederebbe se un miliardo di persone scendesse in strada il 12 Novembre per chiedere azioni più ambiziose? Chissà.