
In Europa meno della metà dei fiumi raggiunge oggi uno stato considerato buono. A pesare sono fattori diversi: scarichi civili e industriali, fertilizzanti agricoli, frammentazione dei corsi d’acqua, cambiamento climatico, periodi di magra sempre più lunghi alternati a piogge violente. In questo scenario, i fiumi perdono capacità di autodepurarsi e diventano più vulnerabili agli inquinanti. Per questo la gestione delle acque reflue ha assunto un ruolo centrale nelle politiche ambientali: non riguarda più solo lo smaltimento degli scarichi, ma la capacità di proteggere i corpi idrici e, indirettamente, le risorse irrigue e potabili.
Nell’area metropolitana milanese questo ruolo è svolto da Gruppo CAP, che gestisce il ciclo idrico e restituisce ai fiumi acqua trattata proveniente da utenze civili e produttive.
“In qualità di gestore del servizio idrico integrato, attraverso la gestione dei 40 impianti di depurazione diffusi sul territorio della Città metropolitana di Milano, CAP è impegnato quotidianamente in attività essenziali a tutela della salute degli ecosistemi dei corsi idrici superficiali, in primis canali e fiumi”, spiega Desdemona Oliva, direttrice Ricerca e Sviluppo del gruppo.
L’attività di depurazione si traduce in interventi misurabili sugli ecosistemi fluviali. “I depuratori trattano le acque reflue urbane e industriali, restituendo all’ambiente acque depurate che rispettano standard qualitativi elevati e riducono la presenza di solidi sospesi, di sostanze organiche e di elementi come azoto e fosforo – continua Oliva – La depurazione delle acque reflue pertanto contribuisce a prevenire fenomeni come eutrofizzazione e inquinamento diffuso, migliorando le condizioni chimiche e biologiche dei corsi d’acqua, soprattutto nei periodi di maggiore siccità, quando le acque depurate rappresentano una quota rilevante della portata”.
Proteggere le acque dai nuovi inquinanti
Accanto agli inquinanti “classici”, negli ultimi anni l’attenzione si è spostata su nuovi contaminanti difficili da intercettare: residui farmaceutici, PFAS, microplastiche. Si tratta di sostanze che non sempre vengono eliminate con i trattamenti convenzionali e che possono accumularsi negli organismi acquatici. Il controllo della qualità dei fiumi richiede quindi strumenti sempre più evoluti, capaci di restituire una fotografia continua dello stato delle acque. “Gruppo CAP – sottolinea Oliva – adotta un sistema integrato di monitoraggio della qualità dei corsi d’acqua che combina analisi periodiche di laboratorio, sonde multiparametriche in continuo e modelli digitali per valutare in tempo reale l’impatto degli scarichi depurati sui fiumi”. Un sistema che non si limita ai parametri tradizionali, ma guarda anche alle nuove sostanze di interesse ambientale. Le campagne analitiche “comprendono parametri chimici e biologici tradizionali, ma anche microinquinanti emergenti quali farmaci, PFAS e microplastiche. Attraverso investimenti in tecnologie avanzate, telecontrollo e ricerca applicata, l’azienda contribuisce a migliorare la qualità chimica ed ecologica dei fiumi del territorio”, rimarca Oliva.
Una risorsa sempre più preziosa
Il tema dell’acqua si lega sempre più anche a quello della disponibilità della risorsa. Con periodi di siccità più lunghi e temperature in aumento, la possibilità di recuperare acqua trattata e rimetterla in circolo assume un valore strategico. Gruppo CAP, ricorda Oliva, “sta investendo in progetti di ricerca dedicati alla qualità dei corsi d’acqua, tra cui UPSTREAM, iniziativa focalizzata sul monitoraggio e la riduzione dell’inquinamento da plastiche e microplastiche nei bacini fluviali, con sperimentazioni sul comportamento dei contaminanti e sull’efficacia di sistemi di intercettazione e trattamento innovativi”. La ricerca non riguarda soltanto l’ambiente naturale, ma anche l’evoluzione tecnologica della gestione idrica.
“Parallelamente, con il progetto europeo Digital Water City, Gruppo CAP ha sviluppato strumenti digitali avanzati per migliorare il controllo della qualità idrica, come modelli previsionali, algoritmi di early warning e piattaforme di monitoraggio in continuo che integrano dati da impianti, reti e corpi idrici. In ambito impiantistico, la ricerca sta testando soluzioni come ozonizzazione, carbone attivo, membrane e Nature-based Solutions per incrementare la rimozione dei microinquinanti prima dello scarico”.
Alcune sperimentazioni riescono addirittura a riportare l’osservazione biologica al centro del controllo ambientale. L'acqua in uscita dagli impianti di depurazione è infatti di ottima qualità, anche grazie ai trattamenti terziari presenti in alcuni specifici impianti, dotati di ultrafiltrazione e lampade UV, tanto che presso l’impianto di Canegrate viene testato l’allevamento di Alborelle in acqua reflua depurata come indicatore diretto di qualità.
Guardare al futuro
La prospettiva sul futuro resta improntata al realismo. “È realistico immaginare un miglioramento progressivo della qualità dei fiumi, sostenuto da investimenti mirati in ricerca, trattamenti avanzati e sistemi digitali di monitoraggio, ma anche la persistenza di fragilità legate agli eventi meteorici e alle pressioni diffuse”, continua Oliva. Una transizione che, secondo Gruppo CAP, non può prescindere dall’integrazione fra tecnologia e approccio ecologico. “Integrare tecnologie e soluzioni basate sulla natura permette di ridurre le pressioni a monte e di restituire continuità e stabilità agli ecosistemi fluviali”, conclude.
In questo scenario, la depurazione non è più solo una fase terminale del ciclo dell’acqua, ma uno dei suoi snodi ambientali più critici: il punto in cui la qualità tecnica della gestione si riflette direttamente sulla qualità dei fiumi e sul futuro dei territori che li attraversano.
Immagine: l'impianto di Robecco (foto: Gruppo CAP)

