Ecco, potremmo mangiarci i contenitori del cibo. Progettandoli commestibili, naturalmente. Ci sono risultati interessanti con contenitori di acqua minerale a base di alghe. Una direzione che potrebbe dare grandi risultati, e che ha già fornito ampie verifiche sperimentali, è invece quella delle pellicole edibili per avvolgere i prodotti da forno, come le tanto diffuse merendine. Ci lavora Carla Severini all’Università di Foggia, con un brevetto operativo da gennaio di quest’anno.

Ci sono due aspetti fondamentali da tenere presente in tutta la vicenda degli involucri commestibili, funzionali a ridurre la nostra sorpresa di fronte a questo scenario innovativo.

Il primo è che in natura quello che ci mangiamo, e che sta dentro, è sempre circondato da qualcosa che sta fuori ma che è fatto da materia che non è totalmente altra rispetto al contenuto. Anche se un numero crescente di piccoli di umani tende a pensare che l’involucro di platica dei tramezzini triangolari sia come la buccia delle arance, noi sappiamo che le cose non stanno così. La materia organica riesce a esprimersi con innumerevoli variazioni, e in molti casi noi ci mangiamo già tutto: zucchine, melanzane, prugne, uva, ciliegie. Mica togliamo la buccia.

Il secondo aspetto – da maneggiare evitando ogni delirio di onnipotenza – potremmo definirlo della trasversalità. Lo stato attuale della scienza dei materiali sta esplorando un territorio – la cui vastità è difficilmente prevedibile – nel quale gli ingredienti si mescolano con modalità che nulla hanno da invidiare alle più mirabolanti miscelature gastronomiche. Dopo l’era del ferro e quella della plastica, le ere monotematiche – chiamiamole così – sono finite: già oggi in molti i casi la scienza dei materiali produce migrazioni dal cibo verso oggetti che nulla hanno a che vedere con l’alimentazione. Della serie: dalla buccia delle arance si stanno progettando tessuti. Perché sorprenderci, allora, se si prendono le molecole di un certo alimento X e si usano come involucro protettivo di un altro alimento Y?

Le pellicole edibili per i prodotti da forno, poi, hanno anche altri vantaggi. Durano di più dei contenitori attuali, sono più protettive ed evitano l’uso di conservanti, consentendo solo l’utilizzo di una busta per proteggere il prodotto dalla polvere. Riescono inoltre a mantenere valori organolettici più alti: risultato un muffin più morbido e fragrante. A proposito dei conservanti: un dato di notevole importanza è che i prodotti da forno presenti negli scaffali dei nostri supermercati, se devono essere ipocalorici – e sarebbe importante estendere questo genere di alimenti – devono contenere più conservanti perché le sostanze ipocaloriche deperiscono più rapidamente. Con le pellicole edibili, invece, la shelf life – la durata sullo scaffale – si prolunga. 

In conclusione: siamo di fronte a una innovazione che presenta davvero molti vantaggi. Andrà vagliata bene sul campo, ma le premesse sono indubbiamente interessanti. Sì, forse qualcuno è stato raggiunto dalla notizia che si sono progettati anche piatti, e posate, commestibili. È vero, e l’idea è in linea con la riduzione della mole di rifiuti e, in questo caso, di inquinanti (i detersivi) che l’intero ciclo alimentare immette nell’ambiente. Certo, se al bar si ordinerà un muffin avvolto in una pellicola edibile, e servito su un piatto pure quello commestibile, è ovvio che, ricordando quanto la nostra specie indubbiamente porti nel suo codice comportamenti probabilmente solo sopiti, anche il cameriere potrebbe essere oggetto di strani sguardi. Questo per dire che certe derive, poi, non è facile fermarle.

 

Per un approfondimento sul packaging commestibile brevettato dall’Università di Foggia: tinyurl.com/odnevh4