“Mentre nelle attività di pesca tradizionali – nel Nord Atlantico – testa, intestino e lische dei merluzzi vengono scartati, in Islanda i pescatori hanno imparato a fare soldi con i sottoprodotti della pesca”, dice Thor Sigfusson, Ceo di Iceland Ocean Cluster. Secondo le loro analisi gli islandesi sono in grado di utilizzare oltre l’80% del merluzzo, mentre molti paesi vicini – come Norvegia e Canada – gettano via la metà del pescato. Sono, infatti, oltre 500.000 le tonnellate di merluzzo scartate ogni anno, in mare o come rifiuti, nella regione del Mare di Barents e attraverso l’Atlantico del Nord, da Terranova alla Norvegia. La Giornata del merluzzo si svolge per celebrare il successo delle aziende di tecnologia che hanno trovato il modo di ottenere di più da ogni pesce; ma anche per ricordare a tutti noi il valore potenziale di questa fantastica risorsa”.

Storicamente in Islanda il merluzzo alimenta una delle principali industrie del paese. In passato per tutelare i propri stock non solo l’Islanda ha minacciato guerre ai paesi limitrofi che pescano nelle loro acque, ma si è anche autoimposta misure molto restrittive nello sfruttamento della specie, quando la popolazione di Gadus morhua ha iniziato complessivamente a diminuire. E il declino continua tuttora. I dati attuali globali non offrono alcuna consolazione per i danni inflitti dalla pesca eccessiva di questa risorsa, tanto preziosa da essere chiamata anche “maiale di mare”, per la sua capacità di nutrire e sostenere la popolazione umana, nel Nord Atlantico. Tuttavia, uno sguardo più attento mostra che le acque nelle regioni nord orientali del bacino, per esempio quelle intorno all’Islanda e alla Norvegia, sono ancora molto produttive e questi paesi stanno godendo di una sana stagione di pesca. I dati del 2013 mostrano, infatti, la deposizione delle uova di merluzzo ai livelli più alti in quasi 50 anni. La pratica islandese di ridurre la quota di pesce in anni di bassa popolazione ha – dunque – permesso ai merluzzi di recuperare e così di riportare la pesca islandese ai valori di prima della crisi.

È comprensibile, quindi, e anche auspicabile, che gli islandesi continuino a proteggere il loro stock di merluzzo attraverso pratiche di gestione rigorose. E anche che questa risorsa incredibile svolga un ruolo politico. L’Islanda ha iniziato a considerare l’adesione all’Unione europea, nel 2009, quando il paese, molto scosso da una crisi economica che ha decapitato tre dei suoi istituti bancari e dimezzato il valore della corona islandese, è diventato il primo (anche se non l’ultimo) paese occidentale a ricorrere agli aiuti del Fondo monetario internazionale, dai tempi della Seconda guerra mondiale. In quegli anni difficili, la zona euro e l’adesione all’Unione europea apparivano come una prospettiva attraente. Il paese, però, ha interrotto le trattative di accesso alla Ue, nella primavera del 2015. Anche se non è stato mai discusso apertamente, un dibattito sui compromessi nazionali in relazione alle quote di pesca potrebbe essere stato un ostacolo insuperabile nei negoziati.

Nella Giornata del merluzzo, l’industria islandese sale alla ribalta per mostrare come i suoi sforzi, la sua fantasia e le sue tecniche di gestione della pesca permettano al merluzzo di continuare a fare storia in Islanda. Rimanendo un elemento fondamentale dell’economia del paese in vari settori: non solo in quello alimentare, ma anche nella cosmesi, negli integratori alimentari, nella farmaceutica e tecnologia dei processi. E persino nell’industria della moda.

 

 

Iceland Ocean Cluster, www.sjavarklasinn.is/en/