Alcune delle imprese leader a livello globale con impianti produttivi unici al mondo, una ricerca che resta a livelli eccellenti pur tra mille affanni (la spesa in ricerca e sviluppo si ferma appena al disopra dell’1,3% del Pil), la capacità di costruire filiere di valore integrate nel territorio. Sono questi gli elementi che caratterizzano più di tutti la bioeconomia in Italia e che fanno del nostro paese un punto di riferimento riconosciuto. Lo scorso 22 novembre, infine, a dare una cornice stabile e coerente al settore è arrivata anche la strategia nazionale (“La Bioeconomia in Italia: un’opportunità unica per connettere ambiente, economia e società”). Per un paese che ha chiuso il 2016 con una crescita del Pil che ha appena sfiorato l’1%, e dove il tasso di occupazione è fermo al 57,3%, lo sviluppo della nuova economia basata sull’impiego delle risorse biologiche rappresenta una grande occasione per un nuovo Rinascimento industriale. 

 

La strategia nazionale

Il Bel Paese punta a un ruolo di primo piano nello scenario euro-mediterraneo, con un obiettivo molto sfidante: passare dagli attuali 250 miliardi di euro di giro d’affari di questo metasettore e dagli 1,7 milioni di occupati, così come stimati da un’analisi della Direzione studi di Intesa Sanpaolo, a 300 miliardi e oltre 2 milioni di occupati entro il 2030.

La strategia è il frutto di un lavoro di squadra, che ha coinvolto il ministero per lo Sviluppo economico, il ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali, il ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, il ministero della Tutela del territorio e del mare, la Conferenza delle Regioni e delle Province autonome, l’Agenzia per la coesione territoriale, i Cluster tecnologici nazionali per la Chimica verde (Spring) e per l’Agrifood (Clan). 

“La strategia mira a offrire una visione condivisa delle opportunità economiche, sociali e ambientali e delle sfide connesse all’attuazione di una bioeconomia italiana radicata nel territorio. Inoltre rappresenta un’opportunità importante per l’Italia di rafforzare il suo ruolo nel promuovere la crescita sostenibile in Europa e nel bacino del Mediterraneo.”

E ancora: “la bioeconomia potrebbe notevolmente contribuire alla rigenerazione, allo sviluppo economico sostenibile e alla stabilità politica dell’area e, quindi, alla riduzione dei fenomeni di migrazione (per esempio con la realizzazione di progetti di investimento locale ad alto impatto infrastrutturale e sociale, come espresso nel documento ‘Migration Compact’ proposto dal governo italiano)”.

Vengono poi definiti alcuni strumenti attuativi: politiche di sostegno dal lato della domanda quali la standardizzazione, l’etichettatura e gli appalti pubblici. “L’approccio del ciclo di vita e l’ecoprogettazione dovrebbero guidare la transizione, al fine di trovare il giusto equilibrio tra i prodotti a base fossile e quelli a base biologica, in particolare nei settori in cui le preoccupazioni ambientali sono più alte, facilitando il ricorso a soluzioni a basso impatto ambientale già disponibili.”

Non solo: la strategia vuole promuovere la giusta comunicazione e l’informazione ai consumatori “per accrescere il livello di conoscenza dei prodotti a base biologica, mettendo in evidenza i loro impatti positivi in termini sociali e ambientali (posti di lavoro verdi, accettazione sociale, ridotte emissioni di gas serra, più basso tasso di estrazione di risorse non rinnovabili, benefici per la terra e gli ecosistemi e per la conservazione della biodiversità), al fine di aumentare la domanda privata”.

Così come la necessità di creare un mercato per i prodotti della bioeconomia, favorendo l’incontro tra domanda e offerta di biomassa, tecnologia e servizi. 

 

Novamont e l’intuizione di integrare chimica e agricoltura

Se la strategia è arrivata solo alla fine del 2016, la bioeconomia italiana ha però una storia molto più lunga. Risale al 1989 quando all’interno della Scuola di Scienza dei materiali di Montedison, la principale impresa chimica nazionale, si sviluppa Fertec, un centro di ricerca strategico finalizzato a integrare chimica e agricoltura. L’intuizione di integrare chimica e agricoltura, costituendo il primo nucleo della chimica verde italiana, è da attribuire a Raul Gardini, all’epoca alla guida del Gruppo Ferruzzi che dal 1987 era diventato il socio di maggioranza di Montedison e la cui attività principale era stata – fino a quel momento – proprio nel settore agroalimentare, in particolare nel commercio di materie prime agricole.

Ne è passata di acqua sotto i ponti da quegli anni ma se l’Italia può vantare oggi una posizione di primo piano nel campo della bioeconomia europea, questo si deve comunque a quei primi passi della chimica verde mossi all’interno del Gruppo Montedison, dove cominciava a farsi conoscere anche Catia Bastioli, amministratore delegato di Novamont, che dal centro ricerche Fertec ha costruito gradualmente quella che è diventata una società leader mondiale nello sviluppo e nella produzione di bioplastiche e biochemical, attraverso l’integrazione di chimica, ambiente e agricoltura. 

Con 600 persone la società, che ha il proprio quartier generale a Novara, ha chiuso il 2015 con un fatturato di 170 milioni di euro e investimenti costanti in attività di ricerca e sviluppo (6,4% sul fatturato 2015, 20% delle persone dedicate), detenendo un portafoglio di circa mille brevetti.

Non si deve però alla sola Novamont la posizione di leadership che l’Italia è riuscita a costruire in questo avvio di Terzo millennio. 

Mossi Ghisolfi, Eni-Versalis e GFBiochemicals sono oggi tra i principali protagonisti della bioeconomia globale, con impianti primi al mondo per la produzione di nuovi prodotti chimici biobased. Non si può dimenticare, Guido Ghisolfi, vicepresidente del Gruppo Mossi Ghisolfi e amministratore delegato della Biochemtex, prematuramente scomparso nel 2015. È a lui che si deve l’ingresso convinto in questo settore di quello che è il primo produttore italiano di Pet (il polietilene tereftalato, impiegato comunemente per le bottiglie di plastica dell’acqua minerale), e il terzo al mondo, nel campo della chimica da fonti rinnovabili. Era un visionario Guido Ghisolfi, convinto che il green potesse essere uno dei settori trainanti dell’economia, uno dei campi su cui investire per consentire all’Italia di tornare a crescere.

 

 

La prima bioraffineria al mondo per il bioetanolo di seconda generazione

“L’America è a Crescentino”, aveva dichiarato con orgoglio il 9 ottobre 2013 all’inaugurazione della bioraffineria di Crescentino per bioetanolo di seconda generazione, la prima al mondo di questo tipo. 

Di proprietà di Beta Renewables – joint-venture tra Biochemtex, società di ingegneria del gruppo Mossi Ghisolfi, il fondo americano TPG (Texas Pacific Group) e il leader mondiale delle biotecnologie, la danese Novozymes – l’impianto di Crescentino è frutto di un investimento da 150 milioni di euro, che ha puntato sulla chimica verde e ha portato l’Italia a conquistare una posizione di avanguardia tecnologica a livello mondiale, in un settore industriale strategico.

Lo stabilimento è totalmente autosufficiente per quanto riguarda i consumi energetici (13 MWh di energia elettrica generati utilizzando la lignina) e non produce reflui derivanti dalla produzione industriale, assicurando un riciclo dell’acqua pari al 100%.

L’aspetto “rivoluzionario” della bioraffineria risiede nella piattaforma tecnologica impiegata per ottenere il bioetanolo. L’innovativa tecnologia Proesa (PROduzione di Etanolo da biomasSA) combinata con gli enzimi Cellic prodotti da Novozymes, utilizza gli zuccheri presenti nelle biomasse lignocellulosiche per ottenere alcol, carburanti e altri prodotti chimici, con minori emissioni e a costi competitivi rispetto alle fonti fossili.

Inoltre, Proesa, che nel 2012 si è aggiudicata il premio Achema come biotecnologia più innovativa, produce biocarburanti che assicurano emissioni di gas serra ridotte quasi del 90% rispetto all’uso di combustibili di origine fossile. E non solo biocarburanti, perché Biochemtex vanta partnership per la produzione di biochemical con Amyris, Codexis, Genomatica e Gevo.

 

Il modello Matrìca in Sardegna

L’Italia è anche il paese del primo impianto al mondo per la produzione di acido azelaico e acido pelargonico utilizzando materie prime da colture oleaginose e scarti vegetali. Si tratta della bioraffineria di Matrìca – una joint-venture paritaria costituita da Versalis, la divisione chimica di Eni, e Novamont – che è il frutto della riconversione dello stabilimento petrolchimico di Porto Torres, in Sardegna, in un impianto per lo sviluppo di una gamma innovativa di prodotti (bioplastiche, biolubrificanti, fitosanitari, additivi per l’industria della gomma e della plastica, prodotti per la cura della casa e della persona) con una filiera agricola integrata. In Sardegna, infatti, Matrìca ha siglato un accordo di filiera con Coldiretti per l’impiego del cardo, aridocoltura a basso input adatta al clima mediterraneo che viene coltivata su terreni abbandonati e utilizzabile in tutte le sue componenti. Infatti, dalla spremitura del seme si ottengono olio, la materia prima per alimentare la bioraffineria, una farina proteica che può sostituire la soia attualmente importata per alimentare gli animali e numerose molecole dall’elevatissimo potere antiossidante. Gli scarti vegetali derivanti dalla trasformazione consentono inoltre di far fronte al fabbisogno energetico dell’intero processo industriale e, in prospettiva, sono utilizzabili come materia prima per nuove iniziative in fase di sperimentazione.

 

Mater Biotech in Veneto per il biobutandiolo

Il modello di bioraffineria integrata nel territorio è replicato da Novamont, attraverso la propria controllata Mater Biotech, anche a Bottrighe di Adria in Veneto, dove lo scorso 30 settembre è stato inaugurato il primo impianto industriale al mondo per la produzione di butandiolo da biomassa. 

Con un investimento di oltre 100 milioni di euro, la bioraffineria di Mater Biotech, nata anch’essa dalla riconversione di un sito industriale abbandonato, dal 2017 produrrà a regime 30.000 tonnellate all’anno di butandiolo a basso impatto ambientale, con un risparmio di oltre il 50% di emissioni di CO2

Il butandiolo (1,4 Bdo) è un intermedio chimico ottenuto da fonti fossili (il principale produttore al mondo è la tedesca Basf) molto usato sia come solvente sia per produrre plastiche, fibre elastiche e poliuretani. Vale un mercato di 1,5 milioni di tonnellate per circa 3,5 miliardi di euro all’anno, che - si stima - nel 2020 raggiungerà 2,7 milioni di tonnellate con un valore di oltre 6,5 miliardi di euro.

Novamont, partendo da una tecnologia sviluppata da Genomatica, società californiana leader nella bioingegneria, ha messo a punto una piattaforma biotecnologica per ottenere biobutandiolo partendo da zuccheri attraverso l’azione di batteri di tipo escherichia–coli opportunamente ingegnerizzati.

“Mater-Biotech – secondo Catia Bastioli – è un tassello di un sistema di impianti primi al mondo e interconnessi al quale dobbiamo guardare come un formidabile acceleratore, come un punto di moltiplicazione di opportunità della filiera delle bioplastiche e dei chemical, per chi produce materie prime, per chi fa prodotti finiti, per nuove idee imprenditoriali, per la creazione di posti di lavoro, per chi si preoccupa di progettare un futuro di maggiore sostenibilità ambientale e sociale”.

 

Il progetto Green Refinery in Sicilia e l’acido levulinico in Campania

Dal Nord al Sud: in Sicilia la bioeconomia è legata alla riconversione alla chimica verde della raffineria Eni di Gela, che prevede un investimento di 2,2 miliardi di euro nel quadriennio 2014-2017 sull’area industriale. A riconversione ultimata, la raffineria green di Gela si occuperà del trattamento dell’olio di palma raffinato per la produzione di energia e utilizzerà anche prodotti alimentari di scarto, grassi animali e oli di frittura esausti.

È invece in Campania, in provincia di Caserta, il primo impianto al mondo che produce acido levulinico da biomassa. Di proprietà della GFBiochemicals, l’impianto punta a raggiungere nel 2017 una produzione di 10.000 tonnellate, 50.000 entro il 2019. Ma soprattutto l’azienda ritiene di riuscire in pochi anni a mettere sul mercato acido biolevulinico a un prezzo inferiore rispetto all’omologo prodotto dal petrolio e con le stesse prestazioni. 

 

Pmi e start-up

Ma la bioeconomia italiana non è solo grandi imprese multinazionali. Negli anni si sono costituite numerose piccole imprese, molto spesso spin-off universitari, che sono riuscite a ritagliarsi ruoli da protagoniste su scala globale. 

Una di queste è Bio-on, società con sede a Bologna che con oltre 50 brevetti registrati negli ultimi nove anni è oggi fra i leader nelle tecnologie per la chimica ecosostenibile e nello sviluppo industriale della produzione di PHAs (poli-idrossi-alcanoati), bioplastiche che possono sostituire numerosi polimeri tradizionali, ottenuti con processi petrolchimici utilizzando idrocarburi. 

Le bioplastiche PHAs sviluppate da Bio-on sono ricavate da fonti vegetali rinnovabili (per esempio i residui della produzione dello zucchero di barbabietola o canna) senza alcuna competizione con le filiere alimentari; sono completamente ecosostenibili e biodegradabili. Nata come technology provider, la società bolognese ha da poco annunciato che inizierà a produrre direttamente biopolimeri speciali in un nuovo impianto da 1.000 tonnellate all’anno, che verrà completato nel corso del 2017 con un investimento di 15 milioni di euro. L’obiettivo è produrre entro il 2020 un fatturato di 140 milioni di euro con una generazione di cassa di oltre 60 milioni.

 

Una ricerca di eccellenza

Dietro i successi delle imprese italiane si trova la ricerca dei laboratori e delle nostre università. Uno dei centri di eccellenza è rappresentato dall’Enea, l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile. 

Il Centro ricerche Trisaia, in Basilicata, rappresenta il fiore all’occhiello della ricerca pubblica italiana nella chimica verde, riconosciuto a livello internazionale, soprattutto per l’utilizzo delle biomasse come fonte energetica nel campo della produzione di elettricità e calore in impianti di piccola taglia (filiere agro-energetiche locali) e in quello dei biocarburanti di seconda generazione. Qui sono stati costruiti diversi impianti pilota che vengono utilizzati nell’ambito di progetti di ricerca o di supporto all’industria del settore, come Mossi Ghisolfi. E a Rotondella sta testando la propria tecnologia anche la società canadese Comet Biorefining. 

Le attività di ricerca e sviluppo tecnologico relative alla produzione di energia e biocombustibili da colture di microalghe e altri microrganismi fotosintetici sono condotte, invece, nel laboratorio tecnologie delle microalghe del Centro Ricerche Casaccia, vicino a Roma.

 

 

“La Bioeconomia in Italia: un’opportunità unica per connettere ambiente, economia e società”, tinyurl.com/gt9tty6

Bio-on, www.bio-on.it

Immagine in alto: Pittore dell’Italia centrale, La città ideale, 1490, particolari. Galleria Nazionale delle Marche, Palazzo Ducale di Urbino, Sala degli angeli – ©WikiCommons, Public Domain

 


  

Intervista a Giovanni Sannia, direttore master BioCirce

A cura di M. B.

 

Il primo master in bioeconomia ed economia circolare

 

Lo scorso 23 gennaio è iniziata la prima edizione del master universitario Bioeconomy in the Circular Economy. Una doppia novità perché non solo questo master è il primo in Europa dedicato ad approfondire i temi della bioeconomia e dell’economia circolare, ma anche perché per la prima volta quattro dei principali atenei italiani si sono messi insieme: Università di Torino, Università di Milano Bicocca, Università di Bologna e Università di Napoli Federico II. A dare supporto sul lato industriale sono tre degli attori più importanti del settore – Novamont, GFBiochemicals e il Parco scientifico di Lodi – insieme al gruppo bancario Intesa Sanpaolo, unico global partner finanziario della Fondazione Ellen McArthur. “Materia Rinnovabile” ha intervistato Giovanni Sannia, docente di Biologia molecolare all’Università Federico II e direttore del master.

 

Cosa ha portato quattro università italiane a organizzare il primo master europeo in bioeconomia ed economia circolare? 

“Lo sviluppo di un’economia che cresca rispettando l’ambiente e riducendo la dipendenza da risorse come i combustibili fossili appare obiettivo prioritario delle politiche europee e mondiali su cui concentrare risorse e investimenti nella ricerca e sviluppo e nella formazione. Le quattro università che hanno collaborato alla progettazione del master rappresentano siti di eccellenza della ricerca nel settore delle biotecnologie industriali in Italia. E sono anche le sedi dove si formano le figure professionali dei biotecnologi industriali, che costituiscono la futura spina dorsale per lo sviluppo del comparto industriale delle biotecnologie.”

 

Quali figure professionali puntate a formare con il master?

“BioCirce offre un percorso altamente avanzato per la formazione nei settori dell’economia che si basano su un uso responsabile e sostenibile di risorse biologiche e di processi biotecnologici. Il programma creerà figure professionali in grado di interagire su tutti gli aspetti della produzione e del marketing di prodotti e processi biobased, con particolare attenzione a quei processi e prodotti dal maggiore potenziale innovativo.”

 

Qual è il ruolo di Novamont, GFBiochemicals, il Parco Scientifico di Lodi e il gruppo bancario Intesa Sanpaolo? 

“Il ruolo dei partner non accademici non è un ‘ruolo di vetrina’ ma è quello – fondamentale – di indirizzare la formazione verso l’identificazione e la creazione di figure professionali che possano soddisfare al meglio le esigenze del mondo industriale. L’idea fondante è stata di istituire un percorso formativo formulato on demand in base a queste esigenze.

Finora la collaborazione dei partner non accademici si è sviluppata attraverso l’individuazione di un proprio rappresentante nell’organo di coordinamento del master, la messa a disposizione di docenti scelti tra gli esperti dei settori di interesse per arricchire l’offerta didattica, la possibilità data agli allievi di svolgere stage.” 

 

Quali sono secondo lei i punti di forza e di debolezza della ricerca italiana nella bioeconomia?

“Sicuramente il maggior punto di forza è la capacità di tutti gli attori di ‘fare squadra’ superando le tendenze all’autoreferenzialità e apprezzando il valore aggiunto della collaborazione. Credo che il miglior esempio di ciò sia stata la costituzione del Cluster Spring chimica verde e il modo con cui, in solo un paio di anni, è riuscito a diventare una realtà con una sempre maggiore valenza strategica nel settore biobased nel nostro paese e un attore fondamentale per la crescita della bioeconomia.”

 

Che giudizio dà sulla strategia italiana sulla bioeconomia? 

“Sebbene arrivata un po’ in ritardo, la strategia rappresenta un elemento fondamentale di indirizzo e programmazione a livello nazionale, che – inoltre – ci consente di allineare le progettualità e le priorità nazionali a quelle europee. Uno strumento grazie al quale l’Italia si propone come un interlocutore forte e coeso nel contesto europeo.” 

  

BioCirce, masterbiocirce.com

 


  

Intervista a Fabio Fava, coordinatore scientifico della Strategia italiana sulla bioeconomia

A cura di M. B.

 

La strategia italiana: puntare su innovazione e interconnessione

 

Fabio Fava è docente e ricercatore di Biotecnologie industriali e ambientali alla Scuola di Ingegneria dell’Università di Bologna. È vicepresidente della sezione Environmental Biotechnology della European Federation of Biotechnology e membro del Working Party on Bio-, Nano- and Converging Tech dell’Ocse e dell’Expert Group on Biobased products presso la Commissione europea. È anche il coordinatore scientifico della strategia italiana sulla bioeconomia, presentata lo scorso novembre. “Materia Rinnovabile” l’ha intervistato per entrare nel merito di questa nuova strategia.

 

Quali sono i pilastri fondamentali della strategia italiana sulla bioeconomia?

“Essenzialmente due: il primo è costituito da ricerca e innovazione per aumentare la produttività ma anche la qualità dei prodotti e la sostenibilità di ogni settore che compone la bioeconomia. Il secondo è l’interconnessione dei settori, in particolare fra quelli della filiera agro-food e quelli della valorizzazione chimica ed energetica delle biomasse lignocellulosiche e residuali. In Italia ci sono ben tre milioni di ettari di terra non più coltivati, vaste aree agricole che oggi possono essere rigenerate per produrre biomassa autoctona e/o industriale per alimentare le nostre bioraffinerie. Ma non solo: ogni anno nel nostro paese si producono 15 milioni di tonnellate di sottoprodotti e rifiuti dell’industria alimentare: un problema enorme per l’industria che li genera, un feedstock molto interessante per le nostre bioraffinerie. Altre opportunità rilevanti possono venire da una maggiore integrazione fra le bioraffinerie, e quindi la produzione di biobased chemical, biomateriali e bioenergia, e il settore forestale che oggi vanta una ricca disponibilità di biomassa legnosa garantita da oltre 13 milioni di ettari di bosco, in media molto poco utilizzato. Ma anche dalla valorizzazione chimica ed energetica delle biomasse non alimentari (algali, posidonia, ma anche microorganismi) generate dai nostri mari. La bioeconomia ci offre un’opportunità imperdibile per valorizzare la biodiversità di cui disponiamo, la biomassa nelle diverse declinazioni, così come per dare valore ai residui e ai rifiuti organici. In questo senso la strategia va vista come il punto di partenza per un intervento politico più diretto, con investimenti, un maggiore coordinamento tra livello centrale e regionale, la creazione di un mercato anche attraverso la giusta formazione e l’informazione all’opinione pubblica. Sarebbero utili anche incentivi, per mitigare i costi dei prodotti biologici che sono più alti dei prodotti tradizionali, in un quadro di migliore allineamento europeo.”

 

La palla passa quindi al governo Gentiloni.

“Certamente. La prima cosa che penso accadrà è che la strategia verrà adottata dai Ministeri e dalle Regioni che hanno collaborato attivamente alla sua messa a punto. È un passaggio molto importante affinché le varie istituzioni possano concorrere a sostenere e implementare le priorità individuate integrando le loro azioni, risorse e infrastrutture, riducendo la frammentazione e le duplicazioni. Per questo c’è assoluto bisogno di una cabina di regia nazionale che garantisca tutto ciò, monitori l’implementazione della strategia nonché la sua promozione a livello europeo e internazionale.”

 

In che modo queste strategie devono interconnettersi tra loro e con la strategia nazionale?

“È bene che le strategie regionali siano incluse in quella nazionale. Le strategie delle Regioni devono essere più specifiche e messe a sistema tra loro, per evitare un’eccessiva frammentazione e la giusta valorizzazione della loro complementarietà. Le faccio un esempio: la Regione Toscana ha 160.000 ettari di terra non più coltivata, ma non ha bioraffinerie. L’Umbria ha la bioraffineria più vecchia esistente in Italia, ma non ha la biomassa necessaria. Sono due regioni confinanti: è chiaro che una strategia intelligente della Toscana debba prevedere una sinergia con l’Umbria e viceversa.” 

 

Come vede la bioeconomia italiana nel quadro europeo. E, soprattutto, in quello del Mediterraneo?

“La bioeconomia italiana è al terzo posto in Europa come occupazione e giro d’affari, e l’Italia è anche il terzo paese come vincitore di progetti di R&I nel settore della bioeconomia nell’ambito di Horizon2020 e della BBI JU. L’Italia, quindi, è già un paese leader. Questa leadership può solo aumentare se sapremo mettere a sistema le nostre competenze, know-how e infrastrutture, e valorizzare la nostra biodiversità e le nostre risorse. Ci sono premesse molto interessanti per mantenere la nostra posizione di forza, ma anche per crescere. In questo senso la strategia nazionale giocherà un ruolo importante. Anche per consolidare il ruolo di leadership dell’Italia nel Mediterraneo dove guidiamo due iniziative di rilievo: la BlueMed initiative diretta a promuovere la valorizzazione integrata e sostenibile delle risorse del mare Mediterraneo, e Prima per sostenere l’agroindustria nei paesi del mediterraneo europeo e nord africano. La bioeconomia rappresenta un’opportunità reale per portare rigenerazione ambientale, cibo e lavoro, dunque equità e coesione sociale, in tutto il Mediterraneo.”

 

Davvero, come sostiene la strategia, sviluppare la bioeconomia in quest’area può contribuire a risolvere il problema migratorio? 

“Portare più cibo, più lavoro, valore alle aree rurali abbandonate o degradate come alle ricche risorse forestali e marine dell’area significa migliorare le condizioni di vita delle popolazioni locali e dunque la coesione sociale. E quindi risolvere alcuni dei motivi che portano i popoli a emigrare. Non è ovviamente sufficiente, ma è un primo imprescindibile passo: in questo la sostenibilità ambientale cammina di pari passo con quella sociale.”

 

Per l’opinione pubblica italiana oggi il concetto di bioeconomia è ancora sconosciuto. Ma senza il supporto del pubblico è difficile trovare il sostegno per politiche di decarbonizzazione. Cosa bisogna fare per comunicare con efficacia cos’è la bioeconomia e i suoi vantaggi?

“Credo che non solo la bioeconomia sia poco conosciuta dal grande pubblico, ma ci sia ignoranza anche a livello scientifico e politico. C’è bisogno di professionisti della comunicazione in grado di utilizzare un lessico condiviso, partendo dalle scuole, facendo capire che non parliamo di una nicchia. Ma occorre anche coinvolgere il mondo industriale e quello della scienza e lavorare a livello di fiere, di iniziative aperte al pubblico dove spiegare le cose. Coinvolgendo la stampa tradizionale e i nuovi canali social. C’è davvero molto da fare.” 

 


  

Intervista a Pasquale Granata, co-fondatore di GFBiochemicals

A cura di M. B.

 

Il futuro della chimica è biobased

 

Nato a Caserta, laureato alla Università Bocconi di Milano, Pasquale Granata è il fondatore, insieme a Mathieu Flamini, della GFBiochemicals. La G iniziale del nome della società sta proprio per Granata, mentre la F sta per Flamini: ma le due lettere insieme sono anche l’acronimo di “green future”. I due giovani imprenditori, partendo dallo stabilimento di Caserta, il primo al mondo a produrre acido levulinico da biomassa, sono fortemente impegnati a realizzare questo “futuro verde”. 

 

Negli ultimi anni GFBiochemicals si è affermata come una delle imprese più dinamiche nel panorama della chimica da biomassa: prima l’avvio dell’impianto commerciale a Caserta e poi l’acquisizione di Segetis negli Usa. Quali sono i vostri piani di sviluppo?

“In GFBiochemicals crediamo che il futuro della chimica sia biobased e che l’acido levulinico sia la prossima grande piattaforma chimica. Tutto ciò sarà spinto dalla necessità di affrontare i cambiamenti climatici e ridurre le emissioni di gas serra e la nostra dipendenza dalle materie prime di origine fossile. Le riserve petrolifere sono limitate, la questione è capire quando saremo costretti ad affrancarci dal petrolio. Piuttosto che aspettare noi preferiamo essere pionieri della bioeconomia emergente portando soluzioni biobased come l’acido levulinico e i suoi derivati per il mercato. Nel 2017 puntiamo a raggiungere nel nostro impianto di Caserta una produzione di 10.000 tonnellate. E vogliamo replicare l’impianto di Caserta in altre parti del mondo, attraverso partnership strategiche.”

 

In Italia la bioeconomia si è sviluppata in assenza di una strategia nazionale, arrivata lo scorso novembre. Che giudizio ne dà?

“Assolutamente positivo. È fondamentale avere una strategia nazionale, perché c’è bisogno di un quadro stabile e coerente che favorisca la ricerca e l’innovazione. Inoltre proprio grazie alla strategia l’Italia potrà contare di più in Europa. Il nostro paese ha le carte in regola per essere leader a livello europeo. È fondamentale, però, che le eccellenze che oggi vanta siano inserite in una visione del governo a medio-lungo periodo.”

 

Quali crede debbano essere i prossimi passi del governo per favorire lo sviluppo della bioeconomia?

“Bisognerà mettere a punto un piano d’azione dettagliato. Credo che siano tre le misure urgenti da prendere: la prima riguarda la creazione di un mercato; la seconda un sostegno alla domanda attraverso politiche di appalti pubblici verdi che abbiano alla base un sistema chiaro di standard ed etichettature; la terza la comunicazione e la divulgazione della bioeconomia affinché i consumatori e l’opinione pubblica sappiano che non stiamo parlando di una nicchia, ma di un settore che già oggi crea ricchezza e occupazione.”

 

Siete anche tra i soci fondatori del primo master europeo in bioeconomia ed economia circolare. Quanto è importante la relazione tra industria e università per favorire l’innovazione nella chimica verde?

“È fondamentale. Crediamo molto in questo master, perché pensiamo che sia essenziale formare manager con conoscenze multidisciplinari, in grado di gestire la complessità in contesti multinazionali. L’industria che innova ha alla base l’attività di ricerca e sviluppo. In questo quadro i rapporti con il mondo accademico vanno rafforzati, partendo da una maggiore efficienza degli uffici per il trasferimento tecnologico delle università. 

L’Italia è un paese con il 40% di disoccupazione giovanile e molti nostri laureati trovano impieghi in linea con le loro aspettative solo all’estero. Noi siamo un’impresa italiana, che vuole mantenere forti radici con il proprio territorio. E questo significa anche collaborare in modo più stretto con le nostre università, come abbiamo fatto con il master BioCirce.” 

 

GFBiochemicals, www.gfbiochemicals.com/company

 


  

Intervista a Ezio Veggia, vicepresidente di Confagricoltura

A cura di M. B.

 

“Non ci sono solo bioraffinerie e bioindustria”

 

Una focalizzazione eccessiva sulla bioindustria e le bioraffinerie. È questa la critica principale che muove alla strategia italiana sulla bioeconomia Confagricoltura, l’associazione che rappresenta oltre il 45% del valore della produzione lorda vendibile agroforestale italiana (47 miliardi di euro complessivi) e del suo valore aggiunto (27 miliardi di euro) e che copre circa il 38,5% (5 milioni di ettari) della superficie agricola utilizzata in Italia. A esprimere la sua posizione in questa intervista con “Materia Rinnovabile” è il vicepresidente di Confagricoltura Ezio Veggia. 

 

Qual è il parere di Confagricoltura sulla strategia sulla bioeconomia?

“Come organizzazione di rappresentanza delle imprese del settore agricolo sottolineiamo che il documento, pur essendo un buon punto di partenza, dovrebbe essere migliorato per rappresentare pienamente la complessità e le opportunità della bioeconomia italiana.”

 

Qual è la principale critica?

“Messi tutti insieme i settori agricolo, forestale, della pesca e agroalimentare rappresentano più del 60% del valore della bioeconomia italiana. Però, a nostro avviso, dal documento emerge una strategia eccessivamente focalizzata sulla bioindustria-bioraffineria.

Per organizzare al meglio la filiera crediamo sia indispensabile promuovere l’utilizzo di residui agricoli derivanti dalle prime attività di raccolta e di sottoprodotti per altre attività economiche. In questo modo si rendono le imprese agricole più competitive, si consolida e si incrementa l’occupazione nelle zone rurali.” 

 

In Italia si parla anche molto di terreni marginali. Sono un’opzione praticabile? 

“Non esistono terreni marginali, ma terreni sui quali non possono essere soddisfatte tutte le condizioni necessarie per uno sviluppo sostenibile. In particolare – soprattutto in vaste aree collinari e montane specie al Sud del paese – non viene soddisfatto il principio di sostenibilità economica. Di conseguenza questi terreni vengono progressivamente abbandonati con grave danno dal punto di vista ambientale e del dissesto idrogeologico.

Oggi, con le opportunità offerte dalla bioeconomia, si può – anzi si deve – invertire questa tendenza. Occorre che la politica agricola, nazionale ed europea, faccia un passo avanti e oltre al sostegno e al potenziamento degli strumenti esistenti quali Pac e Psr, utilizzi questi stessi strumenti come leve per favorire una profonda trasformazione verso un modello di agricoltura che punti a intensificare la produzione in modo sostenibile. Per questo le proposte di modifica al documento di consultazione avanzate da Confagricoltura puntano a evidenziare un ruolo più ampio – coinvolgendo i terreni marginali – dell’agroforestale nella bioeconomia. Con particolare riferimento ai settori delle bioenergie (biocarburanti, biocombustibili, energia elettrica e termica), della nutraceutica, della biocosmetica e della produzione di ammendanti organici.”

 

Cosa occorre ancora per realizzare tutto il potenziale della bioeconomia italiana?

“Auspichiamo che dal documento possa emergere l’importante ruolo svolto dalle imprese agricole sull’intera filiera che, non limitandosi alla produzione di biomasse, è sempre più orientata alla successiva trasformazione in nuovi prodotti (alimenti, concimi, energia, bioprodotti, per esempio). 

Un modello di produzione agricola che risponde ai principi della bioeconomia e dell’economia circolare cui tende l’Unione europea, avendo le imprese agricole la capacità di produrre per il settore alimentare per poi valorizzare i propri residui anche all’interno del medesimo ciclo, come evidenziano le filiere energetiche del biogas-biometano.” 

 

In che modo le bioraffinerie integrate nel territorio, tipiche del modello italiano, possono essere leve di sviluppo rurale?

“Un esempio molto interessante lo possiamo individuare proprio nelle filiere energetiche del biogas-biometano all’interno delle quali gli impianti di digestione anaerobica possono essere considerati delle vere e proprie bioraffinerie.

Le aziende agricole, singolarmente o più spesso in forma associata, utilizzando il nuovo modello di ‘contratto di rete’, continuano a produrre materie prime di grande eccellenza destinate all’alimentazione. Ma – sempre più intensamente – impiegano sottoprodotti aziendali, letami, polline e raccolti risultanti da rotazioni colturali per produrre oggi energia elettrica, biocarburanti, fertilizzanti. E domani bioplastiche e bioprodotti per le più svariate applicazioni. 

Tutto questo si può fare diffusamente sul territorio creando nuovi posti di lavoro, salvaguardando la presenza dell’uomo anche in aree marginali, rendendo le aziende agricole del tutto indipendenti dai combustibili fossili per quanto riguarda il consumo di energia elettrica, carburanti e fertilizzanti.

Per questo crediamo che la bioeconomia sia l’economia del futuro. Non solo perché circolare, ma perché consente di mettere insieme l’innovazione tecnologica con i territori, le imprese agricole e alimentari e la stessa cittadinanza attiva nelle operazioni di recupero e riciclaggio.”  

 

Confagricoltura, www.confagricoltura.it/ita

 


  

Intervista a Catia Bastioli, amministratore delegato Novamont

A cura di M. B.

 

Un salto di paradigma

 

Catia Bastioli, amministratore delegato di Novamont e presidente del cluster della Chimica verde Spring, è considerata come il vero e proprio faro della bioeconomia italiana. “Materia Rinnovabile” ha raccolto le sue valutazioni sulla strategia italiana presentata dal governo. 

“L’Italia – secondo l’ad della società di Novara – può candidarsi a svolgere un ruolo importante per tutta l’area mediterranea”.

 

Finalmente anche l’Italia si è dotata di una strategia nazionale sulla bioeconomia. Che giudizio ne dà?

“Certamente molto positivo. Innanzitutto perché questa strategia è frutto di un lavoro multidisciplinare che ha coinvolto tutti i soggetti istituzionali più rilevanti nel settore, combinando il piano nazionale con quello, importantissimo, dei territori regionali. E chiamando a esprimersi anche i Cluster tecnologici nazionali della Chimica verde e AgriFood, che riuniscono le numerose realtà pubbliche e private concretamente impegnate nella creazione di una solida bioeconomia nel nostro paese.

Questa strategia, oltre a offrire una visione condivisa delle opportunità e delle sfide connesse all’attuazione di un modello italiano di bioeconomia – originale perché legato alle peculiarità del nostro territorio e del nostro tessuto produttivo – rappresenta un’occasione fondamentale per trovare forme di sviluppo sostenibili e inclusive, capaci di salvaguardare il capitale naturale e al contempo di creare nuovo lavoro in Italia e replicabili anche in altri paesi del Mediterraneo.”

 

Quali le misure che il governo dovrebbe introdurre a brevissimo termine per favorire un pieno sviluppo della nostra bioeconomia?

“In molti casi basterebbe partire dai problemi ambientali e sociali che ci affliggono; definire standard sfidanti, misurabili, raggiungibili, progressivi e rispettati; spingere sul territorio tecnologie e soluzioni a basso impatto prime al mondo e pronte per essere applicate, premiando le sinergie tra diversi settori e le filiere integrate. In Italia già esistono filiere innovative della bioeconomia che con il giusto supporto potrebbero diventare un formidabile acceleratore e catalizzatore di opportunità in diversi settori: non un costo di decarbonizzazione imposto dal dopo Parigi, ma un investimento vincente per una profonda rigenerazione territoriale. Penso, per esempio, agli enormi passi avanti fatti nel trattamento e valorizzazione del rifiuto organico per massimizzarne la raccolta e la sua trasformazione in prodotti per migliorare la qualità dei suoli e per ottenere biometano, chemicals e molto altro: in tale settore sarebbe possibile oggi varare misure che portino l’Italia a zero rifiuto organico a discarica. Oppure alla minimizzazione dell’uso dei prodotti ad alto impatto, a partire dal settore degli appalti pubblici, garantendo l’applicazione dei Criteri ambientali minimi esistenti e definendone rapidamente degli altri. A titolo di esempio: limitare i prodotti usa e getta a favore dei riutilizzabili e, dove questo non è possibile, supportare l’uso delle bioplastiche biodegradabili e compostabili in quelle applicazioni dove le plastiche tradizionali sono inquinanti del rifiuto organico, migliorando così anche le opportunità di riciclo dei rifiuti diversi da quello organico. O ancora misure che massimizzino le ricadute sui territori a partire da quanto già fatto in settori della bioeconomia, come le filiere integrate delle bioplastiche e chemicals, con le nuove infrastrutture di bioeconomia in siti industriali dismessi, ognuna basata su tecnologie totalmente innovative, in diverse regioni italiane (Piemonte, Umbria, Lazio, Campania, Veneto, Sardegna), con lo sviluppo di macchine e impianti connessi alle filiere a monte e a valle, con la valorizzazione di aree rurali marginali e degradate attraverso colture a basso impatto, collegate anche alla produzione di proteine per l’alimentazione animale. 

Occorre riconoscere e valorizzare tutto questo, ma bisogna agire subito, perché i costi più elevati rischiano di essere proprio quelli del ‘non fare’. Tanto più perché l’Italia è avanti in questo settore e altri paesi stanno accelerando nella stessa direzione.”

 

Allo stato attuale quali sono i punti di forza e quelli di debolezza della bioeconomia in Italia?

“Il principale punto di forza risiede non solo nel possedere le tecnologie e il know-how, ma anche nell’aver creato un modello condiviso, basato sulla rigenerazione dei territori, dal punto di vista economico, sociale e ambientale. La bioeconomia italiana punta non sulla quantità di biomassa indifferenziata, ma sulla valorizzazione della qualità e della diversità, in una logica di economia circolare e di efficienza dell’uso delle risorse. E anche sullo sviluppo di prodotti che non siano semplicemente sostitutivi di quelli già esistenti, ma contribuiscano a risolvere i reali problemi della collettività.

Anche dal punto di vista normativo si sono fatti molti passi avanti in diversi settori. Tuttavia manca una strategia complessiva che metta al centro dell’agenda politica il tema della valorizzazione del capitale naturale, adottando standard chiari ed elevati, supportando le innovazioni in chiave di riqualificazione dei territori e di filiere integrate. Andare in questa direzione in modo convinto potrebbe accrescere la competitività della nostra industria e delle nostre filiere e aiutarci a uscire dalla crisi strutturale in cui ci troviamo, facendo da driver anche agli altri paesi. Basti vedere il caso studio dei sacchi usa-e-getta e la connessione con il rifiuto organico: l’Italia ha fatto da apripista in Europa permettendo una crescita virtuosa del settore della chimica verde e del rifiuto organico. Ora esiste una direttiva europea e la Francia non solo ha seguito l’esempio dell’Italia, ma ha rilanciato con standard ancora più elevati e con effetti positivi per l’ambiente, per l’economia e per i posti di lavoro. Su temi come la legalità, il rispetto degli standard di qualità, la valutazione delle esternalità e dei costi sociali c’è ancora molto lavoro da fare.”

 

L’Italia, nonostante l’assenza di una strategia nazionale, è sempre stato un paese leader a livello europeo. La strategia fa preciso riferimento alle grandi potenzialità che la bioeconomia ha per l’intera area del Mediterraneo in termini di sviluppo economico, creazione di occupazione, tutela della biodiversità e risoluzione del problema migratorio. Su quest’ultimo punto qual è il suo pensiero? Quale crede possa davvero essere il ruolo dell’Italia?

“Come dicevo, sono convinta che l’Italia possa candidarsi a svolgere un ruolo importante per l’area Mediterranea, quindi non posso che concordare con quanto riportato dalla strategia su questo tema. Qui il nostro paese potrebbe mettere la propria esperienza e le proprie buone pratiche al servizio di progetti di collaborazione ad alto impatto infrastrutturale e sociale nel settore agroalimentare, della rigenerazione del territorio, del contrasto allo stress idrico e alla desertificazione. Come è noto, i disagi che affliggono i suoli e il settore agricolo di questi paesi con una forte tradizione rurale hanno delle ripercussioni importanti in termini sia economici sia sociali, che a loro volta sono alla base dell’instabilità dell’area e dei fenomeni migratori interni ed esterni. Ecco allora che la bioeconomia può assumere un significato ben più ampio dell’utilizzo di fonti rinnovabili e contribuire allo sviluppo economico sostenibile dell’area e persino alla sua stabilità politica.”

 

Novamont è un’impresa fortemente radicata nel territorio italiano: sede in Piemonte, stabilimenti in Veneto, Sardegna, Umbria e Lazio, un centro di ricerca in Campania. Come ritiene si possano meglio integrare le diverse strategie regionali tra loro e con la strategia nazionale?

“La dimensione locale è fondamentale per la bioeconomia del nostro paese, dove ciascuna regione presenta caratteristiche specifiche in termini di paesaggio agricolo e naturale, di biodiversità, di tessuto industriale e di tradizione culturale. I territori, con le loro peculiarità, sono la nostra grande risorsa da valorizzare. Prima ancora che la strategia nazionale venisse lanciata ufficialmente i Cluster nazionali avevano già mosso alcuni passi importanti per favorire il dialogo e il confronto con le diverse regioni, in un’ottica di armonizzazione e integrazione di strategie e di strumenti per applicarle. Tra le regioni italiane più attive nel settore della bioeconomia e il Cluster nazionale della Chimica verde è da tempo operativo un tavolo di lavoro che si propone di definire posizioni condivise e coordinate e possibili linee di intervento in materia di innovazione tecnologica, politiche e strategie di sviluppo, attività di formazione e incentivo all’occupazione locale nel settore dei green jobs, e molto altro. Credo che questa sia la strada da seguire.”

 

Un altro tema fondamentale affrontato nella strategia è quello relativo all’informazione e divulgazione della bioeconomia, su cui anche la Commissione europea sta puntando con forza. Cosa bisogna fare per avere l’opinione pubblica “a bordo”?

“Quando parliamo di bioeconomia dobbiamo pensare a un vero e proprio salto di paradigma. Dobbiamo creare le basi di una nuova cultura della costruzione sostenibile attraverso la ricerca della collaborazione tra i vari interlocutori intorno a progetti di territorio che fungono da veri e propri laboratori. La comunicazione dovrebbe parlare dei casi concreti che stanno nascendo e già presenti nel nostro paese, mostrando il potenziale di moltiplicazione e interconnessione dei vari progetti, avendo come obiettivo l’accelerazione delle opportunità di ricaduta sui territori. Creare le condizioni per lo sviluppo di nuove attività e di nuovi modelli in questo momento di grandi tumulti a livello nazionale e internazionale è un’operazione di grande complessità. Il settore della bioeconomia sta crescendo bene ma è ancora molto giovane e fragile: per massimizzare le possibilità di successo in tempi brevi occorre che diventi un terreno comune di costruzione e di incontro, fuori dagli scontri elettorali e mediatici tra le parti in quanto opportunità che il paese deve cercare di cogliere con determinazione da subito. La bioeconomia ha, infatti, il vantaggio di avere delle ricadute molto concrete sulla qualità della vita delle persone. Pensiamo per esempio all’impatto sull’industria e sull’occupazione, non soltanto attraverso la riconversione di siti non più competitivi, ma anche in termini di indotto e di rivitalizzazione dei comparti a valle. Pensiamo a quanto potrebbe accadere sul fronte dell’agricoltura, con la messa a coltura di aree marginali abbandonate e la creazione di nuove opportunità di reddito nelle aree più in difficoltà del paese. O ancora a come sono cambiate le abitudini di consumo e a come è migliorata la qualità e la quantità del rifiuto organico tolto dalla discarica e raccolto nelle nostre città grazie anche all’utilizzo sostenibile e innovativo delle bioplastiche, dando origine a una serie di materie prime preziose al posto di scarti costosi, maleodoranti e pericolosi per la salute.” 

  

Novamont, www.novamont.it