Con una superficie di 18,5 milioni di ettari nella regione mediterranea, le zone umide sono un paradiso di biodiversità e un ecosistema di fondamentale importanza per mitigare gli effetti del cambiamento climatico. Assorbono e immagazzinano carbonio e riducono l'impatto di eventi meteorologici estremi come tempeste, siccità e inondazioni. Tuttavia sono tra gli ambienti naturali più colpiti e degradati: solo negli ultimi cento anni metà delle zone umide del mondo sono andate perdute a causa degli impatti dell’azione umana.
In occasione della
Giornata Mondiale dell’Acqua, Materia Rinnovabile ne ha parlato con Alessio Satta, presidente della Mediterranean Sea and Coast Foundation (MEDSEA).

Perché oggi le zone umide sono così importanti per noi e per il pianeta?
Per raccontare oggi le zone umide e ridare loro valore, rimuovendo quell’accezione negativa legata agli eventi malarici del passato, partirei con il dire che si tratta di ambienti naturali caratterizzati dalla presenza di acqua, come ad esempio laghi, delta dei fiumi, stagni e lagune temporanee o permanenti. Questi ambienti hanno moltissime funzioni e forniscono i cosiddetti servizi ecosistemici: sono dei magazzini di acqua dolce, mitigano l’azione dei cambiamenti climatici intrappolando CO2, fungono da zona buffer in grado di assorbire eventi di piena e limitano l’erosione costiera. Soprattutto sono aree che ospitano un’elevata biodiversità, in quanto fruite da tutti gli uccelli migratori del mondo per riprodursi e nidificare, ma anche per riposarsi durante i lunghi viaggi. Da non dimenticare poi il loro ruolo in termini di risorsa economica: pesca e acquacoltura in primis, ma anche risicoltura e turismo sono alcune delle attività che apportano introiti per le popolazioni.
A partire dalla seconda metà del secolo scorso, però, le zone umide sono state le
vittime sacrificali dello sviluppo antropico, in particolare di quello immobiliare/speculativo legato al turismo costiero, ma anche di quello agricolo che ha visto nelle bonifiche uno strumento di espansione delle coltivazioni. Ora ci stiamo accorgendo che la distruzione di queste aree non è stata la mossa giusta e stiamo correndo ai ripari.

La designazione di alcune aree come zone Ramsar (convenzione internazionale per la protezione delle zone umide) e Rete natura 2000 sono sufficienti per la loro salvaguardia o è necessaria l’integrazione con altri strumenti o politiche?
Molto spesso la designazione di zone umide come zone Ramsar o come rete Natura 2000 non è sufficiente, in quanto da sole queste politiche non garantiscono la reale applicazione dei parametri di tutela. Il primo passo da compiere è quello di assicurare una gestione efficiente ed efficace delle terre d’acqua attraverso l’istituzione di organismi come i parchi. Il secondo è quello di migliorare la convivenza tra alcune attività economiche, le aree urbane e le zone umide.
Ad esempio ci sono due casi molto interessanti, quello delle
saline e quello delle risaie, che coniugano un uso economico dell’ambiente a uno conservativo, in quanto da una parte garantiscono una fonte di reddito e dall’altra svolgono un ruolo di aree tampone e insieme contenitore di biodiversità. Inoltre ci si dimentica che molto spesso la città stessa trae benefici dalla presenza di questi ecosistemi naturali, che hanno la capacità di mitigare e proteggere da eventi estremi, come inondazioni o piogge violente. Una zona umida ha il grande potenziale di riarmonizzare, anche all'interno di un contesto urbano, l'equilibrio tra costruito e naturale. Lo stesso ragionamento va fatto per l'agricoltura: questa attività può svilupparsi traendo vantaggio da aree umide che fanno da buffer e riescono a salvare le coltivazioni di fronte a inondazioni o a intrusioni del cuneo salino.

Oggi a suo parere le zone umide sono riconosciute e valorizzate dalla società civile e dai portatori di interesse?
Dipende, ci sono alcune zone umide “iconiche” che sono riconosciute dalla società civile grazie all’operato di organizzazioni ambientaliste, come la Lipu. Queste organizzazioni hanno il merito di aver avvicinato e sensibilizzato i cittadini alle terre d’acqua attraverso la promozione di attività ricreative, come il birdwatching, le escursioni didattiche o il semplice trekking. Nel momento in cui c’è riconoscimento da parte delle comunità locali, le zone umide hanno più probabilità di essere protette. Questi purtroppo sono casi che dipendono molto da condizioni locali e vanno a sopperire a situazioni in cui lo strumento normativo da solo non riesce a funzionare. Molto spesso vengono infatti a mancare sia le disponibilità finanziarie che le competenze tecniche per gestire una zone umida. Come dicevo prima, io credo che occorra trovare nuovi strumenti di governance, come appunto l’istituzione di parchi.
A mio parere il miglior esempio che abbiamo in Italia oggi è quello del
contratto delle zone umide costiere dell’oristanese, un accordo che vuole tutelare sei zone Ramsar estese tra 11 comuni sardi. Dopo svariati incontri e processi partecipativi, le diverse amministrazioni sono giunte ad un accordo sulla creazione di un parco regionale, unico strumento efficace se si vuole garantire una tutela e una gestione integrata di un area naturale così vasta e articolata.

A livello globale oggi si assiste a una riduzione delle zone umide o a una loro espansione?
Solo nella zona mediterranea
negli ultimi 50 / 60 anni abbiamo perso oltre la metà delle zone umide. Oggi c’è maggiore consapevolezza di questo processo e si sta assistendo a segnali di miglioramento, ma è solo l'inizio del percorso. Qualche passo avanti si potrebbe fare con l’approvazione della Restoration law, proposta siglata all’interno della strategia UE sulla biodiversità per il 2030 che vuole istituire obbiettivi giuridicamente vincolanti di ripristino della natura all’interno dell’Unione Europea. Oggi però non possiamo più pensare alla sola conservazione delle wetlands, ma dobbiamo passare alla loro rigenerazione, ovvero alla ricostruzione delle zone umide lì dove sono sempre esistite e dove ancora oggi sussistono le condizione idrauliche e geomorfologiche per la loro reintroduzione. L’intervento principale è quello di garantire che l’acqua possa tornare a circolare nel terreno. Una volta che l’acqua torna a riabitare un’area, le cose arrivano in maniera abbastanza automatica, senza necessariamente un grande intervento umano. In casi di zone umide già esistenti, ma fortemente impattate, occorre intervenire ad esempio con la rimozione di rifiuti, la riforestazione degli argini e la reintroduzione di specie autoctone e di avifauna, garantendo così zone filtro e aree di riproduzione. Queste sono solo alcune delle azioni che possono essere messe in campo per la salvaguardia delle zone umide, ma sono quelle da cui partire. Da qui in avanti sarà sempre più importante frenare le pratiche distruttive attuate finora e convertirle in azioni di rigenerazione e rivalorizzazione che garantiscano un futuro alle terre d’acqua e a tutte le loro funzioni.

Immagine: Sara Cottle (Unsplash)