A Shanghai, l’amministrazione cittadina si fa notare per l’impegno nel riciclo dei rifiuti elettronici, grande piaga per la Cina del boom digitale: le potenzialità dell’urban mining sono incoraggiate da un piano di raccolta che integra piattaforme online di iniziativa privata, come Alahb, con una logistica porta-a-porta, per andare incontro alle esigenze di tutti. Stessa cosa che avviene anche per abiti e tessuti usati, recuperati tramite web o con tradizionali cassonetti e poi donati a progetti di solidarietà, rivenduti all’estero, ma soprattutto per l’85% riciclati e reimmessi nella catena produttiva. 

Spostandosi a nord, a Qingdao, ex colonia tedesca e oggi capitale della birra cinese, lo stabilimento Semizentral Resource Recovery Centre raccoglie acque reflue e scarti alimentari da una popolazione di circa 12.000 persone, per convertirli in energia elettrica, calore, fertilizzanti e acqua non potabile. Nel 2016 ha raggiunto l’obiettivo del 100% di riutilizzo delle acque di scarico, riuscendo quasi a dimezzare il consumo idrico della municipalità di riferimento.

Ancora più a nord, il Teda di Tianjin, uno dei più grandi parchi industriali della nazione, si è dotato di un Eco Center in cui far confluire fanghi industriali e materiali di scarto dagli stabilimenti di tutta l’area, da riciclare grazie alle più innovative tecnologie disponibili, così da avviare una transizione green e circolare dell’intero complesso produttivo.

Volando a sud, nella megalopoli industriale di Shenzhen, diventata il modello asiatico per l’elettrificazione del trasporto pubblico, la Gem China, società che si occupa del recupero e valorizzazione di vari tipi di rifiuti soprattutto elettronici, arriva oggi a riciclare 3 milioni di tonnellate di materiali all’anno: 300.000 tonnellate sono batterie usate da cui si estraggono nickel, cobalto e altre terre rare, preziosissime per l’industria ma altamente inquinanti se disperse nell’ambiente.

La Cina circolare è già realtà. Una realtà che, certo, fa spesso a pugni con altri risvolti del complesso quadro cinese. Nel dicembre 2015, per esempio, la tecnologica Shenzhen è balzata all’onore delle cronache internazionali per una spaventosa catastrofe che ha distrutto decine di fabbriche e ucciso più di 70 lavoratori: travolti letteralmente da una valanga di rifiuti e detriti franati da una gigantesca discarica. La mala gestione di immondizia e scarti industriali si affianca così a esperienze d’avanguardia e casi studio elogiati in report internazionali, come quello redatto nel 2018 dalla Ellen McArthur Foundation. Fiori all’occhiello che testimoniano la strada intrapresa dalla Repubblica Popolare verso una transizione circolare della sua economia. Del resto, il concetto di ciclo è da sempre connaturato alla cultura essenzialmente taoista del Dragone. E il pragmatismo (per quanto spesso eticamente discutibile) che accompagna la via cinese al comunismo, almeno dai tempi di Deng Xiaoping, chiede ormai con una certa urgenza di abbracciare con piena convinzione il credo della Xúnhuán jÄ«ngjì, l’“economia del ciclo”. 

 

 

Leggi e piani quinquennali

“Il concetto di economia circolare è stato introdotto in Cina, a partire dagli anni ’90, da ricercatori e attivisti che attingevano da politiche e pratiche già in uso in paesi come la Germania e gli Stati Uniti”. Così spiega a Materia Rinnovabile il professor Hao Tan, oggi docente presso la Business School dell’università australiana di Newcastle, ma per vari anni consulente di industrie e società high-tech cinesi. I principi della circolarità delle risorse sono quindi entrati prima di tutto nel mondo della ricerca industriale, poi sono arrivati anche sui tavoli dei legislatori. È del 2008 la Circular Economy Promotion Law, approvata sotto la presidenza di Hu Jintao con il proposito di “migliorare l’efficienza nell’utilizzo delle risorse, proteggere e migliorare l’ambiente e realizzare uno sviluppo sostenibile”. Se le parole d’ordine dell’attuale Green New Deal del Dragone c’erano già tutte, le vere motivazioni stavano però nel termine “efficienza”. “La preoccupazione per l’ambiente non è di sicuro la ragione principale dell’impegno del governo cinese per l’economia circolare. Il vero motore è la sicurezza nell’approvvigionamento di risorse. Stessa considerazione che si può fare anche in merito alla sicurezza energetica e alle leggi sulle rinnovabili”, osserva Patrick Schröder, ricercatore per l’istituto britannico Chatham House, che collabora attivamente con il Consiglio di Stato cinese sui temi della circolarità. 

Nonostante le spinte squisitamente pratiche che hanno portato alla sua promulgazione, la Promotion Law è oggi molto criticata per non essere abbastanza concreta e mantenersi troppo sul piano dei principi. “Mancano linee guida dettagliate e molti ritengono che ciò abbia impedito una effettiva implementazione della legge”, spiega Hao Tan. La revisione, attualmente in discussione, andrà quindi probabilmente verso una maggiore definizione di obiettivi concreti e target specifici per i singoli materiali, recependo parte del lavoro già fatto per gli ultimi tre Piani quinquennali e per il Circular Development Leading Action Plan del 2017. Documento questo che, ricorda Hao Tan, fissa degli obiettivi piuttosto precisi e ambiziosi: “un aumento del 15% al 2020 (rispetto ai livelli del 2015) del tasso di produttività delle risorse; un tasso di riciclo dei principali materiali di scarto pari al 54,6%; un tasso di riutilizzo dei rifiuti solidi industriali del 73%; e soprattutto l’avvio di una trasformazione circolare per il 75% dei parchi industriali di livello nazionale e per il 50% di quelli di livello provinciale”. 

 

 

Parchi industriali e sistemi simbiotici

Nella sfida della transizione circolare, l’asso nella manica della Cina sono i suoi parchi industriali. Come scrivono il professor Hao Tan e il collega John Mathews su Nature (marzo 2016), più della metà delle attività manifatturiere cinesi sono condotte in questi grandi complessi produttivi. Creare degli ecosistemi circolari, sfruttando la prossimità di fabbriche e stabilimenti e la condivisione in molti casi già avviata di servizi, è ovviamente più semplice che partire da zero o cercare di connettere strutture distanti. Il retrofit verde di queste grandi aree industriali è quindi ciò su cui stanno investendo vari ministeri della Repubblica Popolare, dando vita a tipologie di eco-cluster gestite attraverso diverse linee di finanziamento. “I Circular Economy Industrial Park – spiega Schröder – fanno capo alla Commissione nazionale per lo sviluppo e le riforme, mentre i Green Industrial Park sono promossi dal ministero dell’Ambiente ed Ecologia e i Low Carbon Industrial Park sono emanazione del ministero per l’Information Technology”. Ma se gli uni si concentrano più sull’efficienza delle risorse e gli altri sul taglio delle emissioni di CO2, alla fin fine gli obiettivi risultano comunque complementari. 

Il modello a cui si ispirano è quello della “simbiosi industriale”, sviluppato per la prima volta e sin dagli anni ’80 a Kalundborg in Danimarca, in un sito diventato caso da manuale studiato in tutto il mondo. Il principio è, né più né meno, quello di un ecosistema naturale, in cui gli scarti di un anello della catena alimentano l’anello successivo. Materiali, energia, acqua e sottoprodotti sono così condivisi e messi in circolo, ottimizzando la resa delle risorse, tagliando drasticamente gli sprechi, abbattendo le emissioni di CO2 e riducendo le esternalità. 

Il Nuovo Distretto di Suzhou, la “Venezia cinese” poco distante da Shanghai, è uno degli esempi più brillanti di questa riorganizzazione. Scelto già nel 2005 per far parte, insieme ad altri 12 parchi, di un progetto pilota sull’economia circolare, ospita oggi circa 4.000 aziende manifatturiere. Fra gli esempi di simbiosi al suo interno, ci sono le industrie di circuiti stampati, che utilizzano rame di recupero invece di metallo “vergine” proveniente da qualche miniera. Mentre al Teda (Economic-Technological Development Area) di Tianjin, racconta Patrick Schröder, “l’utilizzo sinergico delle acque di scarico consente un risparmio idrico di circa 300 tonnellate al giorno”. I parchi sperimentali sono poi monitorati, così da poter utilizzare i dati raccolti per migliorare i processi e orientare le prossime politiche nazionali.

 

 

Rifiuti, restrizioni ed eco-dittature

Se l’assetto dei cluster industriali è affare da addetti ai lavori, il volto pubblico e mediatico della metamorfosi circolare della Cina passa dall’immondizia domestica. La crescita economica degli ultimi decenni e l’eccezionale spinta all’urbanizzazione (oggi il 57% dei cinesi vive in città) hanno trasformato la Repubblica Popolare, un tempo nazione rurale, nel paese con la più numerosa classe media urbana del mondo. E la classe media, a ogni latitudine, è quella che consuma di più, producendo rifiuti e pesando sul bilancio delle risorse. Ad aggravare la situazione sono le stesse peculiari abitudini dei cittadini cinesi: cibo da asporto (e chi è stato in Cina, sa che tentazione irresistibile sia…) e commercio online generano abnormi quantità di packaging, che per la maggior parte non viene riciclato. 

Come di consueto, il governo cinese affronta la situazione di petto, con approcci top-down che non prevedono nessun credito di fiducia alla semplice e disinteressata buona volontà individuale. In primavera è stato per esempio avviato l’ennesimo programma pilota zero waste city, che comprende gigantesche aree urbane come Shenzhen e Chongqing. Altri programmi, dagli obiettivi più o meno stringenti, proseguono in molte altre città, tra cui Shanghai, in cui pare si stia sperimentando il sistema del social credit per convincere i cittadini, con la minaccia di penalizzazioni sui propri “punteggi sociali”, a impegnarsi nella raccolta differenziata. La giornalista Lily Kuo, sul The Guardian (12 luglio 2019), parla addirittura di “eco-dittatura” e di gente colta dal panico nel momento di scegliere in quale cassonetto buttare le ossa di pollo o lo smartphone rotto. “Saltare a piè pari i tentativi educativi e passare direttamente ai metodi impositivi è certo un approccio molto ‘alla cinese’” commenta Patrick Schröder. “Ma avendo vissuto parecchi anni a Pechino, posso dire che ci sono delle ragioni. Nel condominio dove abitavo, nonostante i tanti cartelli con indicazioni per la differenziata, nessuno se ne preoccupava, anzi, consigliavano anche a me di lasciar perdere! Posso testimoniare che l’approccio volontario non funziona: alla classe media non importa che fine fanno i rifiuti. È pur vero, comunque, che ci sono parecchie associazioni che si danno da fare per sensibilizzare sul tema.”

“Il progetto pilota di Shanghai – racconta ancora Schröder – è poi un tentativo di mettere insieme le varie facce della transizione circolare: dalla gestione e raccolta dei rifiuti domestici, al riciclo, alla fornitura di materie prime seconde per l’industria”. L’entrata in vigore, nel 2018, delle restrizioni sull’importazione di rifiuti dall’estero non ha infatti messo in crisi solo le rotte del riciclo dei paesi occidentali; a soffrirne sono state le stesse industrie cinesi, che oggi si trovano a corto di materie prime. “La soluzione più immediata – continua Schröder – è parsa allora l’implementazione di processi di riciclo a partire dai rifiuti domestici della stessa Cina. Cosa che però, al momento, non sta avvenendo in maniera sufficiente, visto che le industrie continuano a lamentarsi di non avere a disposizione abbastanza materiali di alta qualità”.

 

 

Il futuro passa dalle città

Il settore industriale è stato fino a oggi il focus principale della transizione della Cina verso un’economia circolare. Ora, però, tocca alle città. 

In Cina ci sono oltre 100 città che superano il milione di abitanti e alcune delle aree urbane più grandi e popolose del pianeta (Shanghai conta 26 milioni di abitanti, ma se si guarda alla municipalità, Chongqing arriva addirittura a 30 milioni). Per il 2030 si prevede che il 67% della popolazione vivrà in città e già oggi il sistema urbano da solo è responsabile dell’82% della produzione economica nazionale. Il governo cinese ha grandi progetti per le sue città e tiene a presentarle come hub di innovazione, in cui sperimentare tecnologie fantascientifiche (mobilità, social credit, riconoscimento facciale, intelligenza artificiale) ma anche soluzioni per ridurre l’impatto dello stile di vita della classe media.

Ne è convinta la Ellen MacArthur Foundation, che nel 2018 ha rilasciato un dettagliato report sulle opportunità prossime venture dell’economia circolare nella Repubblica Popolare, focalizzandosi in buona parte sul ruolo che hanno da giocare i sistemi urbani. Oltre al contributo che una ben organizzata raccolta differenziata fra i cittadini può dare alle industrie tessile ed elettronica, quello che è più interessante della ricerca è la volontà di allargare il concetto di economia circolare a pratiche non connesse strettamente ai processi industriali. Entrano in gioco, dunque, la mobilità, l’edilizia e il sistema cibo. L’ottimizzazione dei consumi, l’abbattimento degli sprechi, l’allungamento della vita dei prodotti (e degli edifici) sono anelli della catena che vanno migliorati. Le soluzioni arrivano, ad esempio, da piattaforme digitali come JuTuDi di Alibaba, che sta sperimentando un nuovo modello di agricoltura on demand così da evitare eccedenze di produzione e sprechi inutili nella filiera alimentare.

Ancora più a monte, si parla di design e progettazione. Per l’ambiente costruito, ad esempio, è una piaga tutta cinese la rapida fatiscenza degli edifici, che certo spuntano con la velocità di funghi dopo la pioggia, ma si degradano nel giro di pochi anni. Oltre, naturalmente, alla necessità di vigilare su qualità dei materiali e dei cantieri, un aiuto potrebbe venire dall’edilizia off-site e in effetti il governo cinese ha in programma di raggiungere il 30% di nuovi edifici prefabbricati entro il 2026. Soluzione che, inoltre, consentirebbe anche una maggiore modularità, un più semplice disassemblaggio e quindi il riutilizzo delle componenti.

Infine, fondamentale per ridurre consumi e allungare la vita dei prodotti è la sharing economy. Dalle automobili ai motorini, dalle bici agli appartamenti, in Cina è un fiorire di piattaforme per la condivisione di beni. Certo, va tutto fatto con criterio, per non ritrovarsi poi con le immagini di cimiteri di biciclette abbandonate che fanno il giro del mondo, come è successo con quelle di Xiamen. O per non fare la fine del manager di Shenzhen che, sull’onda dell’entusiasmo per Mobike, ha ideato un servizio di sharing umbrella, mettendo a disposizione dei cittadini 300.000 ombrelli colorati. E perdendoli tutti nel giro di poche settimane.

 

Gem China, http://en.gem.com.cn/gongsijianjie

Circular Economy Promotion Law of the People’s Republic of China, www.lawinfochina.com/display.aspx?id=7025&lib=law

H. Tan, J. Mathews, “Circular economy: Lessons from China,” Nature, marzo 2016, www.nature.com/news/circular-economy-lessons-from-china-1.19593

Suzhou New District, http://english.snd.gov.cn

L. Kuo, “‘A sort of eco-dictatorship’: Shanghai grapples with strict new recycling laws”, The Guardian, 12 luglio 2019, www.theguardian.com/world/2019/jul/12/a-sort-of-eco-dictatorship-shanghai-grapples-with-strict-new-recycling-laws

Zero waste city pilot program, http://en.chinacace.org/events/view?id=6080

Ellen MacArthur Foundation, New report highlights opportunity for China’s cities to lead global circular economy transition, settembre 2018, 

www.ellenmacarthurfoundation.org/news/new-report-highlights-opportunity-for-chinas-cities-to-lead-global-circular-economy-transition

 


 

Intervista a Patrick Schröder, ricercatore presso il Chatham House

di G. M.

 

Dalla Cina al mondo

 

Patrick Schröder è senior research fellow in Energia, Ambiente e Risorse al Chatham House, dove è specializzato in studi sulla transizione globale verso un’economia circolare inclusiva. Tra il 2008 e il 2015 ha vissuto a Pechino, occupandosi di sviluppo di programmi di cooperazione fra Cina e Ue. 

 Con Patrick Schröder, ricercatore dell’istituto britannico Chatham House, abbiamo parlato dell’influenza delle politiche interne cinesi e delle dispute commerciali internazionali sullo sviluppo di un’economia circolare globale.

 

Dalla Circular Economy Promotion Law del 2008 fino a oggi, sembra che le politiche cinesi stiano riservando una grande attenzione allo sviluppo dell’economia circolare. Questo impegno si è tradotto in risultati concreti?

“Di sicuro la legge di promozione è stata molto importante per diffondere il concetto di circolarità. Negli ultimi dieci anni, sono stati varati regolamenti e misure politiche per supportare la Promotion Law del 2008. L’economia circolare è stata inserita anche nel 12° e 13° Piano quinquennale con l’obiettivo di ridurre i rifiuti e l’inquinamento. Diverse ricerche, poi, riportano dati sulla riduzione di inquinanti a cui ha contribuito l’adozione di criteri di circolarità nei processi produttivi. 

Detto questo, non si può dire che la Promotion Law abbia davvero raggiunto l’obiettivo di una transizione circolare dell’economia cinese. Nella mia ultima visita a Pechino, in agosto, ho parlato con membri della China Association for Circular Economy e con vari stakeholder. Attualmente è aperto il dibattito sulla revisione della legge del 2008 e molti vorrebbero eliminare il termine ‘promozione’ per arrivare a una più diretta ‘Circular Economy Law’. Ovviamente il punto non sta soltanto nel nome, ma nel fatto che la Promotion Law non è abbastanza efficace per garantire una vera transizione e questi gruppi vorrebbero invece includere più concretamente dei target specifici di efficienza per i diversi materiali. 

A questo proposito, io e alcuni colleghi ricercatori di Chatham House siamo stati coinvolti in una task force internazionale del China Council for International Cooperation on Environment and Development proprio per fornire suggerimenti sull’economia circolare, inclusi specifici target di efficienza per i materiali e le industrie in vista del 14° Piano quinquennale che partirà dal 2021. In passato, alcuni di questi target, da noi suggeriti al Consiglio di Stato cinese, sono già stati effettivamente inseriti nei piani quinquennali.”

 

Qual è stato – se c’è stato – il ruolo dell’opinione pubblica nello spingere il governo verso politiche circolari?

“Non credo che l’opinione pubblica abbia avuto peso. Le persone in Cina non conoscono la Promotion Law, che è arrivata più che altro come strategia di sviluppo industriale. Per esempio, all’inizio di quest’anno ho tenuto un corso sull’economia circolare alla Business School del Sussex e circa la metà degli studenti venivano dalla Cina. Ho chiesto cosa pensassero della Promotion Law e solo un paio sapevano cosa fosse.

Certo è vero che anche in Cina la percezione dei problemi e delle tematiche ambientali è cambiata. La popolazione soffre a causa dell’inquinamento atmosferico, cresce la preoccupazione per la salute ed è molto sentito il tema della gestione dei rifiuti, la cui disorganizzazione ha in questi anni spesso causato gravi congestioni nelle città che non hanno più spazio per le discariche. Questo ha portato il governo cinese a prendere in mano la situazione, nella consapevolezza che la quantità di rifiuti prodotta non era ormai più gestibile e la loro riduzione sia adesso una priorità politica.

 

In questo contesto è arrivata anche la decisione di porre rigide restrizioni sull’importazione di rifiuti da riciclare dall’estero. Come stanno funzionando queste misure?

“Credo stiano funzionando. Sebbene sia difficile trovare dati puntuali, quello che si può vedere è che le esportazioni dall’Europa e dagli Stati Uniti verso la Cina si sono molto ridotte e sono state dirottate su altri paesi, soprattutto quelli del Sudest asiatico. Bisogna però andare più a fondo per capire come si è davvero modificato il sistema. La richiesta di materiale riciclato per l’industria è ancora forte in Cina, il mercato è lì. Così quel che succede, alla fine, è che i rifiuti vengono lavorati in altri paesi, ma i materiali riciclati, per esempio il pellet ottenuto dalla plastica, tornano in Cina, dove vengono utilizzati per fabbricare nuovi prodotti che poi, verosimilmente, verranno riesportati in Europa e Stati Uniti. Praticamente è solo la fase intermedia del processo che è stata spostata in altri paesi. 

È comunque piuttosto complicato riuscire a tracciare questi percorsi a causa della carenza di dati. Eppure sarà sempre più importante, man mano che l’economia mondiale diventerà più circolare, capire le dinamiche dei commerci di rifiuti e delle materie prime seconde. E come queste vengano influenzate da fattori geopolitici, quali le dispute commerciali internazionali e le leggi dei paesi protagonisti, Cina e Stati Uniti in testa.”

 

Quali effetti sta avendo la guerra dei dazi tra Stati Uniti e Cina nello sviluppo dell’economia circolare globale?

“Non esiste ancora una valutazione sistematica di questi impatti. In generale si può dire che saranno negativi, più che altro perché Stati Uniti e Cina sono le due economie più grandi del mondo e detengono una grossa fetta del commercio globale. Per sviluppare efficacemente l’economia circolare a livello globale è indispensabile quindi che entrambe collaborino attivamente. Fino a ora fra le due nazioni intercorreva una proficua relazione simbiotica di commercio di materie prime seconde, in particolare di rottami metallici, carta da macero e altri materiali di scarto da riciclare, ma ora questa relazione è minacciata. Per il momento i danni sono gestibili, ma se la guerra commerciale dovesse andare per le lunghe ci saranno ricadute anche sulle economie di altri paesi.” 

 

Parliamo di Sud del mondo: quale ruolo potrebbe avere la Cina, in particolare attraverso la Belt and Road Initiative, nella promozione del modello circolare nei paesi in via di sviluppo?

“È la stessa domanda che ho posto quest’estate a Pechino. La verità è che al momento non ci sono molti progetti in proposito, ma molte delle persone con cui ho parlato si sono trovate d’accordo sul fatto che sia ora di pensarci. Credo che la prossima fase del programma di One Belt One Road, dopo questo primo slancio nell’implementazione di infrastrutture, riguarderà l’inclusione di progetti basati su principi di economia circolare. Un’opzione potrebbe essere di investire in aziende di riciclo, magari replicando il modello degli eco-parchi industriali e della simbiosi industriale.” 

 

Come quello costruito dalla GemChina di Shenzhen in Sud Africa?

“Quello è un esempio interessante: si occupano di riciclo di batterie. Credo che ciò che sta avvenendo ora – a seguito delle restrizioni di cui parlavamo – sia uno spostamento delle industrie del riciclo fuori dalla Cina. Non si tratta però di spostamenti programmati nel piano della One Belt One Road: purtroppo c’è una mancanza di coordinamento fra politica e industrie che complica le cose. Le industrie cinesi non erano al corrente delle politiche di restrizione degli import che sarebbero arrivate, ma nonostante questo sono state piuttosto veloci a reagire e a impiantare nuovi stabilimenti. Il problema è che tutto ciò è stato fatto in fretta e senza nessuno studio di impatto ambientale nei paesi in cui si è andati a operare.

Quello che fa ben sperare, in merito allo sviluppo di politiche circolari per la Nuova Via della Seta, è l’interessamento degli investitori. Per esempio la Icbc (Industrial and Commercial Bank of China), una delle più importanti banche cinesi, sta creando linee di investimento green per la One Belt One Road. Ora più che mai sarà importante continuare a sottolineare l’importanza dell’economia circolare per le aziende e per i paesi non solo per la riduzione dei rifiuti ma anche per supportare le politiche di mitigazione climatica.” 

 

Chatham House, www.chathamhouse.org

Belt and Road portal, https://eng.yidaiyilu.gov.cn

In questo articolo: immagini di una Cina in transizione, negli scatti raccolti tra il 2011 e il 2012 per le strade di Pechino, Shanghai, Nanjing e Suzhou. Credit: Martino Cipriani

Immagine in alto: Zhangjiajie – YHBae/Pixabay