La storia di un vecchio maglione di seconda mano, il foto-racconto della fabbricazione di scarpe da materiali di recupero e un video che racconta il packaging insostenibile. Sono i tre lavori vincitori del contest “Tutto Torna. Storie Circolari” lanciato dal progetto ECCO di Legambiente, che ha visto la partecipazione di tanti giovani giornalisti, fotografi e videomaker per raccontare l’Italia dell’economia circolare.
“La creatività e l'immaginazione sono alleati preziosi nella lotta al cambiamento climatico”, commenta
Lorenzo Barucca, responsabile economia civile di Legambiente. “I giovani partecipanti al contest ci hanno mostrato tante nuove modalità per avvicinare persone al tema dell'economia circolare”.
I premi – tre computer rigenerati dalla Cooperativa Reware - sono andati a Simonetta Rossetti per la categoria fotografia, al collettivo Barro Team per il video e a Francesca Fiore per la categoria articoli.
Materia Rinnovabile, partner dell’iniziativa, pubblica il lavoro di Francesca Fiore: un reportage “dall’interno” su una bella iniziativa di scambio di abiti usati nata in provincia di Torino: il
Tütlet, l’outlet del tutto, lento e gratuito.

Quando Greta Thumberg varcava i confini europei ed entrava nelle grandi città con il suo impermeabile giallo, divenuto simbolo della lotta al cambiamento climatico, tenendo tra le mani quel cartellone bianco che gridava «Skolstrejk fӧr klimatet», io partecipavo al mio primo aperi-scambio universitario.
Un semplice appartamento di fuorisede, tanti giovani con armadi pieni zeppi di vestiti impolverati, pancake di ceci, musica indie, hummus di barbabietola, montagne di capi colorati in ogni angolo, tanto radical chic proprio come piace a quelli come noi che ancora chiamano Millennial: un mix di ingredienti perfetti per qualche ora di shopping senza spendere un soldo.
Dopo il pomeriggio trascors
o nel bilocale del centro di Torino, tra vestiti di ogni genere e taglia, impegnata a scegliere quali portarmi a casa e di quali disfarmi, decido di diventare la Greta Thumberg dell’abbigliamento, convincendo chi mi sta intorno a evitare di acquistare fast fashion come fosse la peste.

Così nasce Tütlet

Convinta la consulta giovanile comunale a organizzare uno scambio di vestiti nel mio paese, scegliamo un nome per l’evento. L’abbiamo chiamato Tütlet, anche se poi nessuno sapeva davvero spiegarne il significato; e abbiamo scelto il nostro motto, che pareva sicuramente più esplicativo: Ricicla. Riusa. Rifatti l’armadio.
In un mese tutto era pronto.
Dopo aver appeso in giro per
Vinovo le nostre vecchie magliette (un po’ per scelta ecologica, un po’ perché eravamo in ritardo con le stampe dei manifesti) con tutte le informazioni per partecipare, in una domenica di gennaio il Tütlet ha debuttato per la prima volta tra occhi curiosi, sguardi scettici e implacabili entusiasti.
Poche ma semplici regole:
portare vestiti in buono stato che a forza di stare chiusi nell’armadio puzzano di naftalina, pesarli sulle bilance a disposizione, tenere in tasca il voucher in cui sono indicati i chili portati, girovagare tra i tavoli alla ricerca di qualcosa di carino da accaparrarsi prima che lo faccia la mano svelta del signore accanto, e infine, tornare a casa con un peso pari o inferiore rispetto a quello portato. E gli abiti che nessuno ha scelto? In parte destinati ai senzatetto, in parte tenuti come base di partenza per il prossimo appuntamento di scambio-vestiti. Il tutto è contornato da aperitivi a buffet, vinili, spazio interviste e fotografie, piante di ogni genere che i vivai del paese e i concittadini con il pollice verde ci hanno prestato per l’occasione.
In poche ore l’ala comunale si è riempita di persone: ragazzi giovani che frugavano tra le t-shirt per cercare la taglia giusta, chi passava in rassegna tutte le giacche anni Ottanta per trovare quella perfetta, chi si provava le scarpe sperando che fossero proprio della loro taglia, chi usciva dai camerini con buffi abbinamenti e chi tornava a casa con borse piene di jeans e maglioni. C’era anche chi voleva soltanto disfarsi di qualche capo di troppo e chi veniva per ballare davanti al giradischi o per dare consigli agli amici che non sapevano quale giubbotto scegliere.

Gli anni Ottanta in un maglione di seconda mano

La storia del Tütlet non è solo la storia di una domenica di gennaio che vuole contrastare la passeggiata al centro commerciale tappezzato dalle scritte “SALDI” in grassetto. Quelle scritte rosse millantano qualcosa di insistente: magliette a tre euro, pantaloni a quindici, scarpe a venti. Ci fanno credere che abbiano un impatto minimo sul nostro portafoglio, ma non è la verità. L’impatto è un impatto a lungo termine, è un impatto sulla vita delle persone che hanno prodotto quella maglietta, quel pantalone, quelle scarpe, ed è un impatto su un pianeta che ormai pesa troppo per sorreggere tutto ciò che generiamo.
La storia del
Tütlet è la storia di scambio, di rivalutazione, è dare vita a vestiti che non piacciono più a qualcuno ma che possono piacere a qualcun altro. Il Tütlet è la storia di un maglione che era tuo e adesso è mio. È quel maglione firmato, quel maglione beige morbido e caldo che ho visto abbandonato su un tavolo e che mi ha chiamata. È quel maglione di cui cantavano i The Giornalisti quando ancora c’era Tommaso Paradiso al microfono, quello largo e così lungo che nasconde anche le ginocchia.
Quando ho scoperto chi fosse il vecchio proprietario, ho capito che quel maglione beige, che sarebbe stato rinchiuso per altri anni in uno scatolone con l’illusione di uscire al momento del cambio di stagione, aveva qualcosa da raccontarmi. Aveva vissuto gli anni Ottanta addosso a quel ragazzo mentre veniva eletto Reagan presidente degli Stati Uniti, aveva visto morire Grace Kelly in un incidente, era sul divano quando trasmettevano la notizia dell’esplosione di un reattore nucleare a Černobyl'; lui l’ha vista finire la guerra fredda, con la caduta del muro di Berlino, mentre in Italia si cantava muovendo le mani a ritmo
La notte vola della Cuccarini e Raf si chiedeva Cosa resterà degli anni ’80.
Di quegli anni Ottanta a me, Millennial nata a cavallo con quella che viene definita la Generazione Z, restano i racconti dei miei genitori, un paio di fotografie analogiche e le canzoni. E mi resta quel maglione, che tengo spesso addosso, pregando ad ogni lavaggio che non si restringa. So che adesso avrà una nuova vita, ha visto una nuova elezione americana, ha vissuto una pandemia globale e chissà cos’altro ancora lo aspetta.
In una società che è diventata rapida in tutto, una società che vede nuove collezioni ogni due mesi, che con un click compra e poi si dimentica di avere quel pantalone nel cassetto, il
Tütlet ha dato prova della sua forza e del suo impatto. Un autentico outlet gratuito e lento, dove poter condividere e scambiare; un outlet dove poter trovare un po’ di tutto, quel tutto decantato dal suo nome in dialetto piemontese, e dove poter dare a quel tutto una seconda chance.
Il
Tütlet ha riunito un paese che si scambiava vestiti a ritmo di musica, combattendo almeno per un giorno il retaggio del mercatino dell’usato e vincendo uno a zero sulla società dei consumi, che in questi anni ha fatto troppi goal.