Il Giappone, terza economia mondiale, ha da poco cominciato la sua lotta all’utilizzo della plastica per gli imballaggi alimentari. I primi lenti cambiamenti stanno iniziando, ma il vero ostacolo è la cultura giapponese.
Può sembrare strano associare il Giappone a questo fenomeno. Ma il viaggiatore che ha la fortuna di visitare il paese del Sol Levante non potrà fare a meno di notare l’uso spropositato del packaging in plastica, usata per impacchettare quasi tutto, compresi i mandarini sbucciati per risparmiare tempo. 

Il Governo di Tokyo verso una riduzione degli imballaggi in plastica

I dati sulla plastica in Giappone indicano che senza dubbio l’uso eccessivo della plastica non è una percezione soggettiva: la No-Profit australiana Minderoo Association nel 2019 indicava che in Giappone ogni anno vengono prodotti più di 5 milioni di tonnellate di rifiuti plastici monouso, al secondo posto dopo gli Stati Uniti. Altri dati decisamente meno incoraggianti giungono indirettamente da uno studio del 2019 di Nickolas J. Themelis e altri intitolato “Current influence of China’s ban on plastic waste imports”, inizialmente mirato ad evidenziare l’influenza dello stop da parte della Cina all’import dei rifiuti plastici dal resto del mondo: i dati mostrano che nel 2015 il consumo pro-capite del solo Giappone era di ben 108 chilogrammi annui. Ancora pochi rispetto ai 136 chili pro-capite dell’Europa occidentale, ma tantissimi se paragonati al resto dell’Asia, che si fermava a 36 chili. In Giappone gli imballaggi di plastica costituiscono il 67% di tutti i rifiuti, oltre il 20% in più rispetto alla media globale. Un bel primato per il Sol Levante insomma.
Il Governo di Tokyo, a luglio del
2020, ha finalmente deciso di fare un primo passo per ridurre i consumi, imponendo un costo per le buste di plastica nei supermercati (tra i 3 e i 5 yen, circa 2-3 centesimi), ottenendo in un anno una riduzione del 72% delle persone che richiedevano le buste di plastica per la spesa. A inizio 2022, inoltre, il Gabinetto Kishida ha approvato una legge che obbliga i produttori a ridurre drasticamente la produzione di 12 tipi di oggetti di plastica monouso come cannucce e pettini. Un risultato concreto ma insufficiente: già nel 2019 Greenpeace Japan invitava il governo a ridurre dell’80% le plastiche monouso entro il 2030, a iniziare un cambio sistematico in tutto il sistema produttivo del Sol Levante e soprattutto a dimezzare la quantità di plastica incenerita o messa in discarica entro il 2030. Kiko Network, una delle associazioni ambientaliste più importanti nel paese, ha denunciato l’assenza del governo nipponico all’ONU durante la votazione della risoluzione per il diritto all’ambiente pulito. Sempre Kiko ha inoltre indicato nel suo piano per l’azzeramento delle emissioni in Giappone entro il 2050 proprio la riduzione dell’uso della plastica come uno step fondamentale.

Cortesie per gli ospiti e overpackaging

Tuttavia, il principale ostacolo alla riduzione nell’uso della plastica nell’imballaggio in Giappone non sono le lobby, ma la cultura giapponese, a partire dal concetto di Omotenashi.
Omotenashi è una parola impossibile da tradurre letteralmente in italiano ma si riferisce genericamente al concetto di ospitalità che si estende anche alla clientela e non solo all’ospite. Più un prodotto è impacchettato, più traspare una cura non solo verso il prodotto ma anche verso il cliente, che ha la percezione di trovarsi di fronte ad un prodotto di lusso, che lo fa sentire importante. In parole povere, l’impacchettamento o anche solo il ricevere una busta di plastica (anche se si è comprato semplicemente un piccolo oggetto) è considerato buona educazione verso il cliente.
Se la cultura impatta negativamente sui tentativi di riduzione degli imballaggi, ci sono però alcuni segnali incoraggianti.
Alcune importanti catene di distribuzione e ristorazione si stanno muovendo autonomamente verso soluzioni più sostenibili. Ad esempio la catena 7-Eleven ha deciso nel 2019 che i loro onigiri, le popolari polpette di riso, verranno imballate in confezioni di bioplastica ottenuta dalle piante.
Anche i cittadini giapponesi stanno prendendo a cuore il problema: non solo infatti l’80% della popolazione è d’accordo nel dire che la plastica in circolazione è eccessiva ma uno studio recentissimo ha dimostrato che le decisioni governative hanno spinto parte della popolazione verso posizioni più green.

Immagine: Jezael Melgoza (Unsplash)