Una lavatrice non è per sempre, su questo non ci piove. Ma se un tempo comprare un elettrodomestico era un investimento di lunga durata, oggi non si può più dire altrettanto. Che l’obsolescenza sia programmata, o indotta dalla psicologia di mercato, o resa inevitabile dall’avanzamento tecnologico, di fatto la vita dei prodotti – quelli elettrici ed elettronici soprattutto – si accorcia. 

Colpa, anche, della difficoltà nel ripararli. I tecnici costano parecchio, i pezzi di ricambio dopo un po’ non si trovano più in commercio, gli apparecchi a volte sono troppo complicati da smontare o sono fatti in modo che non sia possibile disassemblarli. “Conviene buttarlo e comprarne un altro” è la conclusione a cui, spesso, giunge il riparatore di turno chiamato ad aggiustare il condizionatore, la lavastoviglie o il computer. 
Intanto i rifiuti elettronici si accumulano, rischiando di diventare la prossima gravissima emergenza ambientale: secondo proiezioni del Global E-waste Monitor delle Nazioni Unite, nel 2018, in un solo anno, siamo arrivati a 48,5 milioni di tonnellate, quanto mille Titanic o 4.500 Tour Eiffel di materiali potenzialmente tossici e pericolosi.
Insomma, la cultura del “buttalo via” non è più sostenibile. E l’istanza del diritto alla riparabilità, portata avanti da cordate di associazioni e Ong, è arrivata in Commissione europea ed ha finalmente fatto il suo ingresso ufficiale nella direttiva Ecodesign. Del resto, è dal design che tutto comincia: come ricorda il network di Ong European Environmental Bureau (Eeb), “l’80% degli impatti ambientali di un prodotto sono determinati al momento della progettazione”.

Efficienza energetica o durabilità?

La direttiva Ecodesign e i suoi aggiornamenti si sono finora occupati essenzialmente di progettazione ecocompatibile dal punto di vista del risparmio energetico o, al massimo, del risparmio idrico. La partita aperta dal pacchetto sull’economia circolare ha però, adesso, allargato l’attenzione sull’intero ciclo di vita dei prodotti, rendendo prioritari aspetti come la riciclabilità, il riutilizzo e la durata dei beni.

L’allungamento della vita di un prodotto e il miglioramento della sua efficienza energetica, tuttavia, possono a volte essere parametri in opposizione. Per le tasche del consumatore, l’ideale è ovviamente un prodotto che duri il più possibile, ma non sempre questo ha coinciso con vantaggi per l’ambiente. “Per molto tempo – si legge in un rapporto del 2018 stilato dall’Oeko Institut di Friburgo – il messaggio che passava ai consumatori attenti al risparmio energetico era di comprare un nuovo elettrodomestico più efficiente dopo qualche anno. Per alcuni tipi di prodotti, questo poteva avere senso. Ma oggi, anche grazie all’Energy Labelling europeo e alle direttive sull’Ecodesign, l’efficienza energetica di molte categorie di elettrodomestici è migliorata sensibilmente. Quindi, chi già possiede un prodotto energeticamente efficiente, dovrebbe cercare di utilizzarlo per il più lungo tempo possibile così da minimizzare gli impatti sull’ambiente”.
Quale sia la scelta migliore per l’ambiente – cambiare o riparare – dipende ovviamente dal tipo di prodotto. L’Å�koInstitut ha stilato una lista di elettrodomestici e devices elettronici che dovrebbero essere usati il più a lungo possibile: computer, laptop e smartphone, lavatrici, asciugatrici con pompa d calore ad alta efficienza, altri elettrodomestici come frigoriferi, aspirapolvere e lavastoviglie già in classe A (o anche B per gli aspirapolvere). Negli altri casi, invece, può essere più ecosostenibile cambiarli.

Comunque, “numerose ricerche condotte su notebook e lavatrici sostengono che un apparecchio di lunga durata sia in generale più ecosostenibile, anche nel caso che i nuovi modelli siano più efficienti. Per esempio, in uno studio condotto per l’Agenzia Federale dell’Ambiente della Germania (UBA), l’OekoInstitut ha calcolato che, anche se il nuovo modello di notebook usasse il 10% in meno di energia rispetto al vecchio, dovrebbe essere utilizzato per almeno 80 anni per compensare l’energia consumata per la sua produzione”. Stesso discorso vale per i televisori e gli smartphone: meglio tenerseli e averne cura.

Le basi della riparabilità: smontaggio e pezzi di ricambio

Trovata dunque la proporzione aurea tra efficienza e durata, la questione è: come allungare la vita utile dei prodotti? 

Il pacchetto di modifiche apportate alla direttiva Ecodesign, tra dicembre 2018 e gennaio 2019, contiene appunto una serie di misure che dovrebbero facilitare la riparabilità di apparecchi energy-related, come lavatrici, lavastoviglie, asciugatrici, frigoriferi, schermi per computer e tv, illuminazione. I focus sono essenzialmente tre: una progettazione più orientata alla durata, anche grazie alla modularità e alla possibilità di upgrading; la disponibilità delle parti di ricambio; la fornitura di informazioni sia per la manutenzione che per il potenziamento.
Si chiedeva, per cominciare, di rendere più facile lo smontaggio dei prodotti, evitando per esempio di fondere o incollare più pezzi insieme. Richiesta in buona parte accordata, ma con importanti eccezioni, come per le lavatrici e le lavastoviglie. 

Altra fondamentale questione è la reperibilità delle parti di ricambio. Per la prima volta viene stabilito e messo nero su bianco che i pezzi debbano essere disponibili per almeno 7 anni dopo l’uscita di un modello dal mercato, arrivando in alcuni casi fino a 10 anni. Uno sforzo certo non indifferente per le aziende, che avranno tempo fino a marzo 2021 – data dell’entrata in vigore dei nuovi regolamenti – per adeguare la produzione. “Sono tempistiche sfidanti per l’industria”, commenta Paolo Falcioni, direttore generale di Applia Europe, l’associazione internazionale che riunisce produttori e distributori di elettrodomestici in Europa. “Tuttavia il testo uscito dalla Commissione europea è equilibrato nel tenere conto delle diverse istanze in gioco e i costruttori sono senz’altro a favore della trasparenza e della definizione di requisiti minimi per la disponibilità delle parti di ricambio. Ci saranno ovviamente dei costi in più per le aziende, ma la legislazione chiederà questo sforzo a tutti i produttori, anche a quelli extra-europei che vendono sul mercato comunitario. Questo garantirà dunque una fondamentale uniformità di mercato, senza disparità”. 

Soddisfatto, ma con qualche riserva, anche il mondo della società civile. “È un primo passo importante – commenta Stephane Arditi, responsabile delle politiche per l’economia circolare di Eeb – Per la prima volta ci sono delle regole chiare e pratiche sulla riparabilità degli apparecchi: un ottimo precedente per futuri traguardi. Certo, il periodo di disponibilità dei pezzi di ricambio non è molto esteso e penalizza apparecchi che potrebbero durare anche di più se riparati”. 
“Altra criticità – fa ancora notare Arditi – riguarda i pezzi “accoppiati”. Alcune parti di ricambio che negli apparecchi vanno sempre insieme, possono ora essere vendute singolarmente oppure in coppia; ma ce ne sono altre che continueranno a essere vendute solo accoppiate. Questo, oltre allo spreco di materiali, non fa che aumentare il costo delle riparazioni. Fattore determinante, perché per rendere davvero la riparabilità un’opzione diffusa, bisogna che sia conveniente”.

Chi ripara cosa? E chi lo stabilisce?

Il vero oggetto del contendere, tuttavia, è il “chi”. Chi ha il diritto, le qualifiche e la facoltà di riparare?
Stabilirlo è cruciale, perché significa decidere a chi le aziende sono obbligate a fornire le informazioni per la manutenzione e le schede tecniche delle componenti elettroniche. Senza, la riparazione diventa una missione impossibile, o perlomeno molto ardua.

“Ciò che chiedeva la cordata di Ong – racconta Davide Sabbadin di Legambiente – era la trasparenza delle schede per la diagnostica elettronica. L’ideale per noi era che fossero aperte e scaricabili dal web, consultabili da tutti gli utenti. In modo che non solo i riparatori professionisti, ma anche le associazioni e gli ecocentri potessero riparare gli apparecchi ed eventualmente rivenderli, intercettando una fetta di mercato più povero e ottimizzando al massimo la vita utile dei prodotti”.

Ma l’informazione è potere e a nessuno piace cederla. Il lavoro della Commissione è consistito allora in un delicato bilanciamento fra le istanze dei produttori e quelle di associazioni e consumatori. “Gli Stati membri – spiega Robert Nuij, Head of sector for Energy efficiency of products della Commissione Ue – si sono accordati per introdurre due liste di parti di ricambio: una solo per i riparatori professionali, l’altra sia per i professionisti che per gli utenti finali. Se le informazioni della seconda lista sono accessibili a tutti, le schede tecniche della prima sono invece disponibili solo per i riparatori professionali. Questi ultimi, per essere autorizzati, devono essenzialmente soddisfare due requisiti: essere coperti da un’assicurazione di responsabilità civile e avere le competenze tecniche per riparare gli apparecchi in questione. Il riferimento a un registro ufficiale, magari nazionale, sarà considerato sufficiente a dimostrare quest’ultimo requisito. E crediamo che queste nuove regole spingeranno gli Stati membri a istituire degli appositi registri per le organizzazioni di riparatori”. 

“È una legislazione equilibrata, che tiene nel giusto conto la sicurezza e il diritto di riparare” commenta Paolo Falcioni. “Le informazioni tecniche saranno fornite a chi potrà dimostrare di essere in grado di aprire una lavatrice o una lavastoviglie senza mettere a repentaglio la propria incolumità e quella dei consumatori. La legge non taglia fuori nessuno, stabilisce solo dei criteri necessari per poter riparare in sicurezza. Sono poi contemplate anche riparazioni più semplici, che gli stessi utenti possono effettuare senza rischi, ad esempio cambiare la guarnizione di un frigo. Per questi casi, alcuni produttori già offrono kit di pronto intervento che facilitano le operazioni.”

Meno soddisfatto è invece il mondo delle Ong. “Sappiamo che la regola, sulla carta, non è discriminatoria, ma per i piccoli riparatori o i repair cafè può diventare molto complicato e oneroso accreditarsi come professionisti” fa notare Arditi di Eeb. “E c’è il rischio è che le grosse aziende esercitino un controllo sull’accesso alle autorizzazioni per riparare i loro apparecchi.” Anche sulla questione sicurezza è dubbioso: “Non si può sapere se il consumatore deciderà di provare ad aprire e riparare da solo un apparecchio. A questo punto, per ridurre i rischi, sarebbe meglio che le informazioni fossero sempre disponibili per tutti”.

Uno sguardo al futuro

Criticità e mezze soddisfazioni a parte, il pacchetto di revisioni della direttiva Ecodesign avrà certamente un impatto positivo sull’ambiente e sul risparmio energetico europeo. “Secondo le nostre stime – dichiara Nuij – il risparmio totale atteso sarà di circa 130 TWh all’anno entro il 2030. In pratica l’equivalente del consumo energetico annuo dell’Irlanda”.
Quello che ancora manca è un sistema di etichette che renda immediatamente percepibile ai consumatori il grado di riparabilità dei prodotti. “Ma ci si sta lavorando” assicura Stephane Arditi. “Il Joint Research Centre, che affianca la Commissione europea, sta conducendo vari studi per mettere a punto un Repair Scoring System. Potrebbe diventare un’etichetta simile a quella energetica, con diverse classi a seconda del grado di riparabilità. Uno strumento del genere sarebbe davvero efficace per trasformare finalmente il mercato.” 

Intanto lo sguardo si sposta fuori dall’Europa, con la consapevolezza che le regole che si stanno oggi creando a Bruxelles costituiscono un vero precedente storico e un unicum in tutto il mondo. “Il Nord America ha iniziato prima di noi le campagne per il diritto alla riparazione – spiega Arditi – ma l’approccio degli Stati Uniti è diverso, per loro si tratta più di una battaglia sui principi che sui dettagli tecnici”. Il pragmatismo europeo potrebbe quindi fare da capofila a una vera rivoluzione dei modelli di mercato. “Ciò che vorremmo è unire le forze, mettere insieme l’esperienza sul campo del Nord America con i precedenti legali che si stanno creando in Europa e anche con le esperienze più interessanti di paesi asiatici come Cina, Taiwan, Corea, così da creare un mercato globale per gli apparecchi riparabili. Una volta raggiunto questo livello, ci sarebbe la massa critica per creare delle vere opportunità di business per prodotti più durevoli e più sostenibili per l’ambiente”. E fermare la folle corsa dell’e-waste generation

Oeko Institut www.oeko.de/en
Eeb – European Environmental Bureau https://eeb.org
Home Appliance Europe www.applia-europe.eu
Repair Scoring System http://susproc.jrc.ec.europa.eu/ScoringSystemOn Reparability/index.html