Il 2021 si è aperto con una notizia perlopiù passata sotto silenzio, come del resto molte altre in questo anno fagocitato dalla pandemia. Uno studio pubblicato su Nature ha stimato che la massa di tutti i manufatti umani ha superato la biomassa presente sul Pianeta: cemento, asfalto, plastiche, prodotti e dispositivi di metallo, legno, carta, insomma tutti gli oggetti costruiti dall’uomo, pesano di più della totalità degli esseri viventi della Terra. Un altro limite superato senza rendercene conto. E un confine che dice molto sul modello economico in cui ancora siamo immersi, basato sullo sfruttamento senza freno delle risorse e sul degrado degli ecosistemi.
È ora di fermarsi. L’equilibrio di foreste, oceani, fiumi, laghi, praterie, savane, montagne, ghiacciai è compromesso. Nel 2018 la
FAO ha lanciato l’allarme per il suolo: ormai non esiste al mondo nessun terreno che non sia contaminato da qualche agente potenzialmente inquinante, persino nell’Artico, persino nei punti più reconditi dell’Amazzonia. E gli oceani, soffocati dalla plastica e dal petrolio, saturati di anidride carbonica e scarichi chimici, hanno cominciato a far girare al contrario l’orologio dell’evoluzione - come ha denunciato già qualche anno fa il giornalista premio Pulitzer Ken Weiss – riportando alla ribalta forme di vita primordiali, capaci di adattarsi a un ambiente che sta diventando inospitale per le specie più evolute. Le foreste non stanno meglio: secondo un report del WWF uscito all’inizio dell’anno, la deforestazione – dovuta soprattutto all’agricoltura e all’allevamento industriali – si è mangiata 43 milioni di ettari di ecosistemi forestali tra il 2004 e il 2017, mentre solo nel 2020, secondo il Global Forest Watch, è andata persa un’area di foresta primaria tropicale grande quanto l’Olanda. La crisi idrica, il sovrasfruttamento agricolo e gli effetti montanti del cambiamenti climatici pongono, infine, a rischio desertificazione il 40% della superficie terrestre, mettendo in pericolo – secondo stime delle Nazioni Unite – la sussistenza di oltre un miliardo di persone.

Il Decennio per il Ripristino degli Ecosistemi

È ora di fermarsi, certo. Ma fermarsi non basta più: adesso serve rigenerare.
Con la
Giornata Mondiale dell’Ambiente 2021 si inaugura, il 5 giugno, il Decennio per il Ripristino degli Ecosistemi indetto dalle Nazioni Unite. Si tratta, è spiegato sul sito dedicato, di aiutare gli ecosistemi a rigenerarsi non solo rimuovendo le pressioni che alterano gli equilibri naturali, ma anche con azioni dirette, come la piantumazione di alberi o il rewilding. “Qualsiasi ecosistema può essere rigenerato, dalle foreste alle campagne, dalle paludi agli oceani fino alle città”, ognuno con la strategia e il ritmo più adatti.
È una questione innanzitutto di sopravvivenza, e
quindi non ha prezzo. Ma le Nazioni Unite devono parlare il linguaggio dell’economia e perciò hanno anche fatto i conti. “Da qui al 2030 – dichiarano - il ripristino di 350 milioni di ettari di ecosistemi terrestri e acquatici degradati potrebbe generare 9mila miliardi di dollari in servizi ecosistemici. La rigenerazione potrebbe anche rimuovere dall'atmosfera da 13 a 26 gigatonnellate di gas serra. I benefici economici di tali interventi superano di nove volte il costo dell'investimento, mentre l'inazione sarebbe almeno tre volte più costosa delle azioni di ripristino degli ecosistemi”.
E per essere ancora più pragmatici, l’
Unep ha pubblicato un vero e proprio manuale per il ripristino degli ecosistemi, con istruzioni pratiche per cominciare ad agire, sia collettivamente che singolarmente, sul piano politico e su quello personale, a partire dal luogo dove si vive e dalle proprie scelte di consumo.

Una nuova visione: dalla conservazione al mutualismo, passando per la rigenerazione

A pensarci, è un cambio di paradigma radicale rispetto a solo qualche anno fa. La necessità di rigenerazione degli ecosistemi si è sostituita alla semplice conservazione della Natura, un concetto che ha accompagnato l’ambientalismo per tutto il XX secolo e che in realtà era già stato “istituzionalizzato” a metà ‘800 con la creazione del primo Parco Nazionale del mondo, quello di Yellowstone. Se l’idea di “conservare la Natura” ha portato senz’altro dei benefici, ha tuttavia anche contribuito a diffondere la concezione fuorviante di una divisione manichea tra umano e naturale: la Natura era il giardino da proteggere e l’uomo il suo custode. Una visione presuntuosa almeno quanto quella che attribuisce al genere umano i diritti esclusivi e illimitati per lo sfruttamento delle risorse del Pianeta.
Pensare in termini di rigenerazione, invece, sposta il baricentro, perché costringe l’essere umano a rientrare nel ciclo naturale e a rendersi conto di non fare parte a sé. Rigenerare significa tornare a operare secondo regole scritte nel dna di ogni essere vivente: vuol dire sottrarre al proprio ecosistema le risorse per vivere, ma poi anche restituirgliele sotto diversa forma, affinché tutti gli organismi ne beneficino e contribuiscano al mantenimento collettivo. Piantare alberi è forse il modo più semplice per far passare il messaggio e cominciare ad agire, ma non è certo il solo. Nella visione del ripristino rientrano, ad esempio, le pratiche dellagricoltura rigenerativa, che nutre il suolo mentre produce il cibo, o più in generale l’economia rigenerativa (che è poi un altro modo per chiamare l’economia circolare).
Insomma, si tratta di rimettere i piedi dentro quel giardino da cui ci siamo tirati fuori due o tre secoli fa, pensandoci erroneamente come cosa a sé. È ora di fare un passo indietro e superare quella che, nel neo-linguaggio dell’Antropocene, si è cominciata a chiamare la nostra “solitudine di specie”. Lo ha scritto splendidamente Robert Macfarlane nel suo ultimo libro, Underland: “l’unica possibilità di salvezza nel nostro cammino attraverso i secoli incerti e travagliati che ci aspettano è la collaborazione: mutualismo, simbiosi, coinvolgimento delle comunità ‘più che umane’ nelle nostre decisioni collettive”. Rigenerazione significa innanzitutto cooperazione tra specie, che è poi ciò che definisce un ecosistema. Insomma, non più sfruttatori incoscienti, ma nemmeno custodi super partes: solo pari tra pari.