I nostri rifiuti sono una nostra responsabilità. Lasciare che i rifiuti inquinino l’ambiente e finiscano in discariche illegali è inoltre una grande perdita di risorse, che sono invece preziose per la transizione dell’Europa verso l’economia circolare”. Così Virginijus Sinkevičius, Commissario per l’Ambiente gli Oceani e la Pesca, ha commentato la revisione del regolamento per le esportazioni di rifiuti proposta lo scorso 17 novembre dalla Commissione Europea.
La revisione, se approvata, comporterà un giro di vite sulle spedizioni di materiali di scarto verso paesi non membri dell’OCSE, con il doppio obiettivo di porre un freno al cosiddetto “colonialismo dei rifiuti (cioè l’export verso paesi non attrezzati a gestirli) e di contrastare i traffici illegali, che secondo le stime interessano circa il 30% delle esportazioni fuori UE. Contemporaneamente, la Commissione propone una semplificazione delle norme di spedizione all’interno dei confini comunitari, così da facilitare il riutilizzo in ottica di economia circolare di materiali che sono in realtà risorse preziose per l’economia europea.

Un mercato da regolare

Non è un segreto che il mercato globale dei rifiuti sia da anni in continua crescita. Gli ultimi dati del 2018 fotografano un volume di import/export pari a 182 milioni di tonnellate, per un valore di oltre 80 miliardi di euro. Il problema fondamentale è che si tratta di un mercato scarsamente regolato e controllato, con una preoccupante tendenza ai traffici illeciti e in generale ad approfittare delle “zone buie” per scaricare il fardello dei rifiuti da smaltire su paesi scarsamente attrezzati a gestirli, sia da un punto di vista legislativo che di infrastrutture. È quello che varie associazioni ambientaliste hanno battezzato il “colonialismo dei rifiuti”, un fenomeno che sta peggiorando negli ultimi anni, in particolare da quando nel 2018 la Cina ha bandito l’importazione di materiali di scarto di scarsa qualità entro i propri confini.
Solo l’Europa esporta ogni anno 33 milioni di tonnellate di rifiuti, un quantitativo che è cresciuto del 75% dal 2004. Oltre 13 milioni di tonnellate finiscono in Turchia (o meglio, finivano, visto che anche la Turchia ha deciso di porre delle restrizioni all’import) e altri 2,9 milioni in India, seguita da alcuni paesi non UE tra cui Indonesia e Pakistan, palesemente non in condizioni di gestire i flussi di rifiuti che diventano così delle vere e proprie bombe ecologiche.
La Commissione europea ha calcolato che di tutte queste esportazioni, una percentuale tra il 15% e il 30% potrebbe essere illegale, per un valore di 9,5 miliardi di euro all'anno. Insomma, urge un richiamo alle responsabilità di chi i rifiuti li produce.

Cosa dice la revisione del regolamento sulla spedizione dei rifiuti

Con le revisioni proposte, la Commissione europea intende dunque mettere ordine nel Far West del mercato dei rifiuti e nello stesso tempo fare un favore all’economia circolare comunitaria. L’industria europea ad oggi utilizza infatti solo il 12% di materiali riciclati nelle sue filiere produttive, mentre tonnellate di risorse preziose vengono spedite all’estero, dove saranno con tutta probabilità bruciate o sepolte in qualche discarica.
Per prima cosa, si legge nel sommario della proposta, “le esportazioni di rifiuti verso paesi non appartenenti all'OCSE saranno limitate e autorizzate solo se i paesi terzi sono disposti a ricevere determinati rifiuti e sono in grado di gestirli in modo sostenibile”. Dovranno ovviamente essere attivati sistemi di controllo: “tutte le imprese dell'UE che esportano rifiuti fuori dall'Unione dovranno garantire che gli impianti destinatari siano sottoposti a un audit indipendente da cui risulti che gestiscono i rifiuti in modo ecologicamente corretto”.
La Commissione intende poi rafforzare l’azione contro i traffici illeciti: “Per migliorare l'efficienza e l'efficacia del regime di contrasto sarà istituito un gruppo UE di garanzia della legalità delle spedizioni di rifiuti, sarà conferito all'Ufficio europeo per la lotta antifrode (OLAF) il potere di coadiuvare le indagini transnazionali condotte dagli Stati membri e saranno introdotte norme più rigorose in materia di sanzioni amministrative”.
Se da un lato si stringono le maglie del sistema per controllare meglio ciò che esce, dall’altro però sarà necessario semplificare la circolazione interna. La Commissione propone così di snellire le procedure in vigore per trasportare i materiali di scarto all’interno dei paesi UE (ad esempio attraverso lo scambio di documenti digitali), in modo da facilitarne il riuso e il riciclo in ottica di economia circolare. Aumentare il tasso di riciclo entro i confini europei contribuirà non solo a ridurre gli impatti ambientali e a raggiungere gli obiettivi di decarbonizzazione, ma aiuterà anche l’Unione Europea a rendersi più indipendente per quanto riguarda l’approvvigionamento di materie prime, critiche e non.

Tra gli addetti ai lavori c’è, tuttavia, chi si dice preoccupato per gli effetti di questo annunciato giro di vite. La European Recycling Industries Confederation (EuRIC), ad esempio, avverte che, considerato il basso tasso di utilizzo di materie riciclate da parte dell’industria europea, le nuove norme rischiano di creare uno stallo per i rifiuti: “servono urgentemente criteri vincolanti che obblighino l’industria a utilizzare materie riciclate nei processi produttivi”. È il momento, insomma, di dare un’accelerata alla circolarità e smettere di scaricare il problema rifiuti su paesi terzi.

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