Basta un gesto semplice e immediato come aprire un rubinetto, per ritrovarsi tra le mani, o in un bicchiere, un bene di primaria e vitale necessità: l’acqua. Talmente abituati ad averne, a volte viene ritenuto un bene scontato. Ma, nel momento in cui viene a mancare o non può essere utilizzata perché contaminata, la sua assenza si fa sentire in maniera forte e chiara.
L’Unione europea nel
1998 aveva stilato la direttiva 98/83/CE al fine di tutelare l’acqua potabile destinata al consumo umano, ovvero quella erogata direttamente dentro le case e nei locali pubblici, utilizzata per bere, cucinare, preparare cibi, lavarsi le mani ed altro ancora. L'obiettivo della direttiva era sia quello di proteggere la salute umana dagli effetti negativi di qualsiasi possibile contaminazione dell'acqua, assicurandosi che essa fosse sana e pulita, sia permettere a tutta la popolazione di accedere a tale bene. Nel corso degli ultimi decenni l’uomo ha continuato ad alterare lo stato di falde e sorgenti attraverso la dispersione di fertilizzanti per l’agricoltura, di micro-plastiche, di prodotti farmaceutici e altre sostanze, mettendo così a rischio la sua stessa salute. A dicembre il Parlamento europeo ha quindi approvato la revisione della ventennale direttiva proprio per adeguarla e riadattarla al contesto odierno.

Acqua potabile più controllata

La revisione della direttiva sull’acqua potabile è stata richiesta da oltre 1,8 milioni di cittadini europei che, attraverso la campagna “Right2Water”, hanno espresso la volontà di migliorare il diritto di accesso a tale bene e di garantire un livello elevato di protezione dell'ambiente e della salute umana dagli effetti nocivi conseguenti alla sua contaminazione. In pratica è stato richiesto che l’acqua, basilare per la vita umana, sia sana e sicura. Tale richiesta è in linea con il sesto obiettivo di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, che ha come punto centrale quello di "raggiungere un accesso universale ed equo all'acqua potabile, sicura ed economica per tutti."
Le norme aggiornate risultano più severe e stringenti nei confronti degli standard qualitativi previsti per l'acqua erogata dagli acquedotti e introducono un
approccio basato sul rischio, maggiormente efficace per quanto concerne il monitoraggio della qualità del bene erogato. Oltre a rilevare la presenza di composti “standard”, come metalli indesiderati (arsenico, piombo…) e nitrati, i valori parametrici che verranno tenuti maggiormente sott’occhio sono i nuovi composti emergenti, come gli interferenti endocrini, i prodotti farmaceutici e le microplastiche. Nella precedente direttiva queste sostanze emergenti non erano regolate, né monitorate, non vi erano quindi dati disponibili per la valutazione del rischio. A tale scopo è stato introdotto il meccanismo della watch list, che permette di comprendere la loro rilevanza per la salute attraverso la raccolta dei dati e di definire delle priorità di intervento. Nella revisione sono stati inoltre introdotti dei requisiti minimi di igiene per i materiali utilizzati per l'estrazione, il trattamento o la distribuzione di acqua destinata al consumo umano, in modo da garantire che non ne compromettano direttamente o indirettamente la qualità. Questi infatti possono impattare la qualità mediante la migrazione di sostanze potenzialmente nocive, aumentando la crescita microbica o influenzandone l'odore, il colore o il sapore.
Di notevole importanza è inoltre l’introduzione del
Water Safety Plan (WSP), uno strumento progettato per garantire la sicurezza dell'acqua potabile attraverso l'uso di una valutazione completa del rischio e una gestione che comprende tutte le fasi del ciclo dell'approvvigionamento idrico, dal bacino idrografico, all'estrazione, al trattamento, allo stoccaggio e alla distribuzione, fino al consumatore. Il nuovo approccio consente di decidere insieme alle autorità sanitarie e alle altre autorità competenti, sulla base di una concreta e puntuale valutazione dei rischi, quali parametri monitorare con più frequenza, o come estendere la lista di sostanze da tenere sotto controllo.
Il Gruppo CAP, la società pubblica che gestisce il servizio idrico integrato della Città metropolitana di Milano, è stata la prima azienda in Italia ad adottare il Water Safety Plan. “Abbiamo iniziato nel 2017 con i primi SAC (sistemi acquedottistici chiusi) e oggi siamo al 74% del territorio servito, con la previsione di completarne l’applicazione entro il 2022”, racconta il presidente Alessandro Russo. “L’adozione del WSP ha richiesto uno sforzo considerevole, che ha anche permesso all’azienda di contribuire concretamente alla discussione europea che ha portato alla revisione della Drinking Water Directive. Il passaggio al WSP significa per Gruppo CAP un investimento importante in innovazione tecnologica, in ricerca e sviluppo della conoscenza. Tutto per garantire un’acqua ancora più di qualità e sicura sulla quale i controlli non sono solo puntuali e continui, come avveniva già in passato, ma anche ritagliati sulle caratteristiche della falda e del territorio, anche grazie al dialogo con i Comuni e con i cittadini”.

Più fiducia nell’acqua del rubinetto e meno bottiglie di plastica

La Drinking Water Directive potrebbe inoltre avere un impatto positivo sulla riduzione di plastica destinata alla produzione di bottiglie. Gli utenti domestici e i ristoranti dovrebbero infatti essere incoraggiati ad utilizzare l'acqua del rubinetto, così da frenare la domanda di acqua in bottiglia e ridurne la produzione. È una notizia importante che servirà a favorire il consumo di acqua dal rubinetto, riducendo il consumo di acqua in bottiglia”, ha dichiarato Marirosa Iannelli del Water Grabbing Observatory. “Secondo i dati della Commissione EU un minore consumo di acqua imbottigliata farà risparmiare 600 milioni di euro alle famiglie dell’UE. Se la fiducia nell’acqua del rubinetto migliora, i cittadini possono quindi contribuire a ridurre i rifiuti di plastica, il che porterebbe a una riduzione anche dei rifiuti presenti in mare”.