A distanza di oltre dieci anni il suo messaggio ha lentamente preso piede e presto potrebbe diventare il punto di vista predominante.

Si tratta di un’impresa alquanto complessa, se si considera la pressante necessità di offrire standard di vita migliori a una popolazione di un miliardo e trecento milioni di abitanti, mentre la disparità dei redditi è ai livelli più alti degli ultimi 30 anni. Le risorse potrebbero semplicemente non bastare mentre appare evidente che in alcune zone del paese la capacità di assorbimento dell’ambiente è stata ampiamente sorpassata (inquinamento dell’aria e dell’acqua). Perciò non sorprende che il concetto di economia circolare, fortemente radicato nelle pratiche agricole della Cina rurale, appaia oggi come lo strumento essenziale per giungere, in futuro, a uno sviluppo di qualità. Oggi però questo nuovo impegno è guidato più dal desiderio di assicurarsi risorse che non da quello di tutelare l’ambiente.

Il riciclo dei materiali era un’attività economica perlopiù spontanea, che contribuiva in modo drammatico all’aumento del tasso di inquinamento, fino a quando, nel maggio del 2010, il ministro delle Finanze e la Commissione nazionale cinese per lo sviluppo e le riforme hanno varato un piano quinquennale per dare vita a strutture pilota di urban mining (miniere urbane) in 30 città. Il piano mira, infatti, a modernizzare il “metabolismo industriale” per eguagliare, e possibilmente superare, le migliori pratiche disponibili a livello internazionale. In particolare, il piano considera che sarà più semplice raggiungere questo obiettivo se alcune aziende “campione” faranno da apripista, come sta appunto accadendo. 

Il governo nazionale e quelli regionali hanno pertanto unito le forze e lavorato in squadra per trasformare le aree deboli sul piano del riciclo in parchi eco/industriali/di economia circolare gestiti in modo professionale. Inizialmente gli sforzi sono stati dedicati ai sette principali siti già esistenti con l’obiettivo di riciclare, entro il 2015, 1,9 milioni di tonnellate di rame, 800.000 tonnellate di alluminio, 350.000 tonnellate di piombo e 1,8 milioni di tonnellate di plastica. Tra questi merita attenzione il Tianying Recycling Economic Park situato nella periferia di Jieshou. Descritta da alcune fonti come una delle dieci città più inquinate al mondo (la Banca Mondiale ha indicato che 20 delle 30 città più inquinate si trovano in Cina), ospita adesso più di 40 società di trasformazione che stanno progressivamente sostituendo le più primitive tecnologie di riciclo di batterie e di fusione del piombo esistenti fino ad allora. Secondo un rapporto della Xinhua News Agency del 2006, 160.000 tonnellate di piombo venivano trattate in impianti non a norma.

 

Nell’insieme questo impegno viene molto apprezzato dai media e dalle autorità, anche se tra le ong ambientaliste serpeggia qualche dubbio sulla serietà, accuratezza ed efficacia di questi tentativi di bonifica. In molti casi il principale ostacolo si annida nei maggiori costi di trattamento che incentivano il circuito illegale di recupero delle batterie esauste. Un recente rapporto di Chinadialogue.net ha riportato un’intervista in cui Wan Xuejie, vicepresidente di Jitainly, ha spiegato che la sua società ha speso, importandole dall’Italia, 200 milioni di yuan per installare le migliori attrezzature per l’estrazione di acidi e metalli dalle batterie. Per rimanere in attivo la sua società deve poter acquistare le batterie a meno di 4.000 yuan alla tonnellata, mentre aziende più piccole, ma più inquinanti, possono spendere fino a 7.000 yuan/tonnellata traendone ancora un profitto.

Gli altri sei parchi industriali, ossia lo Ziya Circular Economy Industrial Park a Tianjin, lo Jintian Industrial Park a Ningbo nello Zhejiang, il Miluo Industrial Park nello Hunan e il Huaqing Circular Economy Park a Qingyan nel Guangdong, il Jinmai Industrial Park a Qingdao e il Southwest Resource Recycling Industrial Park nello Sichuan si trovano ad affrontare problemi simili. Tutto ciò mentre altri 15 siti sono stati scelti per la seconda fase dell’iniziativa “miniere urbane” .

 

Nell’insieme questi sforzi offrono ampie opportunità di cooperazione internazionale, favorendo anche il trasferimento di tecnologia come è già avvenuto con Merloni Progetti. L’azienda italiana ha realizzato un impianto per il riciclo delle batterie e sette impianti, per Haier, il gigante cinese degli elettrodomestici, per il riciclo dei frigoriferi, ciascuno in grado di trattare un milione di frigoriferi l’anno. La cooperazione riguarda anche la progettazione e la gestione di eco-parchi, come nel caso della collaborazione fra la “Eco-town” giapponese Kitakyushu e le sue controparti cinesi a Tianjin e Qingdao, e si estende alla messa in opera di sistemi di riciclo dei rifiuti, come quelli pilotati dalla società inglese Valpak per la raccolta degli imballaggi.

 

Un protagonista emergente: la China Recycling Development Co.

Nel rapporto “The Renewable Resources Industry Development Report of China”, che riporta gli eventi del 2013, la National Resources Recycling Association cinese dichiara che: “Nell’industria del riciclo sono presenti più di 100.000 istituzioni con 18 milioni di impiegati […] che trattano 160 milioni tonnellate di materiali per un valore pari a 481 miliardi di yuan (77,6 miliardi di dollari)”. Oggi, il mercato del riciclo cinese pullula ancora di piccole e medie imprese, anche se stanno via via emergendo alcuni attori di grandi dimensioni. Tra questi si distingue la China Recycling Development Co. (Crdc), che sta assumendo ruolo di leader. Creata nel maggio del 1989 con il sostegno del Consiglio di Stato e del China Co-ops Group, la società opera in tutto il paese attraverso più di 50 filiali o aziende sussidiarie e controlla circa 3.000 stazioni di riciclo. I suoi più diretti concorrenti operano al massimo in una o alcune province.

 

Nel 2010 la Crdc ha venduto più di 4.800.000 tonnellate di materiali riciclabili e le sue entrate hanno raggiunto 15,8 miliardi di yuan. Inoltre la Crdc gestisce cinque parchi per il riciclo industriale, ossia: 

  • il Huaqing Circular Economy Park, che nel 2005 fu la prima azienda cinese per le risorse rinnovabili ad avere un impianto per il trattamento delle acque reflue;
  • lo Changzhou Resource Recycling Industry Demonstration Base, che ha una superficie di più di 4 chilometri quadrati;
  • lo Shandong Linyi Resource Recycling Industry Base, che rivendica di essere il più grande impianto per lo smontaggio e il riciclo di elettrodomestici in Cina; 
  • lo Luoyang Resource Recycling Industry Demonstration Base al momento il più piccolo fra i parchi del Crdc;
  • il gigantesco Southwest Resource Recycling Industrial Park, che si estende già su una superficie di più di 5 chilometri quadrati, e sta letteralmente “esplodendo” per arrivare in futuro a includere magazzini e terreni per lo stoccaggio per più di 53 chilometri quadrati e un’area operativa di poco inferiore ai 27 chilometri quadrati.

Quest’ultimo ha stupito più di un visitatore. Recentemente Kenji Someno, ricercatore presso il Global Environment Bureau del Ministero dell’Ambiente giapponese, ha visitato il Southwest Resource Recycling Industrial Park riportando una testimonianza molto vivida della sua esperienza. Come spesso accade quando si ha a che fare con la Cina, i numeri e le tempistiche sono impressionanti: “[...] I lavori di costruzione allo Sichuan Recycling Park sono iniziati il 18 ottobre del 2009. Tang Limin, allora a capo della sezione di Neijiang del Partito Comunista aveva annunciato che con questo progetto: ‘Daremo l’addio alla nostra storia di sviluppo indisciplinato, caratterizzato da alti tassi di inquinamento e scarsissimo valore aggiunto, per giungere a una fase di gestione industriale altamente specializzata e concentrata’. Per avviare la seconda fase del progetto, il 9 marzo del 2011 a Beijing, il governo di Neijiang e il Crdc hanno firmato un accordo sugli investimenti. La prima fase della costruzione è terminata il 5 giugno di quell’anno e il parco è stato inaugurato ufficialmente quando 120 aziende hanno iniziato a operarvi. Allora è iniziata la seconda fase dei lavori [...]. I progetti per il parco di riciclo di Niupengzi prevedono il riciclo di 1,85 milioni di tonnellate di materiale all’anno, ricavati da due milioni di apparecchiature elettriche ed elettroniche e da 50.000 automobili rottamate. Si spera che ciò porterà a vendite per 10 miliardi di yuan e profitti per 200 milioni, creando 1,9 miliardi di yuan di entrate fiscali e lavoro per 20.000 persone”. La descrizione prosegue elencando i benefici derivanti dal nuovo complesso, quali la limitazione dell’inquinamento ambientale, le opportunità di occupazione e il miglioramento complessivo delle attività dell’area circostante. 

 

Il racconto del ricercatore si conclude descrivendo brevemente come, anche in Cina, il meccanismo economico che presiede al riciclo dei materiali non abbia ancora raggiunto il grado di chiarezza che politici, imprenditori e cittadini desidererebbero. Se, da diversi punti di vista, è indubbia la necessità di mettere in opera un’economia di tipo circolare, la questione di chi pagherà o guadagnerà dalla miniera di risorse che si annida nei rifiuti deve essere ancora accuratamente analizzata.