Il 9 aprile si celebra la seconda Giornata nazionale della lana. L’iniziativa, promossa dall’associazione Gomitolorosa, ha lo scopo di far emergere le criticità del settore laniero in Italia e a suggerire nuovi strumenti per agevolare la ripresa e la rivalorizzazione di questa fibra naturale radicata nella tradizione nazionale.

I paradossi della filiera della lana in Italia

Naturale, morbida, igroscopica, isolante e insieme traspirante, elastica, resistente alle fiamme, schermante i raggi UV: la lana presenta una molteplicità di caratteristiche che la rendono un materiale incredibilmente utile e versatile. Nonostante le sue innegabili qualità e la lunga tradizione artigiana radicata nella penisola, la filiera laniera italiana si trova oggi a dover affrontare una serie di difficoltà. Se da un lato le lane autoctone faticano a posizionarsi sui mercati nazionali e internazionali a causa della forte competitività dei filati australiani e della diffusione delle fibre artificiali e sintetiche, dall’altra trovano un ostacolo all’interno dello stesso sistema nazionale.
Il vello tosato, per essere utilizzato e trasformato in filato, deve subire dei passaggi preliminari di
lavorazione che vanno dal lavaggio, alla cardatura, alla pettinatura. Questi processi comportano dei costi, ma soprattutto necessitano di opportune strutture. E queste, sul territorio italiano, mancano.
Con la
chiusura nel 2018 dello storico impianto di lavaggio della ditta Lanificio Ariete di Gandino, i pastori hanno perso un punto di riferimento per il conferimento delle lane autoctone e per la conseguente possibilità di piazzarle sul mercato. La lana sucida, cioè imballata direttamente dalla tosatura, senza alcuna operazione di pulizia e di lavaggio, non ha infatti valore economico e non viene ritirata da nessuno. Per questo motivo quasi la maggior parte della fibra italiana grezza viene esportata in India, Cina e nel sud est europeo per essere mischiata a fibre sintetiche e solo il 10/15% viene utilizzata per il consumo interno. A sua volta quest’ultima non rimane in Italia per l’intero processo di lavorazione, ma viene inviata a strutture estere per il lavaggio, ad esempio in Polonia o in Egitto, comportando ingenti costi economici e anche ambientali.
“La pecora, per il suo benessere, deve essere necessariamente tosata una volta l’anno. Per i pastori questo processo sta diventando una spesa sempre più gravosa: tosare un animale costa 2,50 euro a capo e produce circa 1,5 kg di lana”, spiega
Patrizia Maggia, presidente di Agenzia Lane d’Italia e presidente del comitato tecnico scientifico di Gomitolorosa Onlus. “Se fino a qualche tempo fa il vello veniva pagato poco, ma comunque 20/30 centesimi al chilo, ora, anche regalandolo, non viene più ritirato dagli imprenditori italiani del settore, per la difficoltà di posizionarlo sul mercato. La lana invenduta viene sempre più spesso abbandonata nei pascoli o addirittura bruciata e interrata, con conseguenti rischi ambientali.” Sulla base della normativa italiana, infatti, il vello tosato che non è destinato ai processi di lavorazione viene classificato come rifiuto speciale di classe 3, per il quale gli allevatori devono sostenere i costi di smaltimento.
Un quadro complessivo che disincentiva la riaffermazione di una reale filiera della lana sul territorio nazionale, una filiera che per secoli ha vantato la presenza di maestranze artigiane specializzate nella sua lavorazione. Questa fibra naturale è oggi considerata dagli allevatori
più un peso che una risorsa: quella che è stata e che potrebbe essere una grande ricchezza è diventata un grande problema.

Un manifesto per valorizzare e rendere circolare la lana italiana

La giornata nazionale della lana nasce proprio dalla volontà dell’Associazione Gomitolorosa e dell’Agenzia Lane d’Italia di portare alla luce tutte le criticità insite all’interno della filiera, cercando di proporre nuove soluzioni e promuovendo una rivalorizzazione dei prodotti e dell’artigianato laniero in Italia. In questa occasione viene presentato (e chiesto di sottoscrivere) il Manifesto delle Lane Autoctone, documento scaturito dal progetto di cooperazione tra Gal “Tramando si Innova” con la finalità di far emergere le grandi difficoltà che le imprese agro-pastorali e quelle del settore tessile si trovano a dover affrontare per svolgere le loro attività.
Un cambio di paradigma sarebbe un’opportunità da cogliere al balzo per l’economia nazionale, in quanto oggi si sta assistendo a una
riscoperta sempre maggiore di quei materiali naturali che permettono di offrire prodotti ecosostenibili a basso impatto ambientale. E la lana, proprio per il fatto che le sue fibre si decompongono nell’ambiente in composti innocui, si annovera tra questi. Sulla penisola esistono già storici distretti tessili lanieri come quelli di Biella, Prato e Vicenza, che hanno fatto dell’alta qualità dei filati e del rispetto della tradizione il loro cavallo di battaglia per la creazione di prodotti venduti sui mercati di tutto il mondo. Ma la strada per la valorizzazione del vello ovino non può passare dal solo settore dell’alta moda e dell’abbigliamento, che spesso utilizza fibre non autoctone e più pregiate. Se infatti sono circa 1200 le tonnellate di lana sucida che restano sul territorio italiano, è oggi necessario incentivarne i più diversi utilizzi: dalle lavorazioni artigianali che sostengono lo sviluppo di microeconomie locali, al comparto dell’arredo e degli accessori. O ancora bisognerebbe promuovere l’uso della fibra nell’industria dei pannelli isolanti e fonoassorbenti, oppure come fertilizzante organico in agricoltura o anche per il riassorbimento delle cosiddette maree nere (le perdite di petrolio che fuoriescono dalle navi adibite al trasporto del greggio).

Fare rete per ricostruire le filiere territoriali

Grazie al lavoro di Agenzia Lane d'Italia e Gomitolorosa, le realtà italiane dedite alla lavorazione delle lane autoctone hanno la possibilità di fare rete, scambiarsi buone pratiche e far sentire la loro voce affinché si comprenda il grande valore di questa tradizionale filiera. Sul territorio nazionale ci sono infatti iniziative molto belle e interessanti che stanno portando a piena valorizzazione i prodotti derivanti dal vello ovino.
Così ad esempio la
start up pugliese Hackustica utilizza sottoprodotti agricoli e materie naturali, tra cui la lana, per realizzare pannelli fonoassorbenti, insonorizzando teatri e sale musicali. In Sicilia, invece, la cooperativa sociale FiloDritto ha portato un laboratorio tessile di lana e feltro all’interno della casa circondariale di Piazza Lanza a Catania. Il progetto prevede una prima fase di formazione per l’avviamento lavorativo delle donne detenute, una successiva di produzione di manufatti a cui seguirà la commercializzazione dei prodotti. O ancora si può annoverare il lavoro stesso di Gomitolorosa, che promuove il lavoro a maglia con lane autoctone per accrescere il benessere delle persone, in particolare di quelle più fragili.
Il territorio italiano è disseminato di iniziative e percorsi di questo genere, che non solo permettono la nascita di microeconomie locali, ma che portano con sé un elevato valore sociale. – continua Patrizia Maggia – Questa tipologia di attività può quindi riattivare un percorso responsabile di valorizzazione del territorio.” Quello che serve oggi è una lungimirante visione del settore laniero italiano che permetta il pieno utilizzo del materiale e che integri ricerca e innovazione ai percorsi artigianali e industriali. La filiera della lana autoctona italiana, quindi, è un settore che può portare un grande valore aggiunto sul territorio nazionale ed è auspicabile che continui a crescere. Quello a cui ora bisogna puntare è un cambio di paradigma: trasformare la lana da rifiuto a risorsa.

L’evento organizzato da Gomitolorosa per la Giornata nazionale della lana verrà trasmesso in live streaming sui canali social dell’Associazione e vedrà la partecipazione di oltre venti esperti provenienti dal mondo della cultura, delle università, delle industrie, degli allevamenti e della politica.

Immagine: Andrea Lightfoot (Unsplash)