È necessaria una transizione sistemica perché l’industria tessile possa riutilizzare il valore umano, economico e ambientale che viene sprecato nell’attuale sistema lineare. Aziende, rivenditori, innovatori e governi stanno cercando soluzioni che riducano l’impatto negativo dei tessuti, e stanno cercando di costituire un’industria circolare per sostituire, a monte della catena di produzione, l’utilizzo di fibre vergini ed eliminare gli scarti a valle della stessa. La crescente consapevolezza dei consumatori ha contribuito a portare alla luce le criticità nella produzione di capi di abbigliamento, e ha messo sotto pressione aziende e rivenditori perché trovino soluzioni migliori. È ora di realizzare trasformazioni sostanziali, affrontando gli sviluppi infrastrutturali necessari a eliminare i colli di bottiglia nel percorso verso una nuova industria tessile circolare.

Sono diverse le fasi del ciclo di vita di un capo di abbigliamento: estrazione delle risorse, progettazione del prodotto, lavorazione, distribuzione, utilizzo e fine vita. Le prime cinque sono quelle su cui produttori e rivenditori possono intervenire più facilmente, e come risultato la maggior parte degli sforzi delle industrie si sono concentrata su di loro. Questo ha portato a trascurare la fase di fine vita, quella in cui si perde il valore di questi articoli. Oggi i programmi di riacquisto sono lo strumento principale che aziende e rivenditori hanno a disposizione per recuperare i prodotti usati. Nonostante gli sforzi, riescono però a rientrare in possesso di una frazione piccola dei capi che vengono scartati. Nello sforzo di trovare soluzioni a un problema che si sta espandendo rapidamente a scala globale, l’industria sta passando all’azione: durante la prima metà del 2017 è stata lanciata l’iniziativa Fashion for Good, la Ellen MacArthur Foundation ha annunciato la sua Circular Fibres Initiative, e il Fashion Summit di Copenaghen ha (letteralmente) inserito la circolarità nell’agenda della moda globale.

Gli innovatori sono un altro tassello importante per arrivare alla circolarità dei tessuti, e sono coinvolti nella ricerca e nello sviluppo di nuove tecnologie per il riciclo chimico. Se questi ricercatori e imprenditori riusciranno a portare alla scala commerciale i loro processi, la gamma di opzioni per il riciclo si espanderà e la quantità di tessuti che tornano alla catena di rifornimento aumenterà in modo considerevole. Questo permetterà agli indumenti alla fine del ciclo di vita utile di ritrasformarsi in capi di abbigliamento.

Anche i governi stanno cominciando a intervenire. Nel 2015, 193 leader riuniti alle Nazioni Unite hanno presentato “Transforming our World: The 2030 Agenda for Sustainable Development”. I Sustainable Development Goals (SDGs) articolati in questo documento definiscono oggi la roadmap per gli sforzi e i programmi in diversi settori, tra i quali quello tessile, al fine di ridurre l’impatto delle attività umane sul pianeta. Anche la Commissione europea ha pubblicato un nuovo documento che si focalizza sulla sostenibilità nel settore dell’abbigliamento. Questi sviluppi dimostrano che i governi stanno cominciando a comprendere l’importanza di massimizzare il valore umano e ambientale dell’industria tessile, e stanno passando all’azione.

Fino a poco tempo fa, i consumatori avevano poche occasioni per conoscere i sistemi di produzione dell’industria tessile. Ora che le informazioni sono facilmente accessibili – il 70% degli europei si informa da internet – e le ripercussioni ambientali e sociali dell’industria tessile stanno diventando evidenti, la consapevolezza dei consumatori sta crescendo rapidamente, ed è sempre più importante coinvolgerli nella discussione.

Questa crescita della consapevolezza, unita a un’attenzione globale ai cambiamenti climatici, la sempre più grave minaccia di scarsità di risorse, e la promessa di nuove soluzioni per il riciclo chimico hanno permesso alla circolarità di guadagnarsi un ruolo molto più importante nel dibattito sui tessuti. Anche se si tratta di passaggi estremamente rilevanti, nel sistema rimane comunque un collo di bottiglia.

 

Circle Economy

Circle Economy è un’impresa sociale con sede ad Amsterdam che punta ad accelerare l’implementazione concreta e scalabile dell’economia circolare. Ha una visione per il futuro del pianeta in cui non si debba scegliere tra prosperità economica, sociale o ambientale.

Circle Economy fa parte di un network internazionale e, grazie al suo approccio open-source, facilita la collaborazione tra diversi settori industriali e lavora per il cambiamento e il rinnovamento. Il suo obiettivo principale è quello di far conoscere l’economia circolare al mondo del business, alle città e ai governi, aiutandoli a identificare le opportunità per operare la transizione e fornendo soluzioni pratiche per applicare concretamente queste soluzioni.

www.circle-economy.com

 

Le infrastrutture: un fattore fondamentale per la circolarità dei tessuti spesso trascurato

La circolarità nel settore tessile viene paragonata alla questione “dell’uovo e della gallina”, e si discute spesso su cosa dovrebbe venire prima. La verità è che esistono già due componenti fondamentali di un sistema circolare, e cioè i tessuti per l’abbigliamento ricavati da indumenti usati e una serie di metodi e tecnologie per la loro rilavorazione. Inoltre, lo sviluppo di tecnologie di nuova generazione per il riciclo sta accelerando. Sfortunatamente, non esistono ancora né un’infrastruttura trasparente e connessa capace di selezionare autonomamente i tessuti e di creare una corrispondenza tra materie prime e tecnologie per il riciclo, né una logistica per trasferire i materiali tra i soggetti interessati. Per questo la quantità di prodotti circolari dell’industria tessile è ancora molto limitata.

Da un punto di vista ecologico, si tratta di una grande opportunità che non viene sfruttata. Il Bureau of International Recycling (Bir) stima che la raccolta di un kg di vestiti usati (contrapposta all’incenerimento o allo smaltimento in discarica) riduce di 3,6 kg le emissioni di CO2, di 6.000 litri il consumo di acqua e di 0,5 kg l’uso di fertilizzanti e pesticidi impiegati nella produzione delle materie prime. Se riciclassimo solo il 10% dei 20 milioni di tonnellate di tessuti usati buttati via in Europa e Stati Uniti, ogni anno potremmo ridurre di 7,2 miliardi di tonnellate le emissioni di CO2, di 12.000 miliardi di litri il consumo di acqua, e di un miliardo di kg l’apporto di fertilizzanti e pesticidi.

Le tecnologie per il riciclo possono riportare alla catena di rifornimento indumenti non più indossabili, e l’anello mancante è un’infrastruttura trasparente che abbini gli indumenti alle tecnologie per il riciclo. Il Textile Program di Circle Economy sta affrontando questa sfida con due progetti correlati: Fibersort e Circle Market. Entrambi puntano a introdurre le innovazioni strutturali necessarie a realizzare un’industria tessile circolare, e sono sviluppati in stretta collaborazione con l’ecosistema di raccoglitori, selezionatori, riciclatori chimici e meccanici, produttori e brand.

Le innovazioni nel riciclo dei tessuti stanno ricevendo attenzione e investimenti, i marchi più lungimiranti stanno cercando metodi per gestire al meglio i tessuti usati, e i governi stanno studiando politiche che contribuiranno a ridurre ulteriormente gli impatti. Sfortunatamente, la mancanza di infrastrutture permette solo cambiamenti minimi.

È il momento di collaborare per sviluppare soluzioni trasparenti e orientate al mercato che colleghino i soggetti coinvolti e facilitino il ritorno dei materiali alla catena di rifornimento. Queste soluzioni sono rappresentate da strumenti e tecnologie digitali che ci aiuteranno a superare i colli di bottiglia, a snellire i processi e ad accelerare la transizione necessaria verso un nuovo paradigma industriale.

Il cambiamento è inevitabile. Rimanere indietro è una scelta.

 

 

Revolve Waste, revolvewaste.com

Circle Textile Programme, www.circle-economy.com/textiles

“Transforming our World”, tinyurl.com/q9k2rk9