Erano decine di migliaia, domenica 17 settembre, a manifestare per le strade di New York a difesa del clima e per farla finita con i combustibili fossili. Una manifestazione monstre, forse anche più partecipata rispetto al previsto, che non a caso coincide con l’avvio, oggi 18 settembre a New York, del SDG Summit.

SDG, cosa sono e qual è l’obiettivo del summit

SDG Summit è l’appuntamento quadriennale organizzato dalle Nazioni Unite e voluto dal segretario generale ONU António Guterres per fare il punto sullattuazione dellAgenda 2030, che contiene i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDG) indicati nel 2015.

Gli SDG chiedono a tutte le nazioni collettivamente di lavorare per farla finita con la povertà, migliorare la salute e l’educazione, ridurre le disuguaglianze, favorire la crescita economica, ma allo stesso tempo limitare il collasso climatico e preservare oceani, riserve di acqua dolce e foreste.

Lo scopo del Summit è quello di “riaccendere la speranza”, dice Guterres, ricreare una mobilitazione generale a sostegno dell’Agenda e della costruzione di nuovo approccio multilaterale allo sviluppo sostenibile. Una mobilitazione che deve passare anche per una serie di riforme delle istituzioni internazionali, e (ovviamente) per l’erogazione di finanziamenti da parte degli Stati membri adeguati alla (titanica) bisogna.

Secretary-General António Guterres speaks during a United Nations Global Compact board session. Credits: UN Photo/Manuel Elías

Gli obiettivi mancati

Ma a che punto siamo, dunque, nell’attuazione degli SDG, e dei 169 “target” che li sostanziano uno per uno? Spoiler: non benissimo. Il Sustainable Development Report 2023, redatto da un team di esperti indipendenti della United Nations Sustainable Development Solutions Network (SDSN) e pubblicato il 21 giugno, dice chiaramente che allo stato “nessuno degli obiettivi” potrà essere raggiunto a livello globale nel 2030.

Siamo partiti benino, anche se comunque troppo lentamente, con un progresso di mezzo punto l’anno per ogni obiettivo. Poi è arrivata la pandemia, poi è arrivata la Guerra in Ucraina, e sullo sfondo ci sono tutte le altre emergenze e tensioni in corso, compresa quella climatica. Risultato: solo il 18% dei target dei 17 SDGs sono stati raggiunti, o lo saranno ragionevolmente. Per il 15% dei target si sono fatti passi indietro; per il restante 67% si può parlare di “stasi” o di “progresso limitato”

La fotografia del rapporto è decisamente impietosa. Ci sono arretramenti a livello globale per quanto riguarda i temi del benessere personale, dell’accesso ai vaccini, della povertà, della disoccupazione. I target su lotta alla fame, alimentazione sostenibile, salute, biodiversità, diritto all’alloggio, inquinamento, pace e istituzioni solide sono di fatto irraggiungibili. Nel complesso, male o malissimo andiamo sul clima.

I risultati positivi

Sul versante positivo, invece, sono stati fatti progressi sul tema dell'accesso all'infrastruttura vitale, in particolare nell'ambito degli SDG 6 (acqua pulita e igiene), 7 (Energia pulita e accessibile) e 9 (Imprese, innovazione e infrastrutture). Nel 18% dei target raggiungibili c’è la riduzione della mortalità neonatale nei primi cinque anni di vita e l’accesso ad alcune infrastrutture di base come telefonia mobile, uso di internet, e percentuale degli adulti con un conto in banca.

Alcuni paesi europei ‒ Danimarca, Repubblica Ceca, Estonia, Lettonia ‒ sono nelle posizioni di testa nella classifica dei target centrati o raggiungibili, mentre Libano, Yemen, Papua Nuova Guinea, Venezuela e Myanmar, sono i paesi che stanno facendo più passi indietro. L’Italia non fa una gran figura: è al ventiquattresimo posto, dietro la Slovacchia e appena sopra Moldova. 

Un disastro totale? No, dicono alle Nazioni Unite, e dice il buon senso. Primo, comunque dei progressi ci sono stati. Secondo, per il rapporto “nonostante tutto, nonostante il mondo non sia ancora sulla strada giusta, gli SDG sono ancora alla portata. Ragione in più per raddoppiare l’impegno di tutti”.

SDG Pavilion at UN Headquarters. Credits: UN Photo/Laura Jarriel

Intervista a Enrico Giovannini

“È uno scenario per certi versi desolante, ma anche entusiasmante”, spiega a Materia Rinnovabile Enrico Giovannini, economista, già ministro con Mario Draghi e direttore scientifico dell’ASviS, una personalità da anni in prima linea sui temi dello sviluppo sostenibile. Oggi Giovannini è proprio a New York, come “inviato” della società civile e delle tante realtà presenti all’interno dell’Associazione per lo sviluppo sostenibile.

“Sì, entusiasmante”, insiste, “perché è un dato di fatto che non si sia mai vista una mobilitazione mondiale intorno a un'agenda comune come quella cui abbiamo assistito dal 2015 a oggi. Se ci pensiamo bene, l’Agenda 2030 è il punto più alto nella storia dell’umanità di condivisione di dove vogliamo andare e come dovrebbe essere il futuro”.

Ed è difficile negare che la stessa nozione e l’urgenza degli SDG, nati in risposta alla dichiarazione di Rio +20 nel 2012, The Future We Want, siano diventati largamente un concetto diffuso, dagli attivisti ai capi di Stato, dagli scienziati ai manager delle imprese grandi e piccole.

Eppure il quadro è, appunto, anche “desolante”. Non sarebbe meglio lasciar perdere? Per Enrico Giovannini, “la risposta è molto semplice: se non vogliamo uno sviluppo sostenibile, ci dovremo accontentare di uno sviluppo insostenibile. Non mi pare una buona idea”.

“Il bello dell'Agenda 2030 è che è tutto interconnesso”

Qualcuno invece suggerisce di concentrare le forze su pochi temi chiave, come la salute, il clima e la povertà. “Mi sembra complicato vincere sul clima senza fare la transizione energetica”, puntualizza l’economista, “e per fare la transizione energetica bisogna trovare nuove forme di cooperazione internazionale.

Centrare i target sulla salute è impossibile senza una lotta alle disuguaglianze. Il bello dell'Agenda 2030 è che è tutto interconnesso. Io credo che si debba insistere e andare avanti, lavorando sulle soluzioni già presentate dalle Nazioni Unite”.

Proposte mirate anche a recuperare la forte crisi di fiducia del Global South del pianeta verso l’Occidente ricco, esplosa durante la crisi del Covid a proposito dei vaccini, e a lenire le tante tensioni geopolitiche. Proposte che riguardano il finanziamento delle azioni dell’Agenda 2030 e la riforma della governance internazionale e del Consiglio di sicurezza, e che possono mettere in moto un circolo virtuoso nei negoziati globali, a partire dal G7 dell’anno prossimo.

“Spero che a questi tavoli l’Italia riesca a esprimersi con forza e autorevolezza, non possiamo tornare indietro”, è la conclusione di Giovannini. “Sarebbe importante che tanti Paesi inserissero nelle loro Costituzioni, come ha fatto l’Italia, il principio della tutela dei diritti delle future generazioni, l’idea che per misurare finalmente il benessere, l'equità e la sostenibilità l’indicatore del PIL non è più adeguato”.

 

Immagine copertina: UN Photo/Cia Pak