Da domenica 19 luglio le grandi aziende che operano nell'Unione Europea non potranno più distruggere capi di abbigliamento, accessori e calzature invenduti. È il debutto operativo del Regolamento sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili (ESPR), in vigore dal luglio 2024 ma reso concretamente applicabile solo ora, dopo che lo scorso 9 febbraio la Commissione europea ha adottato i due atti attuativi che mancavano: uno sulle deroghe al divieto, l'altro sul formato per la rendicontazione dei dati.
Il divieto riguarda in prima battuta le imprese con oltre 250 dipendenti o un fatturato superiore a 50 milioni di euro (o un attivo di bilancio oltre 43 milioni). Le medie imprese avranno tempo fino al 19 luglio 2030 per adeguarsi; le micro e piccole imprese restano escluse, anche se Bruxelles si è riservata la possibilità di intervenire in futuro se dovesse emergere che la soglia viene usata per aggirare la norma instradando l'invenduto verso strutture minori.
Le eccezioni alla normativa esistono ma sono circoscritte ai rischi per la salute o la sicurezza, ai prodotti danneggiati in modo irreparabile, alle violazioni di proprietà intellettuale, o a casi in cui la distruzione risulti l'opzione con il minore impatto ambientale. Chi se ne avvale dovrà documentarlo e conservare le prove per cinque anni, comunicando preventivamente al gestore dei rifiuti la motivazione applicata.
Le stime della Commissione parlano di un 4-9% dei tessili immessi sul mercato UE distrutti prima ancora di essere indossati, per un impatto stimato in 5,6 milioni di tonnellate di CO₂ l’anno, quasi quanto le emissioni nette della Svezia nel 2021. In Francia, dove un divieto analogo è in vigore dal 2022 grazie alla legge AGEC, il valore dei beni distrutti ogni anno viene stimato in circa 630 milioni di euro. In Germania, quasi 20 milioni di capi resi vengono scartati annualmente attraverso i canali dell'e-commerce.
Non solo moda: la fotografia più ampia
La moda è il settore su cui la Commissione ha scelto di intervenire per prima, ma il regolamento è costruito per estendersi. Un primo elemento più esteso della sola moda è già operativo: l'obbligo di prevenzione (articolo 23 dell'ESPR) impone a tutti gli operatori economici, di qualunque dimensione e su qualunque categoria di prodotto, di adottare misure ragionevolmente praticabili per evitare la distruzione dell’invenduto, anche se, a differenza del divieto vero e proprio, non prevede sanzioni dirette in caso di mancata adozione.
Più ampio ancora è il perimetro degli obblighi di trasparenza previsti dall'articolo 24: le grandi imprese che si disfano di prodotti di consumo invenduti devono rendere pubblici, sul proprio sito, quantità, peso, motivazioni dello smaltimento e destinazione (riciclo, incenerimento, discarica). Il regolamento di esecuzione che ne fissa il formato, pubblicato il 9 febbraio scorso, elenca oltre 50 categorie di prodotto, identificate tramite i codici doganali della nomenclatura combinata: non solo tessili e calzature, ma anche elettronica, elettrodomestici, mobili, giocattoli, pneumatici e prodotti per l'igiene (categoria in cui rientra buona parte della cosmetica). Questo obbligo di comunicazione sarà pienamente operativo dal 2 marzo 2027 (le imprese dovranno pubblicare i dati entro 12 mesi dalla chiusura dell'esercizio finanziario di riferimento), ma il principio è già sostanzialmente in vigore.
Il vero salto di qualità arriverà con i prossimi atti delegati. Il Piano di lavoro 2025-2030 della Commissione ha già indicato mobili, pneumatici e materassi come prossime categorie prioritarie per l'introduzione di requisiti di ecodesign e, potenzialmente, di un divieto di distruzione analogo a quello tessile. Cosmetica, arredo e altri beni di consumo, oggi coinvolti solo dagli obblighi di trasparenza, potrebbero quindi ritrovarsi nel giro di qualche anno soggetti alle stesse regole restrittive già valide per moda e calzature.
Le alternative esistono già
Che un modello diverso sia possibile lo dimostra la filiera italiana. Slow Fiber, rete che riunisce oltre quaranta imprese del tessile sostenibile, applica da tempo pratiche che anticipano lo spirito della norma europea. La piemontese L'Opificio non distrugge mai l'invenduto di alta gamma: lo ricolloca tramite stock a prezzi speciali o cede i piccoli tagli ad aziende di tappeti e appassionati di bricolage. A Bologna, Roberto Collina ripara i capi in maglieria di lusso con difetti per reinserirli nel circuito commerciale. La milanese Maglieria Gina recupera i filati con la tecnica della “ri-roccatura” e cede i tessuti fallati a stockisti, scuole o privati per l'auto-confezione. A Torino, il maglificio Oscalito trasforma gli scarti di cotone in imballaggi e i residui di lana-seta in nuovi capi. Quality Biella, infine, offre controllo e rammendo per reindirizzare i capi dei clienti verso gli outlet, riciclando internamente gli scarti per produrre grucce e portabiti.
"I modelli deviati del fast e dell'ultra fast fashion, fondati sullo spreco e sul rifiuto, producono molto più del necessario", spiega Dario Casalini, presidente e fondatore di Slow Fiber. "Creando spaventosi volumi di invenduto che devono poi essere smaltiti in qualche modo. Il divieto è sostanzialmente utile nell'intenzione e va nella giusta direzione. Rimane solo la triste sensazione di accogliere con entusiasmo una regola, così ovvia e di buon senso, da far sorridere le generazioni che ci hanno preceduto e avuto assai meno occasioni di spreco."
Rivendita, riparazione, riuso, riciclo: le alternative
“Riparazione e riuso rappresentano leve strategiche per estendere il ciclo di vita dei prodotti, generare nuovo valore economico e sociale, ridurre l’impatto ambientale. È anche nella trasformazione dell’invenduto da problema a risorsa che si gioca la competitività e la transizione verso modelli circolari del settore”, racconta Francesca Romana Rinaldi, direttrice del Monitor for Circular Fashion della SDA Bocconi (M4CF SDA).
Il divieto di distruggere le merci invendute, secondo il M4CF SDA, è una decisione storica, ma di per sé non è sufficiente a rivoluzionare il settore. La legge non affronta il tema della prevenzione della sovrapproduzione, poiché non incide sulle quantità e sui metodi di produzione. Se non verranno adottate misure adeguate per razionalizzare la produzione e prevedere la domanda, il settore della moda continuerà a produrre in eccesso. La vera sfida, quindi, consiste nel cambiare la mentalità dell’ecosistema, passando dalla quantità alla durabilità. Poiché l’ESPR mira a far sì che le aziende producano beni più sostenibili, riparabili, durevoli e tracciabili, è necessaria una norma chiara che riunisca questi principi.
Al di là del problema della sovrapproduzione, inoltre, resta aperta la questione di cosa fare materialmente con i volumi che comunque non vengono venduti. Rivendita, donazione e gestione dei resi possono assorbire solo una parte dei flussi: a livello globale si stimano 92 milioni di tonnellate di rifiuti tessili l'anno, di cui appena l'1% circa viene oggi effettivamente riciclato in nuove fibre. È il tema su cui insistono anche le realtà attive nel riciclo chimico delle fibre miste, come i tessuti poli-cotone o cotone-viscosa, tra i più difficili da recuperare con le tecnologie tradizionali. Senza infrastrutture industriali capaci di trattarli e trasformarli, il rischio è che il problema si sposti semplicemente altrove, senza essere tuttavia risolto.
In copertina: foto di Danny De Vylder, Unsplash
