Sabato 3 gennaio, alle 2 di notte locali (le 7 del mattino italiane) gli Stati Uniti hanno attaccato il Venezuela. O meglio: Donald Trump ha attaccato il Venezuela, visto che l’operazione è stata condotta per decisione del presidente USA senza prima consultare o avere l’approvazione del Congresso.
I bombardamenti statunitensi hanno colpito la sede del parlamento venezuelano e alcuni obiettivi militari, causando feriti e vittime, anche civili: al momento di andare in pubblicazione con questo articolo, le stime diffuse parlano di almeno 40 persone morte. Caracas ha risposto dichiarando lo stato di emergenza nazionale e denunciando una “aggressione militare”. Russia, Cina, Brasile e Cuba hanno condannato l’azione statunitense, mentre Unione Europea e Regno Unito hanno scelto toni più blandi chiedendo una transizione pacifica e rispettosa del diritto internazionale.
La cattura di Maduro e le reazioni europee
Il presidente venezuelano, Nicolás Maduro, e la moglie, Cilia Flores, sono stati “catturati”, come ha scritto lo stesso Trump sul social Truth dandone notizia, e portati negli Stati Uniti. Mentre per il presidente statunitense si tratta di “legittimo arresto” giustificato dal capo d’accusa di “narcoterrorismo”, con cui Maduro e la moglie sono al momento incriminati negli USA, molte persone esperte di diritto a livello internazionale non lo considerano tale ma lo giudicano un “sequestro di persona”.
La situazione, insomma, è ancora molto confusa e al limite dell’illegalità, tanto che il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, l’ha definita “un pericoloso precedente” e si è detto “preoccupato dalla violazione delle norme del diritto internazionale”, mentre l’Unione Europea, che non aveva riconosciuto il terzo mandato di Maduro, è ancora cauta. Ursula von der Leyen ha dichiarato che “la UE resta al fianco del popolo venezuelano verso la transizione democratica” e “sostiene una transizione pacifica e democratica”.
A esporsi maggiormente, in Europa, sono stati Giorgia Meloni e Pedro Sanchez. Il primo ministro spagnolo, primo in Europa a reagire all’attacco, ha dichiarato su X che “la Spagna non ha riconosciuto il regime di Maduro. Ma non riconoscerà nemmeno un intervento che viola il diritto internazionale e spinge la regione verso un orizzonte di incertezza e belligeranza”.
La presidente del Consiglio italiana ha invece espresso appoggio a Trump, sostenendo che “l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico”.
Ma l’attacco USA al Venezuela sembra aver poco a che vedere con il narcotraffico (a causare i maggiori problemi agli USA in tal senso è infatti il Messico) e con la necessità di democrazia, mentre sembra sempre più motivato dalla volontà statunitense di controllare quello che Washington considera il proprio “giardino di casa”, cioè il Sud America, in particolare le sue ricche risorse energetiche, soprattutto il petrolio. Una tesi sostenuta anche dall’assenza di un piano politico chiaro per il futuro del Venezuela.
Un intervento senza precedenti e il caos politico
Durante la conferenza stampa seguita all’attacco, Trump ha infatti dichiarato che gli USA faranno entrare in Venezuela “le nostre grandi compagnie petrolifere statunitensi, che investiranno miliardi di dollari nelle infrastrutture danneggiate e inizieranno a generare profitti per il paese” e sostenendo che gli Stati Uniti controlleranno il Venezuela per “effettuare una transizione sicura, adeguata e oculata” del potere
L’espressione “we’re going to run the country” (che potrebbe significare sia “governeremo il paese” che “controlleremo il paese”), usata più volte dal presidente, è rimasta volutamente ambigua, senza chiarire né la durata del periodo di transizione né la struttura di comando. Trump ha parlato genericamente di “un team” statunitense che lavorerà con il popolo venezuelano, lasciando aperta anche l’ipotesi di una presenza militare sul terreno, i cosiddetti “boots on the ground” (truppe sul campo), legata in modo esplicito alla protezione e all’estrazione del petrolio.
Uno degli elementi più controversi riguarda infatti il futuro politico del Venezuela. Trump ha affermato che il segretario di stato Marco Rubio avrebbe parlato con la vicepresidente Delcy Rodríguez (dichiarata dalla Corte costituzionale venezuelana presidente ad interim), sostenendo che sarebbe disposta a collaborare con Washington. Rodríguez ha però smentito pubblicamente, definendo Maduro “l’unico presidente” legittimo del paese. Allo stesso tempo, Trump ha escluso un ruolo per la leader dell’opposizione María Corina Machado, premio Nobel per la pace 2025, giudicata priva del sostegno necessario per governare.
Le mire di Trump sul petrolio venezuelano
Per capire l’interesse di Trump per il Venezuela bisogna spiegare come il paese possieda le maggiori riserve di petrolio al mondo: circa 303 miliardi di barili, pari a quasi il 17-20% delle riserve globali secondo la US Energy Information Administration. Una quota superiore a quella dell’Arabia Saudita e oltre tre volte quella di Russia e Stati Uniti. Ma, nonostante questo primato, il paese ricava oggi solo circa 20 miliardi di dollari l’anno dall’estrazione e dall’esportazione di petrolio, contro i 120 miliardi del 2012.
Il settore energetico rappresenta comunque l’88% delle entrate da esportazioni del Venezuela, pari a circa 24 miliardi di dollari l’anno, mentre il restante 12% è composto quasi interamente da prodotti petrolchimici. Una dipendenza che ha reso l’economia venezuelana vulnerabile a shock esterni, sanzioni e crolli dei prezzi.
Negli anni Novanta la produzione petrolifera venezuelana aveva raggiunto i 3-3,5 milioni di barili al giorno, mentre negli ultimi mesi si era attestata intorno agli 800.000 barili. Un calo attribuibile a una combinazione di cattiva gestione, corruzione, mancanza di investimenti, sanzioni internazionali e difficoltà tecniche legate alla qualità del greggio.
Il petrolio venezuelano è infatti “pesante” o “extrapesante”, con un alto contenuto di zolfo, estratto in larga parte nella cintura dell’Orinoco. Questo lo rende più costoso e inquinante da produrre e richiede raffinerie specializzate, concentrate soprattutto negli Stati Uniti e in Cina. Da qui la storica dipendenza di PDVSA, la compagnia petrolifera statale venezuelana, dalle multinazionali straniere.
Sanzioni, blocchi navali e pressione economica
Gli Stati Uniti sanzionano PDVSA dal 2017, e il recente blocco delle petroliere venezuelane imposto dagli USA, secondo Trump, avrebbe potuto anche azzerare le entrate del paese, che dipende dal petrolio anche per importare beni essenziali come cibo e medicine, e che si trova in quella che il Fondo monetario internazionale ha definito “la più grave crisi di un paese non in guerra” negli ultimi cinquant’anni.
Il blocco tuttavia non riguarda Chevron, unica grande compagnia statunitense rimasta in Venezuela dopo la nazionalizzazione voluta da Hugo Chávez, che estrae fino a 300.000 barili al giorno, quasi un terzo della produzione nazionale, con una licenza che prevede che circa il 50% del greggio vada allo stato venezuelano.
In ogni caso, secondo i dati di TankerTrackers.com riportati da Il Post, oggi l’81% del petrolio venezuelano è esportato in Cina, il 17% negli Stati Uniti e il 2% a Cuba. Dal 2019 Pechino acquista petrolio venezuelano tramite aziende private e reti complesse di intermediari per aggirare le sanzioni, e nel 2024 China Concord Resources Corporation ha firmato un contratto ventennale da un miliardo di dollari per sviluppare la produzione petrolifera. Ecco perché per Washington ridurre l’influenza cinese sulle risorse venezuelane è un obiettivo strategico esplicito. Ma non solo.
Nell’odierno quadro internazionale, il petrolio non è solo una risorsa economica ma anche uno strumento di potere geopolitico. Oltrepassare la legalità per controllarlo, però, rischia di spingere il mondo sull’orlo di un burrone da cui potrebbe essere molto difficile, se non impossibile, risalire.
In copertina: Donald Trump monitora le operazioni militari statunitensi in Venezuela dal Mar-a-Lago Club di Palm Beach, in Florida, sabato 3 gennaio 2026. Foto ufficiale della Casa Bianca di Molly Riley
