Mercoledì 4 febbraio gli Stati Uniti, la Commissione europea e i delegati di 54 paesi hanno firmato, o hanno annunciato di farlo a breve, un memorandum d’intesa per diversificare la catena di approvvigionamento delle materie prime critiche dalla Cina, la maggiore produttrice mondiale di metalli e minerali critici. Oltre alla prevedibile assenza di Pechino, al meeting ministeriale organizzato dal dipartimento di stato USA non sono stati invitati nemmeno i rappresentanti di Groenlandia e Danimarca, che amministrano l’isola artica ricca di risorse minerarie.
Il meeting ministeriale sui minerali critici
A Washington, i funzionari della Casa Bianca e i delegati di Bruxelles e Giappone si sono impegnati a concludere entro trenta giorni un accordo di cooperazione sui minerali critici, che potrebbe includere tra le altre cose lo sviluppo di politiche e strumenti coordinati, come prezzi minimi alle frontiere, mercati basati su standard comuni, sussidi per compensare le differenze di prezzo o accordi per acquistare in anticipo determinati prodotti.
Sono mesi che gli Stati Uniti lavorano per costruire una rete di partnership che possa competere con Pechino. "Vogliamo formare un blocco commerciale che garantisca l'accesso alle risorse per la potenza industriale statunitense, espandendo al contempo la produzione in tutta la zona", ha dichiarato il vicepresidente J.D. Vance all'apertura del meeting.
In un giorno la Casa Bianca ha firmato nuovi accordi bilaterali sui minerali critici con 11 paesi, tra cui Regno Unito, Argentina e Uzbekistan. Tra memorandum e intese sono circa 38 le partnership strategiche siglate negli ultimi cinque mesi.
La diversificazione europea è indietro
Le tecnologie green, lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, la robotica e la produzione di batterie e veicoli elettrici richiedono grandi capacità estrattive e di raffinazione di minerali e terre rare. Al momento la Cina controlla la lavorazione di oltre il 90% delle terre rare e dei magneti permanenti, utilizzati per fabbricare motori elettrici, hard disk e turbine eoliche. Secondo l’ultimo Global Critical Minerals Outlook 2025, il 75% della capacità di raffinazione di litio, rame, cobalto, grafite e tanti altri minerali è controllato da Pechino. Un dominio che la stessa Agenzia internazionale dell’energia ritiene “rischioso” per la supply chain globale, in primis per l’Europa.
Attualmente, inoltre, la Cina copre circa il 98% del fabbisogno di terre rare e il 60% dei minerali critici dell’Unione Europea. Sia il Critical Raw Materials Act del 2024 che il recente RESourceEU Action Plan da tre miliardi di euro sono pensati per ridurre l'eccessiva dipendenza dalle importazioni, anche attraverso progetti di riciclo.
Come sottolineato dalla Corte dei conti europea in un report pubblicato lunedì 2 febbraio, la diversificazione europea dei fornitori “non produce risultati tangibili”, i “colli di bottiglia” ostacolano la produzione nazionale e il riciclo “è ancora agli inizi”. “Allo stato attuale, 7 dei 26 metalli necessari per la transizione energetica hanno tassi di riciclo compresi tra l'1% e il 5%, mentre 10 non vengono affatto riciclati", si legge nel rapporto, attribuendo la causa alla mancanza di incentivi specifici per i materiali.
Il Critical Raw Materials Act ha fissato obiettivi non vincolanti per il 2030, entro il quale l'UE dovrà estrarre il 10% dei minerali di cui ha bisogno, aumentare la capacità di riciclo di tali materiali al 15% ed essere in grado di processare il 40% del suo fabbisogno annuale di ciascuna materia prima strategica.
Negli ultimi cinque anni, Bruxelles ha firmato 14 partenariati strategici sulle materie prime. Tuttavia, secondo i calcoli della Corte dei conti, le importazioni da questi paesi partner sono diminuite tra il 2020 e il 2024 per circa la metà delle materie prime esaminate.
Il progetto combinerà 2 miliardi di dollari di finanziamenti privati con un prestito di 10 miliardi di dollari da parte della EXIM Bank per acquisire e immagazzinare minerali per case automobilistiche, aziende tecnologiche e altri produttori, ha affermato Trump. La banca per l'esportazione ha dichiarato di aver approvato il prestito lunedì 2 febbraio.
La guerra commerciale USA-Cina sulle terre rare e i chip
La Casa Bianca, insieme alla Commissione europea, accusa Pechino di manipolare i prezzi delle materie prime attraverso politiche protezionistiche. Tuttavia, le tensioni commerciali con la Cina risalgono a molto prima della guerra dei dazi avviata da Trump, con al centro della contesa l’export di chip e della componentistica per la loro produzione. I microchip sono essenziali per realizzare smartphone, automobili, ma anche per i satelliti e le attrezzature militari. La loro produzione, concentrata nell’asse manifatturiero Cina-Taiwan-Corea del Sud, è diventata una questione critica che ha innescato, come molti esperti definiscono, una guerra tecnologica.
Fu l’amministrazione Biden a adottare per prima nell’ottobre del 2022 una serie di restrizioni − a cui anche Giappone e Paesi Bassi avevano aderito − volte a mettere in ginocchio l'industria cinese dei semiconduttori. Oltre a intraprendere azioni legali nell’ambito della World Trade Organization, nel 2023 il governo cinese rispose introducendo restrizioni sulle esportazioni di terre rare, tra cui gallio, germanio, tungsteno, indio, molibdeno e antimonio che hanno creato problemi al fabbisogno di diversi produttori occidentali.
Lo scorso ottobre sono state aggiunte alla lista altre cinque terre rare. In pratica, le aziende straniere che processano alcune delle terre rare presenti nella lista devono ottenere una licenza di esportazione dalla Cina se il prodotto finale contiene materiali o è stato realizzato con tecnologia cinese. E questo vale anche se negli scambi commerciali non sono coinvolte direttamente aziende cinesi.
In copertina: foto di Freddie Everett © Dipartimento di stato USA
