C’è un’immagine che ritorna nel progetto vincitore del corso Manifesto for Shared Futures: uno studente fermo, immobile, in mezzo a una strada di Milano, mentre intorno a lui la città accelera in time-lapse. Lo stesso gesto si ripete a São Paulo, in un altro quartiere, con un altro membro del gruppo. Il messaggio è immediato: siamo noi i disruptors, i ribelli che cercano di cogliere l’essenza, mentre gli altri continuano ad andare avanti di corsa nella loro vita senza accorgersi delle trasformazioni epocali in corso. Ci fermiamo per riconnetterci ai tempi naturali, e dunque umani e non a quelli dell’ipercapitalismo globale.

Una comunicazione di impatto, che funziona senza spiegazioni, che circola liberamente, immediata, in grado di convincere chiunque. Un manifesto degno di quel nome.

Il corso: quattro sessioni, due continenti, una domanda

Manifesto for Shared Futures è nato dalla collaborazione tra IED Milano e IED São Paulo, coordinata da Martina Bianchini e Anna Pesce per la parte istituzionale e costruita attorno a un nucleo accademico transdisciplinare: la docente ed esperta di foresight strategico Clarice Garcia (Università Tecnologica di Sydney), la biodesigner e ricercatrice brasiliana Graziela Nivoloni (IED São Paulo), il geografo e giornalista Emanuele Bompan (Materia Rinnovabile), e Daniela Santillan, dottoranda IED Torino in Design, Arts and Transdisciplinarity, nel ruolo di guida del percorso.

Venti studenti provenienti da entrambi i campus − ma con background geografici e disciplinari radicalmente diversi, dall’India alla Turchia, dalla Colombia all’Iran, dall’Italia al Brasile − hanno lavorato insieme in quattro sessioni online tra marzo e aprile 2026. L’obiettivo? Disegnare un manifesto per un futuro condiviso. Dentro un mondo che nel frattempo viveva le conseguenze della guerra in Iran, dell’accelerazione dell’intelligenza artificiale, della crisi energetica e climatica, dell’erosione democratica in atto in molti paesi.

Non è stato un corso di design in senso convenzionale. La prima sessione, condotta da Clarice Garcia, ha introdotto il concetto di transdisciplinarità e del design per il “pluriverso”: una rete di visioni locali simultanee capaci di tenersi insieme senza annullarsi. La seconda, con Graziela Nivoloni, ha esplorato prospettive multispecie e sistemiche fondate su intelligenze plurali, evidenziando l'urgente necessità di superare l'antropocentrismo per la sopravvivenza dell'umanità.

La terza, coordinata da Emanuele Bompan, ha messo in campo la storia e i linguaggi dei manifesti politici, dal Manifesto comunista del 1848 al Manifesto di Ventotene del 1941 fino alla Freedom Charter della Namibia del 1977, cercando di rispondere a una domanda semplice e brutale: di cosa è fatto un manifesto? Di urgenza, amore e rabbia.

Il progetto vincitore: The Forest Over the Monolith

Il Gruppo 1, firmato da Luca Carminati, Melisa Erdem, Nandini Pokhriyal e Barbara Prandina ha prodotto una serie di reel pubblicati su un account Instagram creato appositamente e poi abbandonato, lasciando che il contenuto vivesse da solo nella rete. Il titolo è Chapter Five: The Natural Regeneration. Ogni video ritrae un membro del gruppo immobile in un luogo urbano diverso mentre attorno a lui la città scorre in accelerata. Poi, nell’ultimo video, la foresta.

Il manifesto scritto che accompagna il progetto intitolato The Forest Over the Monolith. A Manifesto for Shared Futures è strutturato in cinque capitoli brevi e taglienti, ciascuno costruito come una piccola dichiarazione autonoma. “Stiamo attraversando un periodo di omologazione culturale che non può, e non deve, continuare”, si legge nel testo. “Viviamo in un mondo di abbondanza, eppure tutti indossano gli stessi vestiti, hanno lo stesso aspetto, pensano gli stessi pensieri. […] Questo non è progresso; è un funerale per lo spirito umano.”

Il secondo capitolo, The Voices of the Middle Ground, si rivolge direttamente alle generazioni future: “Siete voi quelli che nasceranno in un mondo dove la 'quota globale' è enorme e la vostra 'quota personale' si sta riducendo", scrivono gli studenti, prima di lanciare un appello alle armi. “Svegliatevi e rifiutate l'omologazione globale. Combattete il monolite della cultura globale!”

The Stable Roots, terzo capitolo, guarda ai popoli indigeni come modello di resistenza culturale. “La maggior parte delle lingue indigene non ha una parola per 'ricchezza'”, osserva il manifesto. “Hanno invece parole che esprimono il vivere in modo reciproco, concentrandosi sulla salute e sull'essere un buon parente”. Invece dell'assimilazione, il gruppo propone quello che chiamano un "incrocio di culture", ovvero uno stato costante di apprendimento reciproco, “piuttosto che una gerarchia in cui uno domina sull'altro”.

Il quarto capitolo, The Vision: The Big Forest, costruisce la metafora centrale del progetto. “Dobbiamo diventare una grande foresta, non un albero monolitico”, sostengono gli studenti. “Un singolo grande albero è vulnerabile; sta da solo e alla fine cade. Ma una foresta è resiliente. […] La forza di ciascuno rende più forte la comunità, e una foresta di culture rende il mondo una realtà più ricca.”

Il manifesto si chiude con The Natural Regeneration, quattro imperativi pratici enunciati in rapida successione: rivendica la tua identità; cerca una Ricchezza Reciproca; persegui la felicità in modo relazionale; rafforza te stesso, sapendo che così facendo rafforzi tutti gli altri. In conclusione: “Mantieni la tua identità. Diventa la foresta”.

La menzione speciale: Local Roots. Global Routes

Il Gruppo 3 ha ricevuto la menzione speciale con un progetto di altra natura: un prototipo di sito web, sviluppato in Figma con il titolo Local Roots. Global Routes, concepito come piattaforma digitale per scoprire, imparare e connettersi con culture locali e sistemi di conoscenza in tutto il mondo. Non una mappa organizzata per nazioni, ma per punti di conoscenza: pratiche locali, rituali, saperi ecologici, espressioni culturali, visualizzati come radici colorate che si connettono tra loro senza gerarchie e senza confini nazionali.

Il gruppo ha lavorato a lungo sulla tensione tra cosmopolitismo e localismo, tra visioni binarie del rapporto uomo-natura e un dialogo paritario tra le prospettive del Nord e del Sud globale, rifiutando esplicitamente, tra le loro note di processo, ogni deriva verso il nazionalismo.

“Questa classe era già stata pianificata prima della guerra in Iran,” ha detto Bompan durante la sua sessione. “Ma ora, mentre siamo sull’orlo di una terza guerra mondiale permanente, è più urgente che mai. E sono contento di farlo non con studenti di politica o geografi, ma con designer. Perché da questo tipo di gruppo possono emergere le idee più interessanti.”

 

In copertina: immagine Envato