da Ulaanbaatar (Mongolia) – Il 54% delle terre emerse. Mezzo miliardo di pastoralisti. Appena il 6% del capitale privato. Sono i tre numeri circolati più spesso nei corridoi e nelle sale di COP17, la conferenza delle Nazioni Unite sulla desertificazione e il degrado del suolo. Numeri che fotografano lo squilibrio con cui la finanza climatica ha trattato finora i rangelands: tutto il peso demografico e territoriale di un bioma enorme, e una quota minima delle risorse confluite negli ultimi vent’anni sulle foreste tropicali.

Nell'anno internazionale dei pascoli e dei pastori (IYRP 2026), la UNCCD ha scelto la sua conferenza delle Parti mongola per lanciare, a un giorno di distanza l'una dall'altra, due iniziative pensate per colmare quel gap: la Rangelands Flagship Initiative, che definisce il quadro di riferimento, e il Drought Resilience Investment Facility (DRIF), che dovrebbe portare i capitali a seguirle.

Dai dati satellitari ai diritti di pascolo

La Rangelands Flagship Initiative è l'architettura multilaterale guidata dalla UNCCD per convogliare risorse verso un bioma storicamente trascurato, con tre obiettivi dichiarati (neutralità del degrado del suolo, sostegno al Global Biodiversity Framework, integrazione della gestione dei pascoli nei piani climatici nazionali) e tre pilastri operativi: conoscenza, investimento, istituzioni.

Alla presentazione, la segretaria esecutiva della UNCCD Yasmin Bouard ha rivendicato per l'iniziativa un taglio più politico che tecnico: "Non voglio un sistema multilaterale che sia solo sulla carta. Se le decisioni rimangono sulla carta e non le spostiamo a quelli che ne hanno bisogno, non andremo lontano”.

Lo stesso dovrebbe valere per le risorse mobilitate a Ulan Bator da governi, banche di sviluppo, fondi e imprese. Un pacchetto complessivo da 1,3 miliardi di dollari − tra finanziamenti freschi e progetti in rampa di lancio − destinato al ripristino delle terre e alla resilienza climatica in 23 paesi su cinque continenti. Nel dettaglio, 644,5 milioni rappresentano nuovi impegni, mentre 216,4 milioni sono già confermati e operativi. La quota più consistente fa capo alla Flagship, che da sola assorbe circa 1,2 miliardi di dollari distribuiti su 45 progetti: la più imponente mobilitazione di fondi per praterie e pascoli nella storia della UNCCD.

A tradurre questo impianto in criteri operativi è il Global Rangelands Standard, sviluppato dal Rangeland Stewardship Council e presentato proprio in occasione di questa COP17. Si tratta del primo framework internazionale unificato applicabile all'intero bioma dei pascoli. È costruito su una struttura gerarchica − princìpi, criteri, indicatori, sistemi di verifica − distribuita su tre aree funzionali.

La prima misura la salute ecologica del suolo: copertura vegetale, carbonio organico nei primi trenta centimetri di terreno, capacità di infiltrazione idrica, biomassa vegetale disponibile, monitorati con satelliti e rilievi sul campo. Il secondo pilastro è il pacchetto per i diritti comunitari, ideato per ridurre il rischio di green grabbing: mappatura delle rotte di transumanza, documentazione del consenso libero, previo e informato per ogni progetto di ripristino o finanziarizzazione del carbonio, e presunte quote di mercato riservate alle popolazioni locali. Una priorità ribadita da Malih Ole Kaunga, fondatore di IMPACT Kenya e coautore della dichiarazione di Ulaanbaatar: "Se volete un ecosistema sano, dovete proteggere i pastoralisti e riconoscerne i diritti territoriali. La mobilità, il movimento strategico attraverso i rangelands, è fondamentale".

La terza area riguarda benessere animale e filiera, dal foraggio al prodotto lavorato. Qui lo standard cerca di non diventare un ostacolo per i piccoli allevatori puntando su sistemi di garanzia partecipativa: verifiche tra pari basate sulle competenze locali, anziché i soli audit di terze parti, spesso troppo costosi. La sua struttura modulare permette inoltre di usarlo sia come guida per le politiche nazionali, sia come requisito per gli investitori. Una flessibilità richiamata anche dal ministro dell'agricoltura del Bhutan, Younten Phuntsho: "I pastoralisti non devono essere semplici beneficiari dello sviluppo, ma protagonisti e decisori del proprio futuro”.

Quando il capitale arriva sui pascoli

Se la Flagship scrive gli standard, il DRIF offre subito l'occasione per testarne l'efficacia sul campo. Lanciato durante il Water Day di COP17 con un target fino a 400 milioni di dollari, questo strumento di blended finance (capitale pubblico e privato) nasce per finanziare infrastrutture idriche, agricoltura resiliente alla siccità e soluzioni basate sulla natura. Pur non essendo un fondo nato esclusivamente per i rangelands, per selezionare quali interventi pastorali sostenere si appoggerà agli indicatori del Global Rangelands Standard, e la sua Technical Assistance Facility userà le stesse metodologie per validare e rendere vendibili sul mercato i crediti di carbonio del suolo.

Per accedere a questi capitali, un progetto dovrà così dimostrare nei fatti di soddisfare i criteri della Flagship: mobilità riconosciuta, diritti consuetudinari documentati e consenso delle comunità.

Il Lussemburgo, promotore del fondo insieme a UNCCD e International Drought Resilience Alliance, ha messo capitale catalitico di prima perdita (first-loss) per alcuni milioni di euro: 5 come primo investimento diretto nel fondo, a cui si sommano 2 milioni di dollari stanziati in precedenza dal Ministero degli esteri lussemburghese per la progettazione del DRIF stesso. Il senso di questo tipo di capitale è assorbire per primo l'eventuale perdita su un progetto, così da rendere lo stesso investimento meno rischioso − e quindi più attraente − per una banca di sviluppo o un fondo privato che entri dopo.

Resta da vedere se e quanto rapidamente questo tandem di annunci (standard della Flagship e capitale del DRIF) riuscirà davvero a funzionare sul terreno, e quanta parte dei 400 milioni target finirà su progetti riconoscibili come pastorali piuttosto che su infrastrutture idriche o agricole che con il pastoralismo condividono poco più della zona geografica.

La prova del terreno

Il primo problema è di scala: il fabbisogno per la resilienza alla siccità è stimato in 355 miliardi di dollari l’anno fino al 2030, a fronte dei 77 miliardi attualmente mobilitati. Un gap di 278 miliardi, rispetto al quale gli 1,2 miliardi dedicati ai rangelands restano una cifra marginale. C'è poi un secondo nodo, politico e culturale, sollevato da Patrice Burger, fondatore dell’associazione francese CARI, da decenni al fianco dei pastori tuareg nel nord del Mali. Secondo Burger, sebbene la Flagship suggerisca nelle intenzioni il cambio di narrativa necessario (smettere di trattare il pastoralismo come causa di degrado per riconoscerlo come pratica di adattamento), la cooperazione allo sviluppo fatica ancora a metabolizzare questo cambio di passo sul campo.

Ma la nuova narrativa da sola non basta: deve trasformarsi anche la natura degli interventi pubblici, spostando l’attenzione dalle infrastrutture ai mercati. “È lì che si può aiutare davvero il pastoralismo, perché senza un mercato ben organizzato i pastori restano esposti a svendere il bestiame ogni volta che arriva una crisi”, spiega Burger.

Nitya Ghotge, veterinaria indiana a COP17 rappresentante delle comunità pastorali e delle donne pastore, guarda con preoccupazione alla burocrazia, osservando che il riconoscimento dei diritti consuetudinari promesso dal GRS si scontra con un problema più elementare di quanto sembri: “Per l’ennesima volta le regole sono disegnate per le persone sedentarie, che vivono in uno spazio e che hanno un indirizzo. E molti pastoralisti non lo hanno”. Una mappatura satellitare pensata per assegnare diritti su base geografica fissa, infatti, fatica a proteggere chi si sposta stagionalmente attraverso confini che il pastoralismo tradizionale non ha mai riconosciuto.

Sotto la superficie della standardizzazione resta poi il timore della compensazione speculativa. A Ulaanbaatar il rischio è che, trasformando i rangelands in un asset finanziario, si ripetano gli abusi dei crediti di carbonio già visti in Kenya e Tanzania. A sottolineare questo aspetto è Bernard Bonnet, esperto di pastoralismo di IRAM (Institut de Recherches et d'Applications des Méthodes de développement): “Dobbiamo evitare gli errori commessi con le riforestazioni nel Sahel, realizzate su aree pascolabili, che hanno finito per uccidere gli animali”. Per Bonnet la rotta va invertita all'origine: “Bisogna finanziare le strutture locali che gestiscono il pastoralismo”, anziché canalizzare le risorse solo nei grandi veicoli internazionali come il DRIF.

A fare un bilancio dell'approccio delle istituzioni globali al pastoralismo è Francesca Pasetti, della Fundación Trashumancia y Naturaleza, che lavora a stretto contatto con le comunità pastorali: “Si sta parlando tanto di rangeland e mai dei pastori, e purtroppo chi sta ai tavoli continua a voler gestire i pascoli a modo proprio. Ma un risultato positivo di questa COP17 c'è: grazie a questo anno internazionale c'è più consapevolezza, la gente almeno ora sa che i pastori esistono”. Il prossimo passo, ancora da compiere, è tradurre la visibilità in fatti e fondi: garantire diritti certi e far arrivare risorse dirette a chi i pascoli li vive ogni giorno. Anche, e soprattutto, a chi non ha un indirizzo fisso.

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In copertina: foto Envato