Lorenzo Pinna ha trascorso quarant'anni a spiegare la scienza agli italiani. Centinaia di servizi per Quark e Superquark, al fianco di Piero Angela, una quindicina di libri, il Premio europeo Cortina Ulisse per la divulgazione. Ora, a settantacinque anni, pubblica un libro che arriva nel momento giusto, o forse nel momento sbagliato: Cento anni in compagnia dell'atomo. Una breve storia del nucleare, per Edizioni ETS. Giusto perché il nucleare è tornato nel dibattito politico italiano, con la legge delega appena approvata. Sbagliato perché, come nota lo stesso Pinna, di questo dibattito non sembra importare granché a nessuno. Anche perché abbiamo un problema, ricordato dall'esergo del libro, una frase di Bertrand Goldschmidt, uno dei padri del nucleare francese: "Non c'è energia più pericolosa per la pace e la salute che la mancanza di energia".
Il libro ripercorre un secolo di storia dell’atomo e del nucleare, che considera una fonte energetica che non produce gas serra e che potrebbe integrarsi bene con le rinnovabili per stabilizzare la rete di distribuzione elettrica e, in un futuro meno vicino, contribuire anche alla produzione di idrogeno per continuare sulla strada della decarbonizzazione nei settori e negli usi più difficili da elettrificare. Dalle scoperte dei primi del Novecento sulla struttura della materia alla meccanica quantistica, dalla scoperta che i neutroni possono spaccare l'uranio alla corsa alla bomba. E poi Hiroshima, la Guerra fredda, la Superbomba, gli "Atomi per la pace" di Eisenhower, l'entusiasmo nucleare degli anni Sessanta, la crisi dopo Three Mile Island e Chernobyl, Fukushima. La risposta dell’industria nucleare con una nuova filosofia della sicurezza e reattori sempre più grandi (tipo gli EPR di Olkiluoto e Flamanville) per raggiungere economie di scala, e invece l’esplosione dei costi e dei tempi di costruzione di questi megaprogetti. Infine, la nuova strategia, alternativa all’“artigianato tecnologico” richiesto dalle opere uniche del vecchio nucleare: gli Small Modular Reactors, reattori standardizzati, piccoli e modulari, costruibili in serie in fabbrica.
E adesso, che il governo e il Parlamento hanno approvato una legge che rende possibile un ritorno all’energia elettrica da fonte nucleare? È la volta buona? Pinna non ne sembra convinto. “Sento un certo disinteresse generale a livello dei media, dei social, dell’attenzione dell’opinione pubblica”, ci dice. “È arrivata la notizia del via libera alla legge, ma non mi pare ci sia un grande dibattito.”. Eppure, la questione energetica è centrale per il futuro del paese. Il problema, spiega l'autore, è che dopo Chernobyl si è consolidata un’ostilità profonda verso il nucleare, diventato un vero e proprio tabù. "Lo psicotrauma di Chernobyl, la verdura a foglia larga, lo stop al latte. Poi un trauma riconfermato con Fukushima. Nella mia vita di autore televisivo mi è capitato che mi siano stati bocciati dei servizi sul nucleare. La ragione? Mi dicevano che gli italiani hanno votato contro in due referendum, quindi non è un argomento che interessa al grande pubblico. Perché il grande pubblico non vuole ascoltarlo."
Non è stata una buona idea, però, rinunciare all’atomo. "Noi italiani crediamo di essere stati molto intelligenti", dice con amara ironia. "Ma no, in realtà siamo stati degli sciocchi. Se oggi avessimo quegli otto reattori previsti nel Piano energetico nazionale del 1986, saremmo molto meno vulnerabili alle crisi geopolitiche, la bolletta sarebbe costata meno, saremmo stati più competitivi." E se il piano nucleare italiano elaborato dal ministro Carlo Donat-Cattin nel 1975, che prevedeva la costruzione di venti reattori, fosse andato in porto? "In questo caso, dal 2000 l’investimento negli impianti sarebbe stato completamente ripagato, e quindi avremmo praticamente solo costi operativi, con un prezzo dell'energia elettrica molto più basso."
La questione non è di semplice nostalgia. È che la sfida energetica dei prossimi decenni ha dimensioni che fatichiamo a comprendere. "Se vogliamo la transizione energetica per slegarci dai combustibili fossili, dobbiamo produrre una marea di energia", spiega Pinna. "Non solo perché il consumo aumenta sempre, ma perché dobbiamo elettrificare settori immensi. Per riscaldare 40 milioni di appartamenti che attualmente utilizzano gas, dobbiamo produrre energia aggiuntiva che oggi non generiamo. Inoltre, ci sono tutti i data center e molte altre innovazioni”. Di fronte a questo scenario, Pinna è netto: "Non possiamo fare gli schizzinosi. Dobbiamo utilizzare tutto quello che abbiamo purché non emetta gas serra. Io lo dico sia a quelli che non vogliono le rinnovabili perché distruggono il paesaggio, sia a quelli che rifiutano il nucleare. È lo stesso atteggiamento sbagliato".
Pinna tiene a precisare che non si definisce “un integralista dell'atomo”. La proposta è quella di un mix energetico in cui il nucleare pesi tra il 20 e il 30%, e il resto alle rinnovabili: "Si parla di sostituire le importazioni e aumentarle leggermente. Oggi il 13% dell'elettricità lo prendiamo dal nucleare francese, sloveno, svizzero. Portarlo al 20 non sarebbe impossibile". Allo stesso tempo, ritiene irrealistico l’obiettivo emissioni zero per il 2050.
Ma l'Italia riuscirà davvero a costruire centrali nucleari? Pinna non nasconde un certo scetticismo. "Sarà difficile. Ancora non abbiamo messo mano alle scelte vere: dove costruirle, quali costruire. La cosa più semplice sarebbe rifarle nei siti delle vecchie centrali. Sul ritardo pesa anche un problema industriale: dopo Chernobyl, per vent'anni nessuno in Occidente ha costruito reattori. "Tutta la filiera si è arrugginita, le competenze si sono disperse, la gente è andata in pensione." Per questo i mega-progetti europei come Flamanville e Olkiluoto hanno avuto costi e tempi esplosi. La speranza tecnologica risiede negli SMR, i piccoli reattori modulari.
Pinna sa che il suo libro è "una piccola goccia". Ma vuole almeno porre il problema. "Ci sarà un momento in cui ci si renderà conto che sarebbe stato meglio costruire centrali nucleari. Non so quando accadrà, ma sicuramente sarà troppo tardi.”
In copertina: un dettaglio della copertina del libro

