Una cattedrale di laghi, betulle e abeti innevati, custodita da un popolo attento alla natura: è così che, spesso, viene raccontata la Finlandia. Ma lo stereotipo nasconde una realtà più complessa.
Da almeno quattro anni le foreste del paese emettono più carbonio di quanto ne assorbano. Per scienziati e ambientalisti la gestione intensiva mette a rischio i boschi ad accrescimento secolare, mentre il governo, insieme a quello svedese, punta a rivedere al ribasso gli obiettivi europei: un monito in un’Europa sempre più esitante nella decarbonizzazione.
Da serbatoio a emettitore di CO₂
A settembre, in una lettera alla presidente della Commissione europea von der Leyen, il primo ministro Petteri Orpo e l’omologo svedese Ulf Kristersson annunciavano che i propri paesi non avrebbero raggiunto gli obiettivi UE per il settore forestale, secondo i quali entro il 2030 i boschi dovranno assorbire 310 milioni di tonnellate di CO₂, il 15% in più rispetto a oggi.
Se costretti a tagliare meno legname per conformarsi, avvertivano, le conseguenze economiche sarebbero state “terribili”. Per questo, proseguiva la missiva, sarebbe stato urgente pensare a "una legislazione post-2030 che prenda in considerazione un potenziale realistico per il settore e le sue intrinseche incertezze”.
Certo, invece, è che negli ultimi quindici anni l'assorbimento di CO₂ delle foreste finlandesi è diminuito drasticamente. Almeno dal 2021, i boschi sono diventati una fonte netta di emissioni. Per l’Istituto nazionale di risorse naturali, i motivi sono sia legati al rialzo delle temperature, che accelera la decomposizione nei suoli e nelle torbiere, sia da un fattore molto più umano: lo sfruttamento intensivo delle risorse, che rallenta fin quasi ad annullare la loro espansione.
Le foreste, che in Finlandia coprono oltre l'80% del territorio, sono un ingrediente essenziale della strategia climatica del paese. Questo deficit rischia di azzerare i notevoli progressi climatici negli altri settori (dove le emissioni sono calate del 43%).
Le foreste secolari a rischio
Anche la tutela delle foreste ad accrescimento secolare – preziose per biodiversità e protette da norme nazionali ed europee – è al centro di un intenso dibattito. Nel 2024 il governo ha introdotto nuovi criteri provvisori per identificarle, con una definizione di “vetustà” molto più rigida.
Una scelta che per le principali organizzazioni ambientaliste rischia di escludere dalla protezione vaste aree con alto valore ecologico. Il problema è riconosciuto anche da oltre 400 ricercatori, che hanno firmato una petizione per chiedere un cambio di rotta.
Le foreste con più di cento anni coprono circa il 16% del territorio, ma, applicando le nuove soglie di età (in alcune zone 140 anni) la quota si riduce drasticamente e riguarda soprattutto aree già tutelate nel Nord del paese. Secondo diversi studi, nelle regioni meridionali – più sfruttate e prevalentemente private – la protezione risulta insufficiente, e spesso i tagli avvengono in zone con biodiversità superiore alla media.
Il problema, spiega Mai Suominen del WWF finlandese, coautrice di un report sul tema, non è solo l’innalzamento dell’età minima, ma anche i criteri adottati: "Si valuta la media dell’età, un criterio valido per le foreste coetanee ma non per quelle più naturali, che non individua gli alberi più antichi". Anche il livello di "legno morto", sede di elevata biodiversità, richiesto per proteggere un bosco sarebbe "così elevato da risultare irrealistico".
La questione, per Suominen, riguarda anche i diritti dei sami, gli abitanti indigeni di quelle terre: molte foreste che rischiano di perdere la classificazione sono usate per il pascolo delle renne. Renderle sfruttabili “minaccerebbe il loro diritto di utilizzare le proprie terre tradizionali”.
Il governo respinge le accuse. Per Katja Matveinen, specialista del Ministero dell'agricoltura e delle foreste, "i nuovi criteri sono stringenti, ma sono pensati solo per le foreste secolari che soddisfano i requisiti dell'UE, non per tutte quelle ad alta biodiversità", aggiungendo che "non interferiranno con lo sviluppo della gestione forestale sostenibile e che comunque si applicano solo ai boschi statali, mentre per quelli privati non cambia nulla".
Un sistema efficiente ma rigido
Il settore forestale è cruciale per l’economia finlandese: vale oltre 33 miliardi di euro (45 con l’indotto), impiega decine di migliaia di persone e in molte regioni rappresenta la principale fonte di occupazione.
Circa il 60% dei boschi è privato, con appezzamenti grandi e redditizi. “I proprietari lavorano in collaborazione con l'industria, in modo tale che ci sia sempre una fornitura costante”, spiega Niina Pietarinen, ricercatrice dell'Università di Helsinki. Il legname alimenta colossi come Stora Enso, UPM e Metsä Group, oltre all'azienda statale Metsähallitus che gestisce gran parte delle foreste pubbliche del paese. "La Finlandia è un gigante della carta, ma una parte rilevante della produzione rimane poco pregiata: oggetti monouso come bicchieri e posate. Un’altra grande porzione viene usata direttamente per la produzione energetica, un utilizzo che si è accresciuto ulteriormente da quando la Finlandia ha smesso di importare legname dalla Russia."
In Finlandia, come nella vicina Svezia, il modello di silvicoltura dominante è ancora quello a ciclo coetaneo: "Quando una parcella raggiunge una data età, si taglia a raso e poi si ripianta”, speiga Pietarinen. “È produttivo, ma rende gli alberi più vulnerabili, abbassa la biodiversità e ostacola la transizione verso usi più diversificati delle foreste."
Finora la gestione forestale era stata un punto d'orgoglio del paese. La legislazione rigida − che impone, tra l'altro, una meticolosa piantumazione e l'obbligo di mantenere un buono stato ecologico − il senso civico e i grandi spazi hanno forse fatto credere al paese che si potesse andare avanti così ancora a lungo. Ora, però, il meccanismo si scopre troppo rigido per adattarsi ai cambiamenti climatici.
Qualcosa si muove, ma lentamente
Il paese, almeno formalmente, riconosce che deve diversificare la sua gestione forestale, adottando per esempio la gestione a copertura continua (tagliare gli alberi in maniera selettiva per non interrompere la funzionalità degli ecosistemi), come previsto anche dalle strategie europee. Però, commenta Pietarinen, “punta a ritardare il cambiamento con diversi escamotage. L’immagine di paese all’avanguardia spesso nascondere la realtà. Cambiare, più che difficile, è scomodo.”
Eppure qualcosa si sta muovendo. Il tema è recentemente arrivato in parlamento, e il governo ha avviato una sperimentazione di silvicoltura continua per un'area piccola (5.000 ettari) ma significativa. La sensibilità verso il tema è evidenziata anche dal successo di METSO, un programma governativo che offre ai proprietari un compenso per mantenere intatti i loro boschi. L’opinione pubblica, conclude Pietarinen, “è sensibile ai temi ambientali, e secondo diversi ricercatori una maggioranza di cittadini vorrebbe vedere pratiche forestali più rispettose della biodiversità e del clima".
In copertina: immagine Envato
