Nella bozza di metà aprile c’era. Nell’articolo 4 del decreto attuativo di Transizione 5.0, il piano che dovrebbe guidare la doppia transizione digitale e green dell’industria italiana, i software in cloud erogati in abbonamento erano esplicitamente inclusi tra le spese agevolabili. Poi è arrivato il Ministero dell’economia. E il cloud è sparito.
Il 4 maggio il ministro delle imprese Adolfo Urso ha firmato il decreto interministeriale che rende operativo il nuovo sistema di incentivi: un iperammortamento, cioè una maggiorazione fiscale del costo dei beni acquistati, che può arrivare fino al 180% per investimenti entro i 2,5 milioni di euro, al 100% tra 2,5 e 10 milioni, al 50% fino a 20 milioni. Le risorse programmate ammontano a 9,8 miliardi su base triennale (2026-2028). Mancano ancora la bollinatura della Ragioneria generale dello stato, la firma del ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti, il vaglio della Corte dei Conti e il decreto direttoriale che aprirà lo sportello telematico del GSE, il Gestore dei servizi energetici. Se tutto filerà liscio, le imprese potranno presentare domanda entro la prima decade di giugno. Cinque mesi dopo l’approvazione della Legge di bilancio che aveva introdotto la misura.
Una transizione 5.0 che incentiva sistemi superati
La notizia, però, non è nei miliardi annunciati. È in quello che il decreto esclude. Le soluzioni software erogate tramite cloud in modalità as-a-service, cioè con canoni di abbonamento anziché acquisto di licenze, restano fuori dal perimetro agevolabile. Il motivo è contabile: i canoni SaaS (Software as a Service) non sono beni ammortizzabili in senso tradizionale e non rientrano nello schema fiscale dell'iperammortamento. Una rigidità imposta dal MEF che il MIMIT (Ministero delle imprese e del Made in Italy) ha accettato pur di chiudere uno stallo negoziale durato mesi.
Il problema è che il mercato si è mosso in direzione esattamente opposta a quella del decreto. Secondo i dati di Anitec-Assinform, l’associazione di Confindustria per l’industria digitale, circa l’80% della spesa delle imprese italiane in tecnologia passa oggi attraverso modelli cloud e abbonamento. Non più software installati su server aziendali, ma piattaforme accessibili da remoto, aggiornate in continuo, scalabili in base alle esigenze. È il modo in cui le aziende, soprattutto le piccole e medie, adottano concretamente l’innovazione digitale. Un piano che porta “5.0” nel nome finisce per incentivare modelli di acquisto che il mercato ha già superato.
C’è un’ironia amara nei numeri. Nelle versioni precedenti del piano, i beni immateriali 4.0 avevano pesato appena per l’1% dei fondi erogati. Il MEF ha imposto l’esclusione di una voce finanziariamente quasi irrilevante, ma simbolicamente devastante.
Più carta, meno semplificazione
L’altra modifica dell’ultimo miglio riguarda gli adempimenti burocratici. Le comunicazioni obbligatorie che le imprese devono trasmettere al GSE sono diventate cinque. Il vecchio piano, quello finanziato dal PNRR e operativo fino a fine 2025, ne prevedeva tre: preventiva, conferma del versamento di almeno il 20% dell’investimento, completamento. Una bozza di qualche settimana fa ne aggiungeva una quarta per il monitoraggio della spesa. La Ragioneria ne ha voluta una quinta. La novità dovrebbe applicarsi solo agli investimenti del 2027 e 2028, ma il segnale è chiaro: il controllo prevale sulla semplificazione.
Nella stessa direzione va lo stralcio di un’altra misura attesa dalle imprese. La bozza del decreto consentiva, per i beni dal costo unitario non superiore a 300.000 euro, di sostituire la perizia tecnica asseverata con un’autodichiarazione del legale rappresentante. Il MEF ha cancellato anche questa: la perizia resta obbligatoria per tutti gli investimenti, indipendentemente dall’importo. Per le PMI, che sono il target naturale del piano, la somma di cinque comunicazioni, perizia obbligatoria e certificazione contabile rischia di funzionare da disincentivo concreto.
Urso sciorina sgravi e Giorgetti li zavorra per renderli irraggiungibili
La presidente di Assintel-Confcommercio Paola Generali ha definito l’esclusione del cloud una scelta che conferma l’assenza di coraggio nel sostenere la digitalizzazione del paese. Anitec-Assinform la giudica incomprensibile sul piano tecnologico e strategico. La deputata di Azione Giulia Pastorella ha annunciato un emendamento correttivo in sede parlamentare. La capogruppo M5S in Commissione industria al Senato, Sabrina Licheri, sintetizza il cortocircuito tra i due ministeri con una formula che fotografa l’intera vicenda: Urso sciorina sgravi e Giorgetti li zavorra per renderli irraggiungibili. Il risultato, per Licheri, è un percorso a ostacoli burocratico che in un momento in cui gli investimenti in digitalizzazione sono decisivi per la competitività delle imprese italiane esclude dal perimetro delle agevolazioni proprio software e cloud.
Anche dentro il MIMIT le tensioni non sono sfuggite. Giuseppe Bronzino, direttore generale per gli incentivi, in audizione alla Commissione trasporti della Camera ha parlato apertamente di un testo mutilato in una sua parte fondamentale, riferendosi ai paletti imposti dalla Ragioneria sulla riduzione delle misure da 33 a 10.
I sindacati chiedono condizionalità sociali: la CGIL insiste sul rispetto dei contratti nazionali e sugli obblighi di formazione, la UIL chiede garanzie contro i contratti pirata e il dumping salariale. I 10 miliardi, avverte il fronte sindacale, non possono essere assegni in bianco.
Al question time alla Camera del 6 maggio, Urso ha rivendicato i risultati: agevolazioni per 4,256 miliardi erogate in pochi mesi grazie al vecchio piano e il primato italiano in Europa sulla doppia transizione. Ma chi segue la vicenda Transizione 5.0 dall’inizio riconosce un pattern ormai familiare. A marzo, il decreto fiscale aveva tagliato i crediti d’imposta a oltre 7.000 imprese che avevano investito esattamente come il governo chiedeva, ritrovandosi con un’aliquota del 15,75% al posto del 45% promesso. Il governo aveva poi dovuto correre ai ripari, ripristinando le risorse dopo le proteste di Confindustria.
Ora il copione si ripete su scala diversa: si annunciano quasi 10 miliardi, si firma il decreto con mesi di ritardo, e le ultime modifiche imposte dal MEF ne restringono la portata proprio dove il piano dovrebbe essere più innovativo. Un sistema di incentivi alla trasformazione digitale che esclude il modo in cui le imprese trasformano digitalmente i propri processi. La sfida della doppia transizione rischia di restare, ancora una volta, una questione di annunci.
In copertina: Adolfo Urso fotografato da Stefano Carofei, Agenzia IPA
