da Bruxelles - Il 26 marzo il Parlamento europeo ha approvato la sua posizione su due proposte legislative che danno attuazione agli aspetti tariffari dell’accordo UE-USA siglato nel luglio 2025. I testi, una volta concordati con i governi dell’UE, porteranno all’eliminazione della maggior parte dei dazi sui beni industriali statunitensi e a un accesso preferenziale al mercato europeo per numerosi prodotti ittici e agricoli.
L’intesa politica “quadro”, raggiunta a Turnberry in Scozia tra Donald Trump e Ursula von der Leyen, era stata presentata come un quadro di “commercio reciproco, equo ed equilibrato”. Ma include anche un impegno ben più rilevante: l’intenzione dell’UE di acquistare entro il 2028 forniture energetiche − in particolare GNL, oltre a petrolio e nucleare − per un valore di 750 miliardi di dollari.
Questa cifra non compare nei testi votati dagli eurodeputati, ma ne rappresenta il corollario politico più significativo. In sostanza, approvare l’accordo commerciale equivale ad avallare anche l’impegno energetico, al momento senza un vero dibattito parlamentare sulla questione. Secondo diversi esperti sentiti da Politico Europe, si tratta di un obiettivo poco realistico: per raggiungerlo, l’UE dovrebbe infatti triplicare in pochi anni le importazioni energetiche dagli Stati Uniti.
Il tutto mentre l’Unione continua a ridurre la dipendenza dalla Russia. La quota di gas russo via gasdotto è scesa infatti da circa il 40% nel 2021 a circa il 6% nel 2025; considerando insieme gas e GNL, Mosca rappresenta oggi circa il 13% delle importazioni totali di gas dell’UE. L’obiettivo resta quello di azzerare completamente queste forniture entro il 2027, come stabilito dal Consiglio a gennaio 2026.
Clausole di sospensione, “sunrise” e “sunset” e salvaguardie
Consapevoli dei rischi, gli eurodeputati hanno irrobustito il regolamento di attuazione dell’accordo di Turnberry, che ora sarà la base del negoziato con i governi nazionali. La clausola di sospensione consente alla Commissione di proporre lo stop totale o parziale delle preferenze commerciali se gli Stati Uniti imponessero dazi aggiuntivi oltre il limite del 15% o introducessero nuovi oneri sui beni europei, oppure se compromettessero gli obiettivi dell’accordo, discriminassero gli operatori UE, minacciassero l’integrità territoriale degli stati membri o ricorressero a coercizione economica.
La nuova “sunrise clause” (clausola di entrata in vigore) stabilisce che le preferenze tariffarie entreranno in vigore solo se gli USA rispetteranno i propri impegni, tra cui la riduzione dei dazi sui prodotti europei con contenuto di acciaio e alluminio inferiore al 50%, fino a un massimo del 15%. Per i prodotti con contenuto superiore al 50%, se i dazi non scenderanno a quella soglia, le preferenze europee sulle esportazioni statunitensi di acciaio, alluminio e derivati cesseranno di applicarsi sei mesi dopo l’entrata in vigore del regolamento. Una “sunset clause” (clausola di scadenza) fissa, inoltre, la scadenza del provvedimento al 31 marzo 2028, prorogabile soltanto con una nuova proposta legislativa sostenuta da una valutazione d’impatto approfondita.
La dipendenza dal GNL USA e le pressioni su Bruxelles
Nel nuovo equilibrio energetico tra Bruxelles e Washington, i 750 miliardi di dollari di forniture fossili statunitensi promessi entro il 2028 pesano quanto − e forse più − della riduzione dei dazi. L’accordo di Turnberry apre il mercato europeo a un’ampia gamma di prodotti USA, mentre si consolida una dipendenza dal GNL statunitense sempre più intrecciata con le regole UE sul clima, a partire dal regolamento sul metano. Sul piano energetico l’Europa si sta concentrando sul gas liquefatto statunitense: nel 2025 il 58% del GNL arrivato nell’UE proveniva dagli USA, quota che potrebbe crescere anche per le interruzioni nello Stretto di Hormuz legate alla guerra in Iran, da cui passa il 20% delle forniture globali e dove infrastrutture energetiche sono state danneggiate.
Su questo sfondo cresce la pressione politica. Nelle ultime settimane governo statunitense e industria fossile hanno spinto Bruxelles ad allentare il regolamento europeo sul metano, sostenendo che standard troppo severi renderebbero meno competitive le esportazioni di GNL. Tra le priorità di una delle principali lobby petrolifere per il 2026 c’è l’obiettivo di “opporsi alla normativa sul metano”, mentre Washington ha anche chiesto esenzioni di “equivalenza” per il proprio gas e almeno due riunioni a porte chiuse con funzionari UE non sarebbero state adeguatamente rese pubbliche, come ricostruito da Euronews.
“Un fornitore che non riesca a soddisfare gli standard dell'UE in materia di metano si vedrà limitare l'accesso al più grande mercato integrato del gas al mondo”, ha dichiarato Seb Kennedy, esperto del mercato del gas e direttore responsabile di Energy Flux. “Si tratta di un vincolo significativo, che vale anche per i produttori russi di GNL, i cui dati MRV [Monitoring, Reporting, and Verification, nda] sono scarsi, non verificati e in gran parte inadeguati rispetto a qualsiasi standard equivalente.”
Le parole pronunciate alla vigilia del voto dall’ambasciatore USA presso l’UE, Andrew Puzder, esplicitano la strategia USA: “Se l'Europa vuole disporre di energia a prezzi accessibili, dovrà ridurre gli obblighi normativi e le restrizioni attualmente in vigore”. E ancora: “Se l'Europa non interviene, potremmo trovarci di fronte a una crisi energetica molto grave”, soprattutto alla luce delle tensioni in Medio Oriente.
Il ruolo centrale del metano rende il confronto particolarmente sensibile: questo gas contribuisce per circa un terzo al riscaldamento globale e la rapida riduzione delle sue emissioni è considerata una delle leve più efficaci a disposizione dei governi per contrastare il cambiamento climatico.
In copertina: Alain Rolland fotografato da Valdis Dombrovskis © European Union 2026
