Siamo davvero disposti a condividere il pianeta con altre specie, oppure accettiamo la biodiversità finché non ci chiede di cambiare le nostre abitudini? Nell’Appennino centrale questa domanda è passata, negli ultimi anni, dall’essere un concetto astratto a una pratica esercitata quotidianamente anche al di fuori della cornice del Parco Nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise, laddove l’orso bruno marsicano, specie endemica di cui sopravvivono, secondo le stime più recenti, circa 81 esemplari, è in espansione in un territorio antropizzato, coltivato, percorso da strade e infrastrutture.

Un dibattito rimasto centrale per l’intera durata della 29ª Conferenza dell’International Association for Bear Research and Management (IBA), tenutasi a Pescasseroli tra il 20 e il 25 settembre 2026, e organizzata dall’omonima associazione, Rewilding Apennines, Rewilding Europe, Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise e Salviamo L’Orso. Un incontro in cui la coesistenza è diventata una questione che riguarda tanto l’ecologia quanto l’economia e la società.

A fare da filo conduttore è stato anche il bilancio dei cinque anni di lavoro del progetto europeo LIFE Bear-Smart Corridors, nato da una constatazione semplice: perché l’orso marsicano possa tornare a muoversi ed espandersi tra le aree protette, non basta proteggere i parchi, ma è necessario costruire un ambiente favorevole nelle aree di espansione, dove aumentano le possibilità di incontro e conflitto con le attività umane.

Da qui la scelta di concentrarsi sui corridoi ecologici, intesi non soltanto come connessioni tra habitat, ma come territori di coesistenza dove vengono applicati strumenti di prevenzione e dissuasione, come recinti elettrificati, pollai e cestini a prova d’orso, e le comunità locali vengono coinvolte attraverso incontri di divulgazione e dibattito.

L’obiettivo è affrontare il conflitto costruendo un linguaggio e responsabilità condivise. Un impegno che ha portato alla costituzione di 16 “comunità a misura d’orso”, con altrettanti comitati composti da persone che rappresentano interessi economici e sociali diversi, ma che hanno scelto di incontrarsi in uno spazio comune di confronto.

Ed è qui che entra in gioco l’economia locale. La presenza dell’orso può generare opportunità, soprattutto legate al turismo, ma anche costi concreti per chi vive e lavora sul territorio: un alveare danneggiato, un frutteto o un allevamento da proteggere. Se questi costi ricadono sulle comunità locali mentre i benefici della conservazione restano generici e lontani, la coesistenza diventa più difficile da sostenere. Ridurre i primi e rendere più tangibili i secondi è quindi una condizione importante per la conservazione nel lungo periodo.

Un approccio che si ritrova anche nelle linee guida IUCN sul conflitto tra esseri umani e fauna selvatica, pubblicate nel 2023, in cui l’argomento è trattato non più solo da un punto di vista ecologico, ma tiene conto anche delle dimensioni sociali, culturali, economiche e politiche che lo attraversano. Da qui, l’importanza di proporre e adottare soluzioni costruite attraverso processi consultivi e collaborativi che coinvolgano comunità, governi, ricercatori, organizzazioni di conservazione e imprese.

Durante un’intervista rilasciata a Materia Rinnovabile, la stessa Alexandra Zimmermann, presidente e fondatrice del Gruppo di specialisti sui conflitti e la coesistenza tra uomo e fauna selvatica di IUCN e professoressa associata del gruppo di ricerca WildCru dell’Università di Oxford, ha spiegato come la coesistenza vada considerata “un processo sociale e politico di negoziazione tra gruppi con obiettivi, valori e convinzioni differenti. Un approccio, questo, che richiede quattro elementi: riconoscere le prospettive dei diversi gruppi, adottare procedure inclusive e trasparenti, distribuire in modo equo costi e benefici, e poter contare su una concreta infrastruttura politica di riferimento”.

Per Zimmermann, dunque, la coesistenza non è semplicemente la capacità di ridurre i danni causati dalla fauna, ma un processo attraverso cui persone con interessi e visioni diverse negoziano le condizioni per condividere lo stesso territorio. Significa intervenire sulle relazioni tra gli esseri umani, riconoscere i diversi punti di vista, rendere trasparenti i processi decisionali e fare in modo che costi e benefici della conservazione non ricadano sempre sugli stessi soggetti.

Una sfida che richiede, secondo Zimmermann, il lavoro di figure professionali che identifica come veri e propri peacebuilder, “costruttori di pace”, e investimenti concreti nella prevenzione. Un paradigma che necessita risposte prima che il conflitto esploda, strumenti capaci di agire sulle sue cause e un sistema di relazioni che tenga insieme conservazione, comunità locali e sviluppo economico.

È qui che il lavoro di Rewilding Apennines assume un significato particolare, grazie al coinvolgimento attivo delle imprese locali e alla costruzione di una rete economica che abbia un interesse concreto nella qualità dell’ambiente in cui opera. Turismo, servizi, produzioni locali e attività legate alla natura possono diventare parte di un’economia della coesistenza, così che la presenza dell’orso smetta di essere soltanto un vincolo da gestire.

Come spiega Valerio Reale, responsabile d'impresa dell’organizzazione, “enti e associazioni non possono arrivare a tutti. Un formaggio, un vino, un'esperienza turistica possono agire da cassa di risonanza e aiutarci a raggiungere altre persone. Bisogna stringere alleanze virtuose e unire i mondi della conservazione, dell'agricoltura di piccola scala e della pastorizia moderna. Un turismo sano, attento ai dettagli, può continuare a diffondere un'idea di territorio concreta, dove la sostenibilità non è uno slogan, ma una parte dei profitti viene re-investita in misure di coesistenza”, come dimostrano i 60.000 euro erogati nel 2024 e nel 2025 da Rewilding Apennines e Wildlife Adventures, attraverso la rete di imprese da loro creata, a sostegno delle comunità locali. Tra gli interventi, i nuovi cassonetti a prova d’orso installati a Pescasseroli proprio in occasione dell’IBA.

È in questa prospettiva che le imprese diventano stakeholder della conservazione, con diritti ma anche responsabilità verso i territori in cui operano. Non solo finanziando la tutela della natura, ma contribuendo a ridurre i rischi, modificare le pratiche produttive, sostenere la connettività ecologica e creare attività compatibili con la presenza della fauna. La sfida è costruire collaborazioni tra imprese, istituzioni, comunità e associazioni capaci di generare benefici economici senza separare questi ultimi dalla conservazione degli ecosistemi. Un impegno che richiede una presenza costante sul territorio e un’apertura al dialogo, al di là delle differenze di vedute e interessi.

“Per noi il confronto con gli attori locali è molto più importante della semplice comunicazione sulla conservazione”, spiega Serena Frau, project manager e responsabile dei rapporti con gli stakeholder di Salviamo L’Orso. “Il cuore del nostro lavoro è il confronto con le comunità locali. Un processo che implica accettare che gli input che diamo alle comunità locali possano essere messi alla prova dall’esperienza, dalle esigenze e dalle conoscenze di chi vive il territorio ogni giorno. Al tavolo, un allevatore porta il problema delle predazioni, un operatore turistico vede nell’orso una possibile risorsa, un amministratore deve gestire le esigenze della comunità e un ricercatore porta dati e conoscenze scientifiche. Il valore del confronto sta proprio nel far dialogare queste differenze perché la partecipazione non è una fase da aggiungere alla fine, quando le decisioni sono già state prese: è parte del progetto stesso.”

La coesistenza diventa allora anche un esercizio di dialogo che va ben al di là dello spiegare a una comunità perché l’orso è importante, ma crea spazi nei quali chi vive il territorio possa portare conoscenze, interessi, paure e proposte. È una prospettiva che sposta il ruolo delle scienze sociali dalla periferia della conservazione al suo centro e che interpreta la coesistenza non più come il tentativo di evitare che un orso − così come qualsiasi altro animale selvatico − faccia danni, ma come un processo finalizzato alla costruzione di un’infrastruttura culturale, sociale, politica ed economica che abbia l’interesse e la capacità di vivere dentro un ecosistema condiviso.

 

In copertina: immagine Envato