A quasi 1.900 chilometri a sud-est di Tokyo, nella vastità dell’oceano Pacifico occidentale, si trova l’atollo disabitato di Minami-Torishima. Punto più a est del Giappone, questo lembo di terra garantisce al paese una vasta zona economica esclusiva (ZEE) dove la nave scientifica Chikyu ha appena iniziato una missione di campionamento per l’estrazione di fanghi ricchi di terre rare dal fondale marino.
Nonostante non sia stato dichiarato esplicitamente, l’obiettivo strategico è chiaro: ridurre la dipendenza dalla Cina per quanto riguarda materiali critici e terre rare, ormai indispensabili per l’industria dell’automotive, della difesa, del tech e per vari settori della transizione verde. Resta tuttavia forte l’opposizione al deep-sea mining, alimentata sia dai potenziali impatti negativi sugli ecosistemi marini sia dalla conoscenza ancora limitata che abbiamo dei fondali oceanici.
La corsa all’indipendenza mineraria
“In realtà, definire questa spedizione come la ‘prima missione di estrazione sottomarina’ è una forzatura”, racconta a Materia Rinnovabile Shigeru Tanaka, coordinatrice per l’Asia della Deep Sea Conservation Coalition (DSCC). “L'unica operazione attualmente in corso consiste nel calare una condotta di oltre 6.000 metri per verificarne la connettività verticale nell'area target. L'estrazione vera e propria è ancora lontana dal diventare realtà e, con ogni probabilità, non avrà luogo finché e a meno che le regolamentazioni non saranno definite e approvate in sede ISA, l’International Seabed Authority”.
Secondo uno studio pubblicato nel 2018 sulla rivista scientifica Nature, i fondali marini attorno all’atollo di Minami-Torishima potrebbero garantire forniture di ittrio, europio, terbio e disprosio rispettivamente per 780, 620, 420 e 730 anni. Un’area dal potenziale estrattivo enorme, in grado di coprire una quota rilevante della domanda di queste materie prime e di ridurre in modo significativo la dipendenza dello stato nipponico dai fornitori esteri.
Il progetto, in cantiere da tempo, si inserisce in un contesto di crescenti tensioni geopolitiche con la Cina, che sta intensificando la pressione economica sul Giappone, come dimostrato dal recente blocco delle esportazioni dei beni dual-use, prodotti destinati sia ad applicazioni civili che militari. Per Tokyo si tratta però di un déjà-vu, visto che nel 2010 Pechino aveva tagliato le esportazioni di terre rare verso il Giappone in seguito a un incidente marittimo avvenuto nel Mar Cinese Orientale, creando dispute commerciali tra i due attori.
All'epoca, il Giappone dipendeva dalla Cina per il 90% del suo fabbisogno di terre rare; oggi, grazie a una strategia di diversificazione e riciclo, la quota è scesa tra il 60 e il 70%. Inoltre, ad alimentare le tensioni tra le due potenze ha contribuito il commento rilasciato alcuni mesi fa dalla neopremier Sanae Takaichi: in difesa di Taiwan, ha affermato che un eventuale attacco cinese all'isola potrebbe costituire "una situazione di pericolo per la sopravvivenza" del Giappone, tale da richiedere l'uso della forza.
Il progetto
"Dopo sette anni di preparativi costanti, possiamo finalmente iniziare i test di conferma. È un momento molto emozionante", ha dichiarato a Reuters Shoichi Ishii, il direttore del programma. “Se questo progetto avrà successo, avrà grande importanza per diversificare l’approvvigionamento di terre rare del Giappone.”
La nave, partita dal porto di Shimizu della città costiera di Shizuoka, opererà fino a metà febbraio per fare i primi testi sui fanghi situati a circa 6.000 metri sotto il livello del mare. Un’iniziativa che gode del pieno supporto del governo giapponese e che, nell’ultima decina di anni, è costata 256 milioni di dollari, circa 40 miliardi di yen. In caso di esito positivo delle analisi condotte durante questo mese, la timeline del progetto prevede l'avvio di una sperimentazione mineraria su larga scala nel corso del 2027, sebbene al momento non siano stati ancora definiti target produttivi specifici.
“Per correttezza, va detto che gli scienziati del team giapponese stanno procedendo con cautela probabilmente perché consapevoli che gli impatti ambientali potrebbero essere devastanti e irreversibili”, sottolinea a Materia Rinnovabile Shigeru Tanaka. “Comprendono, inoltre, che esiste una significativa opposizione internazionale a operazioni di estrazione sottomarina condotte frettolosamente. Anche se l’attività si svolge all'interno della propria ZEE, il Giappone è comunque vincolato a una responsabilità di gestione che deve allinearsi alle normative internazionali previste dall'UNCLOS, la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare.”
L’incognita ambientale
“L'aspetto preoccupante è che, nonostante queste premesse, il team giapponese si senta comunque in dovere di alimentare l'impressione che l'estrazione sottomarina sia imminente. Ciò accade perché anche noi oggi abbiamo un capo di stato aggressivo e sconsiderato”, conclude Tanaka. “Non dovremmo scommettere sulla salute dell'ambiente marino per assecondare l'ego di un politico; un modo sicuro per evitarlo sarebbe concordare una moratoria globale. Sotto una moratoria, questi annunci altisonanti perderebbero di significato, aiutando a smorzare i toni. Credo che molti possano concordare sul fatto che, a livello globale, sia necessario procedere a una de-escalation.”
La moratoria di cui parla Tanaka è quella proposta dal DSCC, un fermo alle attività commerciali minerarie in mare, firmata già da 40 stati a livello globale, tra cui il Brasile, il Canada, la Spagna, la Danimarca e la Nuova Zelanda, ma non dal Giappone. Un’iniziativa sostenuta anche da scienziati, parti della società civile e diverse organizzazioni internazionali.
Sebbene la diversificazione delle fonti di approvvigionamento di materiali critici e terre rare sia una priorità strategica, soprattutto per quei paesi fortemente dipendenti da fornitori esterni, l’estrazione di minerali dai fondali oceanici continua a sollevare numerose incognite per la salute di questi ecosistemi. I rischi ambientali, le incertezze scientifiche e la difficoltà di regolamentazione rendono queste opzioni particolarmente controverse, soprattutto alla luce dell’esistenza di alternative più sostenibili sia dal punto di vista ambientale che economico. Tra queste troviamo le soluzioni legate all’economia circolare, come il riciclo e il riuso dei materiali già in circolazione, ma anche lo sviluppo di nuove tecnologie capaci di ridurre il fabbisogno di materie prime vergini o di sostituirle con materiali alternativi.
In copertina: foto di Ray Zhuang, Unsplash
