iLabs Electronics vende schede a circuito integrato online, da Stoccolma. Da qualche settimana ha smesso di accettare ordini dagli altri ventisei stati dell’Unione Europea. Non è un caso isolato: da metà agosto centinaia di artigiani ed e-commerce indipendenti, in tutta Europa, raccontano la stessa cosa nei propri video su Instagram e TikTok. Spedizioni sospese, in alcuni casi l’attività chiusa. Cioè che li ha convinti a fermarsi è il PPWR, Packaging and Packaging Waste Regulation, il regolamento europeo sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio: in vigore dall’11 febbraio 2025, applicabile in tutti gli stati membri dal 12 agosto 2026. Il nodo è un articolo solo: il 45.
Vale mercato per mercato: se un’azienda vende imballaggi o prodotti imballati in uno stato membro diverso da quello in cui ha sede, in quello stato deve nominare un rappresentante autorizzato per la responsabilità estesa del produttore, la EPR (chi immette un imballaggio sul mercato paga i costi della sua raccolta e del suo riciclo). E vale sia dentro l’Unione sia, a maggior ragione, per chi vende da fuori: iLabs Electronics ha sede in Svezia, dove non le serve alcun rappresentante, ma per la Francia, la Germania, l’Italia, e ogni altro paese in cui vende, è “non stabilita” allo stesso modo in cui lo sarebbe un’azienda statunitense o cinese.
Il principio dietro la EPR è lo stesso che in Italia regge da anni il sistema CONAI, il Consorzio nazionale imballaggi. A cambiare è la moltiplicazione: un rappresentante per ciascuno stato membro in cui si vende, senza uno sportello unico europeo. Un artigiano che spedisce in Francia, Germania e Spagna deve aprire tre pratiche parallele, con tre enti diversi: LUCID in Germania, Citeo in Francia, un sistema equivalente in ogni altro paese di destinazione. È un costo economico e amministrativo che chiaramente i piccoli operatori non possono permettersi.
Sulle cifre le stime divergono. Il listino di Lizenzero − il webshop lanciato nel 2018 da Interseroh, oggi Interzero, marchio del gruppo tedesco di servizi ambientali ALBA Group, per aiutare i piccoli commercianti a mettersi in regola con la licenza sugli imballaggi − parte da 499 euro il primo anno per paese e scende a 299 euro dal secondo anno in poi. È il prezzo di un singolo fornitore, non una media ufficiale, ma dà un ordine di grandezza.
Una forbice più ampia, tra i 10 e i 15.000 euro l’anno per un piccolo e-commerce che vende in tre o quattro stati, compare in alcuni articoli di settore. La parte variabile del sistema, il contributo ambientale calcolato sui volumi, scala con le quantità immesse sul mercato. La parte fissa, la registrazione e il rappresentante, no: costa la stessa cifra a chi spedisce dieci pacchi l’anno e a chi ne spedisce diecimila. Per le microimprese sotto i 10 dipendenti e i 2 milioni di fatturato, alcuni obblighi documentali passano al fornitore di imballaggi, se stabilito nell’Unione.
L’obbligo EPR resta comunque: non c’è soglia di esenzione, si applica dal primo grammo di imballaggio e dal primo pacco spedito oltre confine. La protesta online ha preso la forma di una petizione, Stop destroying EU micro-businesses, aperta il 6 agosto su Change.org da un collettivo che si chiama EuMEA, Micro Enterprises Alliance, indirizzata alla Commissione e al Parlamento europei: ha superato le 83.000 firme verificate (il numero cresce di giorno in giorno).
Il testo è netto, tradotto suona così: “Questo sistema non protegge le piccole imprese, le distrugge”. I firmatari chiedono una moratoria immediata sulle sanzioni EPR per le microimprese, una soglia di esenzione europea per i piccoli volumi, uno sportello unico che sostituisca la registrazione paese per paese. Il collettivo segnala di aver depositato anche una petizione formale alla Commissione petizioni, PETI, del Parlamento europeo, ancora senza numero di protocollo ufficiale.
Ma le critiche non arrivano solo dal basso. La presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha definito gli oneri del PPWR “rigidi e controproducenti per le PMI europee”. In Italia, il presidente di CONFAPI Cristian Camisa ha usato parole simili: “Non si può fare politica industriale sulla pelle delle imprese”.
Dal fronte opposto, l’associazione di settore EUROPEN, che rappresenta produttori e utilizzatori di imballaggi, chiede da mesi la sospensione dell’obbligo di rappresentante come “passo pragmatico verso la semplificazione e un mercato unico più forte”.
La responsabilità estesa del produttore nasce per far pagare chi immette più imballaggio sul mercato. Nel caso del rappresentante autorizzato, però, il costo non dipende dal volume: dipende dal numero di paesi in cui si vende. Un’azienda che spedisce mille pacchi in un solo stato membro non ha bisogno di alcun rappresentante. Un artigiano che ne spedisce dieci, ma in tre stati diversi, ne deve pagare tre.
Travolta dalle proteste e da video diventati virali su Instagram, la Commissione europea ha risposto attraverso decine di commenti sotto i post critici. “Abbiamo delle buone notizie”, scrivono dall’account ufficiale. “Abbiamo chiesto al Parlamento europeo e agli stati membri di fermare questo obbligo. Vogliamo rendere facile e semplice per le nostre aziende, grandi e piccole, vendere in tutta l’Europa! Abbiamo presentato la proposta legale a dicembre e ora necessita dell’accordo dei legislatori dell’UE. Mentre questo è in corso, abbiamo suggerito anche alle autorità nazionali di evitare la sanzione alle aziende, ma solo di avvisarle se non sono conformi. Non appena il Parlamento europeo e gli stati membri saranno d’accordo, l’obbligo verrà sospeso.”
Già nell’autunno 2025 la commissaria all’ambiente Jessika Roswall aveva scritto lettere formali alle associazioni tedesche e ai membri del Bundestag che chiedevano un rinvio dell’entrata in applicazione, respingendo la richiesta e confermando la data del 12 agosto 2026. Il 31 marzo 2026 la Commissione ha pubblicato un documento di orientamento ufficiale e una serie di domande e risposte per sostenere un’applicazione uniforme del regolamento.
La proposta a cui la Commissione fa riferimento nei commenti sui social è del 10 dicembre 2025, dentro il pacchetto Omnibus ambientale. Sono due atti paralleli. Il primo, COM(2025) 982, un regolamento che sospenderebbe l’obbligo di rappresentante per imballaggi e batterie fino al 1° gennaio 2035. Il secondo, COM(2025) 983, una direttiva che sospenderebbe lo stesso tipo di obbligo per rifiuti generali, apparecchiature elettriche ed elettroniche, plastica monouso. In entrambi i casi la sospensione riguarderebbe solo i produttori già stabiliti nell’Unione: chi ha sede fuori dall’UE resterebbe comunque soggetto all’obbligo, articolo 45 compreso.
Le due proposte sono ancora nell’iter legislativo ordinario dell’Unione, e non sono legge. La differenza tra dentro e fuori l’Unione non è teorica. iLabs Electronics, che ha sede in Svezia, rientrerebbe tra i produttori che potrebbero beneficiare della sospensione fino al 2035, se il Parlamento la approvasse così com’è. Un’azienda del Regno Unito, paese terzo dal 2020, non ha nessun mercato di casa dentro l’Unione: ogni singola vendita in un paese europeo apre una pratica, un rappresentante, un costo fisso.
La sospensione in discussione a Bruxelles non la riguarderebbe in nessun caso, perché copre solo i produttori già stabiliti nell’Unione. Per un’azienda con sede a Londra, la situazione del 12 agosto 2026 resterebbe la stessa anche se la proposta venisse approvata domani.
Sull’attuazione nazionale il quadro è ancora più frammentato. Al 12 agosto, data in cui il PPWR è diventato applicabile in tutta l’Unione, solo due dei 27 stati membri avevano una normativa di recepimento completa: Germania e Ungheria. L’Italia ha la delega, tramite la legge di delegazione europea 2025, ma non ancora un decreto attuativo pubblicato.
In copertina: immagine Envato
