Dall’11 al 19 aprile 2026 Padova ospiterà una settimana di eventi dedicati al cambiamento climatico: la prima Padova Climate Action Week (PCAW). Non una conferenza centralizzata, ma un calendario condiviso di iniziative portate avanti da istituzioni, imprese, comunità e singoli cittadini, con l’obiettivo di trasformare buone intenzioni in azioni collettive e misurabili.
Daniele Pernigotti, CEO di Aequilibria e ideatore della Padova Climate Action Week, ci racconta in questa intervista come nasce il primo festival italiano sul clima costruito dal basso: settanta eventi, quindici partner strategici, e la scommessa che Padova – Nord-Est industriale e cattolico, città universitaria e territorio fragile − sia il laboratorio giusto per trasformare il dibattito in azione.
Daniele, dove nasce l’idea della Padova Climate Action Week?
L’anno scorso ero alla London Climate Action Week. Mi ha colpito l’energia di un’iniziativa nata dal basso: non i convegni ad alto livello, per un pubblico già convinto, ma la mescolanza caotica e feconda di chi lavora sull’alimentazione a chilometro zero nelle comunità urbane e chi spinge la transizione nelle aziende. Realtà disparate che si integrano, si contaminano. Grande energia, mentre sul clima, a livello internazionale, europeo e nazionale, stiamo facendo passi indietro. Mi sono detto che sarebbe utile mettere insieme chi ha voglia di parlare, di fare, di costruire cose interessanti. Padova era il posto giusto.
Settanta eventi alla prima edizione: quali risultati vi aspettate?
Il primo risultato è già la partecipazione. Una quindicina di partner strategici: Legambiente, Greenpeace, Fondazione Lanza, Movimento Laudato Si’, ma anche realtà internazionali come Act, World Benchmarking Alliace, Badvertising. Appena abbiamo aperto la porta è arrivata una massa di energia, di persone, di iniziative. E poi i settanta eventi: non è banale alla prima edizione. Si va dalla Banca di Francia, che viene a raccontarci i suoi sistemi di rating climatico delle aziende, a chi lavora sulla comunicazione ambientale, agli artisti che dipingono il cambiamento climatico, ai bambini che consegneranno i propri disegni a chi li porterà in bicicletta fino alla prossima COP. Dall’energia e dalle comunità energetiche alla carbon footprint, dalla giustizia climatica alla moda sostenibile con il movimento Paris Good Fashion. E il primo comune d’Italia che ha vietato la pubblicità fossile.
Mondo cattolico e sinistra progressista, aziende e attivisti: come si tiene insieme tutto questo?
Questa è la magia che si è scatenata. Fare un’intervista con Radio Vaticana e il giorno dopo con Radio Sherwood − due universi molto diversi − e accorgersi che su questi temi dicono le stesse cose. Ho sentito Fondazione Lanza e il Centro di Eccellenza Jean Monnet parlare insieme: un approccio spirituale e uno laico, quasi opposti per vocazione, ma che guardano lo stesso orizzonte. La crisi climatica ha questa proprietà rara: attraversa le identità politiche e culturali, e costringe a riconoscersi. Il Nord-Est lo sa bene: è un territorio non sempre progressista su questi temi, ma che ha un associazionismo forte e una maggioranza silenziosa che aspettava uno spazio.
Venezia, le esondazioni, il delta del Po: quanto è vulnerabile questo territorio?
Abbiamo il simbolo della fragilità che è Venezia. E abbiamo la tempesta Zaia del 2018 in montagna. In mezzo ci sono le esondazioni, il consumo di suolo tra i più gravi d’Italia, e il delta del Po, che rischia di essere dimenticato perché Rovigo sembra marginale ma non lo è affatto. Sul fronte della decarbonizzazione, le comunità energetiche stanno partendo bene. Padova ha l’obiettivo della carbon neutrality al 2030: sappiamo tutti che sarà difficile da raggiungere numericamente, ma è una tensione importante. Il problema grosso, la piaga vera, è la mobilità. Un tram che arriva con tutte le difficoltà del caso. Alberi tagliati in città per piantarli in periferia come compensazione, che per l’adattamento alle ondate di calore non ha nessun senso. Fondi del PNRR spesi per i marciapiedi ciclopedonali invece di una visione ciclabile organica. Su questo siamo indietro.
Dopo questa settimana, cosa vi aspettate?
I partner ci hanno già detto che danno la seconda edizione quasi per scontata. Ma l’effetto che mi interessa di più è quello invisibile: le sinergie che si innescano tra soggetti che non si conoscevano e che abitano la stessa città. C’è già un’associazione di medici, l’ISDE, che ha organizzato un evento su sanità e cambiamento climatico, e questo dice molto. La Padova Climate Week può diventare un centro di aggregazione stabile, oppure un modello da replicare in ogni città italiana. In entrambi i casi va bene: più posti esistono in cui si parla di questo, e meglio è. La regione Veneto non ci ha dato il patrocinio: quando l’abbiamo chiesto eravamo ingenui sul poter avere il loro supporto, evidentemente. Ma questo non ha cambiato niente. Abbiamo scelto di non cercare sponsor per non mettere cappelli sulle sedie. La libertà di fare quello che ci passava per la testa valeva l’impegno.
In copertina: Daniele Pernigotti
