Il 2025 ha segnato una fase decisiva per la politica europea sull’economia circolare: la Commissione UE ha impresso un’accelerazione normativa e tecnica in vista del Circular Economy Act, la futura legge quadro, che sarà emanata nella seconda metà del 2026 nel solco del Green Deal, in particolare del Circular Economy Action Plan del 2020. L’obiettivo è rendere più competitivo e resiliente il mercato, riducendo la dipendenza dalle materie prime strategiche e rafforzando le filiere del riciclo, in un contesto globale segnato da instabilità, crescita dei consumi e pressioni geopolitiche.
Tracciabilità transfrontaliera dei rifiuti
Il lavoro preparatorio è in corso da molti mesi. Uno dei principali passi è stata l’attuazione del Regolamento sulle spedizioni di rifiuti, entrato in vigore il 3 agosto 2025, che ha introdotto la digitalizzazione completa delle procedure transfrontaliere. Dal 21 maggio 2026 operatori e autorità competenti dovranno utilizzare un’unica piattaforma elettronica, il Digital Waste Shipment System (Diwass), per inviare documenti e notifiche relativi ai movimenti di rifiuti tra stati membri. In questo modo si ridurranno tempi e costi amministrativi per le imprese, si rafforzerà la competitività delle filiere del riciclo e si migliorerà il controllo dei traffici illeciti, rendendo più trasparente il mercato delle materie prime seconde.
Consultazioni pubbliche
Un’altra novità ha riguardato i rifiuti inseriti nella lista verde, o green-listed waste, considerati a basso rischio sanitario e ambientale: tra luglio e ottobre 2025 la Commissione UE ha tenuto una consultazione pubblica per definire criteri comuni nella loro classificazione. L’obiettivo è uniformare le soglie di contaminazione e superare la frammentazione che ostacola la circolazione interna tra i paesi UE, chiarendo quali flussi di scarti possano effettivamente rientrare nella lista in questione. Un allineamento normativo è indispensabile per garantire condizioni operative chiare e sostenere la competitività dell’industria europea del recupero.
Dal 1° agosto al 6 novembre 2025 la Commissione europea ha poi avviato una consultazione pubblica dedicata al futuro Circular Economy Act, chiedendo a cittadini, imprese e organizzazioni di inviare suggerimenti attraverso la piattaforma Have Your Say. L’iniziativa ha rappresentato un passo importante verso una normativa che punta, tra le altre cose, a raddoppiare entro il 2030 il tasso di circolarità dell’economia europea, incentivando investimenti in recupero, riciclo e riuso.
Valutazione della direttiva RAEE
Tra i passi più rilevanti compiuti nel 2025 figura anche la valutazione della direttiva europea sui RAEE, i rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche, adottata ormai vent’anni fa: uno strumento cruciale, perché riguarda l’accesso alle materie prime critiche necessarie per la transizione energetica e digitale. I dati raccolti da Bruxelles mostrano progressi insufficienti: quasi metà dei rifiuti elettronici sfugge ai circuiti ufficiali e gli obiettivi di raccolta fissati dall’UE (65%) restano lontani per la maggior parte degli stati membri, salvo Bulgaria, Lettonia e Slovacchia, che nel 2022 hanno raggiunto il target previsto.
Diverse le cause di questo progresso così lento, tra cui limitata capacità di recupero, scarse performance degli impianti ed eccessiva frammentazione dei sistemi EPR nazionali. Inoltre, l’attuale quadro normativo non intercetta nuove tipologie di rifiuti strategici, come quelli provenienti da turbine eoliche e tecnologie digitali. Tutti elementi che rendono necessaria una revisione complessiva della direttiva, che diventerà uno dei pilastri del Circular Economy Act.
A che punto siamo in Europa e in Italia
A fare da sfondo a queste iniziative, il divario tra il ritmo globale di consumo delle risorse e la capacità dei sistemi economici di migliorare la circolarità. A livello mondiale, secondo il Circularity Gap 2025, il tasso di riutilizzo dei materiali è sceso al 6,9% (era il 9% nel 2018), mentre in UE è attorno all’11,8% (10,7% nel 2010). Il progresso è costante, grazie a una politica industriale orientata alla riduzione della dipendenza dalle importazioni e al consolidamento delle filiere interne del riciclo, ma comunque troppo lento, per parlare di transizione. Secondo gli analisti, poi, bisogna mettere in conto possibili rallentamenti, inevitabili in tempi di incertezza geopolitica, quando imprese e cittadini tendono a rinviare investimenti e cambiamenti strutturali, rallentando così lo slancio verso la transizione.
In questo scenario, anche l’Italia presenta luci e ombre, come è emerso dalla Relazione sullo stato della green economy, elaborata dalla Fondazione per lo sviluppo sostenibile e dal Consiglio nazionale della green economy, presentata a Ecomondo. Il nostro paese è forte sull’economia circolare, perché sa trasformare i rifiuti in valore, ma deve ancora migliorare per quanto riguarda energia, mobilità e governance climatica.
In particolare, con l’86% dei rifiuti complessivi avviati a riciclo (urbani e speciali), siamo nettamente davanti alla media UE del 53% e ai principali competitor. Nel solo imballaggio, il tasso di riciclo è al 75,6% nel 2023, in crescita al 76,7% nel 2024 secondo CONAI, con punte dell’81% per la carta e del 77% per il vetro. Siamo primi tra i grandi paesi europei per tasso di utilizzo circolare dei materiali (20,8%) e per produttività delle risorse (4,7 euro di PIL per kg di materia, quasi il doppio della media europea), ma dobbiamo potenziare la prevenzione. I rifiuti generati per unità di PIL restano infatti alti e la domanda di prodotti riciclati è ancora fragile.
Nel 2026 il Circular Economy Act dovrà introdurre un quadro normativo organico, coerente e competitivo, e aprire così una nuova fase di consolidamento industriale, dall’istituzione di un mercato unico per le materie prime seconde alla definizione di standard più rigorosi per ecodesign, riparabilità e tracciabilità dei prodotti. Ma non solo.
Serve una visione ampia, che includa anche gli impatti sociali legati al cambiamento. L’economia circolare non è solo un insieme di norme tecniche e dinamiche competitive, ma è un sistema che coinvolge territori e comunità, all’interno di un percorso di transizione che deve essere anche equo e inclusivo.
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In copertina: immagine Envato
