Ci sono due Taranto che in questi giorni si stanno presentando al mondo. C’è quella dei Giochi del Mediterraneo, con gli impianti pieni, gli atleti arrivati da decine di paesi e il sindaco Piero Bitetti che parla di una sfida vinta e di una città finalmente capace di liberarsi dalla vecchia immagine legata all’Ilva. E poi c’è l’altra Taranto, quella dell’acciaieria, dove il conto alla rovescia per la fermata dell’area a caldo è già cominciato.
“Taranto ha vinto la sua sfida ancora prima che la fiaccola si spenga”, ha detto Bitetti il 31 agosto, a pochi giorni dalla chiusura dei Giochi. Secondo il sindaco, l’evento ha permesso di “smontare anni di narrazione negativa” e di mostrare ai visitatori “la nostra bellezza, la nostra accoglienza e la nostra storia”.
La sfida industriale però permane − e neanche sullo sfondo − scandita da un calendario che procede velocemente. La data fissata dalla Corte d’Appello di Milano per la fermata dell’area a caldo dell’ex Ilva è il 28 ottobre. Entro quel giorno, secondo il provvedimento del 27 luglio scorso, dovranno essere completate le operazioni per fermare gli impianti.
È una decisione − nata dalla denuncia dei cittadini e delle associazioni − contro la quale Ilva in amministrazione straordinaria e Acciaierie d’Italia hanno presentato due ricorsi separati in Cassazione. L’ultimo è quello di Acciaierie d’Italia, che gestisce gli impianti. La società contesta la decisione dei giudici milanesi e chiede che il provvedimento venga annullato.
Il ricorso in Cassazione, però, non sospende automaticamente la decisione. Per questo il prossimo appuntamento importante è il 9 settembre, quando la Corte d’Appello di Milano discuterà la richiesta di sospendere il proprio provvedimento. Se la sospensiva venisse accolta, il calendario della fermata potrebbe cambiare. Per ora il 28 ottobre resta la scadenza. Nel frattempo, l’azienda sta preparando le attività necessarie per fermare gli impianti. L’operazione è complessa e bisogna immaginarla come un grosso tir lanciato in velocità su un piano in discesa. Per fermarlo, non basta tirare la leva del freno.
Una delle ipotesi sul tavolo prevede una riduzione della produzione dell’Altoforno 2 dal 7 settembre e l’avvio della fermata intorno al 20 settembre. La data definitiva, però, non è ancora stata comunicata. Dovrà essere predisposto un piano da presentare al Ministero dell’ambiente, agli enti locali e alle autorità di controllo.
La conseguenza più immediata si vede già fuori dai cancelli dello stabilimento. Nell’indotto si parla dell’avvio di procedure di licenziamento collettivo per circa un migliaio di lavoratori, distribuiti tra tre o quattro aziende. Altre imprese stanno ricorrendo alla cassa integrazione. Già le ditte della filiera fanno i primi annunci: Peyrani ha comunicato ai sindacati la sospensione dal lavoro di 55 persone; Itelyum-Castiglia ha segnalato le conseguenze dello stop sulla logistica e sullo scarico delle materie prime al porto, dove lavorano 70 persone, 16 delle quali con contratto a tempo determinato; Semat Engineering ha chiesto il rinnovo della cassa integrazione per oltre 200 lavoratori. Un rosario sgranato sulla pelle di centinaia di famiglie che stanno vivendo ore di incertezze, ancora una volta. Per loro i Giochi del Mediterraneo sono stati solo una vetrina che invece di esporre la città ne ha nascosto i problemi.
È un effetto che i sindacati temevano da settimane. La vertenza coinvolge direttamente migliaia di dipendenti dell’ex Ilva e, considerando anche le aziende dell’indotto, arriva a interessare circa 20.000 lavoratori. La segretaria generale della CISL, Daniela Fumarola, ha ricordato che oltre 4.400 persone sono già in cassa integrazione e ha sintetizzato così il problema della fermata: “Un altoforno spento non si riaccende più”. Eppure la stessa Fumarola ha accolto positivamente l’arrivo della cordata italiana interessata all’ex Ilva, chiedendo però di capire quale sia il progetto per il futuro dello stabilimento. “Serve una regia pubblica che dica in maniera chiara e definitiva chi mette i capitali per gestire, per realizzare i forni elettrici, per realizzare il preridotto, possibilmente con delle date ben indicate”, ha detto.
Ed è proprio il futuro industriale il punto ancora più difficile da leggere. Sul tavolo ci sono diverse ipotesi. Il ministro delle imprese Adolfo Urso ha parlato di due offerte vincolanti, tra cui quella del gruppo indiano Jindal, che ha aggiornato la propria proposta dopo la decisione della Corte d’Appello. Ci sono poi le manifestazioni di interesse del fondo statunitense Flacks Group e della società ceca CE Industries. E c’è la proposta italiana di Federacciai.
La Federazione delle imprese siderurgiche italiane ha presentato una manifestazione d’interesse sottoscritta da 14 aziende. L’idea è quella di creare una nuova società che possa rilevare gli stabilimenti dell’ex Ilva. Tra i nomi coinvolti ci sono gruppi importanti della siderurgia italiana come Arvedi, Marcegaglia, Feralpi, Duferco, Beltrame e Lucchini. Per ora, però, siamo ancora a un passaggio preliminare. La stessa Federacciai ha chiarito che si tratta di una manifestazione d’interesse “esclusivamente preliminare e non vincolante”. Prima di arrivare a una vera offerta, le aziende dovranno conoscere più nel dettaglio le condizioni degli impianti e dei conti. Questo calendario che guarda al futuro procede molto lentamente, con la spada di Damocle della chiusura in arrivo.
C’è poi una questione che rende il progetto ancora più delicato: la cordata italiana non comprende l’area a caldo di Taranto, proprio quella destinata alla fermata secondo la decisione della Corte d’Appello. Il progetto guarda quindi soprattutto all’area a freddo e agli altri stabilimenti. È una prospettiva che i sindacati osservano con attenzione. Fumarola ha detto che l’area a freddo “da sola non basta”, perché gli stabilimenti di Genova e Novi Ligure utilizzano l’acciaio prodotto a Taranto.
Anche la FIOM ha chiesto maggiori certezze. Il segretario generale Michele De Palma ha contestato il fatto che si continui a parlare di nuovi concorrenti senza avere ancora “nessuna certezza di solidità finanziaria e di piani industriali”. Per il sindacato, la trasformazione dell’ex Ilva deve tenere insieme produzione, occupazione e salute.
Nel frattempo il governo ha messo mano anche a un altro problema, più tecnico ma con effetti pratici sulla continuità degli impianti. Un decreto approvato a fine agosto e all’esame del Senato a metà settembre (quando il Parlamento ricomincerà a lavorare) modifica le regole sulle garanzie finanziarie necessarie per la gestione dei rifiuti e delle discariche interne agli stabilimenti siderurgici in amministrazione straordinaria. In sostanza, per queste società le garanzie potranno avere durata annuale, invece di dover essere necessariamente pluriennali. L’obiettivo dichiarato dal governo è evitare che le difficoltà nel reperire garanzie di lunga durata mettano a rischio la continuità degli impianti mentre si attende la vendita.
Sono tutti pezzi diversi della stessa storia, infatti Taranto va letta come un puzzle atipico. I pezzi ci sono tutti, ma difficilmente si incastrano gli uni con gli altri: il tribunale e la Corte d’Appello decidono sul futuro dell’area a caldo; il governo cerca di tenere in funzione gli impianti durante la procedura di vendita; le aziende interessate provano a capire se e come entrare nell’ex Ilva; i sindacati chiedono garanzie per i lavoratori. E nell’indotto cominciano ad arrivare le prime conseguenze della fermata annunciata.
Per Taranto il contrasto è evidente proprio nei giorni in cui la città è sotto i riflettori internazionali. Da una parte i Giochi hanno portato atleti, visitatori e una nuova attenzione sulla città. Bitetti parla di un “investimento in reputazione” da far fruttare e di una Taranto che “respira aria nuova”. Dall’altra, la questione che per decenni ha segnato l’economia e la vita della città resta lì. L’acciaieria deve ancora trovare un futuro, l’area a caldo rischia di fermarsi entro il 28 ottobre e una parte dei lavoratori dell’indotto sta già pagando le conseguenze dell’incertezza. La Taranto dei Giochi ha avuto un calendario preciso. Quella dell’acciaio, per ora, ha soprattutto delle scadenze.
In copertina: Giochi del Mediterraneo, foto di Giovanni Squitieri/IPA Sport/Agenzia IPA
