Presentato dall’industria della moda come pilastro della transizione sostenibile, il poliestere riciclato, secondo un nuovo report pubblicato a fine 2025, rischia di aggravare l’inquinamento da microplastiche, alimentando al tempo stesso sovrapproduzione, greenwashing e inefficienze economiche lungo la filiera.

Lo studio, dal titolo Spinning Greenwash: How the fashion industrys shift to recycled polyester is worsening microplastic pollution, è stato commissionato da Changing Markets Foundation e condotto dal Microplastic Research Group dell’Università di Çukurova.

Un’innovazione verde” che non riduce il rischio

Negli ultimi due decenni il poliestere è diventato il motore silenzioso della crescita dell’industria della moda. Fibra sintetica a basso costo, derivata dai combustibili fossili, ha permesso ai marchi di aumentare drasticamente i volumi, accorciare i cicli di consumo e ridurre i prezzi medi dei capi. Il risultato è un settore caratterizzato da sovrapproduzione strutturale, elevata intensità materiale e un’impronta ambientale in costante espansione.

Di fronte alle crescenti pressioni normative e reputazionali, il comparto ha individuato nel poliestere riciclato una risposta apparentemente efficace: mantenere il modello produttivo esistente, sostituendo la materia prima vergine con plastica riciclata, prevalentemente bottiglie in PET. Numerosi marchi promuovono oggi il poliestere riciclato come “fibra preferita”, mentre gruppi come Adidas, H&M e Patagonia dichiarano di aver quasi completato la transizione dal poliestere vergine a quello riciclato.

Microplastiche: un costo ambientale sottovalutato

Questo nuovo studio, tuttavia, solleva interrogativi sulla reale efficacia ambientale di tale strategia, evidenziando che il poliestere riciclato rilascia in media il 55% di microfibre in più rispetto al poliestere vergine durante il lavaggio. Le fibre risultano inoltre più corte e sottili, aumentando la loro capacità di dispersione e il potenziale impatto tossicologico.

Dal punto di vista economico-ambientale, il dato è significativo: un singolo ciclo di lavaggio può liberare fino a 900.000 microfibre, esternalizzando costi ambientali e sanitari che non vengono contabilizzati nei prezzi finali dei prodotti.

Secondo Urska Trunk, Senior Campaign Manager di Changing Markets Foundation, “il poliestere riciclato è diventato una foglia di fico che nasconde la crescente dipendenza della moda dai materiali sintetici. Modifiche di design più intelligenti e soluzioni di fine ciclo produttivo saranno solo un palliativo”. Le soluzioni vere, secondo Trunk, passano dalla riduzione della produzione, dall’abbandono graduale delle fibre sintetiche e dallo stop alla trasformazione delle bottiglie di plastica in abiti usa e getta.

Performance ambientale dei brand e greenwashing

L’analisi ha riguardato 51 capi di abbigliamento (t-shirt, top, abiti e pantaloncini) venduti da Adidas, H&M, Nike, Shein e Zara, confrontando fibre sintetiche vergini e riciclate, oltre al cotone. Sebbene il campione sia limitato, i ricercatori sottolineano che, data l’uniformità dei processi industriali, i risultati sono rappresentativi di intere linee produttive.

I dati mostrano che la dispersione di microfibre è un fenomeno sistemico, legato a scelte di materiali e design più che a singoli difetti produttivi. Tuttavia, emergono differenze rilevanti: Nike risulta il marchio con i livelli più elevati di rilascio, sia per il poliestere vergine sia per quello riciclato. I suoi capi in poliestere riciclato superano in media le 30.000 fibre per grammo, un valore multiplo rispetto a concorrenti diretti come H&M o Zara.

Dal punto di vista della governance aziendale, il dato è particolarmente sensibile, arrivando in un momento in cui Nike è stata recentemente sanzionata nel Regno Unito, insieme a Lacoste e Superdry, per pratiche di greenwashing, in particolare per aver utilizzato negli annunci Google termini fuorvianti in materia di sostenibilità ambientale.

Shein e il rischio di dichiarazioni non verificabili

Il report evidenzia, invece, nel caso di Shein un ulteriore livello di criticità. I capi venduti come “poliestere riciclato” dall’azienda di ultra fast fashion, infatti, mostrano tassi di rilascio di microfibre simili a quelli del poliestere vergine. Secondo Changing Markets, ciò potrebbe indicare che alcuni prodotti non siano effettivamente realizzati con materiale riciclato.

Durante l’indagine, i ricercatori hanno rilevato discrepanze sistematiche tra le dichiarazioni ambientali online e le etichette fisiche dei capi, con articoli inizialmente promossi come riciclati successivamente rietichettati come semplice poliestere. Un segnale di rischio reputazionale e regolatorio crescente per un settore ancora privo di sistemi di verifica indipendenti e standardizzati.

Bottiglie in concorrenza: un fallimento di circolarità

Un elemento centrale dello studio riguarda l’origine del poliestere riciclato: il 98% proviene da bottiglie di plastica, non da rifiuti tessili. Dal punto di vista dell’economia circolare, questo rappresenta un problema strutturale. Le bottiglie sottratte ai sistemi bottle-to-bottle, che sono chiaramente più efficienti e che offrono diverse possibilità di riciclo, vengono convertite in capi di abbigliamento difficilmente riciclabili.

Il risultato è un classico caso di downcycling, opposto all’upcycling, che trasferisce materiale da un ciclo chiuso a uno aperto, accelerando la generazione di rifiuti. Non a caso, l’industria delle bevande ha più volte chiesto ai decisori politici europei di limitare l’uso tessile del PET riciclato, segnalando una crescente competizione per una risorsa scarsa.

Una crisi sistemica della plastica

Queste dinamiche si inseriscono in una crisi globale della plastica di proporzioni macroeconomiche. La produzione annuale è passata da 2 milioni di tonnellate nel 1950 a 475 milioni nel 2022, con proiezioni che indicano 1.200 milioni di tonnellate entro il 2060. Secondo il rapporto Breaking the Plastic Wave 2.0 (Pew, dicembre 2025), l’inquinamento da plastica potrebbe più che raddoppiare entro quindici anni.

Sebbene il packaging resti il principale utilizzatore di plastica, il settore tessile è quello con la crescita più rapida, trainato dall’espansione dell’abbigliamento sintetico a basso costo. Oggi le fibre sintetiche rappresentano circa il 69% della produzione tessile globale, con il poliestere che da solo copre il 59%.

Lo studio conclude che le soluzioni tecniche in materia di progettazione e produzione, come l'uso di filamenti continui, filati a bassa peluria e ad alta torsione, trame più fitte, bordi tagliati al laser, prelavaggio industriale, sistemi di cattura delle fibre e finiture atossiche, possano contribuire a ridurre il rilascio di microfibre, ma si tratta solo di soluzioni parziali, che non incidono sulle cause strutturali.

Normative per risolvere le cause strutturali

Ridurre l'uso di fibre sintetiche sia vergini che riciclate è l’unica soluzione. Questo perché nessuna ottimizzazione delle fibre e nessuna tecnologia di filtrazione può eliminare completamente l'inquinamento che esse generano. Per ottenere soluzioni drastiche, e anche intermedie, saranno necessarie misure normative rigorose. L'UE dovrebbe introdurre criteri di eco-progettazione con test obbligatori ed etichettatura di tutti i tessuti per verificarne prestazioni di rilascio, limiti di emissione di microplastiche nei prodotti finiti e chiare avvertenze per i consumatori sui tessuti sintetici. Le politiche dovrebbero anche tenere conto dell'impatto ecotossico del rilascio di microplastiche nelle valutazioni del ciclo di vita, rendere obbligatorio il prelavaggio industriale e promuovere l'innovazione nei materiali a basso rilascio.

L'iniziativa dell'UE sul rilascio involontario di microplastiche, attualmente in fase di stallo, deve essere ripresa, e la direttiva quadro sui rifiuti rivista dovrebbe includere tasse legate alle emissioni di microplastiche e ai volumi dei prodotti per frenare la sovrapproduzione e contribuire a incentivare un vero cambiamento verso la produzione di capi di abbigliamento in quantità minore, di qualità superiore e a minore impatto ambientale.

Al di fuori dell'UE, un trattato globale sulla plastica che fissi limiti alla produzione di plastica vergine e dia priorità alla riduzione alla fonte contribuirebbe ad affrontare le cause alla radice dell'inquinamento da microplastiche, garantendo che la crescente dipendenza della moda dai materiali sintetici non continui senza controllo.

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In copertina: immagine Envato