In questi giorni di caldo intenso stiamo sperimentando direttamente quanto il clima estremo renda difficile lavorare, mantenere la concentrazione e svolgere attività quotidiane che fino a pochi anni fa davamo per scontate. Il disagio che percepiamo non è un episodio isolato, ma il segnale tangibile di un cambiamento strutturale che sta già incidendo sulla produttività, sulla salute e sull’organizzazione del lavoro in Italia.

I rischi climatici e ambientali, oltre a mettere sotto pressione ecosistemi sempre più fragili, evidenziano anche la vulnerabilità del sistema economico: quando siamo colpiti da eventi climatici estremi, l’intera catena di approvvigionamento – dai fornitori di materie prime nazionali a quelli internazionali – può subire rallentamenti o interruzioni che compromettono l’operatività delle imprese.

Ora, una nuova analisi del Centro euro-mediterraneo su cambiamenti climatici (CMCC), in collaborazione con Deloitte Climate & Sustainability, Politecnico di Milano e European University Institute, quantifica per la prima volta il legame tra rischio climatico e finanze pubbliche in Italia, mostrando come il riscaldamento globale possa indebolire in modo strutturale una crescita economica già fragile.

Le perdite non colpiscono l’Europa in modo uniforme: le regioni meridionali e orientali risultano più esposte, mentre, per l’Italia, il rischio principale è una traiettoria di crescita e di esposizione fiscale strutturalmente più fragile. Il riscaldamento globale è un fattore che può incidere in modo duraturo sulla crescita economica italiana e la sostenibilità delle finanze pubbliche. L’Europa si sta riscaldando a una velocità doppia rispetto alla media globale e l’Italia, per la sua posizione mediterranea, è tra i paesi più esposti.

Le proiezioni indicano che il superamento dei +2°C rispetto ai livelli preindustriali potrebbe avvenire già entro il prossimo decennio. In Pianura Padana, per esempio, gli incrementi hanno già raggiunto i 2-2,5°C, con effetti diretti su produttività, salute e infrastrutture. Intanto, il sistema infrastrutturale italiano è già sottoposto a pressioni crescenti: ondate di calore, precipitazioni estreme, frane, siccità, incendi, innalzamento del livello del mare, salinizzazione delle falde e subsidenza.

La vulnerabilità è amplificata dal carattere sistemico delle reti: un’interruzione elettrica compromette mobilità, comunicazioni, acqua potabile e servizi sanitari; un guasto digitale amplifica gli impatti di uno shock climatico su scala urbana. Anche il mercato del lavoro risente del nuovo regime climatico: dal terzo giorno consecutivo di ondata di calore, ogni giornata con temperatura pari o superiore a 30°C riduce l’occupazione provinciale di 0,56 punti percentuali, con effetti concentrati nei settori più esposti. Nel settore edilizio il rischio di infortunio aumenta del 21,6% nei giorni di calore estremo.

Il rapporto del CMCC evidenzia che il cambiamento climatico incide sugli orizzonti strategici delle imprese. Nei prossimi vent’anni aumenteranno ondate di calore, aridificazione ed eventi estremi. Il rischio climatico genera perdite economiche rilevanti e diseguali tra settori e territori: nello scenario tendenziale SSP3‑RCP7.0 la perdita cumulata di crescita tra il 2025 e il 2050 può raggiungere il 15%, con punte fino al 41% nei casi estremi.

“I costi economici del cambiamento climatico per l’Italia sono già oggi significativi e destinati a crescere rapidamente”, ci spiega Matteo Calcaterra, primo autore dello studio nonché ricercatore di CMCC e Politecnico di Milano. “Non parliamo più di scenari futuri, ma di impatti presenti già oggi e misurabili. L’aumento delle temperature sta generando perdite di produttività, danni alle infrastrutture, pressioni inflazionistiche e un aumento delle disuguaglianze territoriali e sociali. Proiettando questi trend, entro il 2035 l’aumento delle temperature potrebbe accrescere l’inflazione alimentare dell’1-1,5% e quella complessiva fino allo 0,8%. A ciò si aggiungono costi di manutenzione e ripristino delle infrastrutture pari a diversi miliardi l’anno.”

Alla luce delle evidenze più recenti – dal superamento dei +2°C in Europa alla crescente vulnerabilità delle infrastrutture italiane – stiamo dunque già sperimentando in termini quantitativi e sistemici i costi reali del cambiamento climatico e del mancato o insufficiente adattamento, con impatti su produttività, reti critiche, inflazione e disuguaglianze territoriali.

“Il mercato del lavoro è un altro canale cruciale”, continua infatti Calcaterra. “Durante le ondate di calore l’occupazione provinciale si riduce, soprattutto nei settori più esposti. Infine, il cambiamento climatico ha effetti regressivi: senza ulteriori politiche, l’indice di Gini potrebbe aumentare fino a 6 punti percentuali. In sintesi, il costo del mancato adattamento è oggi superiore al costo dell’azione. Ogni anno di ritardo aumenta la vulnerabilità del paese e amplifica i danni futuri. Investire in resilienza non è solo una scelta ambientale: è una necessità economica.”

Ma il rischio climatico è anche un rischio sovrano. Con un debito di oltre 3.000 miliardi di euro, l’Italia è particolarmente sensibile a riduzioni della crescita. I rischi climatici macroeconomici si propagano alle finanze pubbliche, amplificando vulnerabilità preesistenti. Le tre dimensioni di trasmissione (debito, spread climatico e compressione dello spazio fiscale) interagiscono e si rafforzano reciprocamente. Lo spread climatico aumenta il costo del servizio del debito e può innescare effetti retroattivi sulla crescita. Il decisore pubblico si trova davanti a un trade‑off complesso: contenere il debito richiederebbe tagli alla spesa pubblica fino a un quinto, con forti ripercussioni sociali; preservare la spesa rischia invece di far deteriorare il rapporto debito/PIL e lo spread sovrano, con probabilità di superare il 200% tra il 39% e il 44% negli scenari più severi.

Nel rapporto, insomma, emerge con forza che clima e finanze pubbliche sono ormai legati in modo indissolubile. “Lo studio mostra effetti dei cambiamenti climatici troppo spesso sottovalutati”, spiega Calcaterra. “L’aumento del rapporto debito/PIL e la maggiore rischiosità del debito inducono un rialzo dei tassi di interesse: è ciò che possiamo definire spread climatico. Lo stato paga di più per finanziarsi a causa del rischio climatico, generando maggiori costi che si traducono in più imposte o più debito. Infatti, una crescita più debole aumenta meccanicamente il rapporto debito/PIL e restringe lo spazio fiscale. Il rischio climatico inoltre agisce come amplificatore di vulnerabilità: il premio sovrano, già elevato, si amplia ulteriormente. Di conseguenza, mitigazione e adattamento sono leve di stabilità macroeconomica e fiscale: intervenire tempestivamente significa proteggere la traiettoria di crescita e la sostenibilità del debito nel lungo periodo.”

Mitigazione e adattamento possono dunque considerarsi oggi vere e proprie leve di stabilità economica. “Per un paese come il nostro che è molto esposto sia agli impatti climatici sia ai vincoli di finanza pubblica, ritardare l’azione significa aumentare il costo economico del riscaldamento globale”, conclude Calcaterra. “L’Italia oggi è particolarmente sensibile a riduzioni di una crescita economica già anemica. Come detto, i rischi climatici macroeconomici si propagano alle finanze pubbliche, agendo da moltiplicatore su una vulnerabilità preesistente. Il policy maker si trova quindi davanti a un trade-off di fondo, ossia da un lato salvaguardare la traiettoria del debito richiederebbe un taglio alla spesa pubblica discrezionale fino a circa un quinto, con notevoli ripercussioni sociali e politiche, mentre dall'altro preservare il livello della spesa lascerebbe invece deteriorare il rapporto debito/PIL, gli interessi e lo spread sovrano, portando la probabilità di sforamento della soglia del 200% al 39-44% nelle combinazioni più severe. Ecco perché mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici non sono costi ma investimenti per assicurare crescita e stabilità economiche.”

 

In copertina: immagine Envato