Il 2025 sarà anche stato l’anno dei dazi e del terremoto commerciale globale, ma la Cina dell’export sembra inarrestabile. Raggiungendo un surplus commerciale di quasi 1200 miliardi di dollari, la Repubblica Popolare ha chiuso infatti con un record storico l’annus horribilis delle tariffe trumpiane. E ora si prepara a entrare nel segno del Cavallo di fuoco con un nuovo Piano quinquennale, il quindicesimo, e tante sfide da portare a termine.
A fare il punto sul 2025 cinese e sul futuro delle relazioni economiche sino-europee arriva dunque, puntuale, il report dell’Italy China Council Foundation (ICCF), presentato il 10 febbraio a Milano.

Un partner commerciale imprescindibile

Nata dall’integrazione della Camera di Commercio italo-cinese e della Fondazione Italia Cina, la ICCF è ad oggi l’unica piattaforma italiana che prevede la partecipazione di soci da entrambi i paesi. Ormai da sedici edizioni, il suo report annuale sugli scenari economici e politici della Repubblica Popolare si rivolge alle aziende e agli stakeholder italiani come strumento per capire e interpretare gli eventi, i cambiamenti, le traiettorie di un partner commerciale diventato imprescindibile per l’Italia e tutta l’Europa.

“Il contesto internazionale resta segnato da incertezza e imprevedibilità ma, parallelamente, stiamo assistendo a trasformazioni significative che meritano di essere comprese e analizzate”, ha esordito Mario Boselli, presidente di ICCF, presentando il report ai soci della fondazione riuniti a Palazzo Clerici. “Il Rapporto Cina elaborato dal nostro Centro Studi nasce proprio con questo intento: offrire a istituzioni e imprese una lettura aggiornata dei principali cambiamenti in corso in Cina e stimolare una riflessione sull’evoluzione delle nostre relazioni bilaterali”.

L’Italia, ha ricordato ancora Boselli, è a livello globale il 24esimo partner commerciale della Cina, e il quarto in Europa. “Scontiamo tuttavia un saldo negativo costante. Per questo dovremmo concentrarci sui settori in cui il nostro export è più forte: quello sanitario-farmaceutico e quello delle energie rinnovabili”.

“Ma la Cina non rappresenta solo un mercato fondamentale per l’Italia. È anche un’area vitale per le nostre imprese che qui operano”, ha aggiunto, in collegamento da Pechino, Giulio Bolaffi, consigliere capo dell’Ufficio economico-commerciale dell’Ambasciata italiana. “Dagli operatori italiani presenti in Cina percepiamo la voglia di restare. Il nostro lavoro è allora quello di aiutare le aziende a orientarsi sul territorio”.

Da parte sua, anche la Cina si sta progressivamente aprendo a investimenti stranieri. Lo ha ricordato Geng Xiewei, consigliere economico e commerciale del Consolato generale della Repubblica Popolare Cinese a Milano. “Il governo cinese – ha detto Geng – sta allentando le barriere all’accesso di investimenti esteri, che nel 2025 hanno interessato più di 70.000 nuove imprese. E molte aziende straniere stanno creando hub di ricerca in Cina”.

Verso il quindicesimo Piano Quinquennale

Conclusi i saluti istituzionali, la responsabile del Centro studi ICCF, Sara Berloto, e le altre due autrici del report (Emma Guarnaschelli e Marta Buizza) hanno dunque dato alcune anticipazioni dei contenuti di un lavoro corposo, che, quest’anno, si è avvalso anche di contributi dai principali think-tank internazionali sulla Cina.

Il primo dato ricordato è ovviamente il famoso +5% di crescita del PIL, che la Cina di Xi Jinping sta cercando di mantenere come faro costante in questi anni travagliati, fra guerra dei dazi e crisi dei consumi interni. Anche nel 2025, dunque, Pechino porta a casa il risultato, con un PIL che raggiunge quasi i 20.000 miliardi di dollari.

La cosa più interessante, sottolinea Berloto, la si nota però guardando al PIL pro-capite (anche qui un +5%), che mostra un attenuarsi del tradizionale divario fra zone urbane e rurali. Potrebbe essere un buon segno per il governo cinese, ultimamente indaffarato a risollevare i consumi e anche il morale dei cittadini, colti da una sorta di nichilismo o nèi juǎn (involuzione) che contraddice la narrazione trionfale degli ultimi anni. E non è un caso che, fra gli obiettivi del nuovo Piano quinquennale (il “15-5” o 十五五, che sarà ufficializzato a marzo), compaia anche il “tenore di vita”.

Un surplus commerciale da record, nonostante i dazi

Sul piano dei commerci internazionali, i dati snocciolati confermano la “persistente capacità della Cina di esportare su larga scala”, nonostante i dazi. Il surplus commerciale ha raggiunto i 1189 miliardi di dollari, registrando un incremento di circa il 20% rispetto al 2024. L’interscambio fra la Cina e il resto del mondo vale oggi circa 6500 miliardi di dollari, con un aumento dell’export del 6,1%, a fronte di un import cresciuto solo dello 0,5%.

Scendendo nel dettaglio regionale, si vedono poi chiaramente gli effetti della crisi dei rapporti fra Cina e Stati Uniti. Se gli USA rimangono ancora il terzo partner commerciale di Pechino, l’interscambio si è però ridotto del 18,7%, mentre crescono i volumi commerciali con i paesi dell’ASEAN (+7,4%) e dell’Unione Europea (+5,4%).

L’interscambio fra Cina e UE vale oggi 828 miliardi di dollari. La crescita registrata è, tuttavia, interamente a favore delle esportazioni cinesi in Europa, che aumentano dell’8,4%, mentre i beni che gli europei riescono a vendere in Cina sono calati dello 0,4%. Tra i paesi europei più forti nelle esportazioni in terra cinese ci sono i Paesi Bassi (+8,8%) e la Francia (+2,9%).

L’Italia invece ha perso terreno, con un -5,4% e un deficit commerciale nei confronti del Dragone che oggi vale 23 miliardi di dollari (su 76 miliardi di interscambio totale). Se il volume di merci cinesi che arrivano in Italia cresce quasi dell’11%, la maggior parte di questa crescita è dovuta ai veicoli elettrici, che registrano un’impennata di vendite del 46,8%. Le esportazioni della moda italiana in Cina registrano purtroppo una caduta in picchiata (-12% per la pelletteria, -17% per l’abbigliamento). I settori che tengono, e addirittura crescono, sono invece la farmaceutica (+4,7%) e i macchinari e impianti (+20,6%).

È dunque proprio su questi due settori, con un occhio in particolare alle tecnologie fotovoltaiche, che l’ICCF consiglia di puntare per rimpolpare il volume del Made in Italy che entra in Cina, evidenziando il valore di una cooperazione strategica fra i due paesi in questi ambiti.
Del resto, come ha ricordato il consigliere Geng Xiewei, “l’essenza del rapporto economico fra Cina e UE risiede nella complementarietà e nel reciproco vantaggio”.

Immagine: la copertina del "Rapporto Cina 2025 - II Parte", Centro Sudi ICCF