A Roma lo chiamano il Palazzaccio. Si inerpica imponente e massiccio in piazza Cavour ed è la sede della Corte di Cassazione. Non ha mai portato bene alle vittime dell’amianto di Casale Monferrato. E ieri, 11 febbraio, non è stato da meno, anche se questa volta lascia accesa una piccolissima e flebile luce di speranza. La sentenza è stata emessa in serata, dopo un dibattimento che aveva già mostrato da che parte stava per pendere la bilancia della giustizia.
Siamo all’Eternit bis, il secondo processo contro il magnate svizzero Stephan Schmidheiny, che in appello era stato condannato a nove anni e sei mesi per omicidio colposo di 91 persone (su 392 casi iniziali). La difesa aveva presentato ricorso adducendo un vizio formale: il dispositivo della sentenza era stato scritto in italiano e non nella lingua a lui più comprensibile, il tedesco. A guardarlo da fuori sembra il classico cavillo per spostare i tempi, per approdare a quella stessa prescrizione che proprio a Roma, nel 2014, lo aveva assolto nel primo processo Eternit. Il patron della fabbrica della morte parla in italiano, non sarà un problema per lui o per i suoi avvocati leggere quelle carte. E invece…
Ieri sera, 11 febbraio, dopo una giornata intera che ha messo a dura prova la delegazione dell’associazione delle vittime arrivata a Roma da Casale Monferrato – come nel 2014, e pioveva, anche stavolta – il giudice ha dato ragione alla difesa. Il processo tornerà in appello per la traduzione asseverata della sentenza. I legali delle parti civili stimano che serviranno almeno due mesi, e la prescrizione si sta avvicinando.
Una strage lunga mezzo secolo
Per comprendere il peso di questa ennesima battuta d’arresto bisogna fare un passo indietro. Casale Monferrato, trentamila abitanti in provincia di Alessandria, è stata per decenni una delle capitali italiane dell’amianto. Lo stabilimento Eternit ha prodotto manufatti in cemento-amianto dal 1907 fino alla chiusura nel 1986, disperdendo nell’aria fibre killer che hanno contaminato non solo i lavoratori, ma l’intera comunità. Il mesotelioma pleurico – un tumore incurabile provocato dall’inalazione di amianto – ha una latenza che può superare i quarant’anni: significa che la città continua a contare le sue vittime ancora oggi. Da Casale Monferrato la produzione si estendeva ad altri stabilimenti del gruppo, tra cui quello di Rubiera, nel Reggiano, e Bagnoli, a Napoli.
Il primo maxiprocesso contro Schmidheiny, erede della famiglia svizzera proprietaria del gruppo Eternit, si era concluso con una condanna a 18 anni in appello per disastro ambientale. Nel 2014, però, la Cassazione annullò tutto dichiarando il reato prescritto. Fu un colpo durissimo per le migliaia di familiari delle vittime che avevano seguito il processo come un atto di giustizia collettiva.
L’Eternit bis nacque dalla determinazione a non lasciar cadere quella richiesta di verità. Questa volta l’accusa era di omicidio colposo: nei precedenti gradi di giudizio i giudici avevano riconosciuto la responsabilità di Schmidheiny nella gestione delle politiche industriali e nella prosecuzione delle attività produttive nonostante la consapevolezza della pericolosità dell’amianto. In appello è arrivata la condanna a nove anni e sei mesi.
Le voci di chi aspetta giustizia
“L’amarezza rimane sempre, perché la giustizia ti passa davanti al naso e va da un’altra parte”, dice Nicola Pondrano, ex operaio, sindacalista e storica voce delle vittime casalesi. “La sentenza è inoppugnabile in punta di diritto, la Cassazione non poteva esimersi dalla rigida applicazione. Ma non possiamo non constatare che secondo la difesa l’imputato, che presiedeva un consiglio di amministrazione composto da sei italiani e con direttori di stabilimento italiani, parlasse in tedesco.”
Il vero danno, spiega Pondrano, è nel tempo che passa: “Questo processo riguardava 392 morti, ne sono rimasti 91. Quello che stride è che l’ultimo caso validato era relativo a una morte dell’inizio del 2017. Da allora si sono ammalate e sono morte più di 400 persone che non avranno più giustizia. Parliamo di una città di circa trentamila abitanti. Un’ecatombe”.
“La Cassazione decide di non decidere”, dichiara l’avvocato Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio nazionale amianto, costituitosi parte civile nel processo. “Trovo singolare che la mancata traduzione della sentenza in lingua tedesca sia divenuta motivo di accoglimento del ricorso. Si tratta di un ulteriore stop per le vittime che attendono da tempo una definizione nel merito.”
L’ombra degli “Epstein files”
Ma questa storia ha contorni che travalicano i confini di Casale, di Roma e dell’Italia. Lo ha raccontato un’inchiesta esclusiva di Report, firmata da Sacha Biazzo e intitolata L’offerta del diavolo, che ha trovato tracce degli affari del re dell’amianto negli Epstein files, i documenti desecretati legati al finanziere statunitense Jeffrey Epstein, morto in carcere nel 2019 mentre era detenuto con accuse di traffico e sfruttamento sessuale di minorenni.
Dall’analisi di quei documenti è emersa una rete di contatti internazionali attivata dopo la condanna a 18 anni in secondo grado nel primo processo Eternit. Il braccio destro finanziario di Schmidheiny, Heinz Pauli, contattò via mail Avner Azulay, ex alto dirigente del Mossad, il servizio segreto israeliano, chiedendo aiuto per il patron dell’Eternit. Azulay coinvolse a sua volta Ehud Barak, ex primo ministro israeliano e co-fondatore di Paragon Solutions, l’azienda che ha realizzato lo spyware Graphite, usato anche per spiare giornalisti e attivisti in Italia.
Le mail mostrate da Report descrivevano strategie, incontri a Tel Aviv e la volontà di lavorare “nei circoli della società romana” per far percepire i potenziali rischi di immagine per l’Italia e per i futuri investimenti nel paese, nel caso di una sentenza sfavorevole all’industriale svizzero. Un dettaglio particolarmente significativo: l’associato di Schmidheiny inviò un ringraziamento ad Azulay la sera stessa in cui la Cassazione annullò la condanna, nel 2014.
L’inchiesta ha anche rivelato che Schmidheiny aveva spie infiltrate nelle associazioni delle vittime dell’amianto e che i suoi uomini tenevano sotto osservazione persino la Procura di Torino e il procuratore Raffaele Guariniello, il magistrato che aveva condotto le indagini sull’Eternit. Il quadro emerso non mette formalmente in discussione la regolarità delle sentenze, ma solleva interrogativi pesanti sul contesto politico e internazionale in cui quelle vicende giudiziarie si sono sviluppate. Intanto, in Italia, oltre 226.000 ettari di superficie a terra e a mare ricadono nel perimetro di un sito di interesse nazionale da bonificare. Se ne contano 42: la bonifica definitiva ha raggiunto appena il 6%. E a Casale Monferrato la polvere continua a uccidere.
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In copertina: foto di Giulio Lapone, Agenzia IPA
