Novantasei giorni. Tanti ne ha contati Milano nel 2025 in cui la concentrazione di PM10 ha superato i 45 microgrammi per metro cubo, il limite che sarà in vigore dal 2030 secondo la nuova direttiva europea. Novantasei giornate in cui respirare equivaleva a inalare veleno. Seguono Napoli (86 giorni), Palermo (100), Verona (63), Torino Rebaudengo (59).
E se guardiamo al PM2,5 − le particelle più fini, quelle che penetrano in profondità nei polmoni e nel sangue, attraversano la barriera emato-encefalica e alterano le connessioni neuronali − il quadro si fa ancora più drammatico: Milano registra 206 giorni di superamento del limite giornaliero di 25 μg/m³, Torino 173, Padova 165. Tutte le 27 città monitorate dal rapporto Cambiamo Aria presentano medie annuali superiori ai valori raccomandati dall’Organizzazione mondiale della sanità.
Il dossier, realizzato da ISDE Italia (International Society of Doctors for Environment) in collaborazione con l’Osservatorio mobilità urbana sostenibile di Kyoto Club e Clean Cities Campaign, non lascia spazio a interpretazioni: l’inquinamento atmosferico nelle città italiane resta un’emergenza sanitaria strutturale.
Otto milioni di persone over 30 nelle città monitorate, 6.731 morti premature per malattie attribuibili all’esposizione al PM2,5. L’8% della mortalità per cause non traumatiche nella popolazione adulta. “Non siamo di fronte a episodi occasionali, ma a un’esposizione cronica che incide ogni giorno sulla salute dei cittadini, in particolare di bambini, anziani e persone fragili”, dichiara Roberto Romizi, presidente di ISDE Italia. “Rimandare ancora l’adozione di politiche efficaci significa accettare un carico evitabile di malattie e di morti premature.”
I numeri parlano chiaro. Rispetto alla normativa attualmente in vigore (D.Lgs.155/2010), Palermo supera sia il limite annuale per il PM10 (41 μg/m3 contro il limite di 40) sia il numero massimo di superamenti giornalieri. Napoli e Milano oltrepassano quest’ultimo limite. Per il biossido di azoto, quattro città violano il limite annuale: Napoli (51 μg/m3), Palermo (49 μg/m3), Genova (42 μg/m3) e Catania (41 μg/m3). Tutte città con porti, e non è un caso.
Ma è rispetto ai nuovi standard europei che la situazione diventa drammatica. La Direttiva 2024/2881, che entrerà in vigore nel 2030, fissa limiti più stringenti: 21 città li superano già per la media annuale di PM10, 25 città per il PM2,5, 24 per il biossido di azoto. Per i superamenti giornalieri: 16 città per il PM10, 19 per il PM2,5, 11 per il biossido di azoto, 17 per l’ozono. Solo Trieste, Bari e Reggio Calabria non registrano più di 18 superamenti dei limiti giornalieri stabiliti dalla Direttiva UE per almeno uno dei quattro inquinanti monitorati (PM10, PM2,5, NO2, ozono). Tutte le altre sono fuorilegge, o lo saranno tra quattro anni.
Il rapporto Cambiamo Aria lancia proposte concrete: recepimento immediato della Direttiva UE senza deroghe, aggiornamento dei piani nazionali e regionali per l’aria, 3 miliardi per il trasporto pubblico locale, 500 milioni annui per la ciclabilità urbana, incentivi per l’elettrificazione, fondi per l’efficientamento energetico e per la riconversione degli allevamenti intensivi.
L’impatto sulla mortalità varia significativamente tra le città: maggiore incidenza a Milano (14% dei decessi per cause naturali attribuibili al PM2,5), Torino e Padova (12%), Vicenza e Brescia (11%), Venezia, Verona, Parma e Modena (10%), Napoli e Terni (9%). Ma anche città con peso relativo inferiore registrano centinaia di morti dovute al PM2,5: Roma conta 1.125 decessi attribuibili (6% della mortalità), Napoli 562 (9%), Genova 309 (6%). Tutte le 27 città monitorate presentano medie annuali di PM2,5 superiori ai valori raccomandati dall’Organizzazione mondiale della sanità (5 μg/m3). Nessuna stazione rispetta i valori guida dell’OMS per i limiti giornalieri (massimo 4 giorni l’anno sopra i 15 μg/m3). “La sfida urgente di proteggere la nostra casa comune comprende la preoccupazione di unire tutta la famiglia umana nella ricerca di uno sviluppo sostenibile e integrale, poiché sappiamo che le cose possono cambiare”, recita il rapporto citando l’enciclica Laudato Sì.
Contattata da Materia Rinnovabile, ARPA Lombardia non ha concesso interviste ma ha fornito i dati richiesti: confermano il quadro tracciato dal rapporto, senza sfumature consolatorie. “Se vogliamo rispettare la direttiva al 2030 dobbiamo lavorarci ora”, ci ha detto Secondo Barbero, direttore generale di ARPA Piemonte, che abbiamo intervistato per approfondire la questione.
Direttore Barbero, il rapporto ISDE utilizza i dati delle ARPA per tracciare un quadro allarmante della qualità dell’aria in Italia. Sembra quasi incredibile che, nonostante la certezza della correlazione tra smog e malattie della popolazione, la situazione sia ancora così difforme rispetto alle normative.
Il rapporto di ISDE, Kyoto Club e Clean Cities viene fatto partendo dai dati ARPA, quindi sono dati giusti, sono corretti. Il tema è il confronto con la normativa presa come riferimento. Per descrivere il trend e la conformità del dato rispetto alla legge, viene usata come riferimento sia la normativa attuale, sia i valori dell’OMS, che però devono essere considerati come valori obiettivo, cioè valori a cui tendere, sia, infine, la nuova Direttiva UE, che però non è stata recepita dal nostro paese e che entrerà comunque in vigore dal 2030. E lì siamo più lontani, ovviamente.
Quindi rispetto alla normativa attuale come siamo messi?
Per il PM10 non c’è ancora conformità tra gli sforamenti e la normativa attuale, anche se il trend degli ultimi dieci anni vede un avvicinamento tra i valori. Per quanto riguarda i PM2,5, siamo in linea con i valori medi annuali ma è sempre più difficile ridurre questi valori, perché in Pianura Padana abbiamo un ampio contesto di dispersione degli inquinanti che rende difficile programmare gli interventi. Però ISDE ha ragione: se vogliamo rispettare la Direttiva al 2030 dobbiamo lavorarci ora. Non manca molto, abbiamo solo quattro anni davanti.
Chi deve agire concretamente per raggiungere questi obiettivi?
Soprattutto le regioni e i sindaci. Le città, le scelte che vengono compiute, sono determinanti. Pensiamo al trasporto privato, al riscaldamento domestico e industriale (anche se quest’ultimo è più controllato dalle normative ambientali), al trasporto pubblico. Sono tutti fattori che devono essere gestiti da regioni e comuni. Lo stato interviene per i mezzi inquinanti, per lo stanziamento dei fondi per le regioni, ma le regioni hanno il compito di adottare i piani strutturali di riduzione delle emissioni.
Il trasporto pubblico è davvero la chiave di volta?
In Piemonte c’è stata molta attenzione. Chiaro è che costruire una linea di metro ha tempi lunghissimi, è un investimento infrastrutturale molto più impegnativo, ma ad esempio si può lavorare molto anche utilizzando i biocarburanti che hanno meno impatto sia per la CO₂ sia per le polveri sottili. Inoltre un altro strumento è l’intelligenza artificiale per la fluidificazione del traffico. Insomma, la politica deve agire con somma di tanti interventi.
Ha l’impressione che l’attenzione pubblica sul tema si sia affievolita negli ultimi anni?
Non a livello di città e di comunità. Noi come ARPA siamo consapevoli che il nostro compito non è soltanto quello di raccogliere dati, ma anche di comunicarli e renderli fruibili. Ad esempio prendiamo il semaforo antismog: quando è rosso alcune attività dei singoli devono essere limitate. Allora si è rivelato uno strumento utile per comunicare con i cittadini e per tenere alta l’attenzione sul tema.
Il rapporto stima 855 morti premature per Torino nel 2025, con un’incidenza del 12% sulla mortalità per cause naturali nella popolazione adulta. Sono numeri che dovrebbero scuotere le coscienze...
Assolutamente. Gli studi di attribuzione ci permettono di sapere con esattezza quante vittime da smog potevano essere evitate con politiche sulla qualità dell’aria. È un tema che impatta molto sulla salute pubblica e i dati lo dimostrano in modo inequivocabile.
Quali sono gli strumenti che ARPA sta mettendo in campo per migliorare la comunicazione di questi dati al pubblico?
Il nostro obiettivo è rendere i dati sempre più accessibili e comprensibili. Non basta raccoglierli, dobbiamo far capire ai cittadini cosa significano per la loro vita quotidiana. Il nostro sforzo continuo è tenere un canale comunicativo aperto con i cittadini e spiegare cosa succede nel modo più chiaro e trasparente possibile. È un lavoro che stanno facendo praticamente tutte le ARPA. Un cittadino e una classe politica più informati riescono a decidere meglio.
Guardando al 2030 e ai nuovi limiti europei: è ottimista o preoccupato?
Sono realista. Abbiamo ancora quattro anni e mezzo, ma il lavoro da fare è molto. La Pianura Padana ha caratteristiche orografiche e meteorologiche che rendono particolarmente difficile la dispersione degli inquinanti. Non possiamo cambiare la geografia, ma possiamo agire su tutte le fonti di emissione. Servono investimenti strutturali, politiche coordinate tra comuni e regioni, e la consapevolezza che ogni piccola azione conta. Il trend degli ultimi dieci anni ci dice che possiamo migliorare, ma serve accelerare.
In copertina: Secondo Barbero
