La notizia è arrivata per via indiretta, com’è frequente quando le major dell’oil & gas scelgono di fare un passo indietro in silenzio. Il 20 marzo 2026, l’israeliana Ratio Energies ha comunicato alla Borsa di Tel Aviv che ENI, già designata come operatore del consorzio, aveva notificato la propria uscita dalla partnership. La decisione, in realtà, risale all’ottobre 2025: il Cane a sei zampe lo aveva comunicato al commissario per il petrolio del Ministero dell’energia e delle infrastrutture israeliano e agli altri soci del consorzio. Il ritardo nella disclosure pubblica, secondo Ratio, si deve alla volontà di chiudere prima un accordo con l’altro partner, Dana Petroleum, che subentrerà nel ruolo di operatore.

Interpellata dall’agenzia di stampa Staffetta Quotidiana, ENI ha confermato: il ritiro è stato “deciso nel quadro della razionalizzazione e diversificazione strategica delle proprie attività upstream”. L’azienda “prende atto della decisione degli altri membri del consorzio di completare il processo di aggiudicazione”. Nessun riferimento esplicito al contesto geopolitico, alla guerra a Gaza o alle contestazioni sul diritto internazionale che hanno accompagnato questa vicenda per oltre due anni.

Per capire il peso di questa uscita bisogna tornare all’autunno 2023. Il 29 ottobre di quell’anno − a meno di un mese dall’attacco di Hamas del 7 ottobre e dall’inizio dell’offensiva militare israeliana nella Striscia di Gaza − il Ministero dell’energia di Tel Aviv annunciò i risultati del quarto bando di esplorazione offshore (OBR4). Dodici licenze, assegnate a due consorzi, per esplorare aree adiacenti al maxi-giacimento Leviathan, uno dei più grandi del Mediterraneo, che garantisce l’approvvigionamento di gas a Israele e alimenta le esportazioni verso Egitto e Giordania.

Il primo consorzio − ENI (operatore), Dana Petroleum (filiale della sudcoreana Korea National Oil Corporation) e l’israeliana Ratio Energies − si aggiudicò sei licenze nella cosiddetta Zona G. Il secondo − composto da NewMed Energy, la società azera Socar e BP − ottenne altrettante licenze nella Zona I.

Il tempismo fu subito oggetto di critiche. Ma il vero nodo era un altro: la Zona G si trova in un’area marittima che, secondo il diritto internazionale, ricade per il 62% all’interno della zona economica esclusiva dichiarata dallo stato di Palestina nel 2019, in conformità con la Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS). Israele, che non aderisce alla Convenzione e non riconosce la Palestina come stato sovrano, ha sempre contestato questa rivendicazione.

Il Mediterraneo orientale è da oltre un decennio uno dei fronti più caldi della geopolitica energetica. Le scoperte di Zohr (Egitto, 2015, proprio a opera di ENI), Leviathan e Aphrodite (Cipro) hanno ridisegnato gli equilibri regionali. Nel giugno 2022, l’Unione Europea ha firmato un memorandum d'intesa trilaterale con Egitto e Israele orientato alla sicurezza energetica, consolidando il ruolo della regione come fonte di approvvigionamento alternativa al gas russo. In questo quadro, le nuove licenze esplorative avrebbero dovuto ampliare ulteriormente la capacità produttiva israeliana. Ma il dossier è politicamente esplosivo.

A febbraio 2024, quattro organizzazioni palestinesi per i diritti umani (Adalah, Al-Haq, Al Mezan Center for Human Rights e il Palestinian Centre for Human Rights) inviarono, tramite lo studio legale statunitense Foley Hoag, una diffida formale a ENI, Dana Petroleum e Ratio Energies, chiedendo di rinunciare a qualsiasi attività nell’area della Zona G ricadente in acque palestinesi. Secondo le organizzazioni, le licenze concesse da Israele violavano il diritto internazionale umanitario, le norme sull’occupazione e il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese, che include la sovranità sulle proprie risorse naturali.

In Italia la vicenda arrivò in Parlamento. Il deputato di Alleanza Verdi e Sinistra Angelo Bonelli presentò un’interrogazione chiedendo al governo di attivarsi affinché ENI non intraprendesse attività esplorative nelle acque rivendicate dalla Palestina. La risposta del ministro degli Esteri Antonio Tajani fu cauta: il contratto, riferì, era “ancora in via di finalizzazione”, il consorzio “non ha titolarità sull'area” e non erano “in corso operazioni che avrebbero comunque natura esplorativa”. Una posizione ribadita ancora nel settembre 2025 dal viceministro degli esteri Edmondo Cirielli, in risposta a un’altra interrogazione di Bonelli.

Un primo segnale pubblico del disimpegno è arrivato nel dicembre 2025. In una risposta scritta alla trasmissione Rai Report, ENI ha dichiarato di “non prevedere di essere coinvolta in attività nell’area nel futuro”. L’organizzazione ReCommon, che aveva seguito la vicenda fin dall’inizio, interpretò la frase come una rinuncia di fatto e ne diede ampio risalto. Seguì una diffida legale da parte di ENI nei confronti di ReCommon, contestando le dichiarazioni della campaigner Eva Pastorelli alla trasmissione e in un articolo successivo.

Ora il ritiro è confermato. Il consorzio, però, non si scioglie: Dana Petroleum assumerà il ruolo di operatore al posto di ENI, sebbene la ripartizione delle quote con Ratio non sia ancora stata definita. Secondo Globes, l’accordo potrebbe richiedere tempo: la dirigenza della Korea National Oil Corporation, casa madre di Dana, è attualmente concentrata sulla crisi dello Stretto di Hormuz, che minaccia le rotte petrolifere sudcoreane. Le due società intendono comunque presentare domanda al Ministero dell’energia israeliano per ottenere la licenza nel secondo trimestre del 2026, così da avviare le attività esplorative. Ratio, inoltre, starebbe valutando l’importo del risarcimento che ENI dovrà corrispondere per il suo ritiro.

Dal punto di vista di ENI, l’uscita dalla Zona G si inserisce nella più ampia riorganizzazione dell’upstream annunciata con il Piano strategico 2026-2030, presentato a metà marzo dall’amministratore delegato Claudio Descalzi. Il piano punta a una crescita della produzione del 3-4% annuo, ma con una selezione più netta dei progetti, concentrando gli investimenti sui bacini a più alto rendimento. In parallelo, ENI resta presente nel Mediterraneo orientale con altre operazioni: a gennaio 2026 ha firmato, insieme a TotalEnergies e QatarEnergy, un accordo con il Libano per l’esplorazione del Blocco 8, al largo delle coste meridionali del paese.

L’uscita dal consorzio è stata commentata con soddisfazione dalle organizzazioni che avevano contestato le licenze. “Accogliamo con piacere l’uscita ufficiale di ENI dal consorzio che a ottobre 2023 si era aggiudicato le licenze di esplorazione di gas nelle acque palestinesi”, dichiara a Materia Rinnovabile Eva Pastorelli, campaigner di ReCommon. “Alla luce di questa conferma, a cui ReCommon aveva dato risalto già nel dicembre 2025, stona la diffida e la minaccia di un’azione legale da parte di ENI nei nostri confronti, proprio per aver seguito questa vicenda sin dai suoi albori. Ora la comunicazione ufficiale di ENI sembra mettere una parola definitiva sulla questione”.

Resta aperta, tuttavia, la domanda di fondo: quale peso hanno avuto, nella decisione di ENI, le considerazioni strategiche ed economiche − il ribilanciamento del portafoglio, i timori sulla sicurezza, le priorità di investimento − e quanto ha contato invece la pressione reputazionale esercitata dalla società civile, dal Parlamento e dalle organizzazioni per i diritti umani? La risposta ufficiale del Cane a sei zampe parla esclusivamente di razionalizzazione. Ma il fatto che la decisione sia maturata in un contesto di crescente scrutinio pubblico lascia intendere che i fattori siano stati molteplici. Come spesso accade nella geopolitica dell’energia, la verità sta probabilmente nell’intersezione tra interesse economico e calcolo politico.

 

In copertina: il mare di fronte a Gaza City, sulla cui spiaggia si trovano le tende delle persone sfollate palestinesi. Foto di Omar Ashtawy, APAImages/Shutterstock (16150515i), Agenzia IPA