Ci sono cose che smettiamo di vedere proprio perché ci sono troppo vicine. Il suolo è una di queste. Lo calpestiamo, lo coltiviamo, lo copriamo di asfalto, lo scaviamo e lo spostiamo, ma raramente ci fermiamo a pensare a ciò che contiene, che significa. O che è: non una superficie inerte, né un semplice supporto per far crescere qualcosa, ma un ecosistema antico e complesso, attraversato da una quantità di vita che sfugge quasi completamente al nostro sguardo. E alla nostra conoscenza.

Da questa invisibilità prende avvio Sillabario della terra (Piano B edizioni, 2025) di Giacomo Sartori, agronomo e scrittore, che, dopo una vita a lavorare con la terra e a coltivare la passione per la scrittura, ha deciso di unire le sue due anime in questo libro. Un libro difficile da collocare in una categoria: non è un manuale, anche se insegna molto; non è un saggio ambientalista, pur avendo una posizione precisa sul modo in cui stiamo trattando il pianeta; non è una raccolta di racconti, benché proceda spesso per scene, incontri, aneddoti e digressioni.

È piuttosto una mappa irregolare che guida chi legge nella scoperta di venti voci (precedute da un prologo e seguite da un epilogo, introdotte dalla prefazione di Paolo Pileri e accompagnate dalle illustrazioni di Elena Tognoli) che spaziano dalla materia organica all'acqua, dall'erosione alle terre avvelenate, dai deserti al futuro, lasciando che il sapere scientifico si mescoli alla memoria personale, all'ironia, alla polemica e, a tratti, a una scrittura quasi contemplativa.

Sartori sceglie insomma la forma del sillabario, ma senza imporre alle sue pagine l'ordine rassicurante dell'alfabeto. Alcune lettere mancano, altre compaiono più volte, come specifica lui stesso, che, spiega anche, ha fatto nascere questo libro rielaborando e riunendo testi scritti in momenti diversi. Una struttura a collage che rende bene anche l’idea che la terra non sia un elemento semplice, da raccontare attraverso una linea retta, ma che per comprenderla sia necessario passare da un elemento all'altro, seguire connessioni che spesso non avevamo immaginato.

Ecco quindi che incontriamo i lombrichi, creature tanto fondamentali quanto trascurate: sappiamo che contribuiscono alla trasformazione del suolo, creando strutture e gallerie che ne favoriscono la fertilità e la circolazione dell'acqua, eppure sono studiati sorprendentemente poco. Delle migliaia di specie esistenti, molte restano ancora sconosciute o scarsamente descritte e sappiamo pochissimo della loro distribuzione e delle conseguenze che le diverse pratiche agricole hanno su di loro.

Passiamo poi ai paesaggi agricoli di montagna. Per secoli, racconta Sartori, le comunità hanno imparato a convivere con i versanti, irregolari e impervi, costruendo terrazzamenti e sistemi per gestire l'acqua e adattarsi alla natura: un patrimonio di conoscenze che ha modellato il paesaggio italiano e che compare anche in tanti dipinti del Rinascimento. Poi, con l'avvento della meccanizzazione, molte di quelle sistemazioni sono state cancellate o trasformate per adattare invece la terra alle esigenze delle macchine.

E così nascono le valli di meleti in cui i versanti sono stati spianati per rendere il lavoro agricolo più efficiente. Ma per ottenere superfici così regolari sono stati movimentati terreni formatisi nel corso di quindicimila anni: strati fertili sono stati sepolti o alterati, mentre il paesaggio veniva trasformato per favorire la circolazione dei mezzi e un modello produttivo sempre più intensivo. Da una parte il tempo lentissimo della formazione del suolo, dall'altra la rapidità con cui possiamo modificarlo. O distruggerlo.

Ed è forse qui che il libro trova il suo nucleo politico. L'autore critica molto: tecniche, modelli, azioni, mercato, scienza, agricoltori, ma il vero bersaglio è un modo di pensare che considera la terra una materia da rendere più efficiente, uniforme e produttiva, separandola dal suo vero essere e dalla rete di relazioni che la rende viva.

Alla fine, si torna all’obiettivo del libro: prima ancora di proteggere il suolo, dobbiamo accettare di non averlo mai guardato e conosciuto davvero. E iniziare a farlo. Sartori vuole insomma restituirgli profondità, letteralmente e metaforicamente. La scienza offre gli strumenti per scendere negli strati della terra, la letteratura quelli per immaginare ciò che tali analisi, da sole, non riescono a dire. È nell'incontro tra queste due forme di conoscenza che Sillabario della terra trova la sua voce più originale: una voce che non parla soltanto della terra, ma prova, finalmente, a parlare dalla sua parte. Anche perché, come spiega l’autore, “non c’è una grande differenza – mi accorgevo – tra scrivere una storia e andare in giro per i campi a fare rilievi con una trivella manuale, sono analoghe ricerche negli strati non visibili della vita”.

 

In copertina: foto di Juan Aguirre