La tassonomia europea è un sistema di classificazione ideato per definire scientificamente ciò che è “green”, indirizzando i flussi di capitale verso investimenti realmente sostenibili. Questo strumento sta influenzando le dinamiche di numerosi comparti, tra cui quello delle costruzioni: dopo anni caratterizzati da entusiasmo e sperimentazione, ma anche da una certa confusione, il settore sta ora attraversando una fase di maturazione e di maggiore consapevolezza.
Se ne è parlato durante il talk Tassonomia come leva per la sostenibilità dell’ambiente costruito, organizzato a Key Energy 2026 da Green Building Council Italia (GBC Italia), associazione no profit presente in oltre 80 paesi, impegnata nella promozione di politiche e strumenti per rendere l’edilizia più sostenibile.
Come ha spiegato il moderatore Gildo Tomassetti, segretario Chapter Emilia-Romagna di GBC Italia, “la sfida attuale è trasformare la visione della tassonomia: non più solo un insieme di criteri da rispettare, ma un’occasione di competitività e un’opportunità per il mercato a 360 gradi. Una sfida che riguarda sia l’ambito pubblico sia quello privato, anche seppur con approcci differenti”.
La sostenibilità nelle costruzioni
Il punto di riferimento normativo della tassonomia europea è il Regolamento (UE) 2020/852, che si fonda su sei obiettivi ambientali e introduce un principio fondamentale: “Per essere classificata come sostenibile, un’attività deve contribuire ad almeno uno di questi obiettivi e non deve arrecare danni significativi a quelli restanti, secondo il principio del Do No Significant Harm (DNSH)”, ha spiegato Michele Mancini, South East Europe Sustainable Building & Infrastructure Sales Manager di Bureau Veritas Group. “Inoltre, devono essere rispettate le salvaguardie minime, relative ad esempio ai diritti umani, e i criteri tecnici di vaglio (TSC, Technical Screening Criteria) definiti dalla Commissione europea negli atti delegati.”
Nel settore immobiliare questo si traduce in criteri tecnici che riguardano diversi ambiti: nuove costruzioni, ristrutturazioni, interventi di efficientamento energetico, acquisto e gestione degli immobili. Particolare attenzione è posta anche al ciclo di vita dell’edificio, includendo aspetti come la gestione delle risorse idriche, la riduzione dell’inquinamento, la tutela della biodiversità e la fase di fine vita.
La normativa nel settore pubblico
All’interno di questo scenario emergono importanti differenze tra ambito pubblico e privato. “Nel pubblico gli obblighi sono immediati e stringenti: la tassonomia rappresenta una compliance mandatory, ovvero non è un’opzione, ma un vincolo di legge”, ha proseguito Michele Mancini. “Il Codice degli appalti richiede una relazione di sostenibilità che dimostri il rispetto dei criteri ambientali”.
Un passaggio chiave riguarda l’aggiornamento dei criteri ambientali minimi per l’edilizia (CAM Edilizia 2025), obbligatori dal 2 febbraio 2026 per nuove costruzioni, riqualificazioni e interventi di manutenzione: introducono requisiti precisi in termini di prestazioni energetiche, utilizzo di materiali certificati, riduzione dell’impronta di carbonio e gestione sostenibile delle risorse, comprese le acque di cantiere. “A rafforzare ulteriormente questo quadro normativo si sono anche le misure legate al PNRR, che richiede il rispetto del principio DNSH come condizione per l’accesso ai finanziamenti.”
Il settore privato e la leva finanziaria
Se la sostenibilità è un prerequisito essenziale per la realizzazione degli interventi pubblici, nel settore privato questa obbligatorietà non esiste: “Essere sostenibile, però, conviene anche alle imprese”, ha sottolineato Michele Mancini. “Allinearsi ai criteri tecnici di vaglio significa poter accedere a strumenti finanziari dedicati, come mutui green, green bond collateralizzabili, suistainability-linked loan con margini ridotti, valutazioni migliori nei rating ESG. Inoltre, così si riduce il rischio di stranded assets: gli edifici inefficaci dal punto di vista energetico saranno infatti sempre più penalizzati dalle normative future.”
E, ancora, l’attenzione alla sostenibilità edilizia si traduce in un migliore posizionamento commerciale, considerato che la domanda già attualmente sta privilegiando asset taxonomy-ready. “Conformarsi ai TSC significa qualità costruttiva, resilienza climatica, sicurezza dei materiali, circolarità delle risorse, riduzione dei rifiuti e migliore qualità dell’aria indoor”, ha concluso Mancini.
La facilità di accesso alla finanza verde è oggi uno dei fattori centrali che guidano le scelte nel mercato privato, come ha evidenziato Carlo Rossini, CEO di EETRA, società benefit nata per accompagnare imprese e organizzazioni nella definizione di modelli sostenibili: “Il tema della sostenibilità nel real estate è nato circa trent’anni fa attraverso iniziative volontarie e sistemi di certificazione che hanno contribuito a diffondere l’attenzione all’ambiente”.
In una prima fase queste pratiche sono state spesso utilizzate anche come leva di comunicazione e marketing, ma oggi lo scenario è cambiato: “La sostenibilità viene sempre più letta in termini di competitività e gestione del rischio. La tassonomia europea si inserisce in questo processo come nuovo strumento, capace di fornire criteri chiari e verificabili, che permettono di dimostrare in modo strutturato il valore ambientale di un investimento”.
Il ruolo delle certificazioni ambientali
Con la tassonomia devono oggi confrontarsi anche i principali protocolli di certificazione ambientale degli edifici, come BREEAM e LEED, che negli ultimi vent’anni hanno contribuito alla diffusione di pratiche innovative nel settore. “Le informazioni raccolte attraverso questi processi di certificazione possono supportare la conformità complessiva di un’organizzazione alla tassonomia UE”, ha osservato Rossini.
Se il 2025 è stato un anno di riflessione su questi temi, il 2026 potrebbe essere l’anno della ripartenza, con l’obiettivo di costruire un quadro più coerente e semplificato. Un processo che non riguarda soltanto gli operatori del real estate. “Sempre più aziende private sono chiamate a dimostrare la sostenibilità delle proprie attività anche in relazione alla gestione degli edifici, nell’ambito dei bilanci di sostenibilità e della rendicontazione ESG”, conclude Rossini. “La tassonomia permette di comunicare questi aspetti in modo coerente, motivato e basato su criteri finalmente condivisi.”
Data la funzione di garanzia che certificazioni e protocolli svolgono nei confronti degli investitori, è inoltre fondamentale che i processi siano verificati da soggetti indipendenti. Secondo Denis Faruku, esperto di certificazione per GBC Italia, “solo così si può garantire la correttezza delle informazioni e ridurre i rischi nelle operazioni immobiliari”.
Un ultimo elemento emerso dal confronto riguarda la necessità di considerare l’intero ciclo di vita degli edifici. La tassonomia europea non si limita infatti alla fase di costruzione, ma prende in considerazione anche la gestione e il mantenimento nel corso del tempo. In questa prospettiva, tale strumento non rappresenta soltanto una chiave di accesso alla finanza sostenibile, ma anche un’occasione per alzare l’asticella delle prestazioni ambientali e promuovere una visione più responsabile e integrata del costruire.
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In copertina: foto di Emanuele Bompan
