Il Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR) si avvicina alla scadenza: 31 agosto 2026, anche se la maggior parte dei target deve essere completata entro giugno. Da quando è stato implementato, nel 2021, il PNRR ha contribuito a ridurre il divario dell’Italia rispetto agli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs) dell’Agenda 2030, anche se il loro raggiungimento è ancora lontano.
Se nel 2021, a livello nazionale, il divario medio dagli SDGs era infatti pari al 78%, nel 2026, grazie al PNRR, tale valore scende al 39%. È comunque una percentuale molto elevata: per centrare gli obiettivi entro il 2030, saranno necessari ancora circa 20 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi. Un valore pari al 14% degli investimenti del PNRR diretti a specifiche regioni o province autonome e a 338 euro pro-capite.
A dirlo è l’analisi sviluppata dall’ASviS, l’Alleanza italiana per lo sviluppo sostenibile, presentata oggi, 13 marzo 2026, a Roma presso il Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro (CNEL). Il rapporto, realizzato con il sostegno e il contributo scientifico della Fondazione ENEL (come Knowledge Partner) e di Unioncamere, ha approfondito nel dettaglio l’impatto quantitativo dei vari goal dell’Agenda 2030 tramite una metodologia inedita. Ne emerge un quadro eterogeneo, fatto di luci e ombre, che riflette la complessità della condizione delle politiche nazionali, ma che offre anche un’opportunità di analisi scalabile per il futuro.
Gli effetti del PNRR sugli Obiettivi di sviluppo sostenibile
Secondo l’analisi di ASviS, gli investimenti del PNRR si sono concentrati soprattutto in alcuni ambiti dello sviluppo sostenibile. Le quote maggiori riguardano l’energia (che corrisponde al SDG7), con circa il 25% dei fondi mobilitati (circa 28 miliardi di euro), seguita dall’innovazione, le infrastrutture e il sistema produttivo (SDG9), pari al 20% dei fondi (22 miliardi), e infine le città sostenibili (SDG11), obiettivo per il quale è stato destinato il 14% dei fondi (15,5 miliardi).
Rilevanti sono anche gli investimenti destinati a salute e istruzione, che assorbono ciascuno circa l’11 % dei fondi. Trascurabili o completamente assenti appaiono invece le spese orientate alla sicurezza alimentare, alla parità di genere, la lotta alle disuguaglianze, alla tutela della biodiversità e alla partnership globale.
L’impatto delle misure del PNRR sulle diverse regioni italiane
Il rapporto ASviS si focalizza soprattutto sugli effetti concreti delle misure finanziate dal PNRR, ovvero sugli 11 obiettivi quantitativi considerati più rilevanti per migliorare la qualità della vita delle persone nei diversi territori. “Per vari anni, abbiamo parlato soprattutto in termini di obiettivi da raggiungere e soldi spesi”, dice durante la presentazione dell’evento Enrico Giovannini, direttore scientifico dell’ASviS. “Abbiamo parlato pochissimo, invece, di cosa il PNRR avrebbe dovuto trasformare, in termini di ospedali, mobilità, educazione, soprattutto a livello territoriale.”
Per questo motivo, lo studio stima a livello regionale sia il contributo degli investimenti per raggiungere gli obiettivi, sia la distanza che resta ancora da colmare. In primo luogo, emergono significative differenze territoriali. L’Abruzzo, le Marche e la Basilicata sono le regioni che traggono più benefici dal contributo del PNRR in termini di progresso verso gli obiettivi dell’Agenda 2030, mentre all’estremo opposto si collocano la Provincia autonoma di Bolzano, la Liguria, la Provincia autonoma di Trento e l’Umbria. Questi risultati vanno valutati con attenzione, perché alcuni obiettivi sono poco adatti a territori specifici, oppure per il loro raggiungimento sono stati utilizzati fondi non considerati dall’analisi.
In secondo luogo, il rapporto dichiara che per colmare il divario residuo e centrare gli 11 Obiettivi considerati servono fabbisogni finanziari aggiuntivi. Ad esempio, il piano prevede la realizzazione di 307 ospedali di comunità entro il 2026, ma in molte regioni questi non saranno sufficienti a coprire tutte le esigenze, rendendo necessari ulteriori investimenti nei prossimi anni. Inoltre, le ulteriori risorse finanziarie necessarie sono molto diverse tra le regioni anche a seconda del numero di abitanti: si va da circa 30 milioni di euro per la Valle d’Aosta a 42 milioni per il Molise, a oltre 3 miliardi per la Lombardia e il Lazio.
Perché la metodologia del rapporto è innovativa
Il modello utilizzato da ASviS è particolarmente efficace nel comprendere in modo coerente e monitorabile nel tempo l’impatto del PNRR. Permette infatti di avere un quadro completo, che comprende lo stato dei territori prima dell’iniziativa, quello prevedibile alla fine del 2026 e la distanza residua da colmare entro il 2030. Non solo: l’analisi presenta anche i costi sostenuti finora e quelli futuri.
Secondo Marcella Mallen, presidente dell’ASviS, “la ricerca rappresenta un unicum a livello nazionale ed europeo, capace di orientare verso un nuovo modo di disegnare e valutare le politiche pubbliche, anche in vista della nuova programmazione europea per il periodo 2028-2034”.
La metodologia rispetta infatti le indicazioni dell’Unione europea non solo per il PNRR, ma anche per molte altre politiche pubbliche. In particolare, prevede una valutazione ex-ante, cioè prima dell’approvazione delle norme, per stimarne l’impatto, e una ex-post, dopo la loro attuazione, per monitorarne gli effetti. Anche dal punto di vista della trasparenza, questo approccio permetterebbe a cittadini, comunità locali e stakeholder di valutare meglio l’efficacia delle politiche pubbliche, focalizzandosi sui risultati concreti, come il numero di posti letto negli ospedali, di autobus ecologici o di accessi agli asili nido.
A tale proposito, Giovannini ritiene che “questo lavoro può essere utile al MASE, che sta attualmente rivedendo la strategia nazionale di sviluppo sostenibile, per allargare il più possibile il set di indicatori e di obiettivi da condividere nei prossimi anni. Il metodo è assolutamente scalabile”.
In copertina: foto ASviS
