C’è un’altra gara che si svolge in parallelo alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026. Non si disputa su piste innevate né su trampolini, non compare nei palinsesti televisivi e non prevede cerimonie di premiazione. È la gara che si combatte nelle aule dei tribunali amministrativi, nelle cancellerie della Corte Costituzionale, negli uffici delle procure di Milano e Belluno. E, a differenza delle competizioni sportive, non si concluderà con la cerimonia di chiusura del 22 marzo. Si trascinerà per anni, forse per decenni.
L’eredità ambientale e giuridica di questi Giochi è, già adesso, un dossier corposo. È un archivio di esposti, ricorsi al TAR, appelli al Consiglio di stato, interrogazioni parlamentari, indagini penali e questioni di legittimità costituzionale.
Lo “stato d’eccezione” olimpico
Per capire perché i tribunali siano diventati il campo di battaglia delle Olimpiadi 2026, bisogna partire da una scelta di metodo. Con un DPCM del 26 settembre 2022, il governo Draghi stabilì che il piano degli interventi olimpici − 26 opere “essenziali-indifferibili” e altre 47 “essenziali”, per un valore complessivo di circa 2,7 miliardi di euro finanziati al 95% con denaro pubblico − fosse classificato come “programma finanziario” e quindi sottratto alla procedura di Valutazione ambientale strategica (VAS).
Il meccanismo era formalmente legittimo, ma ha prodotto un effetto sostanziale radicale: ha compresso quasi completamente i presidi ordinari di trasparenza, controllo e partecipazione pubblica. Poteri commissariali straordinari, procedure semplificate in materia di appalti, deroghe alla pianificazione urbanistica: tutto si è incastrato in un sistema che Open Olympics 2026 − la coalizione di circa venti associazioni che include Legambiente, WWF, Libera e il CAI − ha definito, nel suo secondo report di monitoraggio, uno “stato d’eccezione”. Un sistema in cui, nel 60% dei casi, si è proceduto senza prevedere alcuna valutazione d’impatto ambientale, “perché ritenuta non necessaria in coerenza con le norme derogatorie”.
La promessa tradita è scritta nero su bianco nel dossier di candidatura del 2019: il comitato organizzatore si era formalmente impegnato con il CIO a adottare lo standard internazionale ISO per gestire l’impatto ambientale, a sottoporre il piano dei Giochi a una VAS completa, e a condurre una valutazione del consumo di acqua dolce. La procedura di VAS in regione Lombardia è stata avviata solo il 28 dicembre 2022 − dopo tre anni e mezzo dalla candidatura, e a poco più di tre dall'apertura dei Giochi – e, nel momento in cui i cantieri erano già stati assegnati, il rapporto preliminare si trovava ancora nella fase di “scoping”: il primo dei sette passaggi previsti dalla procedura.
Il bosco di Ronco e la pista da bob: un reato ambientale?
La storia più emblematica è quella della pista da bob di Cortina. Il Cortina Sliding Centre è costato oltre 120 milioni di euro, quattro volte la vecchia pista Eugenio Monti, costruita nel 1923 e dismessa nel 2008 per insostenibilità economica. Per realizzarlo, sono stati abbattuti tra i 500 e i 2.000 larici secolari nell’area boschiva di Ronco (le stime variano significativamente: la cifra ufficiale è intorno ai 560, ma Federazione nazionale Pro Natura, la più antica associazione ambientalista italiana, ritiene che il volume di legname rimosso, 2.200 metri cubi, corrisponda a circa 2.000 esemplari). Alberi di 100 o 200 anni, alti fino a 35 metri, che svolgevano funzioni idrogeologiche e climatiche per l’intero versante.
Il punto giuridico cruciale è questo: l’opera è stata classificata come “riqualificazione” della vecchia pista Eugenio Monti, anche se il sito era completamente diverso e il disboscamento riguardava circa due ettari di bosco di protezione. Questa classificazione ha permesso di evitare la procedura di VIA obbligatoria per i nuovi progetti, nonostante, secondo le associazioni, il volume di legname abbattuto superasse di gran lunga la soglia oltre la quale la normativa italiana ed europea impone la verifica di assoggettabilità.
A marzo 2024, Alleanza Verdi e Sinistra ha presentato un esposto al Nucleo biodiversità dei Carabinieri di Belluno ipotizzando il reato di distruzione di beni paesaggistici e danno ambientale. Il Gruppo d’intervento giuridico (GrIG) e Italia Nostra hanno presentato ricorso al TAR del Lazio. Il Ministero della transizione ecologica aveva in precedenza invitato la regione Veneto a “valutare con particolare attenzione gli effetti sulla biodiversità” e a “proporre soluzioni alternative a minor impatto”, un invito che è rimasto sostanzialmente ignorato.
La cabinovia sulla frana: il caso più lungo e aperto
Se la pista da bob è il caso simbolo degli impatti ambientali, la cabinovia Apollonio-Socrepes è il caso simbolo del contenzioso giudiziario. Ed è ancora aperto. L’impianto funiviario − tre stazioni, dieci piloni, cinquanta cabine capaci di trasportare 2.400 persone all’ora − è stato progettato su un versante classificato dalle autorità come area a pericolosità idrogeologica P2-P3. Nel 2024, la commissione VAS aveva dato parere negativo per i rischi geologici. All’inizio del 2025, la commissione VIA regionale del Veneto aveva ribaltato la decisione imponendo una serie di prescrizioni. Ma le due principali aziende del settore, la sudtirolese Leitner e l’austriaca Doppelmayr, si erano rifiutate di partecipare alla gara d’appalto, dichiarando l’impianto “irrealizzabile nei tempi richiesti” per le incertezze geologiche.
A fine agosto 2025, i residenti delle frazioni di Lacedel e Mortisa hanno impugnato al TAR del Lazio il decreto di occupazione d’urgenza, contestando l’assenza del progetto esecutivo approvato e la mancanza di opere di messa in sicurezza. Il TAR ha respinto la sospensiva il 28 agosto, ma riconoscendo esplicitamente che i profili di “sicurezza geologica, mancata rinnovazione della procedura di valutazione ambientale e paesaggistica, nonché coincidenza nello stesso soggetto tra il ruolo di commissario straordinario e di amministratore della società di gestione” erano “connotati da una complessità incompatibile con la delibazione cautelare”.
Pochi giorni dopo la sentenza, ai piedi del cantiere della stazione d’arrivo si è aperta una frattura nel terreno. A settembre era già lunga 15 metri. A dicembre aveva raggiunto i 120 metri. I residenti hanno depositato esposto alla Procura di Belluno ipotizzando i reati di disastro e frana colposa (artt. 426 e 449 c.p.). L’eurodeputata Cristina Guarda (Verdi/AVS) ha presentato un’interrogazione alla Commissione europea chiedendo di verificare la compatibilità delle procedure con le direttive UE su VAS, VIA e alluvioni. A novembre 2025 il TAR ha respinto il ricorso nel merito.
A gennaio 2026 il Consiglio di stato ha respinto la sospensiva, ma ha fissato un’udienza di merito per il 9 aprile 2026, “segno che la questione è considerata complessa e rilevante”, come hanno commentato gli avvocati Primo e Andrea Michielan che assistono gli appellanti. L’ANSFISA, l’ente competente per le infrastrutture di trasporto pubblico, aveva rilasciato solo nulla osta parziali, subordinati a quindici prescrizioni e al rilascio del nulla osta regionale sulla stabilità del pendio. Quest’ultimo, al momento dell’appello al Consiglio di stato, non risultava ancora emesso.
Sette milioni di euro aggiuntivi sono stati stanziati per monitoraggi e mitigazioni inizialmente assenti dai piani: un riconoscimento implicito dell’insufficienza delle indagini geologiche originarie. “Con la scusa delle Olimpiadi, si costruisce e si cementifica in zone ad altissimo rischio idrogeologico, ignorando allarmi e studi scientifici”, ha dichiarato Luigi Casanova, presidente di Mountain Wilderness.
San Vito di Cadore: quando lo stato cita in giudizio i suoi cittadini
C’è un episodio che, nella storia del contenzioso olimpico, ha dell’incredibile. Nell’aprile 2024, il commissario prefettizio di San Vito di Cadore ha citato in giudizio 25 cittadini chiedendo loro 144.526 euro di risarcimento per “abuso del diritto”: avrebbero presentato troppi ricorsi contro la variante stradale prevista per le Olimpiadi, causando un danno economico e di immagine al comune.
La variante, un tracciato che avrebbe dovuto essere pronto già per i Mondiali di sci del 2021 e che giaceva incompiuta da anni, attraversa un’area ad alto rischio idrogeologico. Il Comitato contro la variante lo denunciava dal 2018. Nel luglio 2025, durante i lavori olimpici, l’ennesima colata di fango dalla Croda Marcora aveva invaso la statale 51, confermando le preoccupazioni dei ricorrenti.
Alcuni dei cittadini coinvolti erano stati eletti in consiglio comunale, ma avevano dovuto rinunciare alla carica a causa del contenzioso con il loro stesso comune. La giudice Chiara Sandini ha dichiarato la richiesta “inammissibile”: “Il diritto all’azione è costituzionalmente garantito dall’articolo 24 della Costituzione” e la quantità di ricorsi presentati “non può essere sindacata in questa sede”. Il comune è stato condannato a pagare circa 40.000 euro di spese di giudizio.
La storia non finisce qui. Separatamente, le parcelle legali accumulate dai comitati nelle cause davanti al Tribunale superiore delle acque pubbliche avevano raggiunto cifre esorbitanti: otto fatture da 65.000 euro ciascuna per un totale di 523.000 euro, con maggiorazioni del 150% decise dai legali di ANAS e del comune di Cortina. Una singola parcella aveva toccato i 45.000 euro. Il meccanismo processuale si è trasformato in uno strumento economicamente punitivo per chi si opponeva.
La Consulta e il Decreto “salva-Olimpiadi”
A Milano si consuma il capitolo più politicamente denso. Nel maggio 2024 la Guardia di Finanza ha perquisito gli uffici della Fondazione Milano-Cortina 2026, l’ente organizzatore dei Giochi, insieme a quelli di Quibyt, società di servizi digitali di Orvieto, e di Deloitte, la multinazionale della consulenza incaricata di gestire parte degli appalti tecnologici. Le presunte irregolarità riguardano le gare per i servizi digitali dei Giochi. Sette persone risultano indagate per corruzione e turbativa d’asta.
Il nodo è la natura giuridica della Fondazione. Per contestare i reati di corruzione e turbativa d’asta occorre che gli imputati rivestano la qualifica di pubblici ufficiali, e questo implica che la Fondazione sia un ente di diritto pubblico. Ma il governo Meloni, con un decreto legge del giugno 2024 poi convertito in legge, ha stabilito per via legislativa che la Fondazione è un ente privato, inibendo di fatto, secondo la procura, intercettazioni e sequestri preventivi per un presunto profitto di reato di circa 4 milioni di euro.
La procura di Milano ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta, ma contemporaneamente ha sollevato la questione di legittimità costituzionale del decreto davanti alla Corte Costituzionale. Il GIP ha accolto la questione: a novembre 2025 la giudice Patrizia Nobile ha sospeso il procedimento e inviato gli atti alla Consulta, rilevando che la norma si porrebbe in contrasto con una direttiva europea del 2024 sugli appalti pubblici e con la Convenzione ONU contro la corruzione. Il governo ha accolto “con serenità” la pronuncia della Consulta, esprimendo “piena fiducia nel percorso avviato”.
In luglio 2025, la procura di Milano ha aperto un’ulteriore indagine per corruzione riguardante il bando per i lavori al Villaggio Olimpico di Milano: 74 persone identificate con ipotesi di corruzione, falso e abuso d’ufficio. A questo si aggiunge la segnalazione della Corte dei Conti del Veneto su un deficit patrimoniale cumulato della Fondazione di oltre 150 milioni di euro a metà 2025. I costi complessivi dell’evento, partiti da 1,36 miliardi nel dossier di candidatura, si attestano oggi intorno ai 6 miliardi di euro.
L’Europa chiede il conto
Il fronte europeo è quello potenzialmente più rilevante sul lungo periodo. L’interrogazione presentata dall’eurodeputata Cristina Guarda alla Commissione europea chiede esplicitamente di verificare se le procedure adottate in Italia siano compatibili con la Direttiva 2001/42/CE sulla VAS, la Direttiva 2011/92/UE sulla VIA, la Direttiva 2007/60/CE sulle alluvioni e potenzialmente la Direttiva Habitat. Chiede inoltre se le indagini geologiche rispettino gli standard minimi europei e se il ricorso alla procedura negoziata per gli appalti, aggirando le gare pubbliche ordinarie, sia stato legittimo. Non si tratta di questioni formali. Si tratta di sapere se uno stato membro dell’Unione Europea possa invocare l’urgenza olimpica per sospendere le direttive ambientali che ha formalmente ratificato.
Il 9 aprile 2026 il Consiglio di stato si pronuncerà nel merito sulla cabinovia Apollonio-Socrepes. La Corte Costituzionale dovrà decidere sulla legittimità del Decreto “salva-Olimpiadi”. Le indagini sul Villaggio Olimpico di Milano sono agli inizi. Gli esposti sul bosco di Ronco sono pendenti. La Commissione europea deve ancora rispondere all’interrogazione di Guarda. Quattro interdittive antimafia su altrettante aziende che hanno gravitato intorno alle Olimpiadi restano agli atti. Anche questa è un’Olimpiade. Forse quella che durerà più a lungo.
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In copertina: il Cortina Sliding Centre a Cortina d'Ampezzo. Foto di HMB Media/Marc Niemeyer/Sipa USA, Agenzia IPA
