Utilizzare materie prime di origine biologica e rinnovabile per produrre beni, servizi ed energia in modo sostenibile: è questa la sfida della bioeconomia, un settore che nel 2025 ha raggiunto, nei 27 Paesi dell’Unione europea, un valore della produzione superiore ai 3.000 miliardi di euro, superando l’intero PIL della Francia. In questo scenario, l’Italia si conferma tra i protagonisti europei, distinguendosi sia per la capacità di generare valore sia per l’elevato livello di specializzazione delle proprie filiere bio-based. È quanto emerge dalla dodicesima edizione del rapporto “La bioeconomia in Europa”, presentata il 16 giugno a Roma. 

Lo studio è stato realizzato dal Research Department di Intesa Sanpaolo in collaborazione con il Cluster SPRING, con il contributo di SRM (Studi e Ricerche per il Mezzogiorno), ISPIC (Intesa Sanpaolo Innovation Center) e dell’Università della Campania Luigi Vanvitelli. Il rapporto offre una panoramica aggiornata dell’evoluzione della bioeconomia europea e italiana, evidenziandone le principali dinamiche, i trend emergenti e il contributo ai processi di innovazione e sostenibilità. 

La bioeconomia cresce grazie al settore agroalimentare 

I numeri confermano la centralità dell’Italia nel panorama europeo della bioeconomia. Con un valore della produzione pari a 433,3 miliardi di euro nel 2025 e un aumento del 2,7% rispetto all’anno precedente, il Paese si colloca tra le principali economie del settore, alle spalle di Germania e Francia. “Il potenziale della bioeconomia è enorme ed è tempo di creare le condizioni migliori per valorizzarlo appieno”, racconta Mario Bonaccorso, Direttore del Cluster SPRING, a Materia Rinnovabile. “La nuova strategia europea pubblicata lo scorso novembre è un ottimo documento. Ora dobbiamo fare tutti in modo che si passi dalla strategia all’azione.” 

In Italia la bioeconomia rappresenta quasi il 10% delle attività economiche e occupa oltre 2 milioni di persone, pari al 7,6% dell’occupazione complessiva. Il risultato è sostenuto soprattutto dalla filiera agroalimentare, che continua a trainare la crescita del comparto e che, nei Paesi analizzati, Italia compresa, incide per oltre il 60% del valore totale della bioeconomia. 

Il rafforzamento e la diversificazione delle filiere della bioeconomia nel nostro paese richiedono alcuni interventi strutturali. Secondo Bonaccorso, “innanzitutto occorre poter riconoscere le peculiarità di un settore industriale innovativo e sostenibile, come quello della chimica bio-based, con nuovi codici NACE e ATECO”. Questa misura, aggiunge, “è essenziale non solo a fini meramente statistici ma perché è condizione necessaria per arrivare all’implementazione di politiche ad hoc per la bioeconomia”. Il Direttore del Cluster SPRING sottolinea inoltre che “bisogna semplificare il quadro normativo, renderlo coerente e stabile nel tempo per consentire investimenti a medio-lungo termine, favorire la creazione di nuovi mercati per i bioprodotti e lo sviluppo di catene di valore locale e supportare la nascita di start-up, favorendo così il tech transfer e lo scale-up tecnologico”.  

Focus sulla filiera del legno

A livello geografico, la produzione di valore tende a concentrarsi soprattutto nel Centro-Nord, dove regioni come Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna svolgono un ruolo di primo piano. Questo risultato è legato alla presenza di sistemi economici articolati, a una solida base manifatturiera e a un’elevata integrazione tra agricoltura, industria e servizi connessi. Diversamente, nel Mezzogiorno si osservano un maggior peso dell’occupazione e una specializzazione più marcata nei settori agroalimentari, dove agricoltura e industria alimentare rappresentano insieme quasi l’80% del valore aggiunto bioeconomico. In Italia, oltre ai comparti già menzionati, il settore si articola in diverse filiere: legno, farmaceutica bio-based, carta, gomma-plastica bio-based e chimica, mobili e moda sempre di natura bio-based. 

Ed è proprio alla filiera del legno che è stato dedicato un approfondimento nel dodicesimo rapporto. In questo contesto, l’Italia si caratterizza per l’espansione delle superfici forestali, cresciute del 24% tra il 1990 e il 2025, assieme ad un aumento dell’occupazione nel settore della silvicoltura, salita del 56% tra l’inizio degli anni 2000 e il 2023. “La silvicoltura e le attività più a monte di prima lavorazione del legno rivestono tuttavia ancora un ruolo limitato, a fronte dell’elevata capacità competitiva nelle fasi a valle, in particolare nella produzione di mobili, dove il Paese si colloca ai vertici europei per fatturato e tra i principali player mondiali nei prodotti di qualità elevata”, ha commentato Stefania Trenti, Responsabile Industry and Local Economies Research di Intesa Sanpaolo. Sul fronte della sostenibilità, l’Italia registra buone performance nel riciclo degli imballaggi in legno, con un tasso pari al 65%, e una crescente diffusione di pratiche di recupero e riutilizzo degli scarti, che indicano un progressivo sviluppo di modelli produttivi più circolari. 

707 realtà innovative in Italia  

Nel settore della bioeconomia in Italia sono state censite 707 startup innovative, pari al 6,2% di quelle iscritte alla sezione startup innovative del Registro delle Imprese. Oltre la metà opera nei settori della ricerca e dello sviluppo e in altre attività professionali e tecnico-scientifiche. Le principali traiettorie di innovazione riguardano i materiali bio-based, la valorizzazione degli scarti, l’evoluzione dei modelli alimentari e le applicazioni nei settori dell’energia e dell’edilizia sostenibile.  

“L’intelligenza artificiale può avere senz’altro un ruolo fondamentale anche nella bioeconomia, accelerando la transizione verso sistemi economici sostenibili, efficienti nell’uso delle risorse e circolari. L’IA può promuovere l’innovazione biotech, la biofabbricazione e l’agricoltura di precisione, riducendo al contempo i tempi di ricerca e il consumo di risorse e aumentando i rendimenti”, aggiunge Bonaccorso. Per favorire lo sviluppo positivo di queste tecnologie, “le imprese devono aprirsi con maggiore decisione all’innovazione, mentre i policy maker devono creare un contesto favorevole capace di attrarre investimenti sul nostro territorio.” 

Tra le startup della bioeconomia, i settori più rappresentati sono quello alimentare e delle bevande e quello agricolo. In questi ambiti si stanno affermando modelli produttivi più sostenibili, orientati alla salute e al benessere, con una crescente diffusione di nutraceutici, functional food e superfood. Si sviluppano inoltre filiere emergenti, come quella delle alghe, ricche di vitamine e minerali, e quella degli insetti, considerati una fonte alternativa di proteine. Nel settore chimico, l’innovazione riguarda soprattutto la cosmesi naturale, i biomateriali, il packaging sostenibile e i fertilizzanti organici. Anche il comparto tessile e moda segue questa evoluzione, puntando su materiali innovativi ed ecosostenibili e sulla riscoperta della canapa, materiale tradizionalmente utilizzato in Italia fino agli anni ’50.