Nella transizione digitale dell’agroindustria, tracciabilità e trasparenza certificata diventano sinonimi di competitività. Nonostante il rinvio del regolamento UE sulla deforestazione e la svolta deregolatoria della Corporate Sustainability Due Diligence Directive (CSDDD), sempre più imprese vogliono tracciare gli impatti ambientali e sociali lungo la propria supply chain. Di trasparenza geografica e tracciabilità tramite tecnologie blockchain abbiamo parlato con Alessandro Chelli, cofondatore di Trusty, uno dei principali ecosistemi europei specializzati nella tracciabilità delle filiere agroalimentari.

 

Come e con quale obiettivo nasce Trusty?

Nasciamo nel 2022 come società benefit, ma il percorso parte da lontano. Insieme al mio socio Lorenzo Di Berardino abbiamo fondato nel 2014 una prima startup che si occupava di tecnologie innovative, con un focus crescente sul settore energetico. Nel 2018 siamo stati tra i primi in Italia a certificarci su una piattaforma basata su blockchain per la tracciabilità, inizialmente pensata per la sicurezza alimentare. Questo ci ha permesso di esplorare a fondo il tema della tracciabilità applicata alle filiere. Già nel 2020 abbiamo avviato le prime sperimentazioni con aziende del Made in Italy e, soprattutto, con filiere lunghe come cacao e caffè. Grazie anche a un progetto dell’Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo, abbiamo implementato sistemi di tracciabilità nei paesi d’origine, a partire dalla Costa d’Avorio e poi in Colombia. Dopo due anni di test e sviluppo, nel 2022 abbiamo deciso di creare uno spin-off dedicato esclusivamente a questo ambito: così è nata Trusty.

In che modo la tracciabilità geografica può diventare una leva competitiva, soprattutto per l’agroindustria?

Nel 2023 l’Unione Europea ha approvato il Regolamento contro la deforestazione, che vieta l’importazione di prodotti provenienti da aree deforestate dopo il 2020. Per essere conformi, le aziende devono dichiarare l’origine precisa delle materie prime, fino ai poligoni delle singole parcelle agricole. Questa enorme mole di dati, nata per rispondere a un obbligo normativo, può però essere utilizzata in modo strategico. Attraverso analisi satellitari, ad esempio, è possibile stimare l’impatto climatico di una filiera o dimostrare che alcune coltivazioni contribuiscono alla rigenerazione degli ecosistemi. Inoltre, la tracciabilità consente di valorizzare l’origine geografica del prodotto, raccontandone le caratteristiche specifiche al consumatore, un po’ come avviene per vino e olio. Infine, permette alle aziende di anticipare i rischi legati al cambiamento climatico, individuando in anticipo possibili cali produttivi e diversificando le fonti di approvvigionamento.

Avete tracciato circa 200.000 agricoltori. Quali sono state le principali difficoltà?

La sfida più grande è stata operare in contesti rurali, spesso senza connettività e con problemi di alfabetizzazione. Per questo abbiamo sviluppato applicazioni di campo che funzionano anche offline e sono semplici da usare. Questo ci ha permesso di costruire un’infrastruttura robusta, adatta anche alle filiere della fascia equatoriale. Guardando al futuro, crediamo che queste tecnologie possano servire non solo alla compliance normativa, ma anche a migliorare le condizioni dei produttori. Con dati affidabili, ad esempio, è possibile sviluppare strumenti assicurativi contro i rischi climatici o facilitare l’accesso al credito per agricoltori che oggi non hanno alcuna documentazione formale.

Come si può tracciare l’impronta sociale di una filiera?

È una delle sfide più complesse. Il primo passo che abbiamo fatto riguarda la trasparenza sui prezzi. Utilizzando la blockchain, registriamo il prezzo pagato lungo la filiera, con conferma da parte degli agricoltori, anche tramite SMS. In questo modo è possibile confrontare il prezzo effettivamente corrisposto con il cosiddetto “prezzo giusto” della commodity, inclusi eventuali premi legati alle certificazioni. Stiamo poi ampliando la raccolta dati per analizzare aspetti più sociali: condizioni di vita, composizione familiare, rischio di lavoro minorile. Questo permette di capire se una remunerazione apparentemente adeguata è davvero sufficiente a garantire condizioni di vita dignitose.

Secondo l'esperienza di Trusty, la grande distribuzione paga il giusto prezzo per queste materie prime?

Le filiere sono molto complesse e il valore tende a perdersi lungo i numerosi passaggi intermedi. Non esiste una filiera intrinsecamente “più ingiusta” di un’altra, ma fanno la differenza i soggetti coinvolti. Alcune aziende europee hanno capito che pagare correttamente i produttori è una scelta strategica: senza una giusta remunerazione, nel medio periodo la materia prima semplicemente scompare. Dove invece il rapporto con i produttori è più distante o mediato da operatori poco trasparenti, il rischio di sfruttamento aumenta.

 

In copertina: Alessandro Chelli