Dopo un iter legislativo lungo e travagliato, è arrivato il via libera all’attesissimo decreto di responsabilità estesa del produttore (EPR) dei prodotti tessili, dall’abbigliamento alle calzature, dagli accessori alla pelletteria e ai tessili per la casa. Oggi, giovedì 23 luglio, la Conferenza unificata che regola i rapporti tra stato, regioni e comuni ha approvato un regolamento che fissa obiettivi progressivi di raccolta differenziata fino al 50% entro il 2035, punta su ecodesign e tracciabilità della filiera e affida al Centro di coordinamento per il riciclo dei tessili (CORIT) il coordinamento del ritiro dei rifiuti tessili post-consumo.

“Con questo provvedimento responsabilizziamo chi immette per primo i prodotti tessili sul mercato nazionale, chiamandolo a contribuire concretamente alla gestione del fine vita dei beni”, ha dichiarato il ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin. Secondo il MASE, la riforma dà attuazione a uno degli strumenti cardine della Strategia nazionale per l’economia circolare e introduce regole più chiare.

Secondo le stime di una relazione del governo ottenuta dalla testata Ricicla.Tv, il costo complessivo di gestione dei rifiuti tessili urbani in Italia, calcolato al netto dei ricavi dalla vendita dei prodotti preparati per il riutilizzo, sarebbe di circa 34 euro per ogni tonnellata, per un totale di circa 53,5 milioni di euro. Il rapporto stima un contributo ambientale pari a 38 euro a tonnellata, ovvero la somma che le imprese, allo stato attuale, dovrebbero versare ai sistemi consortile per la gestione del fine vita dei prodotti venduti in Italia. Tuttavia, secondo Confindustria Moda questi valori rappresentano solo una indicazione di livello minimo, da verificare con le reali condizioni del mercato e degli operatori attivi con l’avvio delle attività dei consorzi nella raccolta.

“Saranno i consorzi a decidere un futuro eco-contributo, in un’ottica di efficienza e concorrenzialità”, commenta a Materia Rinnovabile Mauro Chezzi, vicedirettore di Confindustria Moda. “L’analisi è basata su uno status quo che verrà completamente rivoluzionato dalle esigenze di una raccolta che ha target ambiziosi e dovrà sviluppare una infrastruttura che attualmente non esiste.”

Una corretta valutazione economica dei costi di gestione, finora sostenuti dai comuni e dalle cooperative per raccogliere, selezionare e igienizzare gli abiti rimane uno degli aspetti più discussi della riforma. A causa del crescente consumo di fast fashion e dell’introduzione anticipata dell’obbligo di raccolta differenziata, la filiera del riuso sta attraversando una crisi profonda: da anni deve gestire enormi quantità di capi di scarsa qualità, spesso non idonei al riutilizzo.

“Nei costi di gestione ci ritroviamo con le stime dell’analisi. Spero che ora ci sia la volontà politica di pubblicare definitivamente il decreto. Ricordiamoci che una volta pubblicato ci vorranno comunque 12 o 18 mesi prima che possa andare a regime”, puntualizza a Materia Rinnovabile Matteo Lovatti, presidente di Vesti Solidale.

Il decreto introduce anche tassi di raccolta vincolanti: il 15% entro il 2026, almeno il 30% entro il 2030 e il 50% entro il 2035. Dei circa 1,4 milioni di tonnellate di prodotti messi in commercio ogni anno, il sistema per ora ne intercetta solamente 180.000 tonnellate. A Lovatti raccogliere la metà dell’immesso tra dieci anni, ovvero circa 8 kg per abitante all’anno, pare un obiettivo piuttosto ambizioso: “La rete di raccolta non è dimensionata per raccogliere quei quantitativi, in un contesto dove, fra l'altro, sempre più comuni non accettano la presenza dei cassonetti sul territorio”.

Il regolamento adotta una definizione ampia di produttore, ricomprendendo non solo i fabbricanti ma anche i grandi distributori che immettono per la prima volta i prodotti sul mercato italiano. Inoltre incentiva l’ecodesign, premiando i prodotti più durevoli, riparabili e realizzati con materiali riciclati. Particolare attenzione è riservata alla tracciabilità dei flussi e al corretto funzionamento dei sistemi collettivi, con regole che garantiscono trasparenza, efficacia dei consorzi e condizioni di concorrenza eque, coinvolgendo anche gli operatori del commercio online. Il riutilizzo rimane al centro del sistema e i produttori sono incoraggiati a rendere i capi più durevoli e circolari. Da sviluppare anche le attività di riparazione di prodotti tessili usati, promuovendo la diffusione di reti nazionali e locali di riparatori.  Secondo quanto dichiarato dalla viceministra Vannia Gava, il regolamento dovrebbe entrare in vigore verso la fine dell’anno.

 

In copertina: immagine Envato