È recente la notizia della quotazione di Shein, colosso dell'abbigliamento ultra-fast fashion, sulla borsa di Hong Kong, in programma per il 1° settembre 2026 dopo aver ricevuto il via libera dalla Cina.
L'azienda punta a raccogliere 3,86 miliardi di dollari hongkonghesi (HKD, circa 1,77 miliardi di dollari statunitensi), con una valutazione complessiva della società pari a 27 miliardi di HKD (circa 23 miliardi di euro) dopo l'offerta pubblica iniziale di 280 milioni di azioni a un prezzo unitario compreso tra 47,60 e 49,50 dollari.
I vertici di Shein e i consulenti finanziari avevano inizialmente puntato a una valutazione più alta, compresa tra i 30 e i 40 miliardi di dollari, mentre i grandi investitori istituzionali e i fondi (tra cui Boyu Capital, Tiger Global, General Atlantic e Tencent, che hanno sottoscritto l'operazione come investitori cornerstone) hanno opposto resistenza, spingendo per abbassare la valutazione alla forbice finale di 25-27 miliardi, sulla base del valore prospettico della società.
I precedenti: le quotazioni fallite a New York e Londra
Tra il 2021 e il 2022, Shein aveva progressivamente trasferito a Singapore parte dei suoi asset per facilitare una futura quotazione internazionale e per aggirare la normativa cinese che stava introducendo restrizioni per le società che volevano quotarsi all'estero.
Prima della quotazione a Hong Kong c'erano stati tentativi su altre borse, ma i principali − entrambi naufragati − sono quelli di New York e Londra. Nel 2022 il tentativo di sbarcare negli Stati Uniti è fallito soprattutto per motivi geopolitici: Washington guardava con enorme sospetto a una società con una filiera produttiva concentrata in Cina e alle accuse relative alla possibile presenza nella supply chain di cotone dello Xinjiang, la regione dove vive la minoranza musulmana degli uiguri perseguitata dal governo cinese. Il tentativo di quotazione alla London Stock Exchange, più recente, è stato invece accompagnato da un intenso dibattito politico e mediatico. Pur avendo ottenuto un'approvazione da parte della Financial Conduct Authority, non andò in porto per ragioni legate alla mancata trasparenza nella supply chain e alle possibili violazioni delle normative sul lavoro.
Dopo aver fallito negli Stati Uniti e nel Regno Unito, Shein ha quindi avviato il suo "piano C", l'iter di preparazione per quotarsi a Hong Kong. Lo scorso luglio ha ricevuto il via libera dalla China Securities Regulatory Commission (CSRC), il 24 agosto ha lanciato l'offerta pubblica comunicando prezzo e quantità indicative delle azioni da immettere sul mercato. Venerdì 28 il prezzo sarà definitivamente concordato, il 31 verrà annunciato e dal 1° settembre le azioni potranno essere scambiate.
L'acquisizione di Everlane
Nel frattempo, per migliorare la sua immagine, Shein nel maggio 2026 ha completato l'acquisizione di Everlane, brand statunitense di moda sostenibile, nato per contrapporsi alle logiche del fast fashion. L’operazione, più che in cerca di un vantaggio finanziario (la società americana aveva un debito di 90 milioni di dollari), è stata condotta con l'obiettivo di incorporare la reputazione di un'azienda che da sempre aveva fatto dell'etica e della trasparenza i propri valori principali. Ma “la responsabilità di un marchio non si compra, si costruisce con tempo, fatica, coerenza e scelte quotidiane”, aveva dichiarato in merito Giorgia Palmirani, docente ed esperta di moda sostenibile, esprimendo il proprio disappunto.
Sulla stessa linea anche David Hachfeld che si occupa di ricerca e advocacy su catene del valore e moda per la ONG svizzera Public Eye, nota per le sue inchieste indipendenti sulle responsabilità sociali e ambientali delle multinazionali: “L'acquisizione di Everlane appare come un investimento tattico in un segmento di nicchia”, spiega a Materia Rinnovabile. “Sebbene possa aver generato i vantaggi di immagine sperati, finora non vi è alcuna prova – né nella pratica né nella documentazione depositata da Shein per la quotazione a Hong Kong – che essa abbia portato a cambiamenti significativi nel modello di business principale dell'azienda.”
Al momento, però, come riportato da Reuters, pur essendo avvenuta a maggio, il Comitato interagenzia statunitense che valuta gli investimenti stranieri ha sottoposto l'operazione al riesame, perché Everlane custodisce dati personali di clienti statunitensi e questo potrebbe sollevare problemi di sicurezza nazionale. Nel caso di Shein, la sensibilità è maggiore per le sue origini cinesi e le sue significative attività svolte ancora in Cina, pur con sede legale ormai a Singapore. Nonostante l'acquisizione di Everlane da parte di Shein, tuttavia, la reputazione dell'azienda non sembra essere migliorata.
Problemi legali e perdita di valore
Solo quattro anni prima, nel 2022, Shein era stata valutata quasi cento miliardi di dollari in un round privato. Oggi invece si trova ad affrontare una serie di difficoltà, come i dazi sulle merci di basso valore nell'Unione Europea e negli Stati Uniti, che stanno penalizzando le vendite dell'azienda. L'Europa, che vale oltre il 35% del suo fatturato globale, è allo stesso tempo per il brand cinese un mercato tra i principali e tra i più rischiosi.
È stata soprattutto la Francia a ostacolare le operazioni dell'azienda cinese sul territorio europeo: la prima misura è arrivata nel 2025, quando Shein ha ricevuto una multa di 150 milioni per violazioni relative ai cookie. Poi, in occasione dell'apertura del primo negozio fisico nello storico BHV Marais, le autorità francesi avevano scoperto sul sito la vendita di bambole sessuali con tratti infantili. Ciò ha costituito un grave danno reputazionale che ha generato proteste di piazza e minacce, da parte della Francia, di chiusura permanente del sito sul territorio francese per violazione delle leggi sulla pedopornografia.
A febbraio 2026 la Commissione europea ha avviato un'indagine su Shein, ai sensi del Digital Services Act, per presunta vendita di prodotti illegali e per richiedere maggiore trasparenza nei sistemi di raccomandazione dell'algoritmo. A giugno 2026, sempre da parte della Francia, sono arrivate inoltre sanzioni per informazioni mancanti o scorrette nelle conferme d'ordine, violazioni del diritto di recesso e informazioni ambientali false sui prodotti. Tutti questi fattori hanno contribuito, nel primo trimestre del 2026, a far registrare una perdita di circa 99 milioni di dollari, contro un utile pari a 395 milioni nello stesso periodo del 2025 e di 2,06 miliardi di dollari a fine 2025.
La (fragile) narrazione della sostenibilità di Shein
Public Eye ha analizzato il prospetto informativo depositato da Shein a Hong Kong. Mentre la valutazione del colosso dell'ultra-fast fashion è crollato di circa un quarto, anche la (già precaria) narrazione sulla "sostenibilità" si sgretola di fronte ai numeri reali. Shein funziona più come un'azienda tecnologica che come un'azienda di moda tradizionale. Con soli 18.000 dipendenti diretti, delega la produzione di circa 5.000 nuovi modelli al giorno, la logistica e persino la responsabilità legale sulle condizioni di lavoro a una fitta rete di terzisti, esternalizzando quasi tutto e trattando le violazioni dei diritti come semplici "rischi d'impresa".
La sovrapproduzione viene calcolata solo sui capi invenduti anziché sui volumi totali prodotti, l'uso di poliestere riciclato al 30% basta per etichettare un capo come sostenibile e piattaforme di reselling come Shein Exchange coprono meno dello 0,01% degli ordini annui. Con oltre il 60% dei ricavi divorato da marketing e spedizioni aeree ad altissimo impatto climatico, l'azienda sta iniziando solo ora a percepire il freno delle nuove normative europee.
“Se le autorità di regolamentazione iniziassero a imporre standard di sostenibilità più rigorosi e a richiedere una maggiore responsabilità alle piattaforme, Shein si troverebbe ad affrontare una pressione significativa per adattarsi”, ci spiega David Hachfeld. “Tuttavia, se dovesse persistere un contesto caratterizzato da un approccio prevalentemente laissez-faire, è probabile che Shein continui a espandersi, e altre aziende cercheranno di replicare alcuni aspetti del suo modello.”
La vera sfida sarà quindi capire se la pressione regolatoria e sociale riuscirà davvero a scardinare un modello di business che continua ad anteporre il profitto a qualsiasi sostenibilità reale.
In copertina: foto di Eugenio Grosso / Fotogramma © Blondet Eliot/ABACA, Agenzia IPA
