Per secoli le foreste sono state viste soprattutto come riserva di legname, ma oggi stanno assumendo un ruolo molto più ampio: sono infrastrutture naturali capaci di fornire materie prime rinnovabili, assorbire carbonio, proteggere la biodiversità e sostenere nuove filiere industriali a basse emissioni. Su questa visione si fonda la forest bioeconomy, uno dei settori più promettenti della transizione verso un’economia post-fossile: affinché questo potenziale possa tradursi in un reale beneficio ambientale, però, la gestione sostenibile delle foreste deve restare al centro delle strategie industriali e climatiche.
L’Europa si sta muovendo in questa direzione con la EU Forest Strategy, che rappresenta uno dei pilastri del Green Deal europeo e della Strategia europea per la biodiversità. L’obiettivo è migliorare qualità, quantità e capacità di adattamento delle foreste, che coprono circa il 40% del territorio dell’Unione, prevedendo tra l’altro la protezione delle aree più preziose e la piantumazione di tre miliardi di nuovi alberi entro il 2030. Tuttavia, è oltreoceano che la bioeconomia forestale ha assunto una dimensione particolarmente avanzata.
Il modello canadese
Con 347 milioni di ettari di foreste, pari a circa il 9% del totale globale, il Canada possiede una delle più grandi dotazioni del pianeta e il più elevato patrimonio di biomassa pro capite. Di questa superficie, il 72% è costituito da foreste demaniali certificate secondo standard di terze parti, riconosciuti a livello internazionale per la gestione forestale sostenibile, come spiega Natural Resources Canada (NRCan), il dipartimento del governo responsabile dello sviluppo sostenibile, della gestione e della regolamentazione delle risorse naturali canadesi.
Il principio che guida la bioeconomia forestale locale è quello del cascading use (utilizzo a cascata), che prevede di destinare ogni componente dell’albero all’impiego con il maggior valore aggiunto possibile prima del recupero energetico finale. Non solo il tronco, quindi, ma anche la corteccia, i rami, le cime, la segatura, i trucioli e altri residui industriali vengono recuperati e valorizzati, massimizzando sia il rendimento economico sia i benefici ambientali derivanti da ogni tonnellata di biomassa prelevata.
Ottawa considera la valorizzazione sostenibile della biomassa anche una leva di sviluppo territoriale: un terzo dei canadesi e oltre la metà delle popolazioni indigene vive all’interno o in prossimità delle foreste. Secondo la Forest Products Association of Canada il settore dei prodotti forestali genera oltre 87 miliardi di dollari di fatturato annuo e garantisce circa 200.000 posti di lavoro diretti distribuiti in centinaia di comunità del Paese.
Dalla cellulosa alle batterie
I principali componenti del legno – cellulosa, emicellulosa e lignina – possono essere trasformati in una vasta gamma di prodotti. Dalla cellulosa derivano materiali per il packaging, tessuti, componenti per l’automotive, prodotti farmaceutici e articoli per la casa. L’emicellulosa trova impiego nella produzione di dolcificanti a basso contenuto calorico, acidi organici e plastiche riciclabili. La lignina, polimero naturale tradizionalmente considerato un sottoprodotto della lavorazione del legno, viene utilizzata per realizzare agenti leganti, materiali isolanti, schiume tecniche e persino componenti per batterie.
L’obiettivo è sostituire progressivamente materiali e sostanze ottenuti da petrolio e gas naturale con alternative rinnovabili e a basse emissioni di carbonio, sviluppando al contempo nuove opportunità economiche per le comunità forestali.
Tra gli ambiti più promettenti, per esempio, vi è quello dei biocarburanti avanzati. Secondo Natural Resources Canada, i combustibili prodotti dalla biomassa forestale, inclusi quelli destinati all’aviazione, possono presentare un’intensità carbonica fino all’80% inferiore rispetto ai combustibili fossili convenzionali.
La rivoluzione del mass timber
Un altro settore strategico è quello delle costruzioni. Negli ultimi anni il Canada ha investito in modo significativo nello sviluppo del mass timber, il legno ingegnerizzato utilizzato per edifici multipiano e strutture complesse.
Questi materiali consentono di sostituire acciaio e cemento, tra i materiali più emissivi dell’industria delle costruzioni, e allo stesso tempo immagazzinano carbonio per decenni all’interno degli edifici. In questa prospettiva il legno non è soltanto una materia prima rinnovabile, ma diventa uno strumento di mitigazione climatica. Secondo un report della Forest Products Association of Canada, nel 2024 erano stati completati quasi 700 edifici realizzati con tecnologie mass timber, mentre oltre 140 progetti erano in fase di costruzione o pianificazione.
Anche la bioenergia riveste un ruolo importante nel mix energetico canadese. Gran parte della produzione deriva dai residui dell’industria forestale, che vengono trasformati in energia termica ed elettrica.
Il limite imposto dal clima
La stessa risorsa su cui si fonda questa strategia è però sempre più esposta agli effetti del cambiamento climatico. Gli incendi che hanno colpito il Canada nel 2023, mandando a fuoco circa 15 milioni di ettari di territorio, hanno rappresentato un campanello d’allarme globale: secondo uno studio pubblicato sulla rivista Nature e ripreso da Reuters, in quell’anno sono state rilasciate nell’atmosfera circa 647 megatonnellate di carbonio, una quantità superiore a quella di sette dei dieci principali paesi emettitori del 2022, tra cui Germania, Giappone e Russia.
I roghi hanno messo in evidenza la vulnerabilità degli ecosistemi forestali e il rischio di considerare le foreste come serbatoi di carbonio permanenti. Le stesse preoccupazioni stanno emergendo in Europa. Secondo un’altra analisi pubblicata su Nature, condotta dal Joint Research Centre della Commissione europea, tra il 2020 e il 2022 la capacità di assorbimento del carbonio delle foreste europee è diminuita del 27% rispetto al periodo 2010-2014, a causa dell’effetto combinato di cambiamenti climatici, eventi estremi e pressioni gestionali.
Un paradosso con cui si confronta anche l’Italia: i boschi continuano ad aumentare e coprono ormai circa il 40% del territorio nazionale, ma una quota rilevante non è gestita attivamente. Gli incendi rappresentano un evidente segnale di fragilità: secondo Legambiente, nel 2025 sono andati in fumo oltre 94.000 ettari di territorio, quasi il doppio rispetto all’anno precedente, con Sicilia, Calabria e Puglia tra le regioni maggiormente colpite.
La lezione è chiara: conservazione, utilizzo economico e gestione sostenibile devono procedere insieme. Da questo equilibrio dipenderà il contributo reale delle foreste alla bioeconomia e alla neutralità climatica dei prossimi decenni.
Questo articolo è stato originariamente pubblicato in inglese sul blog di Ecomondo
In copertina: immagine Envato
