Lontana dall’essere una semplice componente delle politiche ambientali europee, la bioeconomia rappresenta una delle principali leve attraverso cui l’UE27 cerca di rispondere contemporaneamente alla crisi climatica, alla perdita di competitività industriale e all’instabilità geopolitica, consapevole di quanto la dipendenza dalle materie prime fossili costituisca un elemento di vulnerabilità economica e strategica.

Il settore ha assunto dimensioni rilevanti: nel 2025 ha generato 3.174 miliardi di euro di produzione, pari all'8,8% dell'output complessivo, e ha dato lavoro a oltre 17 milioni di persone, come mostra il dodicesimo rapporto La bioeconomia in Europa, realizzato dal Research Department di Intesa Sanpaolo insieme a Cluster SPRING. I dati sono incontrovertibili. Si tratta di uno dei pochi comparti nei quali l'Europa conserva ancora una posizione di leadership tecnologica globale, che non può però dare per acquisita, perché la difficile fase che l'industria europea sta attraversando rischia di compromettere anche i settori più innovativi.

Industria europea sempre più sotto pressione

“Dal 2022 a oggi il settore industriale europeo ha perso 37 milioni di tonnellate di capacità produttiva, quasi il 9% del totale, e oltre 20.000 posti di lavoro diretti”, sottolinea Catia Bastioli, presidente di Cluster SPRING e CEO di Novamont durante la relazione annuale per il cluster tenutasi a giugno.

A pesare, tra i vari fattori, è la concorrenza asimmetrica delle economie extraeuropee, in particolare quella cinese: negli ultimi anni Pechino ha sostenuto la propria industria attraverso massicci investimenti pubblici, aumentando enormemente la capacità produttiva in numerosi comparti manifatturieri. “Il risultato è l’immissione sul mercato europeo di prodotti a prezzi estremamente competitivi, difficilmente sostenibili per molte delle nostre filiere. Si apre uno scenario di progressiva desertificazione industriale del continente, con segmenti produttivi chiave che rischiano di essere soppiantati o fortemente ridimensionati”, prosegue Bastioli.

La reazione europea esiste? “È certamente tardiva, ma esiste. Tuttavia, non è ancora all'altezza della sfida strategica che abbiamo davanti. Strumenti di difesa commerciale, come le misure antidumping, mostrano limiti evidenti. Non possiamo più ragionare per singoli prodotti, ma dobbiamo proteggere l'intera filiera. Difendere soltanto un anello della catena rischia di penalizzare quelli a valle e favorire comunque le importazioni”.

In questo scenario complesso l'economia circolare e la bioeconomia circolare si affermano come modelli di sviluppo complementari, fondamentali per il futuro competitivo e sostenibile dell'Europa a livello economico, ambientale e sociale. “L’economia circolare aumenta l’efficienza nell’utilizzo delle risorse già esistenti attraverso riuso e riciclo, la bioeconomia introduce innovazioni radicali a partire da risorse non fossili: materie prime rinnovabili, biotecnologie avanzate, uso efficiente di acqua e suolo, valorizzazione delle filiere locali”, prosegue Bastioli. “Se fortemente radicata nei territori e sviluppata secondo logiche circolari, genera un'ampia gamma di bioprodotti e bioenergie, senza entrare in competizione con la produzione alimentare e, anzi, valorizzando spesso scarti e terreni marginali. Questa trasformazione può rafforzare la qualità e la resilienza delle filiere tradizionali del Made in Italy e del Made in Europe, creando nuove catene del valore e integrando agricoltura, industria chimica ed energia. Si tratta di opportunità economiche nuove, replicabili su scala nazionale e internazionale”.

Tra innovazione e normativa

Il principale ostacolo allo sviluppo non riguarda la ricerca, considerato che molte tecnologie sono già mature: in Europa esistono bioraffinerie avanzate, nuovi materiali bio-based, sistemi innovativi di valorizzazione degli scarti e filiere integrate completamente operative. Il problema riguarda piuttosto la capacità di trasformare le innovazioni in un sistema industriale diffuso, preparandosi a un vero salto di scala produttivo, normativo e di mercato.

Non è quindi più rinviabile la definizione di un quadro normativo europeo coerente, stabile e lungimirante, capace di garantire alle imprese la fiducia necessaria per investire. “Il potenziale della bioeconomia è enorme ed è tempo di creare le condizioni migliori per valorizzarlo appieno”, racconta Mario Bonaccorso, direttore di Cluster SPRING. “La nuova strategia europea pubblicata lo scorso novembre è un ottimo documento, ma ora dobbiamo fare in modo che si passi dalla strategia all’azione”. In questa prospettiva il Circular Economy Act e il Biotech Act, attesi nei prossimi mesi, potranno rappresentare leve decisive, a condizione che vengano implementati in modo ambizioso e con effetti concreti nel breve termine. “Ma servono anche risorse”, aggiunge Bonaccorso. “Ogni canno centinaia di miliardi di euro dei fondi pensione dell’Unione finisco in investimenti in USA. È tempo di cambiare rotta e investire nella bioeconomia circolare europea.”

L'Italia parte da una posizione di forza

L'Italia occupa una posizione particolarmente favorevole. Con 433,3 miliardi di euro di produzione nel 2025 e un aumento del 2,7% rispetto all’anno precedente, rappresenta la terza bioeconomia europea in valore assoluto, dopo Germania e Francia, mentre in termini relativi risulta una delle economie più specializzate: il settore pesa, infatti, il 10% dell'intera economia nazionale e impiega oltre due milioni di addetti, pari al 7,6% dell’occupazione complessiva. Il risultato è sostenuto soprattutto dalla filiera agroalimentare, ma anche comparti come legno-arredo, carta, chimica bio-based, farmaceutica, gomma, plastica e tessile stanno rafforzando il proprio ruolo.

Pure sul fronte dell'innovazione emergono segnali incoraggianti. Nel 2025 sono state censite 707 startup innovative attive nella bioeconomia, pari al 6,2% di quelle iscritte alla sezione startup innovative del Registro delle imprese. Sono concentrate soprattutto nella ricerca, nei biomateriali, nella valorizzazione degli scarti, nei nuovi modelli alimentari e nelle applicazioni per energia e edilizia sostenibile. In futuro “l’AI potrà avere un ruolo fondamentale nel promuovere l’innovazione biotech, la biofabbricazione e l’agricoltura di precisione, riducendo al contempo i tempi di ricerca e il consumo di risorse e aumentando i rendimenti”, aggiunge Bonaccorso. 

Dalla bioeconomia alla resilienza europea

Il messaggio che emerge dal confronto tra istituzioni, imprese e mondo della ricerca è chiaro: la bioeconomia non può più essere considerata un settore di nicchia. Per l'Europa rappresenta una delle poche aree nelle quali è ancora possibile costruire una leadership industriale basata sull'innovazione, sulla disponibilità di competenze scientifiche e sull'integrazione tra agricoltura, industria e territorio.

Ma funziona solo quando diventa sistema: bisogna costruire rapidamente strategie di investimento, filiere integrate, alleanze industriali e progetti territoriali in grado di generare valore condiviso. Ripensando in ultima istanza anche la fiscalità sui prodotti biobased per agevolare il Made in Europe, imponendo giuste tariffe per l’importato dall’estero, proporzionato ad altri meccanismi commerciali.

 

Questo articolo è stato originariamente pubblicato in inglese sul blog di Ecomondo

 

In copertina: immagine Envato