Il 6 aprile 2026, mentre la capsula spaziale Orion viaggiava dietro il lato nascosto della Luna, quattro esseri umani hanno superato un primato che resisteva da cinquantasei anni: si sono spinti fino a 406.771 chilometri dalla Terra, più lontano di chiunque altro prima, Apollo 13 compreso. La loro missione, Artemis II (una decina di giorni di volo con tuffo conclusivo nel Pacifico), è stata raccontata come il ritorno dell'umanità nello spazio profondo. Corretto.

Eppure la notizia più significativa non riguarda la distanza percorsa, ma la mappa che quel viaggio disegna: a bordo, insieme con tre astronauti della NASA, c'era il canadese Jeremy Hansen, primo non statunitense a lasciare l'orbita bassa terrestre; alle spalle, una coalizione di 70 Paesi. Perché oggi nessuno va nello spazio da solo, e la scelta dei propri compagni di viaggio dice molto di come giri il mondo.

È la tesi di fondo dell'astropolitica: la corsa allo spazio non è un'appendice esotica delle relazioni internazionali, ne è la proiezione. E, sempre più spesso, il moto è biunivoco: quanto accade in orbita ridisegna i rapporti di forza sulla Terra.

Due Lune, un solo pianeta

I numeri, per cominciare. A luglio 2026 gli Artemis Accords, il quadro di principi promosso da Stati Uniti e NASA nel 2020 per regolare l'esplorazione lunare, contano 70 firmatari: l'ultimo, Mauritius, si è aggiunto il 17 luglio. Recentemente riconfigurato nella sua architettura, il programma Artemis punta a riportare l'umanità sul suolo selenico entro il 2028 e a costruirci una base per la permanenza prolungata e sostenibile entro il 2035.

Dall'altra parte del mondo, anche in senso figurato, il culmine del programma lunare è la International Lunar Research Station, la base che Cina e Russia intendono costruire al polo sud lunare nel prossimo decennio (la data annunciata è il 2036), con il proprio corollario di adesioni, una decina di partner fra i quali l'Azerbaijan, il Sudafrica e il Kazakistan.

Sono due architetture giuridiche e industriali alternative, due modi di intendere le regole – a partire da quelle sull'estrazione delle risorse – e, in particolare, due calendari in competizione. La velocità con cui il primo blocco si allarga è essa stessa un indicatore diplomatico: nel solo 2024 le adesioni agli Accordi Artemis sono state 19, il massimo in un anno, e il reclutamento prosegue vertice dopo vertice, spesso in cornici che sembrano avere a che fare più con la politica estera terrestre che con le attività extra-planetarie.

La progressione cinese, per ora, non sgarra: il 30 ottobre 2025 la China Manned Space Agency ha confermato di essere "in linea" con l'obiettivo di portare due taikonauti – come Pechino chiama i suoi astronauti – sulla superficie selenica entro il 2030 e, nell'agosto precedente, aveva annunciato il superamento del test integrato di allunaggio e decollo del lander Lanyue, simulato tra i crateri artificiali di Huailai, nello Hebei. Nel frattempo le sonde fanno da apripista: Chang'e 7 entro la fine dell'anno in corso e Chang'e 8, nel 2029, punteranno entrambe al polo sud selenico, con esperimenti di utilizzo delle risorse locali.

Al contrario, come già scritto, il calendario statunitense ha dovuto riorganizzarsi: il 27 febbraio 2026 l'amministratore della NASA, Jared Isaacman, ha annunciato che Artemis III, nel 2027, sarà un test di aggancio in orbita terrestre, deputato a comprovare l'affidabilità di due lander lunari – uno costruito da SpaceX di Elon Musk, e l'altro da Blue Origin di Jeff Bezos – e che l'allunaggio slitterà ad Artemis IV, all'inizio nel 2028. Artemis V tornerà sulla Luna entro la fine dello stesso anno. Sulla carta, sono due anni di anticipo su Pechino. Sulla carta.

Sarebbe tuttavia una lettura parziale quella che interpreterebbe la nuova Moon Race, il duello lunare, come un remake della Guerra fredda. Il mondo che oggi si specchia nello spazio non è più conteso fra due superpotenze, come quello che negli anni ‘60 vedeva competere Stati Uniti e Unione Sovietica a suon di primati extraterrestri: è un mondo multipolare, ambiguo, trasversale. L'India, che con Chandrayaan-3 è stata la prima a toccare le regioni polari della Luna, ha firmato gli Artemis Accords senza rinunciare alla cooperazione con Mosca; tra i 70 firmatari figurano Rwanda, Bangladesh, Senegal, Paesi cui fino a pochi anni fa era preclusa qualsiasi ambizione spaziale, figurarsi una partecipazione nella nuova avventura lunare. Oggi, trattano l'adesione allo spazio come un biglietto d'ingresso nell’economia che conta.

L'economia della gravità

Appunto, l'economia: secondo lo Space Economy Report di Novaspace (gennaio 2026), il settore spaziale ha raggiunto nel 2025 un valore globale di 626,4 miliardi di dollari, con una traiettoria che punta ai mille miliardi entro il 2034. Il dato più eloquente è però un altro: della spesa pubblica mondiale (137,4 miliardi di dollari), il 54%, ovvero 73,5 miliardi, è ormai destinato alla difesa, più di quanto vada ai programmi civili.

Tradotto: i governi non finanziano più lo spazio solo per prestigio o per sviluppare programmi scientifici, ma perché lo considerano un'infrastruttura critica, al pari di porti e reti elettriche. Il resto del valore è generato dal mercato: servizi satellitari, connettività, osservazione della Terra, cioè quel tessuto invisibile su cui poggiano navigazione, comunicazioni, finanza e previsioni meteo di chiunque stia leggendo queste righe.

Lo ribadisce uno sguardo, stricto sensu, dall’alto: come registra l'Agenzia spaziale europea (ESA) nel suo Report on the Space Economy 2026, lo scorso anno i lanci orbitali sono stati 324, un record assoluto trainato dalle megacostellazioni. Con una sottolineatura rilevante: dei circa 16.000 satelliti attivi censiti dall'astrofisico Jonathan McDowell, quasi due terzi appartengono a un solo soggetto, che non è uno Stato, ma Starlink. La costellazione per la connettività a banda larga e bassa latenza di SpaceX – detto altrimenti per “l'internet dallo spazio” – conta oltre 10.800 satelliti operativi. Un attore privato possiede e controlla la gran parte degli occhi e delle antenne che orbitano sopra le nostre teste. È un'anomalia storica, che la guerra in Ucraina ha trasformato in questione strategica, quando i terminali Starlink sono diventati la spina dorsale delle comunicazioni al fronte.

Anche in questo caso il riflesso è reciproco: gli equilibri internazionali hanno scoperto di dipendere dall'orbita, e chi presidia o addirittura possiede le orbite si è ritrovato ad avere un ruolo geopolitico.

Il cielo come arsenale

Il resto lo racconta il contesto: nel 2025, calcola il SIPRI di Stoccolma, la spesa militare mondiale ha sfiorato i 2900 miliardi di dollari, e una quota crescente guarda oltre il cielo. Il caso di scuola è il Golden Dome, lo scudo antimissile multilivello annunciato dall'amministrazione Trump nel gennaio del 2025 (all'indomani dell'insediamento presidenziale): 25 miliardi di stanziamento iniziale nella legge di bilancio firmata il 4 luglio 2025, un costo dichiarato di 175 miliardi e l'ambizione di intercettare qualsiasi minaccia volante, dai missili balistici ai sistemi d'arma ipersonici fino ai droni, con una rete di sensori e intercettori orbitali entro il 2029. Il traguardo è tecnicamente ardito, tanto da avere motivato una stima di costo molto più alta da parte del Congressional Budget Office, che a maggio 2026 ha previsto il Dome possa costare fino a 1200 miliardi in 20 anni.

L'Europa punta a rispondere con la costellazione IRIS², circa 290 satelliti per comunicazioni sicure, e bilanci di difesa che secondo la NATO hanno toccato nel 2025 i 1400 miliardi di dollari complessivi tra gli alleati. È significativo, in questo senso, che Ariane 6, il nuovo lanciatore pesante europeo, abbia inaugurato la propria carriera commerciale trasportando satelliti strategici, come il francese CSO-3, Sentinel-1D e i nuovi Galileo: carichi utili che parlano di sovranità, sicurezza e osservazione della Terra prima ancora che di mercato. Lungi dal dettaglio contabile, è il segno che anche il Vecchio continente ha smesso di considerare lo spazio un lusso scientifico e ha iniziato, sebbene in ritardo, a trattarlo come un dominio operativo, essenza che la NATO ha formalmente riconosciuto nel 2019.

È possibile intravedere, in tutto questo, una lezione più preziosa delle cifre: nessuna delle contese terrestri di questi anni dazi, guerre, filiera delle terre rare, intelligenza artificiale – è avulsa dalle tecnologie e dalle attività spaziali. Le sanzioni tecnologiche spingono la Cina all'autosufficienza anche in orbita; la competizione sull'intelligenza artificiale alimenta la domanda di dati satellitari e, in prospettiva, di potenza di calcolo orbitale; SpaceX punta a costruire una costellazione in grado di dispensare potenza computazionale dallo spazio; Nvidia e Google, così come la Cina, condividono obiettivi simili. Basti pensare a Starcloud-1, il piccolo satellite che nel novembre 2025 ha portato in orbita la prima GPU Nvidia H100 mai utilizzata nello spazio, arrivando ad addestrarvi un modello linguistico; o a Project Suncatcher, il cluster di 81 satelliti che Google sviluppa con Planet per il calcolo distribuito extra-atmosferico.

Nel mentre, la crisi delle materie prime rende d'un tratto verosimili le ipotesi di estrazione lunare che i piani di Chang'e 8 già prevedono di sperimentare. Significa che chi arriverà al polo sud della Luna non pianterà solo una bandiera, ma sancirà urbi et orbi un precedente giuridico, perché le regole sull'uso delle risorse extraterrestri le scriverà, di fatto, chi le sfrutterà per primo.

Per capire quanto sia concreta la transizione verso un nuovo assetto politico globale, basterebbe alzare lo sguardo. In orbita il multipolarismo è già operativo, con le sue alleanze a geometria variabile, i suoi oligopoli privati, i suoi arsenali in costruzione. Viviamo tutti sotto lo stesso cielo, ricordava Confucio. Solo che quel cielo, oggi, è la mappa più aggiornata dei nostri equilibri. E nessuna mappa è mai rimasta neutra a lungo.

 

In copertina: © NASA