Da Bruxelles Sabato 28 febbraio gli Stati Uniti e Israele hanno colpito l’Iran con un’operazione congiunta che punta a rovesciare il regime islamico e a distruggere infrastrutture militari e missilistiche, rispolverando nel cuore del Medio Oriente la dottrina dell’attacco preventivo. Un’azione sferrata senza l’autorizzazione di guerra del Congresso, mentre Trump parla di “major combat operations” e “war”, non di un raid limitato, e il messaggio è chiaro. L’ordine regionale si riscrive con B2 e missili da crociera, mentre a Teheran la popolazione si sveglia ancora una volta fra esplosioni, sirene e il timore che, questa volta, la guerra si protragga e non resti confinata ai cieli.

In questo quadro, l’Unione Europea indossa il costume dell’adulto responsabile. Sforna comunicati di preoccupazione per l’escalation, invita alla moderazione, richiama il diritto internazionale – anche se dall’alta rappresentante dell'Unione Europea per la politica estera Kaja Callas non arriva una sola parola sulla legalità dell’azione, definita “pericolosa” –, riconosce il diritto di Israele a difendersi e ammonisce (giustamente) l’Iran. È la ricetta perfetta con cui sostituire, ben prima del 2050, la neutralità geopolitica a quella climatica, slogan nato da poco ma già abbastanza vecchio da finire in fondo al cesto dei giochi.

Il conto, dentro di noi lo sappiamo, arriverà ben presto a casa. Ogni volta che uno scenario internazionale si infiamma, l’Europa paga: energia più cara con LNG statunitense – peraltro più inquinante del dismesso gas russo – inflazione, dazi, instabilità industriale. Ogni bomba sganciata oggi a migliaia di chilometri gonfierà le bollette e comprimerà i margini delle imprese, mentre nelle ultime settimane la presentazione dell’Industrial Accelerator Act continua a slittare. Senza contare che tra i 27 stati membri c’è chi addirittura vuole smontare politiche climatiche chiave come l’ETS, dimenticando che i miliardi raccolti vengono reinvestiti nel Fondo per l’innovazione, uno dei più grandi programmi di finanziamento al mondo per tecnologie a basse emissioni di carbonio. Nel frattempo, Eurostat certifica che i cittadini europei stanno diventando più poveri, mentre disuguaglianze crescenti e svuotamento dello spazio civico minano la coesione e la legittimità stessa dell’Unione.

In pochi oggi sembrano cogliere che questi non sono “effetti collaterali”, ma la struttura di un nuovo modello. Archiviata la stagione politica del Green Deal, di fronte alle guerre le capitali europee reagiscono chiudendosi a riccio e comprimendo l’immaginazione del progetto europeo in una fortezza di nuova generazione. Per il Sud, da gennaio la Commissione ha una strategia quinquennale per asilo e migrazione, costruita sulla promessa di meno arrivi irregolari, frontiere esterne più robuste, più diplomazia migratoria e canali per attrarre talenti verso un’Unione in piena crisi demografica. Sul fianco est e nel Mediterraneo si discute di preparedness, campi minati e perfino di un “drone wall”, che sembra una linea Maginot del terzo millennio destinata a costare miliardi.

In questo scenario difensivo c’è anche chi prova a ridisegnare il “fossato” della fortezza: il biologo nederlandese Hans Joosten, soprannominato il “papa delle torbiere”, mesi fa ha messo sul tavolo l’unica idea davvero originale per tenere insieme obiettivi climatici e difesa, ripristinare le paludi prosciugate dell'UE per, insieme, impantanare i carri armati russi e trattenere le emissioni che alimentano il riscaldamento globale.

Tutti guardano alle mura e oltre, mentre dentro la fortezza la scena ricorrente è quella della Conferenza di Monaco. Sul palco, il segretario statunitense Rubio recita minacciando il copione del grande amore ritrovato: l’America “figlia dell’Europa”, la civiltà occidentale sotto assedio, il dovere di restare uniti contro regimi revisionisti e potenze autoritarie. Una raffinata operazione di love bombing politico: sorrisi, richiami alla storia comune, promesse di protezione, e, in nota a piè di pagina, la richiesta di aumentare la spesa militare, allineare le sanzioni. In quello che sembra uno scenario rovesciato, in platea la Giulietta europea applaude sapendo di non poter fare a meno del proprio Romeo atlantico – che quest’anno celebra i 250 anni dell’Indipendenza dal Vecchio Continente – ma intuisce che questo amore la lega a una spirale di conflitti che erode proprio quelle politiche industriali e climatiche con cui vorrebbe definirsi.

C’è però un altro anniversario da tenere a mente: nel 2026 (Don’t Fear) The Reaper dei Blue Öyster Cult compie cinquant’anni. Era una canzone sull’amore che sfida la morte, sulla possibilità di attraversare la fine mano nella mano: nel nostro presente forse evoca piuttosto una civiltà che ha smesso di temere il Mietitore perché colpisce quasi sempre altrove. Da qui l’unica possibile domanda: che cos’è ancora l’Occidente? Per mezzo secolo ci siamo raccontati che “l’amore di due è uno”: Europa e America come un unico soggetto politico, una comunità di destino cementata da valori condivisi e armamenti compatibili a difenderli.

“Ma ora non ci sono più. Le stagioni non temono il Mietitore, né il vento, il sole o la pioggia”, diceva il testo. Oggi sono proprio gli elementi – e il clima che cambia – a ricordarci che non possiamo continuare a sfidare la morte altrui senza mettere in conto la nostra. L’Europa può scegliere se restare la spalla silenziosa di un alleato che non teme il Mietitore perché è convinto di poterlo controllare, oppure provare a riscrivere il copione. Non più fortezza in attesa del prossimo attacco, ma spazio politico che decide finalmente di avere paura del Mietitore giusto – quello che arriva affilando il prezzo del petrolio, minacciando di spegnere piattaforme digitali, agitando pantomimiche alternative al multilateralismo – e di agire di conseguenza.

In copertina: Una donna sciita tiene un cartello con la scritta “Abbasso l'America” e intona slogan contro gli Stati Uniti e Israele durante una protesta in Kashmir, in India. Almeno 51 persone, tra cui alcuni studenti, sono state uccise e 48 ferite in un attacco aereo statunitense-israeliano contro una scuola elementare femminile a Minab, nel sud dell'Iran. Teheran ha definito l'attacco una violazione della sovranità e ha lanciato attacchi di ritorsione. La protesta del Kashmir condanna gli attacchi statunitensi e israeliani. Foto di Adil Abass/ZUMA Press Wire/Shutterstock, Agenzia IPA