L’acidificazione degli oceani, fenomeno in crescita a causa dei cambiamenti climatici, non danneggia solo gli ecosistemi marini, ma anche il patrimonio archeologico sommerso. Sotto la superficie dell’acqua, infatti, sono presenti molti reperti archeologici, strutture architettoniche millenarie e manufatti storici che convivono con la flora e la fauna dei mari. L’aumento dell’acidità negli oceani, che secondo Copernicus è cresciuta del 15% tra il 1985 e il 2021, può danneggiare fortemente questo patrimonio subacqueo.

A dirlo è uno studio dell’università di Padova, pubblicato su Communications Earth & Environment, una sezione della rivista scientifica Nature, a gennaio 2026. La ricerca ha infatti approfondito le possibili conseguenze di un ulteriore aumento del pH degli oceani (che li rende più acidi) sulle rocce carbonatiche di cui è fatta la maggior parte del patrimonio culturale subacqueo, scoprendone gli effetti negativi e, soprattutto, irreversibili.

La ricerca sul campo e in laboratorio

“Il programma di ricerca ha seguito due direzioni principali: una sperimentazione sul campo, realizzata a Ischia, e l'altra in laboratorio”, spiega a Materia Rinnovabile Luigi Germinario, che ha guidato lo studio. L’analisi si è concentrata, spiega il ricercatore, “sulle rocce carbonatiche, composte cioè da carbonato di calcio, che è molto sensibile alle variazioni di pH, ed è anche il materiale più usato storicamente nel patrimonio architettonico e scultoreo non solo nel bacino del Mediterraneo, ma pure su scala globale”.

“Lo scopo era monitorare l'invecchiamento dei materiali utilizzati nel patrimonio culturale subacqueo al variare delle condizioni chimiche dell'acqua marina. In laboratorio abbiamo utilizzato uno strumento che abbiamo realizzato appositamente per questo studio”, sottolinea Germinario. Dopo aver introdotto i campioni da analizzare in una vasca collegata a un sistema elettrico di controllo, i ricercatori hanno riprodotto “diverse profondità e proprietà dell’acqua, come la pressione, le varie temperature e soprattutto il pH. Quindi abbiamo simulato i livelli di pH in epoca preindustriale, quelli presenti e quelli futuri, andando a intervenire sui parametri in base alle previsioni dell’IPCC [Panel intergovernativo sui cambiamenti climatici, ndr] sull’acidificazione degli oceani”.

Il team di ricerca, oltre a biologi marini, geologi, esperti di scienze della terra, era composto anche da operatori subacquei specializzati, che si sono immersi nelle acque al largo di Ischia, dove si trova il sito sommerso della città romana di Baia. “Per la sperimentazione sul campo abbiamo scelto Ischia perché, essendo una zona vulcanica attiva, ha diversi punti nelle acque in cui ci sono emissioni quasi pure di anidride carbonica”, aggiunge Germinario. “Sono come bolle di CO₂ di origine vulcanica, che vengono dal fondale e che non provocano innalzamenti di temperatura. Inoltre, dal punto di vista pratico, Ischia è comoda per le immersioni di ricerca perché è vicina alla costa.”

I risultati: un deterioramento irreversibile

Gli esiti delle sperimentazioni non sono rassicuranti. Il cambiamento di pH delle acque marine provoca infatti una reazione di dissoluzione, che deteriora la superficie dei materiali: un’alterazione che “non è reversibile”, ribadisce Germinario. “Il fenomeno dell’acidificazione degli oceani è globale, quindi potenzialmente gli effetti si faranno sentire ovunque.” Un trend in triste crescita: proprio lo scorso anno, l’acidificazione delle acque oceaniche ha per la prima volta superato la soglia di sicurezza prevista dai limiti planetari, secondo il Planetary health check 2025.

“Per un muro in pietra, qualche micron o anche qualche millimetro di perdita di materiale superficiale può non essere una grande fonte di preoccupazione”, aggiunge il ricercatore. “Però quando si tratta di dettagli, come nella statuaria, nella scultura, o in mosaici o incisioni che hanno un determinato significato storico-archeologico, anche minime perdite di materiale possono compromettere totalmente i manufatti, la loro leggibilità, le informazioni che possono effettivamente rivelare.”

Questi materiali subacquei, infatti, hanno un grande potere informativo, spesso sottovalutato. “Ci sono già stati segnali d’allarme nella letteratura scientifica sull’impatto dei cambiamenti climatici sul patrimonio culturale, ma riguardano quello in superficie, cioè i monumenti e i siti archeologici terrestri. Il patrimonio subacqueo è stato a lungo ignorato”, ci spiega Germinario. “Tutto ciò che è sommerso viene percepito come distante e invisibile, però questo non deve cancellare l’informazione storico-archeologica che possiamo ricavarne.”

Una ricchezza invisibile

Il patrimonio culturale sommerso, come il sito archeologico di Baia, riveste un ruolo culturale e storico fondamentale, perché permette di ricavare informazioni preziose su come vivevano le antiche civiltà. Di fronte alla minaccia dell’acidificazione degli oceani, quindi, una possibile soluzione sarebbe asportare i manufatti in superficie, per preservarli nei musei. Eppure, spesso, questo spostamento non è la scelta migliore.

“I dettami dell'archeologia subacquea suggerirebbero di cercare di proteggere e preservare un sito archeologico nella sua posizione originaria”, sottolinea Germinario. “Questo, dal mio punto di vista, ha due grossi vantaggi. Innanzitutto, certe grandi strutture, come case romane, terme e ambienti di rappresentanza, non potrebbero mai essere riportate a galla e ricostruite in un ambiente museale. In secondo luogo, nel momento in cui si allontana un materiale dal suo contesto ambientale, si possono perdere importanti informazioni storiche legate proprio alla collocazione della struttura o del manufatto. Queste operazioni di rimozione e trasferimento sono comunque distruttive.”

In alcuni casi, si decide il trasferimento perché le opere sommerse rischiano di essere rubate. “Bisogna anche fare i conti con possibili attività illegali, cioè furti e immissione dei manufatti sul mercato nero. Per questo si valuta in queste situazioni di rimuoverli e portarli in un museo, ma dipende da tanti fattori, sono dinamiche abbastanza complesse”, chiarisce il ricercatore.

Rimuovere statue e manufatti, inoltre, impatta anche sulla vita di molti organismi. Le superfici delle strutture che si trovano sul fondale diventano presto anche ospiti di specie animali e vegetali: è il fenomeno della biocolonizzazione. Questa riguarda qualsiasi organismo marino: alcuni, come quelli planctonici, vivono infatti semplicemente nell’acqua, mentre altri, come quelli bentonici, hanno necessità di una struttura su cui appoggiarsi.

“Questi organismi colonizzano con molta facilità i materiali lapidei, e questo fenomeno è già visibile nell’arco di un paio di settimane, anche se inizia già dai primi minuti. Alcuni possono essere rimossi con interventi di pulizia del manufatto lapideo. In altri casi invece si ancorano alla superficie in maniera irreversibile: quindi, tentando di asportarli, si rischia anche di asportare la superficie originaria del materiale.”

La novità della ricerca

Lo studio fa parte di un progetto europeo più ampio chiamato Wateriskult, che analizza gli effetti dei cambiamenti climatici sul patrimonio culturale sommerso. “Sono le prime ricerche su larga scala su questo tema”, dichiara Germinario. “Già da venticinque anni l’UNESCO ha un gruppo di lavoro che si chiama Convention on the Protection of Underwater Cultural Heritage, che si occupa specificatamente del patrimonio sommerso. Negli ultimi anni ha pubblicato alcuni lavori che menzionavano gli effetti del cambiamento climatico, con considerazioni più qualitative che quantitative. Il progetto Wateriskult, invece, si concentra sui dati, per dare un’idea reale, tangibile e misurabile del rischio.”

A breve, ci rivela Germinario, verrà pubblicato un altro studio che riguarda i danni al patrimonio sommerso dovuti agli eventi estremi, in aumento a causa dei cambiamenti climatici. “Le tempeste, i cicloni e gli uragani hanno un impatto violento innanzitutto sulla morfologia e la vita dei fondali marini, e creano correnti molto violente che trasportano sedimenti e organismi che si traducono in un’azione di abrasione sulle strutture archeologiche.”

Inoltre, anche i sistemi di acqua dolce custodiscono patrimonio culturale subacqueo: in quel caso i rischi sono attualmente poco noti. “È ancora un terreno inesplorato”, conclude Germinario. “Bisognerebbe capire come i diversi fattori del cambiamento climatico possono avere un impatto diretto sulle proprietà chimiche e fisiche dell’acqua dolce e quindi sui materiali conservati lì.”

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In copertina: foto di Mikhail Preobrazhenskiy, Unsplash