Che la Cina abbia da tempo conquistato il podio nella produzione globale di clean-tech lo sanno ormai anche i sassi. Secondo i più recenti dati della IEA, nella Repubblica Popolare si concentra tra il 60 e l’85% (a seconda delle filiere) della capacità produttiva di tecnologie per la transizione energetica, dai pannelli solari alle turbine eoliche, dalle batterie ai veicoli elettrici.
Ciò che invece è meno noto è quanto l’export di clean-tech cinese contribuisca al taglio di emissioni climalteranti al di fuori della Cina. Nel 2026, stando ai dati dei primi tre quarti dell’anno, le tecnologie cinesi vendute in giro per il mondo eviteranno, a livello globale, un buon 2% di emissioni che altrimenti sarebbero state generate dal consumo di fonti fossili. Lo ha calcolato Lauri Myllyvirta, lead analyst del CREA (Centre for Research on Energy and Clean Air), in una ricerca condotta per conto di Carbon Brief e pubblicata a pochi giorni dall’apertura della COP31 di Antalya.
Myllyvirta stima che, se il trend rilevato fino a ottobre si manterrà (come è probabile che avvenga), alla fine dell’anno l’export cinese sarà stato in grado di evitare 450 milioni di tonnellate di CO₂, in pratica l’equivalente delle emissioni annuali del Brasile. Se poi, invece di guardare al solo anno in corso, si fa una stima estesa all’intero ciclo di vita di tutte queste apparecchiature, le tonnellate di CO₂ evitate salgono a 8.400 milioni, pari alla somma delle emissioni annuali di Stati Uniti e India. Altra buona notizia è che l’impatto positivo maggiore si registra nei paesi del Global South, dove le tecnologie cinesi si confermano il principale fattore abilitante della decarbonizzazione.
I numeri dell’export cinese
L’analisi di Myllyvirta stima il consumo di combustibili fossili evitato e le relative emissioni risparmiate fuori dalla Cina grazie alle esportazioni legate alle quattro principali filiere del clean-tech: solare, eolico, EV e batterie. Una ricerca analoga era già stata condotta nel 2024, e allora il taglio di CO₂ era risultato di circa l’1%. Oggi la percentuale è del 2%: l’impatto positivo di queste esportazioni è cresciuto del 26% nell’ultimo anno, dopo un incremento del 36% già registrato nel 2025.
Scendendo più nel particolare, nei primi tre quarti del 2026 le esportazioni cinesi di auto e mezzi pesanti (bus e camion) elettrici sono cresciute del 61%, le turbine eoliche sono aumentate del 45%, le batterie del 39%, il fotovoltaico del 22% e i veicoli elettrici a due ruote del 21%. Le esportazioni di tecnologie eoliche e solari del solo 2026 consentiranno di generare, ogni anno, una quantità di elettricità (800 TWh) pari a quella prodotta da cento centrali a carbone.
Dove si evitano più emissioni
L’aspetto più interessante evidenziato dalla ricerca è che le più consistenti ricadute positive in termini di decarbonizzazione si registrano nelle economie emergenti del Sud Globale. Già nel 2025, il 73% delle emissioni evitate (per l’intero ciclo di vita delle apparecchiature) grazie alle tecnologie cinesi riguardava i paesi del Global South, che nel 2026 hanno rappresentato l’87% dell’incremento rispetto all’anno precedente.
È l’Asia meridionale soprattutto ad aver risparmiato più emissioni, ma il fenomeno si riscontra comunque in tutto il mondo, compreso il Nord America. Addirittura, se si guarda ai singoli paesi, gli Stati Uniti sono secondi solo all’India per emissioni evitate grazie al clean-tech importato dalla Cina, e nel 2026 il dato è cresciuto di un ulteriore 12%. Soprattutto per merito delle tecnologie solari, il cui export dalla Cina verso gli USA è aumentato del 13% nei primi tre quarti del 2026, in barba ai dazi trumpiani. “La resilienza delle esportazioni cinesi di clean-tech verso gli Stati Uniti indica una forte domanda per tali tecnologie, nonostante le misure adottate dall'amministrazione Trump per rallentarne la diffusione e scoraggiarne le importazioni”, osserva Myllyvirta.
Mercati e sovracapacità
Se la Cina ha chiaramente una posizione dominante sui mercati globali del clean-tech, va però detto che la gran parte della sua produzione è destinata al mercato interno. Nel 2025, solo il 43% delle celle e dei pannelli solari, il 13% dei veicoli elettrici, il 17% delle batterie e il 7% delle turbine eoliche prodotti in Cina sono stati esportati. Per quanto riguarda il comparto solare, l’export continua tuttavia a espandersi (complice anche un rallentamento delle vendite domestiche nel 2026), il che sta generando una certa preoccupazione negli altri attori del mercato globale, che temono di essere soppiantati dalla inarrivabile potenza produttiva della Repubblica Popolare.
Circa i timori per la sovracapacità cinese, non solo nel fotovoltaico ma in tutte le filiere clean-tech, il report dà però delle rassicurazioni: “La maggior parte delle esportazioni cinesi di tecnologie pulite si è sviluppata su mercati nuovi o ampliati, consentendo agli altri produttori di mantenere i propri volumi di vendita”. Anzi – suggerisce Myllyvirta, smentendo una certa narrazione “sinofobica” – l’export cinese avrebbe funzionato addirittura da stimolo per la crescita del mercato a favore anche di altri attori.
“Una questione fondamentale è se tali esportazioni siano addizionali, oppure si limitino a sostituire quelle di altri paesi, in una dinamica a somma zero”, scrive il ricercatore sul suo profilo LinkedIn. “L'analisi suggerisce che le esportazioni cinesi siano addizionali: non hanno cioè sostituito l’export di altri produttori, bensì hanno intercettato o favorito la crescita del mercato per queste tecnologie. Ad esempio, l’export di veicoli elettrici da parte di altri paesi è cresciuto in misura nettamente superiore rispetto a quello della Cina; tra i principali attori figurano l'UE27, in particolare la Germania, oltre a Messico, Giappone, Regno Unito e Corea del Sud. Analogamente, si è registrata una crescita nel valore delle esportazioni di pompe di calore, inverter solari ed elettrolizzatori, sia dalla Cina che da altri paesi”.
Insomma, invece di temerla, bisognerebbe considerare l’inarrestabile espansione del clean-tech cinese come una forza alleata, sia per la decarbonizzazione in sé che per lo sviluppo dell’industria globale a essa legata.
In copertina: operai lavorano alla catena di montaggio di autocarri elettrici alla Jiangsu Auto Manufacturing, filiale della BYD specializzata in veicoli commerciali a Huai'an, nella provincia di Jiangsu, nella Cina orientale © Karry Zhao/Utuku/ROPI, Agenzia IPA

