Il cambiamento climatico non è mai solo una questione ambientale, e nel Mediterraneo è più evidente che altrove: il riscaldamento qui procede più velocemente della media globale e le migrazioni legate al clima stanno diventando fenomeni strutturali, con conseguenze sulle vite delle persone, sulle economie locali e sugli equilibri politici regionali.

In questo contesto nasce a Roma il Climate Mobility Innovation Lab (CMIL) per il Mediterraneo, una piattaforma che mette insieme governi, comunità scientifica, società civile, settore privato e comunità locali per affrontare le cause delle migrazioni, comprese quelle legate al degrado ambientale e ai cambiamenti climatici.

Mobilità climatica e cooperazione internazionale

Nel corso del 2024 il numero degli sfollati climatici ha raggiunto quota 46 milioni a livello globale. La regione di maggior spostamenti resta l’Africa subsahariana, da cui il 23% dei migranti decide di andarsene per cause direttamente legate al clima e al degrado ambientale, come l’impoverimento del suolo o lo stress idrico. Ma gli effetti della crisi climatica e il loro impatto sulla mobilità umana sono ormai evidenti anche nel bacino del Mediterraneo, che molte di queste persone cercano di raggiungere.

Negli ultimi anni, la regione ha mostrato segnali sempre più chiari di questa interconnessione. Nel Sud Italia, il passaggio del ciclone Harry a metà gennaio ha causato ingenti danni economici e ambientali, con onde superiori ai sette metri e raffiche di vento estreme che raggiungevano oltre 54 nodi. Secondo quanto denunciato dall’ONG Mediterranea, lo stesso evento ha avuto conseguenze ancor più drammatiche lungo le rotte migratorie: oltre mille persone sarebbero finite disperse in mare mentre tentavano l’attraversamento del Mar Mediterraneo. Un naufrago tratto in salvo ha raccontato di essere partito insieme alla propria famiglia su un’imbarcazione con a bordo circa cinquanta persone. Per quanto si sa, oltre a lui non ci sono altri sopravvissuti.

Episodi che si inseriscono in una sequenza di tragedie sempre più frequenti, mentre continuano a mancare informazioni ufficiali e prese di posizione da parte dei governi italiano e tunisino. In questo quadro, il riscaldamento globale non si limita a intensificare eventi meteorologici estremi, ma agisce come moltiplicatore di vulnerabilità preesistenti, ridefinendo confini, rotte e dinamiche della mobilità forzata. Un fenomeno strutturale che interroga direttamente le politiche di gestione del territorio, della migrazione e della sicurezza nel Mediterraneo, e che rende sempre più evidente l’intreccio tra instabilità climatica e crisi umanitarie.

Il Climate Mobility Innovation Lab per il Mediterraneo

Tra gli strumenti messi in campo per individuare possibili soluzioni alle migrazioni climatiche figura anche il Climate Mobility Innovation Lab per il Mediterraneo. Dopo la firma dell’accordo strategico dello scorso ottobre tra il Ministero dell’ambiente e della sicurezza energetica (MASE) e l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (IOM), il laboratorio entra ora nella sua fase operativa. Durante l’incontro di fine gennaio presso la sede del MASE, con la partecipazione di Rania Sharshr, direttrice globale per l’azione climatica dell’IOM, il ministro Gilberto Pichetto Fratin ha parlato di “grande soddisfazione per la collaborazione che stiamo costruendo con IOM e per la visione condivisa, chiara e ambiziosa di questa iniziativa, fondata su sostenibilità e innovazione”.

Secondo il ministro, “la piattaforma potrà generare risultati concreti per il Mediterraneo e l’Africa, anche con nuove collaborazioni nel segno di una responsabilità condivisa di fronte alle sfide climatiche e umane”. Con un budget triennale, il CMIL Mediterraneo diventa il nodo regionale del Global Climate Mobility Innovation Lab, il cuore operativo dell’IOM per ideare e testare soluzioni innovative sulla mobilità climatica. Il laboratorio lavora sia con chi è costretto a muoversi sia con chi sceglie o cerca di restare, offrendo supporto ai paesi e ai migranti attraverso interventi progettati per essere lungimiranti, scalabili e fondati su dati scientifici. Oltre al Mediterraneo, già operano due laboratori analoghi in Africa e nell’Asia-Pacifico.

Mediterraneo, un hotspot climatico

Il Mediterraneo è uno degli hotspot climatici più critici e al contempo uno dei principali corridoi migratori mondiali: stress idrico, ondate di calore, degrado costiero e del suolo e aumento degli eventi estremi stanno ridisegnando le condizioni di vita nella regione.

Il CMIL Mediterraneo interviene su questo terreno con un approccio pratico e preventivo, puntando a sviluppare e testare soluzioni innovative per la mobilità climatica. Tra queste ci sono nature-based solution, sistemi di allerta precoce e infrastrutture resilienti. In un’ottica d’inclusione, particolare attenzione è riservata a giovani, donne e persone con disabilità, oltre alla cooperazione con i paesi africani in sinergia con il laboratorio regionale africano (Climate Mobility Innovation Lab – Africa).

Durante l’incontro al MASE, si è discusso anche di governance, priorità operative e possibili sinergie con strumenti come il Fondo italiano per il clima, evidenziando la volontà di integrare politiche climatiche, cooperazione allo sviluppo e finanza sostenibile. Come ha sottolineato il MASE, il CMIL Mediterraneo si inserisce in una strategia più ampia che vede l’Italia puntare a un ruolo di hub internazionale su clima, sviluppo e migrazioni, coerente con il Piano Mattei, il Processo di Roma e il Piano strategico IOM 2024–2028.

 

In copertina: la Porta d’Europa di Mimmo Paladino fotografata da Alberto Lo Bianco, Agenzia IPA