C’erano alghe, carpe, storioni, altri pesci, barche di pescatori e fabbriche per inscatolare il pescato. Sulle coste del Lago d’Aral, situato al confine tra l’Uzbekistan e il Kazakistan, viveva una comunità vivace, fino a quando, nel Novecento, l’URSS deviò i fiumi che lo alimentavano per irrigare le coltivazioni di cotone. Oggi questo lago, un tempo tra i più grandi al mondo, è quasi scomparso. E non si tratta di un caso isolato: anche il Great Salt Lake, negli Stati Uniti, ha subìto un destino simile. A livello globale, più della metà dei grandi laghi ha registrato una riduzione del volume d’acqua dall’inizio degli anni Novanta, minacciando la sicurezza idrica di quasi un quarto della popolazione mondiale.

Questi dati emergono dal nuovo rapporto Global Water Bankruptcy: Living Beyond Our Hydrological Means in the Post-Crisis Era, pubblicato dall’Istituto per l’acqua, l’ambiente e la salute delle Nazioni Unite (UNU-INWEH), secondo cui siamo ormai entrati in un’era che si può definire “bancarotta idrica”. Decenni di prelievi eccessivi, inquinamento e gli effetti del riscaldamento globale hanno compromesso in modo irreversibile molti sistemi idrici. La sfida non è più ripristinare ciò che è perduto ma evitare ulteriori danni che potrebbero diventare irreversibili, perché in alcune regioni tornare indietro non è più possibile.

Cos’è la bancarotta idrica

“Questo rapporto racconta una verità scomoda: molte regioni vivono oltre i propri limiti idrici e molti sistemi idrici critici sono già in bancarotta”, afferma Kaveh Madani, autore principale del rapporto e direttore dell’UNU-INWEH. La bancarotta idrica è una condizione persistente e post-crisi, in cui i prelievi idrici superano stabilmente le risorse rinnovabili e i limiti di sicurezza delle riserve. Questo provoca il degrado del capitale naturale e danni in larga parte irreversibili, che impediscono il ripristino dei livelli storici di disponibilità idrica ed efficienza ecosistemica senza costi sproporzionati, economici, sociali e ambientali. Non conta solo quanta acqua è disponibile, ma anche la sua qualità: se è inquinata o soggetta a intrusione salina, una parte dell’acqua non può essere utilizzata, come se non esistesse.

Secondo gli esperti, la governance delle risorse idriche dovrebbe concentrarsi sulla riduzione della domanda, sulla riallocazione delle risorse e sull'adattamento a una nuova realtà idrologica. In altre parole, non si tratta solo di scarsità, ma di una crisi strutturale globale: termini come “stress idrico” o “crisi idrica”, molto comuni fino a oggi nel discorso sull’acqua, non descrivono più adeguatamente la situazione di molte regioni.

“Sebbene non tutti i bacini e i paesi siano in bancarotta idrica, un numero sufficiente di sistemi critici a livello globale ha ormai superato queste soglie”, spiega Madani. “Sistemi che sono interconnessi attraverso commercio, migrazioni, feedback climatici e dipendenze geopolitiche, al punto che il profilo di rischio globale risulta oggi profondamente trasformato.”

Una crisi strutturale dell’acqua

La bancarotta idrica non si manifesta soltanto nel progressivo prosciugamento dei grandi laghi. A livello globale, in appena cinquant’anni, le zone umide si sono ridotte di un’area pari alla superficie dell’Unione Europea. A ciò si aggiunge la perdita di circa 177 milioni di ettari di paludi e acquitrini, con una compromissione dei servizi ecosistemici stimata in oltre 5 miliardi di dollari.

Parallelamente, l’esaurimento delle falde acquifere continua ad accelerare: circa il 70% dei principali acquiferi mondiali mostra infatti trend di declino a lungo termine. Completano il quadro fiumi che, per parte dell’anno, non riescono più a raggiungere il mare, la progressiva perdita della criosfera e la diffusione di processi di salinizzazione delle acque dolci.

In questo contesto, la bancarotta idrica diventa una questione di giustizia e sicurezza: miliardi di persone vivono già in territori segnati da problemi idrici, mentre i costi del superamento dei limiti e dell’irreversibilità ricadono in modo sproporzionato sui piccoli agricoltori, sulle comunità rurali e indigene, sulle donne, sui giovani e sulle popolazioni che vivono a valle.

"La bancarotta idrica sta diventando un motore di fragilità, sfollamento e conflitto", afferma Tshilidzi Marwala, sottosegretario generale delle Nazioni Unite e rettore dell’UNU, in una nota stampa. "Gestirla in modo equo, garantendo la protezione delle comunità vulnerabili e una condivisione giusta delle perdite inevitabili, è ormai fondamentale per preservare la pace, la stabilità e la coesione sociale."

“Nonostante i suoi avvertimenti, il rapporto non è un messaggio di rassegnazione”, aggiunge Kaveh Madani. “È un appello all’onestà, al realismo e alla trasformazione. Dichiarare la bancarotta non significa arrendersi, ma ripartire. Riconoscendo la realtà della bancarotta idrica, possiamo finalmente compiere le scelte difficili necessarie a proteggere persone, economie ed ecosistemi. Più rimandiamo, più il deficit si acquisce.”

Economia e acqua: strategie per ridurre i rischi

Come sottolinea il rapporto, è necessario orientare gli investimenti verso la tutela e il ripristino del capitale idrico e naturale, rafforzandone la resilienza anziché espandere usi non sostenibili. In questa prospettiva, un ruolo chiave è svolto dalle Nature-based Solutions, come il recupero delle zone umide: hotspot di biodiversità capaci di fornire molteplici servizi ecosistemici, dall’assorbimento del carbonio alla mitigazione delle inondazioni.

Inoltre, ci spiega Madani, “serve una finanza che premi la riduzione del rischio e della domanda idrica, non solo la realizzazione di nuove infrastrutture. Ciò significa ricorrere a finanza agevolata per i paesi più esposti e con minori capacità di risposta, a strumenti di finanza mista per i progetti di resilienza e a meccanismi di finanziamento basati sui risultati, legati a obiettivi misurabili come la diminuzione dei consumi, il recupero delle falde acquifere, la riduzione dell’inquinamento e il ripristino degli ecosistemi. Assicurazioni e strumenti finanziari per le emergenze possono contribuire a gestire gli shock, ma la gestione della bancarotta idrica richiede anche finanziamenti di transizione di lungo periodo, fondamentali per accompagnare agricoltori e comunità nei cambiamenti dei mezzi di sussistenza e dei sistemi produttivi”.

Gli agricoltori sono infatti tra le categorie più esposte alle criticità idriche: le falde acquifere, che si stanno prosciugando più rapidamente di quanto riescano a ricaricarsi, forniscono circa il 40% dell’acqua destinata all’irrigazione globale. Coltivare in condizioni di scarsità o con acque inquinate non fa che aggravare lo stato di bancarotta idrica, rendendo sempre più urgente e strategico investire in agricoltura “water-smart”, capace di ridurre consumi, migliorare la resilienza e preservare le risorse per le generazioni future.

Gli investimenti, inoltre, non devono contribuire ad aggravare la crisi idrica né a compromettere ulteriormente il capitale naturale. Al contrario, è necessario riorientare attività finanziarie dannose, come quelle che incentivano l’eccessiva estrazione di risorse idriche o l’esportazione di prodotti agricoli a elevato consumo d’acqua, verso interventi capaci di migliorare le condizioni idriche complessive. Un cambio di rotta che può generare benefici concreti sia per gli ecosistemi, riducendo le pressioni sugli ambienti naturali, sia per le comunità umane, rafforzando la sicurezza idrica e la resilienza dei territori nel lungo periodo.

E, come ci ricorda l’autore del rapporto, per fare ciò “le istituzioni finanziarie pubbliche, multilaterali e private devono valutare gli investimenti alla luce dei rischi di bancarotta idrica, poiché la crisi dell’acqua si traduce in rischi finanziari concreti: asset bloccati o tossici, catene di approvvigionamento interrotte, aumento dei costi operativi e instabilità politica”.

L'impatto delle filiere globali

In alcune regioni del mondo la produzione agricola, come dimostra il caso emblematico del Lago d’Aral prosciugato dall’irrigazione intensiva del cotone, richiede enormi quantità di acqua per sostenere filiere orientate all’esportazione. Questo intreccia strettamente il tema delle catene di approvvigionamento e del commercio internazionale con quello della bancarotta idrica, poiché gli impatti ambientali che colpiscono le aree di produzione si propagano lungo i mercati globali, incidendo anche sulla sicurezza alimentare di altre regioni.

Il rischio si amplifica quando la produzione si concentra in territori geograficamente limitati e già sottoposti a forte stress idrico. Per ridurre queste pressioni sistemiche, diventano quindi fondamentali strategie di diversificazione, dalla promozione di colture a minore intensità idrica allo spostamento della produzione verso bacini che operano ancora entro i limiti della loro capacità.

“Le politiche possono imporre maggiore trasparenza sui rischi idrici lungo le catene di approvvigionamento, definire standard di acquisto per beni ad alta intensità idrica provenienti da bacini sotto stress e utilizzare incentivi per orientare la produzione verso colture e pratiche più compatibili con la disponibilità d’acqua”, conclude Madani. “Il principio chiave è l’equità: se consumatori e imprese globali traggono beneficio da produzioni a basso costo in regioni colpite da bancarotta idrica, devono contribuire a condividere i costi della transizione, attraverso standard comuni, co-investimenti e strumenti finanziari che riducano la vulnerabilità, anziché limitarsi a estrarre valore.”

 

In copertina: immagine Envato