da Ulaanbaatar (Mongolia) – Dodici giorni di negoziati, 196 Parti, oltre 110.000 presenze tra Blue Zone e Green Zone. E alla fine, a Ulaanbaatar, la COP17 per la lotta alla desertificazione, uno dei tre grandi trattati ambientali nati dal Summit della Terra di Rio del 1992 insieme a quelli su clima e biodiversità, lascia in eredità due cose molto diverse tra loro: da un lato, 1,3 miliardi di dollari e la più grande iniziativa mai lanciata per i pascoli del pianeta, dall’altro il secondo fallimento consecutivo su un accordo globale per la siccità. Tra questi due estremi, un pezzo di negoziato è semplicemente evaporato: quello sui diritti delle comunità colpite dalla desertificazione, sui popoli indigeni, sulle donne, sulla società civile. Non è stato bocciato in plenaria. È stato tolto dal tavolo nei primi giorni di conferenza, e non ci è più tornato del tutto.

Il National Garden Park dove si è svolta questa COP sorge in un punto preciso di Ulaanbaatar, lì dove la città smette di essere una foresta di grattacieli di vetro e comincia a diventare montagna. Basta alzare lo sguardo dall'ingresso della Blue Zone per vedere contemporaneamente le due Mongolie che questa conferenza ha provato − senza riuscirci del tutto − a tenere insieme: le gru che continuano a issare nuove torri ai margini del parco nazionale, e i crinali verdi dove un terzo della popolazione del paese vive ancora di pastorizia, su un territorio degradato per il 77% della sua superficie. Non è un caso che la Mongolia abbia scelto proprio questo perimetro per ospitare la conferenza. Qui la tensione tra sviluppo urbano, tutela del territorio e pastorizia è visibile a pochi metri di distanza. Per dodici giorni, è diventata anche la cornice del negoziato.

Una COP tra pascoli e siccità

La COP17, tenutasi dal 17 al 28 agosto sotto il titolo Restoring Land. Restoring Hope, era stata annunciata dalla presidenza mongola come la COP dell'implementazione: non più promesse, ma cantieri aperti. Sul tavolo c'erano tre obiettivi dichiarati: costruire finalmente resilienza alla siccità, chiudere il gap di finanziamento che separa i bisogni reali dalle risorse oggi mobilitate, e portare i pascoli al centro dell'agenda globale.

Sulla siccità, la COP ha confermato tutto ciò che si temeva arrivando qui. Il dossier era bloccato dalla COP16 di Riyadh, e a Ulaanbaatar sono arrivate sul tavolo tre opzioni di testo: la più ambiziosa, sostenuta dall'Africa Group, prevedeva uno strumento internazionale vero e proprio; quella minimale, voluta dagli Stati Uniti, riduceva tutto ad azione volontaria nazionale; nel mezzo, una proposta ponte del Cile bocciata dagli africani come lavoro già fatto in passato.

Il testo è arrivato solo nel penultimo giorno di COP, dopo una notte di negoziati proseguiti fino alle quattro del mattino, e non contiene nessuno strumento nuovo: solo l'impegno a continuare a parlarne alla COP18, in Egitto nel 2028. "Non è quello che ci aspettavamo, ma garantisce che le discussioni rimangano aperte", ha commentato un delegato subito dopo l'annuncio, mentre altri, dopo giorni passati a girare in tondo sulle stesse questioni, non nascondevano l'esasperazione: "Ne parliamo da anni... voglio dire: da giorni". Fuori dalle stanze ufficiali, il giudizio più tagliente è arrivato dal WWF. Christine Colvin, responsabile delle politiche sull'acqua dolce dell'organizzazione, l'ha chiusa così: "È profondamente deludente che l'ambizione sulla siccità sia evaporata".

Sulla finanza, qualcosa si è davvero mosso: sono stati messi sul tavolo 1,3 miliardi di dollari, il primo passo concreto verso quel gap che separa i bisogni reali dalle risorse oggi mobilitate. Gran parte di quella cifra, però, è confluita in un solo canale: i pascoli. La Rangelands Flagship Initiative è la più grande mobilitazione mai realizzata dalla Convenzione su questo fronte, e in conferenza stampa la segretaria esecutiva dell'UNCCD Yasmine Fouad l'ha raccontata come il cuore politico di questa COP: "Quando dico che questa è una COP dell'attuazione, mi riferisco proprio a questo: abbiamo ascoltato, e i pascoli sono stati messi al centro insieme alla finanza".

E poi c'è il quarto fronte, quello che non compariva nei comunicati ufficiali ma che ha attraversato ogni giorno di negoziato: l'inclusione reale delle comunità che la desertificazione la vivono sulla pelle. Qui il bilancio non è deludente. È un arretramento.

Chi è rimasto fuori

Fin dal primo giorno, Stati Uniti e Russia hanno contestato l’inclusione in agenda di quattro temi: il futuro quadro strategico post 2030, i riferimenti al genere, la partecipazione della società civile e dei popoli indigeni, le sinergie con le altre due Convenzioni di Rio su clima e biodiversità. Nel linguaggio della diplomazia questi punti sono stati “sospesi in attesa di consultazioni”. Nella pratica, per gran parte della conferenza, sono rimasti fuori dalla stanza. Una dichiarazione congiunta di società civile, popoli indigeni, comunità locali, pastori, donne e giovani ha reagito subito: rinviare non significa cancellare, ma nemmeno equivale a includere.

Alla fine i quattro Caucus tematici (popoli indigeni, comunità locali, genere, giovani) si sono riuniti per la prima volta nella storia della Convenzione e hanno potuto consegnare le proprie dichiarazioni formali alla presidenza. Ma i rappresentanti dei pastori e delle organizzazioni della società civile presenti a Ulaanbaatar raccontano una sensazione diversa: quella partecipazione restava più simbolica che sostanziale nei testi che contano davvero, quelli decisionali.

A dare una lettura più larga di quanto accaduto è Patrice Burger, di CARI, una delle organizzazioni storiche della società civile dentro la Convenzione. “Non ho mai visto una COP così, è inedito”, dice, ma aggiunge di non essere sorpreso. Il 7 gennaio scorso gli Stati Uniti si sono ritirati da 66 organizzazioni internazionali, tagliandone i finanziamenti: un modo per dire, spiega Burger, che quei consessi non servono più agli interessi di Washington. Eppure gli Stati Uniti partecipano e ratificano questa Convenzione da trent’anni, e i principi oggi contestati (genere, società civile, sinergie tra le Convenzioni) li avevano approvati anche loro.

Per Burger è, letteralmente, “una forma di ricatto”: un paese che per decenni si comporta come se fosse dentro il sistema e poi smette di pagare le proprie quote e dice no a tutto. Nei gruppi di contatto, secondo la società civile, questa dinamica si è tradotta in giorni di negoziati a intermittenza: ogni volta che un paragrafo su genere, popoli indigeni o sinergie tornava sul tavolo, un’obiezione di Washington o di Mosca poteva rimetterlo in discussione. La delegazione statunitense ha lasciato Ulaanbaatar un giorno prima della chiusura, avvertendo che nulla sarebbe stato più negoziabile oltre una certa ora. Per Burger, non è un episodio isolato, ma un segnale della difficoltà di tenere in piedi una Convenzione fondata sull’adesione e sui contributi volontari quando una Parte importante cambia posizione.

Il problema, infatti, non è solo politico. La UNCCD non prevede meccanismi per gestire una Parte che smetta di rispettare i princìpi sottoscritti, tanto meno per escluderla. Ed è qui che Burger vede il rischio per il futuro: che il sistema finisca per adattarsi alle condizioni poste da chi ha più peso e decide di metterlo in discussione. È anche per questo che insiste sull’articolo 3 della Convenzione, che stabilisce che le decisioni vadano prese in partecipazione con la società civile, le autorità locali, i giovani e le donne. Non è un dettaglio procedurale, ma il principio più visionario del trattato. Ed è proprio quel principio che Ulaanbaatar ha messo alla prova.

Le partite ancora aperte

Il testo sulla siccità approvato a Ulaanbaatar rimanda il dossier alla COP18, in Egitto nel 2028. Nel frattempo, il Drought Resilience Investment Facility dovrà dimostrare di riuscire a mobilitare capitali privati per progetti concreti, mentre il fondo comune per i paesi vulnerabili avviato a Riyadh dovrà passare dagli impegni alle risorse effettivamente disponibili. Anche il lavoro sulle sinergie tra clima, biodiversità e desertificazione dovrà trovare una forma più definita in vista della COP31 sul clima di Antalya, a novembre.

Resta però una questione che va oltre questa COP. Se il sistema non troverà un modo per gestire chi, dopo aver aderito e contribuito alla Convenzione, decide di non riconoscerne più alcune regole, il rischio è che lo stesso meccanismo possa ripetersi con altri paesi e in altri negoziati.

È il precedente che Ulaanbaatar lascia alla COP18: non solo il dossier sulla siccità ancora aperto, ma la necessità di capire come evitare che una Convenzione fondata sulla cooperazione finisca, ogni volta, per essere condizionata da chi decide di metterne in discussione le regole.

 

In copertina: foto di Marta Abbà