Ogni anno le società benefit investono tempo e risorse nella stesura della relazione di impatto. Si tratta di un documento formale che rendiconta attività, obiettivi e valore generato per persone, società e ambiente. Il problema è che, spesso, resta confinato a una platea ristretta di addetti ai lavori. Lo studio di design e consulenza WRÅD, dal 2025 parte della holding Inside Out (IO), ha provato a ribaltare questa dinamica, trasformando la propria relazione di impatto 2025 in qualcosa che non fosse soltanto da consultare, ma anche da leggere, giocare e condividere.
La soluzione, racconta in questa intervista a Materia Rinnovabile il fondatore di WRÅD Matteo Ward, è stata ispirarsi a uno strumento “estremamente nazional-popolare durante l’estate”, la Settimana enigmistica, e vedere “se la gente se lo sarebbe portato sotto l’ombrellone”.
Il progetto si chiama Enigmi per il mondo reale. La pubblicazione è stata presentata e distribuita al pubblico il 15 luglio all’Edicola Erno di Roma, e i numeri raccontano il risultato: “Da una cosa che leggevano solo tre persone in azienda siamo passati a 232 copie prese in edicola da quando sono state distribuite, oltre a 215 download, con un tasso di conversione delle visite sul sito in download dell’80%. Anche LinkedIn ha restituito numeri superiori alla media: +110% di impression, +105% di reaction, +150% di commenti e +100% di repost”.
Da quale esigenza è nata l’idea di abbandonare lo “standard” e raccontare una relazione di impatto attraverso cruciverba, rebus, quiz e rompicapo?
Come società benefit siamo obbligati a rendicontare. E devo dire che io, in primis, sbagliando, sono stato un po’ come quel calzolaio con le scarpe rotte: me la prendevo quasi con noia, come una sorta di tassa operativa che, in fondo, occupava spazio e tempo e assorbiva anche risorse. Però non avevo mai riflettuto sul fatto che questo utilizzo di denaro e di tempo potesse in realtà essere trasformato da costo in una sorta di capability, di investimento capace di restituire un ritorno, al di là dell’evitare delle multe nel caso ci fossero dei controlli.
Eppure, ci sono brand bravissimi che realizzano relazioni d’impatto veramente bene, sia dal punto di vista contenutistico sia da quello formale.
Sì, ma ci siamo chiesti: tutto questo, poi, chi lo legge effettivamente? Finirà di sicuro nei consigli di amministrazione, andrà al commercialista che deposita il bilancio, finirà sui siti web corporate delle società. Ma tutto questo investimento di tempo − figurati per noi che siamo piccol, ma per un’azienda più grande moltiplichiamolo per dieci o per venti − potremmo trasformarlo invece in qualcosa che qualcuno vorrebbe addirittura leggere? E da lì abbiamo stravolto un po’ la cosa. Anche perché, di fronte alla contrazione dei budget di sostenibilità delle squadre, ci siamo resi conto che più si riusciva a ottimizzare ogni cento euro che veniva speso in questa direzione, più saremmo riusciti a fare il nostro lavoro e a restituire veramente valore ai nostri clienti. Anche se ci siamo messi a ragionarci verso aprile, ed era veramente tardi per poterlo proporre, ci siamo detti: “Facciamolo internamente, su di noi. Usiamo la nostra relazione d’impatto come prototipo di cosa si può fare e divertiamoci nel farlo”.
Una nota che penso vada sottolineata: non sostituisce la relazione d’impatto, ma è, appunto, uno strumento che la affianca.
Certo, non sostituisce la vera relazione d’impatto. È semplicemente andare a capitalizzare su un grosso investimento che i brand fanno per costruire, con un minimo di spesa creativa aggiuntiva, la versione user friendly. Ma non solo per il pubblico esterno, anche per la popolazione interna aziendale. Spesso e volentieri, si tratta di tematiche molto operative, basate su metriche. E allora, se invece vai a toccare la parte emotiva, e rendi qualcosa di più discorsivo e leggibile, addirittura puoi aumentare l’engagement.
Da dove partire quindi per scegliere i dati, i progetti, gli obiettivi, insomma, da trasformare in quiz ed enigmi, senza rischiare di semplificare troppo i temi complessi, come sostenibilità e responsabilità d’impresa?
Il nostro lavoro è sempre stato volto a una semplificazione – che non significa banalizzazione − della complessità di queste tematiche, per riuscire a renderle digeribili e, di conseguenza, parte del linguaggio comune di quante più persone possibili. Perché alla fine non stiamo parlando di un’industria che è distaccata, disconnessa dalla società. Stiamo parlando, nel campo della moda come in tantissimi altri, di prodotti, oggetti e servizi che letteralmente entrano a contatto con la nostra pelle, con la nostra psiche, ogni giorno. Per cui, se la domanda è “come si scelgono i dati”, quali aspetti della relazione d’impatto possono essere trasformati, nel nostro caso, in un gioco, dipende dalla situazione. Dipende dall’identità del brand, da quello che il brand vuole comunicare in quel momento, dipende da quello che fa parte della brand equity intangibile dell’azienda.
Volendo fare degli esempi?
Con un’azienda media si può trasformare la relazione d’impatto in una sorta di prodotto mediatico interno, come per esempio un video podcast; per un’azienda che si occupa di stile e progettazione, come un’azienda di moda, abbiamo invece trasformato un programma di sostenibilità in un mood board visivo che partiva da delle immagini che fanno parte del bagaglio culturale della popolazione aziendale e poi riconduceva queste immagini a dei princìpi di circolarità o dei princìpi EPR, che aiutavano quindi veramente a oliare la trasmissione di queste informazioni.
In copertina: Matteo Ward
