Il petrolio torna al centro dei mercati finanziari globali. Dopo aver sfiorato i 120 dollari al barile nelle settimane scorse, le quotazioni hanno iniziato a stabilizzarsi ma restano su livelli elevati, mentre la tensione geopolitica in Medio Oriente continua a pesare sulle prospettive dell’economia globale. Nella seduta di oggi, 11 marzo, i contratti sul WTI si sono attestati attorno agli 83 dollari al barile, mentre il Brent ha oscillato intorno agli 87 dollari, con il gas europeo sotto i 50 euro al megawattora. Una frenata dei prezzi che arriva mentre resta alta la tensione nello Stretto di Hormuz e i mercati valutano le possibili contromisure delle istituzioni internazionali.

Secondo indiscrezioni riportate dal Wall Street Journal, l’Agenzia internazionale dell’energia (IEA) sarebbe pronta a proporre un rilascio record di riserve strategiche per contrastare il rialzo del petrolio legato al conflitto con l’Iran. L’intervento potrebbe superare i 182 milioni di barili messi sul mercato nel 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina. La possibile mossa evidenzia quanto il petrolio continui a essere uno degli asset più sensibili per l’economia globale. Ogni variazione delle quotazioni del greggio si riflette infatti rapidamente su inflazione, politiche monetarie e andamento delle Borse.

Il nodo geopolitico, Hormuz e il rischio energetico

Alla base delle recenti oscillazioni dei prezzi resta soprattutto il rischio geopolitico legato allo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi più critici per il commercio energetico mondiale. Attraverso questo corridoio marittimo transita circa il 20% del petrolio globale, diretto in gran parte verso le economie asiatiche. L’episodio più recente riguarda una nave cargo colpita nella zona, che ha provocato un incendio e costretto l’equipaggio a evacuare. Eventi di questo tipo hanno un impatto immediato sui mercati energetici perché aumentano il cosiddetto premio di rischio geopolitico, cioè il sovrapprezzo incorporato nelle quotazioni per compensare il rischio di interruzioni nelle forniture.

Nei giorni scorsi i ministri dell’Energia del G7 si sono riuniti in videoconferenza proprio per valutare gli effetti della crisi sui mercati energetici e sull’approvvigionamento globale. Per il momento la linea scelta è quella della prudenza. I paesi del G7 hanno chiesto all’Agenzia internazionale dell’energia di elaborare scenari sull’andamento delle scorte e sugli effetti di un eventuale intervento coordinato, ma senza procedere subito al rilascio delle riserve.

Secondo i dati della IEA, i paesi membri dispongono complessivamente di circa 1,2 miliardi di barili di riserve strategiche, a cui si aggiungono circa 600 milioni di barili detenuti dal settore privato. Un margine che consente alle economie occidentali di monitorare la situazione senza interventi immediati sul mercato. Anche l’Italia segue con attenzione l’evoluzione della crisi. Il ministro dell’ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha sottolineato la necessità di mantenere un approccio prudente: “In questo momento non siamo di fronte a un’emergenza nelle forniture, ma è importante monitorare attentamente l’evoluzione della situazione e mantenere il coordinamento con i partner internazionali”.

Il legame strutturale tra petrolio e inflazione

Il motivo per cui il petrolio ha un impatto così forte sui mercati è legato al suo ruolo nell’economia reale. Gli economisti parlano di shock energetico esogeno, cioè un aumento dei prezzi provocato da fattori esterni all’economia, come conflitti geopolitici o interruzioni nelle forniture.

Quando il prezzo del petrolio aumenta, i costi si trasmettono rapidamente lungo tutta la catena produttiva. Trasporti, logistica, industria e servizi dipendono infatti dall’energia e, quando il prezzo del greggio cresce, le imprese finiscono per trasferire parte di questo aumento sui prezzi finali.

I dati mostrano quanto questo legame sia forte. Durante la crisi energetica del 2022 l’energia ha rappresentato circa il 50% dell’inflazione complessiva nell’Eurozona, con momenti in cui il contributo dei prezzi energetici ha superato i quattro punti percentuali dell’indice generale dei prezzi. Anche aumenti più contenuti possono avere effetti significativi. Diverse analisi macroeconomiche indicano che un aumento del 10% del prezzo del petrolio può far salire l’inflazione europea di circa 0,2-0,3 punti percentuali.

Secondo Janek Steitz, direttore del Climate and Energy Team dell’istituto di politica economica Dezernat Zukunft, uno shock energetico prolungato potrebbe avere effetti ancora più marcati: “Lo shock inflazionistico può arrivare fino a tre punti percentuali nello scenario più estremo, in cui l’impatto sui prezzi è massimo dopo circa sei mesi e poi tende gradualmente a ridursi”.

Il rischio stagflazione

Uno dei timori principali per gli investitori è che il rialzo del petrolio possa riaprire uno scenario di stagflazione, cioè una fase in cui la crescita economica rallenta mentre l’inflazione resta elevata. È uno scenario che i mercati hanno già sperimentato durante la crisi energetica del 2022 e che oggi torna al centro delle analisi degli economisti.

L’aumento dei prezzi dell’energia tende infatti a ridurre il potere d’acquisto delle famiglie e ad aumentare i costi di produzione per le imprese, con effetti negativi sia sui consumi sia sugli investimenti. In queste condizioni le banche centrali si trovano di fronte a un dilemma: contrastare l’inflazione con politiche monetarie più restrittive rischia di aggravare il rallentamento economico, mentre mantenere condizioni finanziarie accomodanti potrebbe alimentare ulteriormente le pressioni sui prezzi.

L’effetto sui mercati finanziari

Gli shock petroliferi si riflettono rapidamente anche sui mercati azionari e obbligazionari. Quando aumenta l’incertezza geopolitica e il prezzo dell’energia sale, gli investitori rivedono le proprie aspettative su crescita economica, inflazione e politiche monetarie. Secondo Richard Flax, Chief Investment Officer di Moneyfarm, nelle prime fasi della crisi la reazione dei mercati è stata relativamente contenuta: “Le materie prime hanno registrato performance positive, sostenute soprattutto dal rincaro dei prezzi del petrolio, mentre i listini azionari hanno mostrato una certa debolezza”.

La volatilità è stata particolarmente evidente nei mercati europei. In una delle sedute più recenti gli indici hanno registrato forti oscillazioni, con Madrid in rialzo di circa il 2,9%, Milano del 2,6% e Francoforte oltre il 2%, in una fase di rimbalzo dopo i timori legati al rally del petrolio e del gas. Secondo Michael Klein, professore di economia internazionale alla Fletcher School della Tufts University ed ex capo economista del tesoro statunitense, queste dinamiche possono avere effetti molto più ampi sull’economia: “Quando si mettono insieme questi fattori – mercati azionari in calo, persone che si sentono meno ricche, maggiore incertezza – famiglie e imprese tendono a spendere meno. Le preoccupazioni sulle aspettative di inflazione possono inoltre rendere più costoso investire”.

In queste fasi di maggiore incertezza il comportamento degli investitori tende a cambiare rapidamente. L’aumento della volatilità porta molti operatori a ridurre l’esposizione agli asset più rischiosi e a spostarsi verso strumenti considerati più sicuri. Questo fenomeno è noto nei mercati come flight to quality, cioè una fuga verso asset percepiti come più stabili, tra cui soprattutto i titoli di stato delle economie avanzate.

Il petrolio come moltiplicatore del rischio finanziario

Per i mercati finanziari il petrolio non è soltanto una variabile dell’inflazione. Un aumento rapido del prezzo del greggio tende a peggiorare contemporaneamente più fattori chiave per le valutazioni: aumenta i costi operativi delle imprese, riduce il reddito disponibile delle famiglie, alimenta l’incertezza sulle politiche monetarie e accresce il premio al rischio richiesto dagli investitori. Per questo motivo il petrolio viene spesso considerato un vero moltiplicatore del rischio macrofinanziario.

Quando il prezzo dell’energia sale rapidamente, il mercato tende a rivedere al ribasso le aspettative sugli utili futuri delle imprese, soprattutto nei settori più esposti ai costi energetici come trasporti, industria e consumi ciclici. Anche quando si verificano rimbalzi tecnici, la direzione dei mercati resta legata alla stessa domanda: il petrolio resterà abbastanza alto da cambiare il quadro macroeconomico?

La resilienza energetica

Non tutte le economie sono esposte allo stesso modo agli shock energetici. La vulnerabilità di un paese dipende in larga parte dalla struttura del suo sistema energetico e dal livello di dipendenza dai combustibili fossili. Secondo Anupama Sen, responsabile delle politiche energetiche alla Oxford Smith School of Enterprise and the Environment, paesi “con quote elevate di capacità di accumulo naturale, come l’idroelettrico a pompaggio, e con una forte presenza di rinnovabili possono affrontare più facilmente gli shock sui prezzi”.

Gli shock petroliferi ricordano una lezione che l’economia globale ha imparato più volte negli ultimi decenni: la dipendenza dai combustibili fossili rappresenta anche un rischio geopolitico ed economico. “Preferirei dipendere dalla Cina per l’importazione di pannelli solari e batterie piuttosto che dal Golfo per petrolio e gas. Perché un pannello solare o una turbina eolica li compri una volta ogni venticinque anni. Non devi comprarli ogni giorno”, dice Gerard Reid, esperto di finanza energetica e co-host del podcast Redefining Energy. Secondo Reid, la soluzione passa dalla transizione energetica: “Passare da una dipendenza all’altra non è la soluzione. L’unico modo per uscirne è ridurre questa dipendenza elettrificando il più possibile l’economia”.

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In copertina: Il tasso di cambio USD/KRW e i prezzi degli indici azionari KOSPI e KOSDAQ sono visualizzati sullo schermo mentre gli operatori lavorano nella sala di contrattazione della Hana Bank a Seul, in Corea del Sud, lunedì 9 marzo 2026. Le contrattazioni sono state sospese per 20 minuti sul mercato sudcoreano per la seconda volta questo mese, poiché le ostilità tra Stati Uniti, Israele e Iran hanno interrotto l'approvvigionamento globale di petrolio. I prezzi del petrolio salgono del 25%, le azioni crollano in Corea del Sud mentre continua la guerra in Iran. Foto di Jintak Han/ZUMA Press Wire/Shutterstock (16736977e), Agenzia IPA