A pochi giorni dalla terza relazione annuale sullo stato di attuazione del Piano Mattei, che il governo deve trasmettere al Parlamento entro il 30 giugno, la discussione su cosa sia diventato in due anni il principale strumento della politica africana italiana si è spostata in una sala della Camera. Nel Refettorio di San Macuto, il 24 giugno, ECCO, il think tank italiano per il clima, ha riunito diplomatici, analisti e parlamentari intorno a una tesi precisa: la transizione energetica non è un capitolo del Piano, deve esserne il centro.

“La transizione energetica deve costituire il nucleo strategico del Piano Mattei”, ha dichiarato Lorena Stella Martini, analista senior di politica estera di ECCO. È attraverso le rinnovabili, sostiene, che diventa possibile costruire forme di cooperazione paritarie, fondate sulla resilienza e su una prospettiva di lungo periodo, capaci di superare i modelli estrattivi del passato basati sui combustibili fossili.

Il dato che ECCO porta a sostegno è una sproporzione: il continente africano ospita circa il 60% delle migliori risorse solari del pianeta ma riceve appena il 2% degli investimenti globali in energie rinnovabili. In quel divario, secondo il think tank, si gioca anche il posizionamento dell’Italia. Martini lo definisce un’occasione per “farsi portavoce di politiche trasformative”, non solo nei rapporti bilaterali con l’Africa ma nei forum multilaterali in cui Roma siede, dal G7 al G20 alle COP.

I dati IRENA espressi nel Renewable Capacity Statistics 2026, diffuso ad aprile, restituiscono la doppia faccia di quel divario: secondo le statistiche dell’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili, nel 2025 il mondo ha aggiunto 692 GW di nuova capacità rinnovabile, un record, e l’Africa ha registrato la sua crescita più alta di sempre, 11,3 GW in più, pari a un aumento del 15,9%, trainata da Etiopia, Sudafrica ed Egitto. Resta una porzione marginale dell’espansione globale, ma misura il potenziale che il capitolo energetico del Piano può intercettare o lasciare inutilizzato.

Che cos’è il Piano Mattei, due anni dopo

Il Piano nasce al vertice Italia-Africa del gennaio 2024 e prende forma con la legge 2/2024. Il nome rimanda a Enrico Mattei e all’idea, rivendicata dal governo Meloni, di una cooperazione “da pari a pari” e “non predatoria”. Si articola su sei direttrici: istruzione e formazione, agricoltura, salute, acqua, energia, infrastrutture fisiche e digitali. La dotazione iniziale è di 5,5 miliardi di euro, di cui 3 dal Fondo italiano per il clima, che destina al Piano circa il 70% delle proprie risorse, e 2,5 dai canali della cooperazione allo sviluppo. La regia è in capo a una Cabina presieduta dalla presidente del Consiglio, affiancata da una Struttura di missione diplomatica.

La geografia si è allargata in fretta. Si parte da nove paesi pilota: Algeria, Egitto, Tunisia, Marocco nel quadrante nordafricano, e Costa d’Avorio, Etiopia, Kenya, Mozambico, Repubblica del Congo a sud del Sahara. A gennaio 2025 se ne aggiungono cinque (Angola, Ghana, Mauritania, Senegal, Tanzania), portando il totale a quattordici. Il 4 marzo 2026 l’ingresso di Ruanda, Gabon, Zambia e Repubblica Democratica del Congo porta a diciotto i paesi coinvolti.

Sullo stato di avanzamento, la seconda relazione, trasmessa alle Camere il 9 luglio 2025 e aggiornata al 30 giugno, ha consolidato l’impianto finanziario senza dissipare le ambiguità segnalate dagli osservatori. Accanto agli strumenti interni (il Plafond Africa da 500 milioni di Cassa depositi e prestiti, la Misura Africa da 200 milioni di SIMEST, garanzie SACE per 2 miliardi) e al fondo multilaterale presso la Banca africana di sviluppo, l’analisi dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica ha rilevato che molte iniziative restano descritte come “avviate” o “interlocutorie”, spesso senza ripartizione chiara tra risorse pubbliche e private. La voce ricorrente, sollevata già in audizione da ActionAid, riguarda l’assenza di un sistema di monitoraggio indipendente e i criteri opachi di selezione dei progetti.

È sul terreno energetico che il Piano mostra la distanza tra la cornice e i contenuti. L’energia è una delle sei direttrici, ma i progetti concreti raccontano una direzione che ECCO considera incoerente con la tesi della transizione al centro. Sotto l’egida del Piano rientra l’interconnessione elettrica ELMED tra Sicilia e Tunisia, un elettrodotto di 220 chilometri di cui 200 in cavo sottomarino. Accanto c’è il SoutH2Corridor, l’infrastruttura che dovrebbe trasportare idrogeno dal Nord Africa all’Europa centrale attraverso l’Italia, e che nei primi anni veicolerà quasi esclusivamente gas naturale, dato che impianti di produzione di idrogeno rinnovabile in quei paesi non esistono ancora. Le pipeline sono H2-ready, ma trasporteranno fossile a lungo. Completano il quadro il progetto di idrogeno verde in Tunisia con ENEL, ENI E ACEA, i biocarburanti in Kenya interamente in capo a Eni, il protocollo del MASE con Nairobi su geotermia e biocarburanti, e il centro di formazione sulle rinnovabili in Marocco con RES4Africa ed Enel.

Sopra ogni cosa, l’ambizione dichiarata dalla stessa Meloni: fare dell’Italia “la porta europea per il gas e l’idrogeno mediterraneo”. È il punto su cui le organizzazioni ambientaliste e la campagna Don’t Gas Africa hanno costruito la critica più dura, l’accusa di trasformare l’Africa in un condotto energetico per il fabbisogno europeo. La sproporzione richiamata da ECCO assume qui un significato operativo: il Piano dispone di una leva sulle migliori risorse solari del mondo, ma le mette in secondo piano rispetto alle infrastrutture di trasporto del gas.

La frontiera dei minerali critici

Al convegno il dibattito si è spostato su un fronte che il Piano finora ha lasciato in ombra, e che ridefinisce la stessa nozione di sicurezza dell’approvvigionamento. Francesco Maria Talò, inviato speciale per il corridoio India-Medio Oriente-Europa, lo ha posto senza giri di parole: senza minerali critici non si fa nessuna transizione di nessun tipo. E il condizionamento, ha aggiunto, è più stringente di quello sperimentato sul gas con la Russia o il Golfo: la Cina controlla oltre la metà delle capacità estrattive e arriva al 90% circa nella raffinazione. La transizione, in altre parole, non elimina la dipendenza energetica, la sposta. Dalle molecole fossili ai metalli, dai fornitori di idrocarburi a un quasi-monopolio della lavorazione. L’Africa, dove molte di queste materie sono abbondanti, diventa allora terreno di una competizione che il Piano Mattei non ha ancora attrezzato.

Talò ha provato a rovesciare il rischio in opportunità, riprendendo la categoria che attraversa tutto il convegno: l’interdipendenza come fattore di pace, lo stesso meccanismo che ha tenuto insieme l’Europa dopo le sue guerre. L’obiettivo, nella sua formula, è essere più indipendenti in un contesto di interdipendenza. L’ambasciatore Giuseppe Mistretta, già direttore per l’Africa subsahariana alla Farnesina, ha incrinato quell’ottimismo. Come ogni ricchezza, ha osservato, l’energia in Africa può diventare motivo di conflitto, tra stati africani e non. Il suo esempio è la Grand Ethiopian Renaissance Dam, la grande diga etiope sul Nilo costata oltre dieci miliardi, fonte di tensione con l’Egitto per le acque del fiume e pensata più come leva geopolitica verso Kenya, Tanzania e Uganda che a beneficio dei villaggi etiopi. Secondo gli analisti, ha avvertito, potrebbe innescare un conflitto regionale.

Il contesto in cui tutto questo si muove è di risorse in contrazione. Giovanni Carbone, responsabile del programma Africa di ISPI, ha ricordato che nel 2025 gli aiuti complessivi dei paesi donatori occidentali sono scesi da 212 a 163 miliardi di dollari, un crollo del 23% senza precedenti, arrivato alle cronache come taglio statunitense, ma esteso a molti altri. In questo quadro l’Italia è in controtendenza, unico paese del G7 a non aver tagliato la cooperazione nel 2025, sopra la media OCSE per quota di aiuti sull’economia per la prima volta dal 1993. Carbone legge il Piano Mattei come una “terza via” che prova a bilanciare cooperazione e investimenti senza rotture nette.

Il nodo della coerenza

La prova di coerenza arrivava, nelle stesse ore, da Tunisi. Mentre alla Camera si discuteva di cooperazione paritaria, il ministro degli esteri Antonio Tajani apriva il Forum economico Italia-Tunisia, con l’intesa Duferco-Pireco sulle rinnovabili tra gli accordi attesi. Lo stesso giorno Amnesty International ricordava che il presidente tunisino Kais Saied è considerato da Roma un partner strategico mentre prosegue, da cinque anni, la stretta su oppositori, avvocati, giudici e giornalisti.

La retorica del partenariato tra pari incontra qui la geografia reale degli interlocutori scelti. Resta la relazione attesa entro il 30 giugno. Dirà se il capitolo energetico del Piano si sposta verso le filiere rinnovabili e il valore aggiunto locale, come chiede ECCO, o se conferma l’impianto costruito intorno al gas e alle infrastrutture di export, ora con l’incognita aggiuntiva dei minerali critici. È su quella scelta, più che sulle dichiarazioni d’intenti, che si misurerà la natura del Piano Mattei.

 

In copertina: Giorgia Meloni fotografata da Barbara Amendola, Agenzia IPA