Primo traguardo: no show. L’Italia non ha rispettato la prima scadenza prevista dalla nuova Energy performance of buildings directive (EPBD IV, anche conosciuta come Direttiva Case Green). Il 31 dicembre era la data fissata per l’invio a Bruxelles delle bozze dei Piani nazionali di ristrutturazione degli edifici, documenti richiesti a tutti gli stati membri per spiegare come ciascun paese intende raggiungere gli obiettivi fissati di efficienza energetica e miglioramento della qualità del patrimonio costruito esistente. Il piano non è stato inviato dal nostro esecutivo.
Il passaggio mancato segna un avvio in salita. L’adempimento non era meramente formale. Con la nuova direttiva, l’Unione Europea chiede infatti agli stati membri di passare dagli obiettivi generali alla programmazione concreta. I Piani nazionali di ristrutturazione – che sostituiscono le precedenti strategie di lungo periodo – devono descrivere lo stato del patrimonio edilizio, individuare gli edifici meno performanti, fissare le priorità di intervento e indicare con quali strumenti finanziari, fiscali e regolatori si intende procedere. La direttiva fissa traguardi chiari: una riduzione dei consumi del 16% entro il 2030 e del 20-22% entro il 2035 rispetto ai livelli del 2020, con l’obiettivo di arrivare a un parco edilizio decarbonizzato entro il 2050.
Se il traguardo è tracciato, spetta però ai governi nazionali decidere come arrivarci. Come ha spiegato Ciaran Cuffe, politico irlandese ed ex eurodeputato del gruppo Verdi/Alleanza Libera Europea nonché relatore della EPBD IV, intervenendo a un convegno organizzato a Torino a novembre in occasione della fiera Restructura, “il provvedimento è pensato per consentire a paesi come l’Italia di usarlo non solo per migliorare l’efficienza energetica degli edifici, ma anche per integrare altri obiettivi strutturali, dalla sicurezza sismica all’accessibilità e alla prevenzione incendi. Pur all’interno di un quadro comune, agli stati membri spetta definire percorsi diversi in base alle proprie specificità. L’Europa fissa i traguardi, non le modalità”.
Nel caso italiano, il punto di partenza non è nemmeno particolarmente sfavorevole, dal momento che è stato chiarito come nei target rientrino anche i risparmi energetici prodotti dal Superbonus. Proprio per questo, però, il vuoto di programmazione pesa di più e discende anche da un dato politico. L’Italia, in sede di voto del 12 aprile 2024 al Consiglio dell’Unione Europea, si è espressa contro l’approvazione della direttiva insieme all’Ungheria. La direttiva è stata comunque adottata a maggioranza ed è oggi pienamente vincolante per tutti gli stati membri.
Lo stato dell’arte
Se il nostro paese è inadempiente, va comunque detto che non è isolato. A rispettare la scadenza sono stati finora otto stati: Belgio, Bulgaria, Croazia, Finlandia, Lituania, Romania, Slovenia e Spagna. Otto su 27, a conferma di come l’avvio operativo della EPBD IV proceda a velocità molto diverse all’interno dell’Unione Europea. Tra i paesi al passo con i tempi, spicca per dimensioni e comparabilità il caso della Spagna. Il Piano presentato da Madrid è integrato con il Piano energia-clima e con la strategia di lungo periodo sugli edifici a zero emissioni. Gli obiettivi superano i minimi europei, con una riduzione dei consumi stimata intorno al 25% al 2030, e il quadro finanziario è esplicitato: circa 40 miliardi di euro di investimenti nel decennio, tra risorse pubbliche e private. Il Piano individua chiaramente gli edifici prioritari, prevede sportelli unici per accompagnare famiglie e condomìni, introduce strumenti come i passaporti di ristrutturazione e lega la riqualificazione energetica a politiche industriali e occupazionali.
Anche il Belgio ha inviato una bozza che mappa il patrimonio edilizio e chiarisce il mix di incentivi e obblighi, pur in un contesto istituzionale più frammentato. All’appello mancano però altri grandi paesi, come Francia e Germania. Il loro ritardo pesa politicamente, ma nel caso italiano colpisce soprattutto l’assenza di un dibattito strutturato e di una visione chiara su cosa fare una volta archiviata la stagione degli incentivi straordinari.
Che questo scenario fosse in larga parte prevedibile emergeva già prima della scadenza di dicembre. Una guida all’implementazione della EPBD pubblicata alcuni mesi fa da Efficient Buildings Europe segnalava come il passaggio alle nuove regole richiedesse un cambio di passo: non più politiche episodiche o incentivi intermittenti, ma una pianificazione industriale della ristrutturazione edilizia.
Il report metteva in guardia dal rischio che molti stati arrivassero impreparati al primo appuntamento proprio perché ancorati a strumenti “stop-and-go”, come detrazioni fiscali di breve periodo, incapaci di dare continuità al mercato. L’analisi richiamava anche le best practice già presenti in Europa, basate su quadri normativi stabili, programmi pluriennali di finanziamento, strumenti di accompagnamento per famiglie e imprese e un forte coinvolgimento degli attori locali. Secondo il report, i Piani nazionali dovrebbero allineare obiettivi, risorse e sistemi di monitoraggio per offrire visibilità di lungo periodo a investitori e operatori.
Considerato che il fabbisogno di investimenti per la ristrutturazione energetica in Europa supera i 3.500 miliardi di euro al 2030, il finanziamento pubblico da solo non basta: senza un quadro chiaro su come mobilitare capitali privati e ridurre il rischio per le famiglie, avvertiva l’analisi, l’attuazione della EPBD rischia di ridursi a una sequenza di adempimenti difensivi anziché a una politica strutturale.
I prossimi passi
Posto che i segnali di rallentamento erano annunciati, ora l’attenzione si sposta sul futuro. Anche perché l’attuazione della direttiva sulle prestazioni energetiche degli edifici è destinata a incrociarsi con un altro dossier europeo di peso: il Piano casa europeo annunciato dalla Commissione, che punta a rafforzare le politiche sull’abitazione, sull’accessibilità e sulla rigenerazione del patrimonio esistente. I due percorsi non possono procedere separatamente. La EPBD IV interviene infatti su un parco edilizio in larga parte residenziale e spesso abitato da famiglie a reddito medio-basso, lo stesso segmento su cui si concentrano le iniziative europee in materia di casa.
Il calendario europeo entra intanto nella fase più delicata. Le bozze di Piano presentate saranno valutate dalla Commissione entro sei mesi, con raccomandazioni specifiche per ciascun paese. Sulla base di queste osservazioni, gli stati dovranno arrivare alla versione finale dei Piani entro la fine del 2026. In parallelo, entro il 29 maggio 2026, l’Italia dovrà completare il recepimento della EPBD IV nel proprio ordinamento, un passaggio che oggi appare ancora incerto, anche perché il disegno di legge di delegazione europea in discussione in Parlamento non include, al momento, la direttiva tra quelle da recepire.
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