Ogni volta che un’alluvione allaga un quartiere o un terremoto svuota un centro storico, in Italia si ripete lo stesso copione: lo stato dichiara l’emergenza, stanzia fondi straordinari, apre commissariamenti che durano anni. Ma quanto costa davvero, ogni anno, questa rincorsa? Secondo il Natural Risk Index (NRI), il primo indicatore sintetico del rischio catastrofale regionale presentato il 21 aprile a Roma al Natural Risk Forum e promosso da Unipol, la risposta è circa sette miliardi di euro. L’anno.

Una stima costruita incrociando pericolosità, esposizione e vulnerabilità di 41 milioni di unità immobiliari, per un valore complessivo di ricostruzione di 14.400 miliardi, circa sette volte il PIL, e che negli ultimi 12 anni (tra sisma del 2012, alluvione del 2023 e gli altri eventi) è stata pure superata, arrivando a 8,3 miliardi di euro l’anno. Il dato che pesa di più, però, è un altro: il 79% di quei danni potenziali ricade su famiglie, imprese e finanza pubblica senza alcun meccanismo assicurativo a fare da cuscinetto.

Radiografia di un paese fragile

Il Natural Risk Index, costruito sui modelli catastrofali della società di intermediazione riassicurativa Gallagher Re, integra in un unico indicatore tre dimensioni: la pericolosità di un territorio (la probabilità che un evento si verifichi), l’esposizione (il valore economico dei beni presenti) e la vulnerabilità (la predisposizione di quei beni a subire danni). L’analisi, condotta a livello di codice postale incrociando dati ISTAT, MEF, statistiche catastali e il portafoglio assicurativo di Gallagher Re, copre tre tipologie di evento (sisma, alluvione, tempeste convettive) e tre macrosettori: residenziale, produttivo-commerciale, pubblica amministrazione. Le infrastrutture (strade, ponti e reti energetiche) restano fuori perimetro: gestite con logiche di finanza pubblica e concessioni.

I risultati disegnano una geografia del rischio tutt’altro che intuitiva. In termini assoluti, le regioni a NRI più elevato sono Lombardia (14,8%), Emilia-Romagna (14,0%) e Veneto (12,1%): le aree dove la concentrazione di valore economico amplifica l’impatto potenziale dei fenomeni naturali. Ma se si guarda al costo medio atteso per abitante, la classifica si ribalta: in testa finiscono Calabria, Emilia-Romagna e Umbria, con valori compresi tra i 100 e i 200 euro pro capite annui. La Calabria paga proporzionalmente quanto la Lombardia, pur avendo una frazione del suo tessuto produttivo. In coda, con i danni pro capite più contenuti, Valle d’Aosta, Puglia e Sardegna.

L’asimmetria emerge con chiarezza anche nella distribuzione per tipologia di evento: la Toscana guida la classifica del rischio alluvionale (21,6%), l’Emilia-Romagna quella sismica (18,5%), la Lombardia quella da tempeste convettive (26,6%).

Ventuno su cento

Il dato politicamente più rilevante dello studio è il protection gap, la quota di danni non coperta da assicurazione. La media nazionale si attesta al 79%: su cento euro di danni potenziali, solo ventuno trovano una polizza a risponderne. La forbice regionale è ampia: si va dal 72% del Trentino-Alto Adige, la regione con la copertura relativa più alta, al 93% della Calabria, dove il tessuto assicurativo è quasi inesistente rispetto al rischio reale.

Il Forum di Unipol arriva mentre l’obbligo assicurativo per le imprese contro i rischi catastrofali, introdotto dalla Legge di bilancio 2024 (L. 213/2023, art. 1, commi 101-111), è entrato in piena operatività dopo una sequenza di proroghe scaglionate per dimensione d’impresa: grandi aziende dal 31 marzo 2025, medie dal 1° ottobre 2025, micro e piccole dal 1° gennaio 2026, con ulteriori slittamenti al 31 marzo 2026 per somministrazione, turismo e ristorazione, e al 31 dicembre 2026 per pesca e acquacoltura.

Una gradualità che racconta le difficoltà concrete del sistema: secondo il presidente di ANIA Giovanni Liverani, prima della nuova normativa solo il 5% delle imprese italiane disponeva di una copertura CatNat. La sanzione per le inadempienti, peraltro, non è pecuniaria ma indiretta: l’esclusione dall’accesso a contributi, sovvenzioni e agevolazioni pubbliche, inclusi i fondi stanziati in occasione di calamità.

Il vuoto europeo

Il protection gap italiano, stimato al 78% anche dal rapporto Sigma di Swiss Re di aprile 2025 contro una media globale del 57%, si inserisce in un problema continentale. Secondo i dati EIOPA, in Europa il 75% delle perdite economiche da catastrofi naturali legate al clima resta scoperto. In alcuni paesi dell’Unione la percentuale scende sotto il 5% di copertura.

Il 9 aprile 2026, dodici giorni prima del Forum romano, EIOPA e il Meccanismo europeo di stabilità hanno pubblicato una proposta congiunta per un pool assicurativo europeo strutturato su due pilastri: un fondo di assicurazione alimentato da premi proporzionali al rischio, che sfrutterebbe la diversificazione geografica per contenere la volatilità, e un backstop pubblico basato su prestiti rimborsabili per gli eventi catastrofali estremi che eccedano la capacità del pool. Secondo le stime contenute nel documento, il meccanismo potrebbe ridurre il gap europeo fino al 10% circa per gli immobili. Un obiettivo ambizioso, che richiederebbe tuttavia una capacità di backstop fino a 65 miliardi di euro per gli eventi di coda.

La domanda sottostante è se un obbligo nazionale come quello italiano possa reggere senza un’architettura europea di condivisione del rischio, soprattutto per un paese che, come ricorda l’IVASS, presenta uno dei gap di protezione più alti del continente, con il terremoto come evento a minor copertura in assoluto.

Cento miliardi e chi li paga

Il Natural Risk Index di Unipol ha il merito di tradurre in un indicatore comparabile una realtà che la cronaca restituisce ogni anno per frammenti − un’alluvione in Emilia-Romagna, una frana in Calabria, una grandinata sulla Pianura Padana − senza che il quadro d’insieme emerga mai con sufficiente nitidezza. Va registrato, al tempo stesso, che lo strumento nasce da un attore di mercato il cui interesse commerciale coincide con l’espansione della domanda assicurativa: un dato di contesto che non ne invalida la robustezza metodologica ma che il lettore ha il diritto di pesare.

“Il Natural Risk Forum si propone come una sede qualificata di dialogo tra Istituzioni, mondo della ricerca e settore privato sul tema delle catastrofi naturali”, commenta Stefano Genovese, Head of Institutional & Public Affairs di Unipol e coordinatore del Think Tank Natural Risk Forum. “Il valore della prevenzione e della riduzione della vulnerabilità territoriale va oltre la dimensione strettamente assicurativa e richiede la definizione di una governance della gestione complessiva del rischio, basata su un vero partenariato pubblico-privato e sull’analisi scientifica dei dati.”

Per Enrico San Pietro, Group Insurance General Manager di Unipol, “il Natural Risk Index vuole essere un contributo importante per migliorare il modo in cui leggiamo e affrontiamo il rischio catastrofale nel nostro paese. È evidente l’urgenza di adottare un approccio sistemico e integrato, fondato su una riduzione strutturale del rischio nelle aree più vulnerabili attraverso una maggiore diffusione delle coperture assicurative, lo sviluppo di politiche di prevenzione e adattamento basate su dati e analisi avanzate e il potenziamento della resilienza finanziaria e operativa del sistema economico”.

Resta il paradosso di fondo. Negli ultimi dodici anni, terremoti, alluvioni e tempeste convettive hanno generato costi per oltre cento miliardi di euro: 44,8 miliardi da alluvioni, 36,4 da tempeste convettive, il resto da eventi sismici. Il 79% di quei costi è stato assorbito da famiglie, imprese e finanza pubblica senza alcun meccanismo assicurativo. L’obbligo CatNat è in vigore, il pool europeo è ancora un documento di discussione. Quando arriverà il prossimo evento, e la statistica dice che arriverà presto, sarà interessante verificare se qualcosa, nel frattempo, sarà cambiato.

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In copertina: abitazioni in bilico e carreggiate compromesse nell’area colpita dalla frana a Niscemi. Foto di Andrea Petrelli, Agenzia IPA