Le materie prime critiche sono diventate, nel giro di pochi anni, il vero collo di bottiglia della transizione ecologica e digitale europea. Litio, cobalto, terre rare, gallio, germanio: senza questi materiali non ci sono batterie, motori elettrici, semiconduttori, pale eoliche. Il Critical Raw Materials Act, in vigore dal 2024, ha fissato per il 2030 tre soglie di riferimento (il 10% del fabbisogno UE da estrazione interna, il 40% da trasformazione, il 25% da riciclo) ma il divario tra ambizione e realtà resta ampio, soprattutto sul fronte finanziario. L’Europa è più lenta di Stati Uniti, Cina e Golfo nel mobilitare capitale su una filiera che ha un profilo di rischio del tutto particolare.

In questo quadro, EIT RawMaterials, la piattaforma dell’Unione Europea che catalizza l’innovazione e l’industrializzazione delle filiere delle materie prime, ha un ruolo centrale: ne parliamo con Luca Meini, membro dell’Executive Board.

 

Partiamo dalla missione. Che cosa fa concretamente EIT RawMaterials e su quali linee opera a livello europeo?

EIT RawMaterials è una piattaforma che ha il compito di catalizzare la strategia dell’Unione Europea sulle materie prime critiche. Ha quattro ambiti di attività. Il primo è l’erogazione di grant, cioè finanziare l’innovazione: penso all’azienda Itelyum, che ha realizzato l’impianto pilota vicino a Frosinone per la separazione e il riciclo delle terre rare dai magneti (il pilota l’hanno fatto con un grant di EIT RawMaterials). Il secondo ambito, che spesso non si associa, è che EIT RawMaterials gestisce la European Raw Materials Alliance, che contiene tutti i progetti strategici europei con il compito di supportarli. Non dà finanziamenti diretti, ma supporta l’accesso ai finanziamenti e la strutturazione del progetto: parliamo di investimenti di grossa dimensione, come il progetto di El Moto per il tungsteno in Spagna, materiale che si usa per la difesa, o l’impianto di raffinazione delle terre rare di Pulawy in Polonia, centinaia di milioni di investimento. Il terzo tema, il più recente e interessante, è una sorta di fondo di investimento: investimenti equity diretti. Questo è un salto di qualità. Stiamo investendo in varie aziende. Una recente è E-Magy, azienda olandese che sviluppa silicio nano-poroso per sostituire la grafite nelle batterie al litio: materiale innovativo che sostituisce una forte dipendenza. Il quarto ambito è la formazione: creare le competenze, favorire l’accesso degli studenti alle facoltà minerarie e alzare il livello di chi già lavora.

Sul fondo equity: è davvero una novità rispetto al passato?

È un salto di qualità che va nella direzione di cui necessita l’Unione Europea. Quando leggi le notizie, a volte non cogli la differenza: qui si tratta non di grant ma di investimenti equity veri e propri. Il mondo delle materie prime ha un profilo di rischio molto diverso dall’investire in manifattura. C’è la cosiddetta curva di Lassonde: il valore percepito è altissimo quando c’è la scoperta, poi crolla nella fase autorizzativa e di industrializzazione, e infine risale. Ma devi attraversare quella valle, e lì ti serve la competenza per gestire il rischio: la volatilità del prezzo non è di per sé rischio, il vero rischio è non riuscire a portare a termine il progetto o a produrre poi in maniera non competitiva. C’è un tema di cultura, oltre che di mezzi.

Come si colloca l’Europa rispetto agli altri grandi attori globali?

Tutti i paesi stanno agendo, ognuno a suo modo. Gli Stati Uniti hanno creato il National Energy Dominance Council, che coordina l'azione delle diverse agenzie sui materiali critici. Ad esempio la Development Finance Corporation partecipa insieme al fondo privato Orion Resource Partners al consorzio che sta negoziando per rilevare asset di rame e cobalto in Congo. L’Arabia Saudita ha la JV statale Manara, del fondo sovrano saudita PIF, sia per fare business all’estero sia per sviluppare le filiere minerarie interne. La Cina ha una gestione di lungo termine, estremamente ben orchestrata sui CRM. Rispetto al passato c’è ovunque una spinta verso una maggiore centralizzazione della governance, ma è anche molto un tema di intelligence: sapere che c’è quell’opportunità in quel momento, e avere la velocità di attivare gli attori industriali e il finanziamento. Gli Stati Uniti sono più veloci, soprattutto sulla finanza. L’Europa appare sempre un po’ piccola e non abbastanza rapida, anche se i fondi ci sono, e si sta spingendo nella giusta direzione.

Veniamo all’Italia. Se dovessi scattare una fotografia a luglio 2026, come appare il settore delle materie prime critiche nel nostro paese?

L’Italia si è dotata del Fondo di investimento per il Made in Italy, come Francia e Germania hanno il proprio veicolo. È diventato operativo da pochissimo, è in fase di avvio. Vi sono poi stati due recenti investimenti da parte di ENI in due aziende, per la grafite naturale in Canada e per il litio in Cile. Ma un dato significativo è anche un altro: i progetti strategici italiani approvati nel perimetro europeo sono per ora tutti legati al riciclo. Se confronti i progetti italiani con quelli degli altri paesi, siamo gli unici ad avere questo focus specifico sul riciclo, legato anche alla storia degli ultimi decenni: non c’è una tradizione estrattiva, ed è su questo che si sta lavorando.

Quali segmenti vedi più promettenti nel medio termine, sui cinque-dieci anni?

In Europa c’è un aspetto importante che spesso viene dimenticato: la raffinazione. Esiste già un’infrastruttura di raffinazione, ed è importante perché ci sono materiali che non estrai, ma che ricavi come sottoprodotti durante il processo. Nella raffinazione dell’alluminio ricavi il gallio, che si usa nei semiconduttori; nella raffinazione dello zinco ricavi germanio e indio, che servono per gli infrarossi e altro. Quindi un’infrastruttura che può sembrare superflua, in realtà, abilita altri materiali strategici: gallio e germanio sono stati oggetto delle limitazioni all’esportazione dalla Cina, con conseguenze pesanti. La raffinazione è un ambito fondamentale oggi in Europa. Poi ci sarà l’innovazione: la sostituzione delle materie prime può accelerare molto, ed è un ambito in cui l’Europa e EIT RawMaterials partono da una posizione forse più favorevole rispetto agli investimenti classici nel mining.

Colpisce quanto poco si parli di questo tema sui grandi giornali, data la sua centralità strategica. C’è un problema di narrazione?

Manca una cultura di base, e questo vale sia per il dibattito pubblico sia per la formazione. Le terre rare vengono usate come spauracchio, ma non si coglie nemmeno la differenza tra i vari materiali critici. Sono temi che richiedono parecchio approfondimento: raccontare perché le cose vanno in un certo modo, capire cosa c’è dietro la strategia di ciascun paese, qual è la ratio. La grande acquisizione ha sempre effetto mediatico, ma poi devi capire se è funzionale, sostenibile. E sono tematiche a quindici, venti, trent’anni: non si improvvisano. Il punto oggi non è il dibattito generico, ma la messa a terra, la realizzazione concreta degli investimenti. La cultura e la formazione da un lato, gli investimenti dall’altro, sono due aspetti molto integrati. Basta parlare con australiani e canadesi: loro il mining ce l’hanno nel sangue, lo vedi subito. Da noi lo si guarda ancora con l’immagine del minatore dell’Ottocento, mentre oggi è tutto migliorato. È sempre lo stesso cortocircuito: la gente vuole le cose, ma poi non vuole sapere da dove vengono, come per le pale eoliche, che nessuno vuole nel proprio territorio. Puoi riciclare quanto vuoi, ma un po’ di materia prima la devi comunque estrarre. Su tutte le leve è necessario agire. Non è solo una questione di cultura, e non è nemmeno solo una questione di soldi: i fondi, in Europa, ci sono. Quello che manca è la capacità di passare dalla strategia all'esecuzione. Non basta avere i fondi: servono governance, intelligence e velocità di realizzazione.

 

In copertina: Luca Meini