Il 6 agosto, giorno di picco della quarta ondata di calore dell’estate, tutte le 27 città monitorate dal Ministero della salute sono finite insieme in bollino rosso, un record per la stagione. L’asfalto delle strade ha toccato in media 52 gradi, con punte di 62,7. Di notte l’asfalto e il cemento rilasciano il calore accumulato di giorno, e in molte città il termometro non è sceso sotto i 20-25 gradi. Eppure, sono gli stessi giorni in cui l’Associazione nazionale dei comuni italiani (ANCI) ha chiesto al Ministero dell’ambiente di smontare, pezzo per pezzo, il piano che dovrebbe rimettere verde e alberi dentro le città.

Il documento, datato 3 agosto, è la posizione ufficiale dell’ANCI sulla bozza del Piano nazionale di ripristino della natura, lo strumento con cui l’Italia recepisce il regolamento europeo 2024/1991. L’articolo 8 riguarda gli ecosistemi urbani e obbliga oltre 2.700 comuni a non ridurre il verde e la copertura arborea rispetto ai livelli 2023-2024, e ad aumentarli dal 2031. Sono i comuni che l’Unione Europea classifica come “città” o “centri urbani densi” con il sistema DEGURBA (Degree of Urbanisation, grado di urbanizzazione), un metodo che copre il continente con una scacchiera di caselle da un chilometro quadrato e le colora in base a quante persone ci vivono dentro, un po’ come un termometro che invece della temperatura misura l’affollamento.

La bozza del Piano nazionale di ripristino della natura, scritta da ISPRA, deve arrivare a Bruxelles entro il 1° settembre: ANCI ha presentato le sue richieste a meno di un mese da quella scadenza.

Cosa cambia con il Piano, in concreto

La bozza prevede tre misure di salvaguardia che, dal primo settembre 2026, bloccherebbero varianti urbanistiche e titoli edilizi capaci di ridurre verde e alberature, comprese le installazioni di rinnovabili su aree già classificate come spazi verdi, salvo compensazione preventiva nello stesso comune. ANCI le vuole cancellare tutte e tre. Cade anche la tesi giuridica su cui si reggevano, quella per cui il verde urbano, per il solo fatto di essere scritto nel regolamento europeo, diventerebbe automaticamente un’area dove non si può più costruire, senza bisogno di una legge italiana che lo stabilisca.

In urbanistica un vincolo così può nascere in due modi. Il primo è come il colore su una mappa: se un intero quartiere viene segnato “in verde”, la regola vale per chiunque ci abiti, e nessuno viene pagato per rispettarla, perché è la natura del luogo a deciderlo. Il secondo è come un dito puntato su un terreno preciso: se il comune sceglie proprio quel campo, e non quello accanto, per farci un parcheggio, deve indennizzare il proprietario, perché lì la scelta riguarda lui solo. La Corte costituzionale distingue i due casi da oltre vent’anni. La bozza del Piano dà per scontato che il regolamento europeo, da solo, trasformi tutto il verde urbano italiano nel primo tipo di vincolo, dall’oggi al domani. Anziché chiedere che questo passaggio venga chiarito, ANCI ne chiede la cancellazione.

ANCI chiede anche di restringere il perimetro di applicazione alle sole porzioni davvero urbanizzate, non all’intero territorio comunale, e di escludere del tutto dagli obblighi i comuni che hanno già più del 45% di verde urbano e il 10% di copertura arborea: una soglia che il regolamento europeo non prevede, e che lascerebbe questi comuni liberi di erodere il proprio patrimonio arboreo avvicinandosi al limite, senza obbligo di fermarsi prima.

Stessa sorte tocca all’obbligo di un Regolamento della natura urbana in ogni comune, alla depavimentazione compensativa, al recupero delle perdite già avvenute dal 2024 a oggi: undici misure su diciannove, in tutto, vengono stralciate. Sulle valutazioni ambientali − la Valutazione ambientale strategica (VAS) sui piani e la Valutazione d’impatto ambientale (VIA) sui progetti − il ragionamento di ANCI parte da un’osservazione concreta: molte opere sottoposte a valutazione di impatto, come una centrale o un’autostrada, sono autorizzate da enti sovraordinati al comune e sorgono fuori dal suo perimetro, così chi deve garantire la compensazione dentro i confini comunali spesso non è chi ha deciso l’opera. Ma la soluzione scelta cancella ogni riferimento all’articolo 8 dentro VIA e VAS, invece di ridisegnare la scala della compensazione.

Le altre otto misure restano formalmente in piedi ma perdono l’obbligatorietà: dove la bozza scriveva che i comuni “devono” piantare filari lungo le piste ciclabili o depavimentare piazze e parcheggi, ANCI scrive che “possono” o “dovrebbero” farlo. Gli oneri urbanistici legati al danno ecosistemico stimato ogni anno da ISPRA − un prelievo automatico che cresce del 20% se i fondi restano inutilizzati − diventano generici incentivi da finanziare in futuro.

Il monitoraggio, oggi annuale e affidato a ISPRA con dati Copernicus e alla futura costellazione Iride, passa a un protocollo che il ministero negozierà in ventiquattro mesi con le regioni e con la stessa ANCI; il rapporto pubblico comune per comune diventa “periodico”, senza scadenza fissa. Il forum nazionale Salviamo il paesaggio l’ha definito un affondo al ruolo indipendente dell’istituto, sorprendente perché arriva dall’associazione dei comuni.

L’iter parlamentare, la posizione di ANCI e quello che non torna

La vicenda ha un antefatto parlamentare. Il 30 giugno il governo ha risposto in Commissione ambiente alla Camera a un’interrogazione della deputata di Forza Italia Erica Mazzetti, che chiedeva garanzie su titoli edilizi, Piano casa e rigenerazione urbana. Il ministero ha annunciato l’apertura di un tavolo permanente con ANCI e ANCE, l’associazione dei costruttori: il confronto era già in agenda, dunque, prima ancora che arrivasse il documento tecnico.

Il 23 luglio il MASE aveva convocato un’audizione con le associazioni e le società scientifiche urbanistiche. La Società italiana degli urbanisti si è schierata a favore della bozza, chiedendo solo piccoli ritocchi. ANCE ha dichiarato la propria contrarietà. ANCI, pur convocata, non si è presentata.

In seguito, ANCI ha diffuso un chiarimento scritto rispondendo alle critiche, spinte soprattutto da Paolo Pileri, tra i maggiori esperti di suolo in Italia, urbanista e docente di pianificazione territoriale al Politecnico di Milano, che ne ha scritto su Altreconomia.

L’associazione sostiene di condividere gli obiettivi del regolamento e ricorda che i comuni investono da oltre dieci anni, spesso con risorse proprie, in forestazione urbana e depavimentazione. Sposta però la critica sul metodo: senza una norma che li tuteli, i comuni rischiano contenziosi e richieste di danno certe, con responsabilità erariali per gli enti e personali per gli amministratori: così com’è scritta, sostiene ANCI, la norma obbligherebbe molti comuni a tornare indietro fino al 2024, demolendo edifici o deimpermeabilizzando suoli dove nel frattempo si è costruito, per poi ripianificare l’intera città. Il tutto senza risorse.

ANCI cita la Germania, che avrebbe attuato il regolamento con misure di sostegno agli enti locali senza toccare la pianificazione comunale, mentre l’impianto italiano sarebbe “significativamente burocratico”. Ribalta i termini della questione: “L’alternativa non è tra un piano ambizioso e un piano debole. L’alternativa è tra un piano che fissa obiettivi importanti ma che non si tradurranno in realtà se non in contenziosi scaricati sui comuni”.

Sul confronto istituzionale, ANCI rivendica un incontro con MASE e Conferenza delle regioni il 27 luglio, quattro giorni dopo l’audizione a cui non si era presentata. E aggiunge in chiusura: “La fase istruttoria del piano non è conclusa: dopo la trasmissione della proposta del piano da parte del MASE alla Commissione europea, seguiranno le osservazioni europee e i successivi passaggi istituzionali, compresa l’intesa in conferenza unificata. È proprio in questa fase che il coinvolgimento dei comuni dovrà diventare ancora più ampio e strutturato e come sempre non faremo mancare le proposte dei comuni italiani e la richiesta di rendere tale piano realmente attuabile e finanziato”. Tra le righe emerge una rivendicazione, confermata off the record da alcuni sindaci e da esponenti del direttivo ANCI: la bozza di ISPRA non avrebbe avuto sufficiente condivisione proprio con coloro che poi sono chiamati ad applicarla.

Paolo Pileri, la vede diversamente e lo ha sottolineato a Materia Rinnovabile: “Dopo trent’anni senza una legge contro il consumo di suolo, ora che l’Italia ha il regolamento europeo e un piano coraggioso firmato da ISPRA, l’associazione dei comuni fa marcia indietro, getta cemento sul PNR e si arrampica sui cavilli da azzeccagarbugli: non c’è da stupirsi se l’associazione riceve i complimenti dei costruttori. Ecco a voi il mondo capovolto”. Racconta anche di aver parlato, nei mesi scorsi, con sindaci e assessori che gli hanno detto di non essere mai stati informati della posizione poi resa pubblica dalla loro associazione.

La bozza dovrà comunque partire per Bruxelles entro il 1° settembre, con o senza le richieste di ANCI. La Commissione avrà sei mesi per formulare osservazioni e raccomandazioni: il piano definitivo è atteso per settembre 2027. Il vero esame arriva dopo, quando si dovrà controllare se la perdita netta di verde urbano nei 2.700 comuni italiani si è davvero fermata a zero. Fino ad allora, in ognuna delle città che in questi giorni hanno l’asfalto oltre i 60 gradi, a decidere se piantare un albero o coprirlo di cemento resterà il singolo comune.

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In copertina: foto di Duilio Piaggesi, Agenzia IPA