La transizione ecologica del tessuto produttivo italiano è entrata in una fase di consistenza e stabilità, sotto la spinta dei rincari energetici e dell’instabilità geopolitica, ma anche di vincoli normativi e per l’accesso al credito sempre più stringenti. Le tematiche ambientali, non più vissute come un trend del momento, vengono integrate direttamente nel core business e nei processi industriali, con un approccio pragmatico e strutturato e un’attenzione sempre più rigorosa ai vantaggi economici che possono generare.
Questo lo scenario che emerge, pur tra luci e ombre, dall’Osservatorio Clean Technology 2026, l’approfondito monitoraggio annuale realizzato da Eumetra per Haiki+ e Circularity, giunto alla sua quinta edizione. I risultati sono stati presentati dal sondaggista e sociologo Renato Mannheimer, advisor di Eumetra, oggi, 14 luglio, a Milano nel corso di un evento moderato dal direttore di Materia Rinnovabile Emanuele Bompan: un’occasione per esplorare come le imprese italiane stanno affrontando i temi cruciali della Clean Tech, in particolare la sostenibilità ambientale, l’efficienza energetica e l’economia circolare, attraverso le risposte fornite da un campione statistico di 400 tra PMI e grandi imprese italiane.
La sostenibilità entra nelle scelte di business
Decisa la svolta rispetto al passato: saltando dal 35% del 2025 al 63% del 2026, sostanzialmente raddoppia il numero delle medie e grandi imprese italiane che oggi dispongono di un piano industriale con chiare direzioni strategiche a medio-lungo termine sulla sostenibilità. Un cambiamento che emerge anche a livello di organigramma, con il 57% delle grandi aziende che vanta una funzione o un reparto interno specificamente dedicato a valutare e gestire le tematiche green.
Il 79% delle società dichiara di aver realizzato almeno un investimento in sostenibilità, anche se lo scenario internazionale spinge a una rigida selezione dei capitoli di spesa. L’attenzione si concentra sul contenimento dei costi e sull’autonomia energetica, in particolare attraverso le rinnovabili, che il 78% del campione considera la chiave per la competitività e l'indipendenza energetica nazionale. Il 76% ha realizzato interventi nel 2026, rispetto al 65% del 2025, con 7 imprese su 10 che hanno installato pannelli fotovoltaici.
Frenata temporanea per la circolarità
In questo contesto l’urgenza economica ha fatto passare in secondo piano la riduzione della CO₂ (dal 26% al 15%) e ha causato una contrazione dei budget destinati all’economia circolare, scesi dal 27% al 14%. Ciononostante, chi investe in circolarità lo fa in modo strutturato, con un’ottica di medio-lungo periodo e interventi che per 6 aziende su 10 richiedono un re-design dei processi produttivi. Il focus resta sul riciclo di scarti e sfridi di produzione per il 96% delle imprese intervistate, sul monitoraggio dei rifiuti (9 imprese su 10) e sull’approvvigionamento di materiali riciclati (8 su 10). La barriera principale rimane il costo economico: per l’86% delle aziende i materiali riciclati comportano costi più elevati rispetto alle materie prime vergini tradizionali, come la plastica.
Vantaggi: redditività e accesso al credito
Gli investimenti green si dimostrano redditizi: il 67% delle aziende ha già pienamente raggiunto i benefici economici attesi, che si traducono in un risparmio concreto in termini di efficienza operativa (per il 64% compresa tra l’1% e il 5% del fatturato annuo) e in un sensibile miglioramento della redditività generale, indicata dal 38% del campione.
Cresce in parallelo l’importanza strategica della finanza sostenibile: per 3 imprese su 10 l'impegno green ha determinato un migliore accesso al credito (+9 punti percentuali rispetto al 2025), in particolare tramite l'accesso a finanziamenti dedicati (18%). Si spiega così anche il nuovo e forte coinvolgimento della funzione amministrazione aziendale nella gestione e rendicontazione dei dati ESG. L’adozione di modelli di business sostenibili riscontra poi un forte apprezzamento esterno: il 63% delle imprese dichiara che i propri sforzi sono riconosciuti sia da clienti e consumatori (71%) sia dai propri dipendenti (36%).
Come supportare le imprese in futuro
Nonostante gli importanti passi avanti, guardando al futuro si rileva una diffusa cautela, dovuta all’instabilità macroeconomica generale: circa la metà del campione (51%) ipotizza un rallentamento o una rimodulazione dei volumi di spesa previsti nel prossimo biennio.
“Visto che la sostenibilità non può più essere considerata un capitolo separato delle politiche industriali, energetiche ed economiche, la sfida consiste nel governare questa transizione, creando le condizioni affinché il cambiamento possa realizzarsi in modo concreto, ordinato ed efficace”, ha commentato Maria Alessandra Gallone, presidente di ISPRA, tra gli speaker che sono intervenuti. “Servono regole chiare, tempi certi, solide conoscenze scientifiche e strumenti capaci di orientare gli investimenti verso le soluzioni più innovative ed efficienti. Per consolidare questo percorso il primo compito dell’istituto che rappresento è mettere a disposizione delle istituzioni, degli enti e delle imprese dati ambientali affidabili, utili e comprensibili, che possano aiutare a orientare le decisioni e verificare l’efficacia delle politiche”.
A questo proposito ISPRA ha sviluppato la piattaforma IdroGEO, disponibile anche come applicazione, che mette a disposizione informazioni sul dissesto idrogeologico e sulla fragilità del territorio: “È uno strumento utile anche per le imprese, perché consente di valutare il livello di rischio delle proprie infrastrutture e di pianificare gli interventi necessari, facilitando anche l'accesso al credito e alle coperture assicurative”, ha aggiunto Gallone.
Più sostegno all’economia circolare
A sottolineare la necessità di supportare le imprese nel loro percorso di transizione è stato anche Giovanni Rosti, amministratore delegato di Haiki+: “Pochi mesi di instabilità geopolitica sono bastati a modificare gli orientamenti delle aziende, che hanno privilegiato gli interventi di efficienza energetica. È vitale che le politiche industriali nazionali ed europee intervengano per regolare i costi delle materie prime riciclate, permettendo all’economia circolare di tornare a correre e imporsi come standard di mercato. Allo stesso tempo, il settore del riciclo è chiamato a sviluppare tecnologie sempre più efficienti per ridurre i costi del recupero di materia”.
La burocrazia, secondo Rosti, è un altro dei principali freni alla transizione: “Più che la complessità delle norme, che rispecchiano la complessità della realtà, il problema è la lentezza delle procedure: i tempi necessari per ottenere le autorizzazioni sono spesso incompatibili con i ritmi dell’innovazione. Oltre agli incentivi economici, servono quindi una vera politica industriale e un quadro regolatorio capace di accompagnare gli investimenti”.
Al di là dei risultati, secondo Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, ci sono alcuni equivoci da parte delle aziende, che rischiano di rallentare il cambiamento. “Per esempio, la convinzione che le materie prime seconde siano generalmente più costose di quelle vergini non trova riscontro nella maggior parte delle filiere industriali, dove materiali come acciaio, alluminio, vetro e carta riciclati risultano spesso più competitivi. Anche gli investimenti nella sostenibilità vengono ancora percepiti prevalentemente come un costo, mentre le imprese che li hanno già realizzati ne riconoscono sempre più spesso i benefici economici”.
Occorre quindi, secondo Ronchi, rafforzare la comunicazione e la formazione per diffondere una maggiore consapevolezza del valore industriale della transizione: “Le stesse imprese che investono in riciclo, utilizzo di materie prime seconde o fonti rinnovabili spesso non identificano queste attività come interventi di economia circolare o di decarbonizzazione, pur contribuendo concretamente a entrambi gli obiettivi”.
Misure contro il green washing
Nel futuro immediato un importante impulso in questa direzione arriverà dal nuovo quadro normativo europeo. Il D.Lgs. 30/2026, che recepisce in Italia la Direttiva (UE) 2024/825 (Empowering Consumers for the Green Transition), introduce infatti nuove misure contro il greenwashing: dal 27 settembre 2026 le aziende non potranno più utilizzare claim ambientali generici o non dimostrabili (come “prodotto sostenibile”, “carbon neutral” o “impatto zero”) senza disporre di dati oggettivi, verificabili e documentati a supporto.
“Un passaggio fondamentale, che spingerà le imprese non solo a misurare con maggiore precisione i propri impatti ambientali, ma anche a comunicare in modo più trasparente e rigoroso”, ha concluso Camilla Colucci, founder e CEO di Circularity. Secondo l’Osservatorio Clean Tech 2026, tra le aziende che investono nel green è già cresciuto in modo significativo il ricorso alle certificazioni ambientali, salito al 60% contro il 41% del 2025. “La sostenibilità sarà sempre più un fattore reputazionale e competitivo, determinante anche per accedere a bandi, gare pubbliche e alle filiere delle grandi aziende, che richiedono standard ambientali sempre più elevati ai propri fornitori.”
In copertina: Renato Mannheimer, Giovanni Rosti, Emanuele Bompan e Camilla Colucci
