Quando si pensa all’intersezione tra tecnologie digitali e diritti umani, a venire in mente per prime sono di solito le società Big Tech. Restano invece più sotto traccia le Big Telco, i colossi delle telecomunicazioni. Che invece sono quelle che detengono le chiavi di accesso alle comunicazioni digitali per miliardi di persone. Un potere enorme a cui dovrebbe corrispondere un’enorme presa di responsabilità. Specie in una fase in cui le minacce digitali ai diritti umani sono in aumento: boom dell’intelligenza artificiale (AI), pervasività della pubblicità digitale mirata, pressioni dei governi − soprattutto quelli autoritari − per accedere a dati e informazioni o vietare l’accesso alla rete. Ma le Big Telco sono attrezzate ad affrontare questo scenario?
L’indice che valuta il rispetto dei diritti digitali
Da qualche anno c’è chi ha stilato una classifica per mettere in evidenza le migliori pratiche di settore in quest’ambito e spingere tutti ad alzare l’asticella. Si chiama Ranking Digital Rights (RDR) Index: Telco Giants Edition. A elaborarlo è appunto RDR, un’iniziativa non profit di respiro globale che valuta come il comportamento delle grandi aziende delle telecomunicazioni incide su diritti fondamentali quali libertà di espressione, libertà d’informazione, privacy.
L’edizione 2026 del ranking è stata presentata in un webinar organizzato di recente da RDR insieme a ICAR (International Corporate Accountability Roundtable) e a IAHR (Investor Alliance for Human Rights). Quest’ultima è una rete globale di investitori istituzionali che promuovono la tutela dei diritti umani attraverso l’engagement (o azionariato attivo), cioè dialogando e confrontandosi con il management delle società quotate in cui investono. Gli investitori, infatti, sono fra i principali utilizzatori di informazioni come quelle prodotte da RDR. Che tuttavia si rivolgono anche a responsabili politici, attivisti, e a chiunque abbia a cuore una sfera pubblica digitale in cui i diritti umani sono rispettati.
Come funziona il ranking
L’indice tiene conto di oltre 300 dimensioni di analisi. È costruito intorno a tre macro-aree di valutazione: governance, libertà di espressione, privacy. Elabora un ranking complessivo, e uno per area, su dodici Big Telco internazionali. Inoltre, raggruppando gli indicatori per tema, offre una misura delle prestazioni delle aziende in specifiche aree particolarmente rilevanti: ad esempio la trasparenza degli algoritmi utilizzati, la gestione delle pressioni esercitate dai governi (nel 2025 gli shutdown, le interruzioni delle reti ordinate dai governi, sono state oltre 300 in più di 50 paesi), il monitoraggio dei sistemi di sicurezza, la disclosure sulle regole per i contenuti e il targeting pubblicitari.
“Queste società sono le custodi dell'accesso a internet”, ha dichiarato durante il webinar Jan Rydzak, executive director di RDR. “Dai loro servizi dipendono miliardi di persone e maneggiano enormi quantità di dati sui loro clienti. Il rovescio della medaglia di tutto questo potere è che può diventare un veicolo di violazioni dei diritti umani.”
Lo studio alla base del ranking dice che le principali Big Telco sono meno trasparenti oggi di quanto fossero nel 2022 (data della prima edizione del ranking) su questioni cruciali come appunto gli shutdown ordinati dai governi. Solo tre compagnie hanno pubblicato informazioni sugli ordini governativi di blocco di indirizzi IP e indirizzi web o di limitazione dell'accesso degli utenti ai propri account. Un’altra ombra è legata all’adozione dell’AI: le aziende pubblicano impegni su diritti umani e intelligenza artificiale, ma generici e poco vincolanti. Poche le informazioni anche su come funzionano i sistemi di targeting pubblicitario. Positivo, invece, il fatto che le aziende dichiarino di condurre valutazione di impatto e di rischio legate ai diritti umani.
Le Telco più responsabili
Ai primi tre posti dell’indice figurano la spagnola Telefónica (l’unica a ottenere un punteggio superiore alla metà del massimo, il 57%), la sudafricana MTN e la messicana América Móvil. Agli ultimi tre si trovano invece Axiata (Malesia), Bharti Airtel (India) e Ooredoo (Qatar). Nel mezzo, Deutsche Telekom, Vodafone, AT&T, Telenor, Orange ed e& (ex Etisalat).
Al webinar è intervenuta anche Sherilyn Naidoo, senior manager Digital Human Rights in MTN, che, dice, “ha una policy su digital human rights che prevede una valutazione annuale di rischio e di impatto. Ma una policy resta solo una policy senza l’implementazione. Per questo abbiamo un manuale operativo che spiega come integrare i diritti umani nei prodotti e servizi che offriamo. E su temi come la sicurezza online dei minori collaboriamo con la Internet Watch Foundation e siamo stati fra i primi a aderire alla Africa Taskforce on Child Online Protection [di cui Unicef è fra i promotori, ndr]”.
Il ruolo degli investitori, anche se l’engagement è “under attack”
Insieme a società civile, regolatori e giornalisti, RDR esorta soprattutto gli investitori a fare pressione sulle Big Telco affinché siano più trasparenti sull’impatto della loro attività sui diritti digitali degli utenti. Ad esempio proprio attraverso l’engagement. Purtroppo l’appello cade in una fase storica, iniziata col ritorno di Trump alla Casa Bianca, in cui l’attivismo degli investitori su temi di sostenibilità è sotto attacco. In particolare la SEC, l’equivalente statunitense della CONSOB, ha operato un severo giro di vite sugli spazi a disposizione degli azionisti attivi a stelle e strisce: ha reso ad esempio molto più facile la vita alle aziende quotate che vogliono rigettare (cioè non ammettere al voto nelle assemblee annuali degli azionisti, AGM) le risoluzioni poco gradite al management societario. Come spesso accade, sono quelle sui diritti umani e i fattori ESG in generale.
Ciò ha ovviamente provocato la reazione di molti investitori “attivi”, che credono nell’engagement come strumento di democrazia finanziaria che porta benefici sistemici. In primis di ICCR (Interfaith Center on Corporate Responsibility), il più grande network internazionale di investitori che praticano l'engagement (ha più di 300 membri, con oltre 4.000 miliardi di dollari di asset in gestione complessivi), da cui nel 2018 era nata la citata IAHR.
ICCR è addirittura ricorso alle vie legali per cercare di rispondere all’assedio di leggi e regolamenti che hanno preso di mira l’engagement. Assedio che però non ha impedito che nella stagione 2026 degli AGM l’engagement dei membri di ICCR portasse a casa dei risultati. Sono state oltre 40 le risoluzioni presentate sul tema diritti umani e dei lavoratori (molte concernenti i rischi indotti dalla “corsa” all’AI in svariati settori), di cui sei sono state ritirate prima di arrivare al voto in assemblea perché le aziende si erano impegnate ad allinearsi alle richieste degli investitori. Come nel caso di Equifax (informazioni sul credito al consumo), che si è impegnata a dare informazioni su rischi e opportunità derivanti dall’utilizzo di tecnologie di AI.
Ora, sulla base delle nuove e preziose informazioni fornite da RDR, e nonostante il vento politico contrario, questi investitori potranno iniziare a impostare le strategie di engagement per il 2027. Continuando a far leva sul peso dei loro cospicui asset finanziari per spingere più in alto possibile il rispetto dei diritti digitali nell’agenda di Big Telco. “Come investitori dobbiamo continuare a tracciare, monitorare, chiamare le aziende a rispondere su questi temi”, ha affermato al webinar Stacey Cram, vicedirettore di IAHR. “Quello che tutti vogliamo è maggiore trasparenza.”
In copertina: il Gathe Mangal Festival a Bhaktapur, in Nepal. Foto di Travellersnep, Envato
