“La sicurezza energetica sarà sempre la nostra priorità.” È andato dritto al punto il direttore dell'Amministrazione nazionale per l'energia cinese, Wang Hongzhi, presentando il 26 giugno i dettagli del 15° piano quinquennale (2026-2030) per il settore energetico. Con la guerra in Iran e il rallentamento delle forniture energetiche globali, il documento programmatico di Pechino promuove la stabilità come requisito numero uno. Ma è anche alle difficoltà interne della Repubblica popolare che l'alto funzionario allude.

Nel 2021, la Cina si è posta come duplice obiettivo di raggiungere il picco delle emissioni di anidride carbonica entro il 2030 e conseguire la neutralità carbonica entro il 2060. Da allora tuttavia l’impegno ambientale del gigante asiatico è stato messo a dura prova dalle frequenti carenze di elettricità. Complici la forte ripresa economica post Covid-19, i controlli sui prezzi dell'energia elettrica e la siccità, che in vari periodi dell’anno riduce drasticamente la produzione idroelettrica. Intanto il consumo energetico nazionale continua ad aumentare, trainato dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale e delle altre tecnologie avanzate.

Il nuovo piano quinquennale cerca di conciliare tutto questo: gli obblighi climatici internazionali e le esigenze interne. Con il rischio però che il compromesso induca le autorità locali a mantenere un basso profilo. E, soprattutto, a tollerare un utilizzo troppo generoso del carbone, che soddisfa ancora circa il 60% del fabbisogno energetico primario del paese dando lavoro a 2,6 milioni di persone solo nel settore estrattivo.

D’altronde, la nuova roadmap lo dice chiaramente: quattro sono gli obiettivi prioritari della Cina per il prossimo lustro. “Il rafforzamento della sicurezza energetica” primeggia, seguito dalla “promozione della transizione verde”, dal “potenziamento dell'autosufficienza tecnologica” e dal "miglioramento dei meccanismi di mercato”. Un ordine gerarchico che rispecchia la natura contraddittoria della Cina, principale emettitrice di carbonio al mondo eppure prima investitrice nelle rinnovabili.

Così, se il nuovo piano fissa come traguardo vincolante quello di ridurre l'intensità delle emissioni del settore elettrico di oltre il 10%, allo stesso tempo si prefigge di farlo senza penalizzare eccessivamente il ruolo degli idrocarburi. Il programma prevede infatti di mantenere stabile la produzione di petrolio (a circa 200 milioni di tonnellate all’anno) e di continuare a sviluppare “in modo razionale” le centrali elettriche a gas e carbone (un +10% entro il 2030 rispetto all’attuale livello di produzione).

Quasi nessuno dei recenti proclami giunge completamente inatteso. Gli obiettivi numerici sono rimasti in buona parte gli stessi dal 2020 a oggi. Anche a fronte di progressi che consentirebbero propositi più audaci. Cambia invece l'approccio politico, con traguardi ora definiti “vincolanti” e una sottile riformulazione lessicale: se cinque anni fa si parlava di costruire un “sistema energetico moderno”, il nuovo piano sposta l’attenzione sulla necessità di adottare un “sistema energetico di nuovo tipo”. Se questo sia solo un cambiamento retorico o qualcosa di più sostanzioso è però ancora tutto da vedere.

Sulle fonti non fossili si può fare di più

Il piano riserva ampio spazio alle fonti non fossili, che complessivamente dovranno generare metà dell’elettricità entro il 2030, rispetto all'obiettivo del 42,3% fissato per il 2025. Il 30% della produzione di energia elettrica dipenderà esclusivamente da eolico e solare, mentre al contempo verrà “potenziata l'autosufficienza tecnologica” con lo sviluppo della fusione nucleare, di centrali elettriche spaziali e della trasmissione superconduttiva.

Sebbene i target siano coerenti con i precedenti annunci, "le emissioni del settore elettrico potrebbero ancora aumentare nel periodo 2026-2030, soprattutto considerando che una crescita del consumo di elettricità superiore al 5% diventerà probabilmente la norma nei prossimi cinque anni", spiega alla Reuters Yao Zhe, consulente politico di Greenpeace East Asia.

Un giudizio supportato dai dubbi propositi per eolico e solare: entro il quinquennio il governo cinese stima che i due settori supereranno il 50% della capacità installata, pari a 2.700 gigawatt (GW), rispetto al 47% di fine 2025. Livello apparentemente sostenuto, ma che Yao prevede implicherà in realtà un “rallentamento significativo” rispetto all'attuale velocità di diffusione delle rinnovabili.

Il nodo del carbone

A suscitare maggiori perplessità è proprio il ruolo del carbone, che il documento programmatico promuove a riserva energetica “stabile” seppure di “piccole dimensioni”.  Si parla di potenziare cinque centri di produzione esistenti, consentendo inoltre l'espansione della capacità nelle regioni centrali e orientali. Un trend che conferma l’intenzione di utilizzare il combustibile fossile come “salvagente” per compensare le fluttuazioni di eolico, solare e idroelettrico, troppo dipendenti da condizioni meteorologiche nonostante la progressiva ottimizzazione grazie all'intelligenza artificiale.

Lo scorso anno la Cina ha aggiunto 95 GW di nuova capacità di energia termica, il livello più alto dal 2008. Cifre destinate a crescere se le nuove autorizzazioni per il primo trimestre (già superiori al dato registrato in tutto il 2025) si manterranno al ritmo attuale per tutto l'anno.

La spinta verso l’alto è favorita dalla rapida espansione del settore chimico legato alla trasformazione del carbone. Un comparto incoraggiato dalla potente lobby mineraria, in cerca di nuove opportunità di business davanti alla sfida esistenziale rappresentata dallo sviluppo delle fonti pulite. Anche grazie al conflitto in Medio Oriente, che ha fatto aumentare i prezzi di materie prime concorrenti, come la nafta e il gas di petrolio liquefatto.

Altro fattore di disappunto è il silenzio in merito alle tempistiche per il completamento del nuovo sistema di “controllo duale”, tarato sulle emissioni anziché sul dispendio energetico: con questo meccanismo le province e le industrie potranno aumentare i propri consumi energetici totali purché provengano da fonti rinnovabili o nucleari (a zero emissioni), mentre sarà applicato un tetto rigoroso solo all'uso di combustibili fossili. Un cambiamento che permetterebbe all’economia cinese di continuare a crescere nel rispetto degli impegni ambientali. Ma ora non è chiaro se e quando.

Prudenza strategica o compromesso necessario?

Per i più ottimisti le previsioni prudenti di Pechino vanno interpretate come una stima conservativa di quanto verrà raggiunto veramente: ergo, considerato il trend attuale, l'impiego di fonti verdi probabilmente supererà ugualmente gli obiettivi ufficiali. Per i più pessimisti, al contrario, stiamo assistendo a un’involuzione: la nuova tabella di marcia infatti parrebbe smentire le parole del presidente Xi Jinping, che nel 2021 aveva promesso un “controllo rigoroso” dei progetti a carbone, una limitazione del consumo dei fossili durante il 14° piano quinquennale (2021-2025), e una graduale riduzione nel lustro successivo.

Insomma, i presupposti non sono esaltanti. Secondo il think tank finlandese Center for Research on Energy and Clean Air, anche portando l’energia da fonti pulite al 50%, il nuovo piano quinquennale consentirebbe comunque un incremento della produzione da combustibili convenzionali del 10%. Il tutto nonostante lo scorso anno le emissioni siano già calate proprio grazie all’incremento delle rinnovabili. Nella migliore delle ipotesi, il percorso verso la neutralità carbonica sarà quindi lento e graduale. Calcolo strategico o compromesso necessario? Secondo Li Shuo, direttore del China Climate Hub presso l'Asia Society Policy Institute (ASPI), un po’ entrambe le cose.

“L’approccio energetico diversificato ‘a 360 gradi’ e le riserve petrolifere accumulate nel corso degli anni hanno permesso alla Cina di superare senza troppe difficoltà gli shock derivanti dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, dimostrando l'efficacia complessiva della strategia energetica cinese di lunga data”, spiega Li a Materia Rinnovabile. Va poi considerata la lungimiranza delle politiche industriali verdi. In un certo senso, “Pechino sta capitalizzando un vantaggio accumulato negli ultimi quindici anni laddove l'Europa e gli Stati Uniti sono appena agli inizi e non hanno reali prospettive di recuperare terreno nel breve-medio termine”.

Detto ciò, le alzate di sopracciglio sono giustificate. Per Li, il percorso tracciato da Xi “ridimensiona l'importanza della decarbonizzazione”, non più considerata la priorità. “La Cina non è immune alle più ampie tendenze globali, tra cui una notevole opposizione all'azione per il clima, soprattutto negli Stati Uniti, ma sempre più anche in Europa”, conclude l’analista, secondo il quale è la realtà dei nostri tempi: “In un contesto globale turbolento, in cui i rapporti tra le grandi potenze si sono fatti più tesi, le questioni relative ai beni comuni globali vengono inevitabilmente relegate in secondo piano”.

 

In copertina: Pechino, foto Envato