Lo scenario globale attuale è segnato da una profonda instabilità, con tensioni geopolitiche crescenti, shock nelle catene di approvvigionamento e cambiamenti climatici sempre più rapidi. A questo contesto si sovrappone una competizione industriale fortemente asimmetrica.
L’Europa, oggi, appare vulnerabile sotto diversi profili: dipendenza da materie prime ed energia e soprattutto perdita di capacità produttiva in settori strategici in cui l’Europa è stata leader. Un esempio emblematico è l’industria chimica: da quattro anni consecutivi la produzione chimica europea è in calo e nel 2025 si attesta su livelli del 13% inferiori rispetto al 2021. Tra chiusure di impianti e delocalizzazioni, dal 2022 a oggi il settore ha perso 37 milioni di tonnellate di capacità produttiva: quasi il 9% del totale europeo e 20.000 posti di lavoro diretti. La chiusura degli stabilimenti va di pari passo con un drastico crollo degli investimenti in nuove capacità produttive, diminuite di quasi un ordine di grandezza nello stesso periodo. Su base annua, la velocità di contrazione è impressionante: le chiusure di impianti chimici sono passate da circa 2,9 milioni (nel 2022) a oltre 17 milioni di tonnellate l’anno (nel 2025).
L’effetto di queste dinamiche è aggravato dalla concorrenza “asimmetrica” delle economie extra-UE. In particolare, la Cina ha adottato una strategia di espansione industriale senza precedenti, sostenuta da una massiccia iniezione di risorse pubbliche. Il debito pubblico cinese ha raggiunto nel 2025 i 18.700 miliardi di dollari, superando per la prima volta il totale dell’UE (17.600 miliardi di dollari).
Questa esplosione di credito e spesa statale, unita a costi energetici e di materie prime certamente non superiori a quelli europei, ha permesso alla Cina di sviluppare enormi capacità produttive e di esportare beni sul mercato globale a prezzi addirittura prossimi al costo variabile. Il risultato è sotto i nostri occhi: prodotti cinesi iper-competitivi che invadono il mercato europeo, con implicazioni drammatiche per le nostre filiere industriali.
In questo “squilibrio di sistema”, il differenziale di costo tra produrre in Europa e produrre in Cina ha raggiunto livelli insostenibili: un rapporto della Commissione francese per la strategia e la pianificazione indica un gap di costi medi del 30-40% a svantaggio dell’Europa, con punte oltre il 60% in alcuni comparti industriali. In assenza di correttivi immediati, si sta delineando uno scenario di “desertificazione industriale” del nostro continente, con segmenti produttivi chiave che rischiano di essere soppiantati o fortemente ridimensionati. È significativo notare che perfino la Germania, tradizionalmente locomotiva industriale europea, ha visto nel 2025 un calo della produzione manifatturiera e un deficit commerciale con la Cina di quasi 90 miliardi di euro.
La reazione europea è certamente tardiva, ma non è ancora all’altezza della sfida strategica. Gli strumenti di difesa commerciale, come le misure anti-dumping, si sono rivelati spesso lenti, frammentari e incompleti. L’applicazione di dazi su singoli prodotti, oltre a richiedere indagini lunghe (fino a 13-14 mesi) e complesse, rischia di generare distorsioni lungo le filiere. Si verificano effetti perversi: mentre un anello della catena viene protetto, altri rimangono esposti, con il risultato che l’incertezza aumenta e le imprese spostano gli acquisti su prodotti finiti importati, vanificando l’effetto dei dazi.
È evidente che servono approcci nuovi e più sistemici per sostenere la nostra base industriale. Se da un lato l’UE ha iniziato a mobilitare strumenti come l’Anti-Subsidy e sta valutando l’adozione di meccanismi più rapidi ispirati al Trade Act statunitense (Sezione 301), è altrettanto chiaro che la dimensione delle filiere deve diventare il perno delle politiche. Le misure di salvaguardia esistenti richiedono tempi troppo lunghi e una focalizzazione eccessivamente settoriale. Come ha sottolineato il presidente di Federchimica, l’introduzione di dazi “non può compromettere la competitività del settore a valle e va estesa all’intera filiera”. Dobbiamo superare la logica dei provvedimenti puntuali e passare a una visione di sistema integrata.
Opportunità della bioeconomia
In questo quadro complesso, bioeconomia circolare ed economia circolare si affermano come modelli di sviluppo chiave per il futuro competitivo e sostenibile dell’Europa nelle tre dimensioni economica, ambientale e sociale. Si tratta di due direttrici complementari: da un lato l’economia circolare, che mitiga gli impatti ambientali dei settori tradizionali attraverso uso efficiente e riciclo delle risorse; dall’altro la bioeconomia, che introduce innovazione radicale partendo da risorse fossili, materie prime rinnovabili e biotecnologie all’avanguardia aggiungendo la leva del non accumulo in acqua e suolo e di uso efficiente delle risorse delle filiere locali.
In particolare, una bioeconomia fortemente radicata nei territori e sviluppata secondo uno schema circolare offre opportunità straordinarie: è in grado di generare un’ampia gamma di bioprodotti e bioenergia caratterizzati da un impatto ambientale inferiore e da un impiego più efficiente delle risorse, senza competere con la produzione alimentare ma spesso valorizzando scarti e terreni marginali.
La forza della bioeconomia risiede anche nella sua capacità di catalizzare comportamenti nuovi, promuovere modelli di consumo più attenti alla sostenibilità, creare mercati emergenti. Ne sono esempi concreti l’integrazione fra energie rinnovabili, sistemi di accumulo e gestione efficiente dell’acqua in contesti locali, per ridurre la dipendenza da fonti fossili e aumentare la sostenibilità delle attività produttive nei territori più fragili; l’innovazione in agricoltura, con lo sviluppo di colture industriali con ricadute multiple come la produzione di ingredienti bio-based per l’alimentazione animale e il recupero di terreni abbandonati a fini produttivi; la creazione di nuove filiere industriali locali e il potenziamento di quelle esistenti a partire da biomasse e oli vegetali; l’adozione di materiali biodegradabili e compostabili per gli imballaggi alimentari e per l’agroalimentare.
Questi esempi dimostrano che la bioeconomia circolare non è solo produzione di nuovi materiali, ma soprattutto costruzione di sistemi rigenerativi e generativi complessi: reti in cui ogni flusso viene valorizzato e la crescita economica si coniuga con maggiori benefici ambientali (minore consumo di risorse vergini, riduzione delle emissioni e della dipendenza da input critici, più efficienti protocolli integrati ) e sociali (nuove opportunità nelle aree rurali, riqualificazione delle competenze e dei territori).
Il caso italiano: progressi e necessità di accelerare
Negli ultimi anni l’Italia ha giocato un ruolo d’avanguardia nella bioeconomia. Abbiamo sviluppato tecnologie avanzate, avviato bioraffinerie integrate (spesso riconvertendo siti industriali esistenti) e creato competenze lungo l’intera filiera, fino a realizzare importanti impianti dimostrativi. Come sapete bene un caso emblematico è la filiera italiana delle bioplastiche e del trattamento del rifiuto organico: grazie a soluzioni innovative (biopolimeri compostabili, sistemi di raccolta differenziata dell’umido e impianti di compostaggio), siamo riusciti a chiudere il ciclo dei rifiuti organici trasformandoli in suolo fertile (compost) e bioprodotti. Oggi questa filiera integrata è una best practice riconosciuta in Europa, che concilia risoluzione di un problema ambientale con la creazione di nuove opportunità economiche e industriali.
Eppure, non solo non stiamo accelerando come dovremmo, ma stiamo regredendo. Basti pensare che nel nostro paese ci sono voluti oltre vent’anni per consolidare il sistema di raccolta e valorizzazione dell’organico, e ancora nel 2026 soltanto pochi stati europei hanno adottato modelli analoghi su vasta scala. Nel frattempo, i dati sullo stato dei suoli europei restano preoccupanti: larga parte dei terreni è in condizioni critiche di fertilità e contenuto di carbonio, sottolineando l’imperativo di restituire sostanza organica al suolo, ad esempio tramite il compost. In Italia, disponiamo di impianti industriali di prim’ordine (frutto di investimenti e visione) che oggi non sono pienamente utilizzati.
Perché, allora, non stiamo correndo? Perché, in molti contesti, continuano a prevalere letture miopi delle innovazioni bio-based: nel migliore dei casi esse sono viste solo come sostituti “uno a uno” di prodotti esistenti, quando non addirittura percepite come una minaccia per i modelli tradizionali. Così facendo, ci si dimentica che bioprodotti e bioenergie sono “abilitatori” di nuove filiere e modelli e non semplici alternative.
Diversi elementi hanno colpito negativamente le nostre filiere più innovative: basti pensare ai costi crescenti della CO₂ (ETS) per impianti industriali innovativi che trattano biomasse, al mancato riconoscimento o alle definizioni contraddittorie dei prodotti bio-based in normative chiave del Green Deal, alla scarsa valorizzazione degli scarti da feedstock rinnovabili, fino al ritardo nel contrastare gli squilibri competitivi che penalizzano l’Europa.
Come accennato, anche le misure anti-dumping tardive e non adeguate alla natura strutturale del problema stanno generando ulteriore incertezza nelle supply chain, tanto più in settori dove l’innovazione è solo all’inizio e già colpita negativamente dai costi impropri appena descritti. Concentrandosi su singole materie prime senza tenere conto dei prodotti downstream, si rischia di creare facili scappatoie alle misure (delocalizzazioni altrove e triangolazioni) e di compromettere la competitività dei trasformatori e utenti finali europei.
Il salto di scala: costruire sistemi integrati
Il rallentamento che osserviamo nell’attuazione della transizione non è dovuto a carenze tecnologiche. Le soluzioni innovative esistono, molte sono state sviluppate in Europa (spesso grazie a ingenti investimenti in R&S). Il problema è di modello strategico e di politica industriale. La sfida chiave oggi è fare un salto di scala su tutti i livelli: produttivo, di mercato, normativo. Non possiamo più permetterci di considerare i bioprodotti un “nice-to-have” o semplici alternative: devono diventare leve per integrare settori diversi e riorientare intere filiere aumentando l’efficacia delle misure di circular economy per i prodotti tradizionali.
La bioeconomia funziona quando diventa sistema: il vincente non è chi produce il prodotto più economico (specie se quel basso costo deriva dalle condizioni distorte illustrate prima), ma chi costruisce filiere integrate più rapidamente, rafforza alleanze industriali e sviluppa progetti territoriali capaci di generare valore condiviso. Il fattore tempo è cruciale: determina se un’innovazione diventerà un successo industriale europeo, oppure se aprirà semplicemente la strada all’affermazione di imprese extra-europee.
L’Europa e l’Italia dispongono già di molti elementi necessari per questo salto di qualità: competenze scientifiche, tecnologie maturate, casi di successo concreti e dimostratori industriali di scala regionale e nazionale. Ora è essenziale mettere a sistema questi elementi e farli convergere in progetti integrati, superando la frammentazione settoriale e trovando nuovi spazi di sperimentazione normativa. Se riusciremo a operare in modo più coordinato e rapido, la transizione ecologica si rivelerà non un costo in più da sostenere, ma un motore fondamentale di sviluppo industriale, ambientale e sociale per il nostro paese.
Capitalizzare il valore della bioeconomia in italia
Per capire le dimensioni dell’opportunità, guardiamo ai numeri. Secondo l’ultimo Rapporto La Bioeconomia in Europa 2025 (Intesa Sanpaolo – SPRING), la bioeconomia ha raggiunto nell’UE27 un valore della produzione complessivo di 3.174 miliardi di euro, pari all’8,8% dell’output totale, e oltre 17 milioni di occupati. L’Italia si classifica terza in valore assoluto (dopo Germania e Francia) e, insieme alla Spagna, presenta la più alta specializzazione relativa: con 433,3 miliardi di euro di output, il settore bio-based rappresenta circa il 10% dell’economia nazionale e occupa poco più di 2 milioni di addetti. Nel 2025 la bioeconomia italiana è cresciuta ulteriormente (+2,7% in valore a prezzi correnti) grazie soprattutto all’export dell’agroalimentare, mantenendo stabile l’occupazione totale. L’Italia, in altre parole, ha già consolidato una posizione di leadership europea in questo campo e l’Europa rispetto nel mondo.
Proprio per questo, non possiamo permetterci di disperdere il vantaggio competitivo acquisito. Capitalizzare ciò che abbiamo costruito significa accelerare nell’elaborazione e implementazione di una strategia industriale e territoriale realmente integrata, che trasformi i risultati raggiunti in ulteriore sviluppo. La bioeconomia continua a pesare per circa il 10% sul totale delle attività economiche nazionali – segno che è ormai parte integrante del nostro sistema produttivo. Sta a noi fare in modo che le innovazioni circolari della bioeconomia facciano crescere insieme alla fertilità e biodiversità dei suoli questa quota e che le nostre eccellenze fungano da traino per l’Europa e per altre geografie.
Verso un quadro normativo europeo coerente e sistemico
A fronte di uno scenario di competizione globale così sfidante, non è più rimandabile la definizione di un quadro normativo europeo coerente, stabile e lungimirante. Servono regole e politiche sistemiche, che permettano alle innovazioni di svilupparsi e all’industria di investire con fiducia. In parte qualcosa si sta muovendo: la proposta di Regolamento sugli imballaggi (PPWR) ha riconosciuto alcuni princìpi, ma sconta ancora contraddizioni che disorientano gli operatori e frenano gli investimenti (in particolare sulla valorizzazione delle soluzioni bio-based).
È fondamentale che la recente Strategia europea per la bioeconomia (adottata a novembre 2025) e il relativo piano d’azione vengano messi rapidamente a terra. Questo piano dovrà premiare i modelli virtuosi capaci di creare valore ambientale, sociale ed economico, attraverso misure mirate. Alcune priorità: l’introduzione di specifici codici statistici e categorie normative per le bioraffinerie, definizioni chiare e condivise per i prodotti bio-based e i materiali circolari, e strumenti di stimolo della domanda (appalti verdi, standard dedicati, incentivi agli acquisti pubblici) per accelerare l’immissione sul mercato di soluzioni sostenibili. In questa direzione, il Circular Economy Act e il Biotech Act II, attesi nei prossimi mesi, potranno essere leve essenziali se verranno declinati in modo ambizioso con effetto a brevissimo e lungo termine.
Un punto cruciale sarà ampliare la visione dell’economia circolare: non possiamo limitarci a una lettura riduttiva che la identifichi solo con il riciclo meccanico o con singole tecnologie. Il rischio, altrimenti, è di entrare in una dinamica sterile, che commoditizza prodotti innovativi prima ancora che ne possano dispiegare il potenziale, migliorando soltanto marginalmente l’esistente e senza affrontare le fragilità strutturali del nostro sistema produttivo. Gli stessi policy papers europei riconoscono che efficienza e riciclo, da soli, non bastano a ridurre significativamente il consumo di risorse né a garantire autonomia strategica.
La Bioeconomia circolare incarna invece un paradigma più ambizioso, in cui si costruiscono filiere rigenerative dove non esistono scarti, perché ogni residuo trova una propria valorizzazione. Ciò richiede innovazione continua, connessione tra reti diverse (industriali, agricole, tecnologiche, finanziarie), e – come già osservato – tempi rapidi di esecuzione. In altre parole, un approccio sistemico e multidisciplinare che solo un quadro normativo integrato può abilitare.
Il Cluster SPRING ha accompagnato finora questo percorso, favorendo il dialogo tra attori di settori diversi, costruendo visione e supportando l’innovazione. Ma ora è il momento di fare un ulteriore salto di qualità. Nel nuovo mandato SPRING deve evolvere sempre più in un propulsore di progetti integrati e iniziative territoriali ad alto valore aggiunto a partire dalle esperienze dei tanti nostri associati. Dobbiamo contribuire a creare condizioni abilitanti per l’integrazione di filiere e lo sviluppo concreto nei territori, sostenendo e accelerando la transizione dalla ricerca all’industria e alle ricadute territoriali.
In questa direzione serve connettere filiere produttive, territori, infrastrutture, competenze. E dobbiamo farlo in modo che i dimostratori tecnologici diventino piattaforme industriali robuste e replicabili, capaci di attrarre investimenti e generare partnership pubblico-private durature. Non basta più innovare: è necessario portare le soluzioni a scala, creare mercati, costruire filiere solide e competitive.
Se condividiamo questa visione, allora dobbiamo avere la determinazione di muoverci insieme in questa direzione. L’Italia e l’Europa hanno ancora l’opportunità di guidare la trasformazione a partire dalla Bioeconomia. Se saremo rapidi e coesi, la transizione ecologica potrà diventare un pilastro di prosperità per il nostro futuro. In caso contrario, rischiamo di veder sfumare la leadership industriale e tecnologica europea proprio nel momento in cui dovremmo consolidarla, perdendo non solo competitività, ma parte del nostro futuro industriale.
In copertina: immagine Envato
