La sostenibilità non è più, per le principali banche italiane, un capitolo accessorio di rendicontazione, ma è entrata nel credito, nella governance e nella gestione del rischio. Il salto in avanti è rappresentato dal fatto che oggi la finanza non può più limitarsi a selezionare chi è già “green”, ma deve accompagnare la transizione di un’economia reale che, nella maggior parte dei casi, green non lo è ancora del tutto.

Mario La Torre, professore di economia degli intermediari finanziari alla Sapienza, legge il cambio di fase: “Dal 2018 − data di pubblicazione del noto Action Plan sul finanziamento della crescita sostenibile − l’atteggiamento delle banche rispetto all’integrazione dei fattori ESG è mutato diverse volte, anche in ragione dei ripensamenti dello stesso legislatore”. Osservando “queste mutazioni con spirito positivo, mi sembra di poter dire che il cambio di passo più virtuoso sia stato quello di metabolizzare la transizione in modo più fisiologico rispetto al compito che le banche devono assicurare al sistema economico”, spiega a Materia Rinnovabile.

Per La Torre, “se in principio alcuni banchieri hanno pensato che non bisognasse più concedere credito alle imprese brown, oggi le banche hanno ben inteso che occorre accompagnare tutte le imprese in un percorso di attenzione a quelle dinamiche ambientali e sociali che caratterizzano il loro business; questa attitudine, ormai, mi sembra ampiamente consolidata”.

Le prove: dai volumi green alla governance ESG

La reportistica dei principali istituti di credito nazionali serve a misurare come questo cambio di approccio stia prendendo forma nei singoli gruppi bancari. Intesa Sanpaolo è il caso più evidente sul piano della scala: nella reportistica volontaria di sostenibilità 2025 indica ben 89,4 miliardi di euro di nuovo credito erogato tra il 2021 e il 2025 a supporto di green economy, circular economy e transizione ecologica, 15,2 miliardi di mutui green, 26,7 miliardi di social lending, cioè prestiti e iniziative a impatto sociale, una riduzione del 39% delle emissioni proprie di CO₂ rispetto al 2019 e del 12% delle emissioni finanziate assolute nei settori con target di decarbonizzazione.

Banco BPM definisce i fattori ESG (environmental, social, governance, cioè ambiente, sociale e governo societario) un pilastro trasversale del piano strategico, li affida a un Comitato endoconsiliare di sostenibilità e a una funzione “Transizione e Sostenibilità”, e indica anche 7,594 miliardi di nuovi finanziamenti low-carbon a medio-lungo termine nel 2025.

Negli altri gruppi la direzione è la stessa, anche se con strumenti e metriche diverse. BPER inserisce la rendicontazione consolidata di sostenibilità nel bilancio 2025 redatto secondo CSRD ed ESRS, cioè la nuova direttiva europea sulla rendicontazione di sostenibilità e i relativi standard tecnici. Credem struttura la propria sintesi 2025 attorno a tre assi − creazione di valore, gestione del rischio e guida della transizione − e mette al centro la doppia materialità, vale a dire la capacità di leggere insieme l’impatto dell’impresa su ambiente e società e l’effetto che i fattori di sostenibilità hanno sui conti e sui rischi della banca.

Mediobanca dedica una sezione autonoma al piano di transizione climatica e alle emissioni di ambito 1, 2 e 3, cioè emissioni dirette, indirette da energia acquistata e più in generale legate alla catena del valore. Monte dei Paschi inserisce una rendicontazione di sostenibilità specifica nella relazione finanziaria annuale. Fineco la colloca nel fascicolo di bilancio 2025. UniCredit dedica un’intera sezione all’analisi ESG nei “Bilanci e Relazioni 2025”. I numeri non sono costruiti tutti sulla stessa metrica e non consentono confronti meccanici banca contro banca, perché cambiano perimetri, definizioni e orizzonti temporali. Il segnale, però, è che la sostenibilità è entrata nella struttura operativa del settore.

I nodi della reportistica

Accanto a questa evoluzione emerge però anche il limite della fase attuale. I documenti delle banche sono più ricchi, più tecnici, più articolati rispetto a pochi anni fa. Una rendicontazione più ampia non coincide automaticamente con una maggiore capacità di dire che cosa stia cambiando davvero. “Fermo restando che vedo come nota assolutamente positiva lo sforzo delle banche − anche quelle non soggette all’obbligo di rendicontazione non finanziaria − di voler comunicare quanto di buono stanno mettendo in atto rispetto ai fattori ESG, non è possibile non notare come le rendicontazioni siano ancora molto centrate su dimensioni di output, piuttosto che di outcome”, osserva La Torre.

La distinzione è semplice. L’output è ciò che la banca fa o dichiara di aver fatto: per esempio i volumi di credito green erogati, i prodotti ESG collocati, i target climatici annunciati. L’outcome è l’effetto reale di quel credito su imprese, filiere, emissioni e modelli produttivi. “Rendicontare di aver erogato un certo numero o un certo ammontare di credito green ci racconta solo una parte della storia; quella che manca è riferita all’effettivo impatto, in termini di outcome, che quei crediti dovrebbero generare”, aggiunge La Torre.

Il settore, in sostanza, sa raccontare abbastanza bene l’impegno, ma non sa ancora dimostrare in modo ordinato e comparabile il risultato. “La nota positiva è che alcune banche si stanno già adoperando in questo tipo di esercizio; in tale ottica, i nuovi standard dell’EFRAG, che guardano alla doppia materialità, potranno facilitare, in futuro, la pubblicazione di report più impact-oriented”, sottolinea La Torre. EFRAG è l’organismo europeo che ha elaborato gli standard tecnici per rendere più omogenea e leggibile la rendicontazione di sostenibilità.

La prossima prova: PMI, dati, transizione credibile

Se la prima stagione dell’ESG bancario è stata quella dell’ingresso nei bilanci, nelle strutture di governance e nei processi interni, la successiva sarà quella della capacità di trasformare quegli impegni in effetti leggibili sull’economia reale. “Le banche possono offrire un grande contributo alla transizione sostenibile del sistema economico”, dice La Torre, ma “sarebbe bello prefigurare un futuro in cui questo contributo venga offerto senza false demagogie, rifiutando percorsi facili ed esposti a rischio di greenwashing, assecondando una transizione sostenibile fisiologica”. E aggiunge: “Non è possibile cambiare in pochi anni processi produttivi che si sono consolidati, nella maggior parte dei casi, seguendo dinamiche e mentalità molto distanti dalla sostenibilità così come la intendiamo oggi”.

Per questo, insiste, “per le banche la parola d’ordine deve essere ‘transizione’: una transizione che, seppur non istantanea deve essere, però, ispirata a strategie chiare e trasparenti”. Il banco di prova italiano passa soprattutto dal rapporto con le PMI, le piccole e medie imprese che rappresentano una parte decisiva del tessuto produttivo. “Alle banche quindi il compito di lavorare alla propria identità ESG; per far questo è necessaria una maggiore cultura della sostenibilità che, sono convinto, sarà facilitata dai cambi generazionali.”

Ma la questione non riguarda solo gli istituti. “Come nota di sistema, tuttavia, occorre anche chiarire il ruolo e la responsabilità che le autorità bancarie hanno nel favorire una transizione ordinata: se alle banche vengono imposti obblighi di vigilanza e richieste informative che non risultano coerenti con i progressi delle imprese che assistono, si rischia di porre il sistema bancario sotto stress.” Il punto più concreto, conclude La Torre, riguarda “la promozione e la diffusione di sistemi di rating ESG, anche per le piccole e medie imprese, che possano aiutare le singole banche nella valutazione della performance ESG dei loro clienti”. La sfida, a questo punto, non è più dichiararsi sostenibili, ma trasformare il credito in uno strumento credibile di accompagnamento della transizione.

 

In copertina: piazza Gae aulenti fotografata da Luca bravo, Unsplash