Le Isole Egadi si trovano oggi al centro di un acceso dibattito che vede contrapposte le ragioni della transizione energetica nazionale e la strenua difesa di un patrimonio naturalistico senza eguali. Il comune di Favignana ha infatti formalizzato una posizione di netta contrarietà al progetto Med Wind, l'imponente parco eolico offshore proposto dalla società Renexia.
Tra le criticità contestate dall'amministrazione comunale, c’è un paradosso energetico: mentre il mare delle Egadi ospiterebbe un’infrastruttura industriale di portata europea, le isole continuerebbero a dipendere da centrali a gasolio, senza ricevere benefici diretti in termini di approvvigionamento.
I dettagli del progetto
Il cuore della contesa riguarda un’opera di ingegneria monumentale che punta a ridefinire il panorama energetico italiano. Il progetto prevede l’installazione di circa 190 aerogeneratori galleggianti, ognuno caratterizzato da un’altezza superiore ai 300 metri e un diametro del rotore che può raggiungere i 295 metri. Queste turbine verrebbero distribuite su una superficie marina di circa 945 chilometri quadrati, un'area sensibilmente ridotta rispetto ai 2.500 iniziali, grazie a studi di impatto condotti dalla società proponente.
Sfruttando la tecnologia "floating", le strutture non verrebbero infisse nel fondale, minimizzando l'impatto diretto sull'ecosistema sottomarino profondo. Dal punto di vista produttivo, il parco avrebbe una potenza totale di 2,8 GW, in grado di generare circa 9 TWh annui, soddisfacendo il fabbisogno energetico di 3,4 milioni di famiglie, pari a circa il 3% del consumo elettrico totale italiano. Nonostante questi numeri e la distanza di almeno 80 km dalla costa − e circa 47 km dalle Isole Egadi − il comune di Favignana teme conseguenze irreversibili per la piccola pesca artigianale, per le rotte migratorie dell'avifauna e per i cetacei che popolano il Canale di Sicilia.
Dietro il progetto si delinea una struttura societaria complessa e radicata. Renexia Spa è controllata dalla Toto Holding Spa, un intreccio di partecipazioni e governance che unisce la tradizione delle grandi costruzioni alla nuova frontiera delle rinnovabili. Toto Holding Spa agisce come il vero polmone finanziario del gruppo, con un capitale sociale di cento milioni di euro. Il suo oggetto sociale spazia dalle costruzioni all'immobiliare, dall'aeronautico ai trasporti, fino all'energetico. Storicamente, la holding ha gestito asset di rilievo come Air One Spa e ha consolidato la propria presenza nel settore infrastrutturale attraverso Toto Costruzioni Generali e nel comparto immobiliare con Toto Real Estate. Renexia, con un capitale di cinque milioni di euro, rappresenta la punta di diamante del gruppo nella transizione ecologica.
Dalle prime istanze alle osservazioni ufficiali
Il percorso amministrativo dell’impianto ha seguito tappe serrate, segnando una distanza crescente tra le ambizioni industriali e le istanze del territorio. Tutto ha avuto inizio nel 2024 con la trasmissione ufficiale dell'istanza per la valutazione di impatto ambientale (VIA) da parte di Renexia. Il fronte del dissenso locale ha trovato una prima espressione formale il 14 ottobre 2025, quando il Consiglio comunale di Favignana ha approvato una delibera con un voto negativo sul progetto. Il dialogo è proseguito attraverso un incontro diretto tra i vertici della società e l'amministrazione comunale, che tuttavia non ha scalfito le preoccupazioni dei locali.
La posizione di chiusura si è cristallizzata lo scorso 31 gennaio, data in cui il sindaco ha firmato un documento ufficiale, formalizzando le critiche legate alla sicurezza della navigazione, al disturbo acustico e all'impatto visivo. Guardando al futuro, mentre Renexia punta a ottenere la VIA e la concessione demaniale entro il 2026 per iniziare i lavori nel 2028, il comune di Favignana invoca il principio di precauzione, chiedendo che la necessaria transizione energetica non avvenga a discapito della tutela costituzionale dell'ambiente e del paesaggio.
Il paradosso: il parco eolico delle Egadi non darà energia alle isole
Per gli abitanti di Favignana e dintorni il futuro resta nero come il gasolio: “È il paradosso dei paradossi: ci costruiscono davanti la principale fonte di produzione green d’Europa, ma noi continueremo a dipendere da una centrale a combustibili fossili che ha già inquinato il nostro territorio”, spiega Diego Gandolfo, coordinatore del Comitato No al mega-impianto eolico davanti le Isole Egadi, denunciando quella che definisce un'attività predatoria delle multinazionali. “Non c’è alcun tipo di speranza di ricevere energia; i cavi arrivano direttamente in Sicilia e la società ha già dichiarato apertamente di non voler interrompere il monopolio del distributore locale”, aggiunge Gandolfo, sottolineando come la promessa di un'energia pulita per l'arcipelago sia solo "fumo negli occhi" per la popolazione.
Ma oltre al danno energetico, preoccupa anche l’impatto sulle rotte migratorie dei volatili che utilizzano il canale di Sicilia come ponte naturale tra l’Africa e l’Europa, un passaggio cruciale per specie protette e in via d'estinzione. “La documentazione prodotta dalla società è fallace e presenta grossi limiti scientifici, utilizzando studi del Nord Europa non applicabili al Mediterraneo”, attacca Gandolfo, aggiungendo che l'impatto sull'avifauna e sul passaggio dei cetacei sarà "pazzesco", anche se spesso considerato un effetto "invisibile" perché avviene lontano dagli occhi del pubblico.
A pesare sul futuro dell’arcipelago non è solo l'ambiente, ma anche la stessa identità culturale ed economica delle isole, storicamente legata alla marineria e alla pesca. Il timore è che l'ingombrante presenza delle turbine possa alterare le correnti e danneggiare l'habitat marino, compromettendo il lavoro di chi vive di mare. “L'impatto paesaggistico e naturalistico non è da poco e l'identità della pesca potrebbe essere intaccata pesantemente”, conclude Gandolfo, evidenziando ancora una volta come la bellezza dell'orizzonte delle Egadi rischi di essere sacrificata senza che le isole vedano un briciolo della corrente prodotta davanti alle loro coste.
Mamone Capria: “Un’alleanza strategica per far guarire il mare”
Trentamila nuovi posti di lavoro fissi e un valore economico monumentale da 57 miliardi di euro: l’eolico offshore si candida a essere il volano del riscatto per il Mezzogiorno entro il 2050. Fulvio Mamone Capria, presidente dell'Associazione delle energie rinnovabili offshore (AERO), non ha dubbi sulla fattibilità dell'impresa: “Un progetto così grande può coesistere con la natura e con tutto ciò che riguarda l’habitat costiero marino”. Secondo le stime presentate da AERO, la realizzazione di circa trenta progetti sull’eolico offshore per un totale di 20 GW potrebbe generare un gettito fiscale di venticinque miliardi di euro per il paese.
Mamone Capria sottolinea come questa tecnologia possa aiutare il mare a guarire dai danni subìti negli ultimi decenni: “In quell'area specifica siciliana o in altre aree del Salento la pesca a strascico ha fatto dei danni incredibili, con habitat totalmente compromessi. I pescatori industriali potranno lavorare ai confini di un parco eolico”.
Secondo il presidente di AERO, la sospensione della pesca pesante e della navigazione in queste zone creerebbe delle vere e proprie "oasi artificiali", permettendo a specie quasi estinte nel Mediterraneo di tornare a ripopolare i fondali. L’attenzione alla biodiversità, sottolinea, è centrale nelle fasi di progettazione, con monitoraggi scientifici condotti da eccellenze come l’Istituto Anton Dohrn di Napoli e Conisma, il consorzio delle Università del mare italiane.
Mamone Capria spiega che l'impatto sull'avifauna è gestito tramite sensori sofisticati e radar di altissima precisione del parco eolico: “Tra gli aerogeneratori dovranno essere posizionati dispositivi che monitoreranno. Molte specie, come le Berte, volano rasenti l'acqua e passano sotto le pale, che si trovano ad almeno 30-40 metri di altezza. Il dialogo con i pescatori resta una priorità. L’obiettivo è trasformare una potenziale criticità in un’alleanza strategica, offrendo ai lavoratori del mare corsi di formazione, progetti di acquacoltura e incentivi per motori ibridi più sostenibili”.
Per quanto riguarda l'impatto visivo, “le pale posizionate a oltre 10-12 miglia dalla costa risultano quasi invisibili. Sono impercettibili all'occhio umano. Non c'è un danno al turismo, non ci si accorge che in mezzo a quel mare transitano oggi petroliere che invece sono un grande pericolo”. In un contesto globale segnato dai cambiamenti climatici, la transizione verso le rinnovabili non è più rimandabile. “L'eolico offshore potrebbe coprire fino all'8% della produzione elettrica nazionale al 2050”, conclude il presidente di AERO, lanciando un monito verso chi tenta di rallentare questo processo. “Le rinnovabili non vanno fermate, perché ci consentono di ridare occupazione a chi, nel sistema delle fonti fossili, fra venticinque anni non potrà più lavorare.”
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In copertina: immagine Envato
