Nel giro di dieci giorni, il sistema europeo di scambio delle quote di emissione − l’EU ETS, il mercato della CO₂ su cui si regge buona parte della strategia climatica dell’Unione − è finito al centro di una tempesta politica senza precedenti. In Italia e in Europa. Il decreto energia approvato il 18 febbraio dal Consiglio dei ministri ne ha messo in discussione il funzionamento con una misura che prevede il rimborso ai produttori termoelettrici a gas dei costi legati alle quote di emissione. Centocinquanta scienziati ed economisti hanno risposto con una lettera aperta al governo. E il giorno dopo, a Bruxelles, il ministro delle imprese Adolfo Urso ha alzato il tiro chiedendo formalmente la sospensione dell’intero sistema.
Per capire la portata dello scontro, conviene partire dalle basi. L’EU ETS è un sistema di cap-and-trade introdotto nel 2005: l’Unione Europea fissa un tetto massimo alle emissioni di CO₂ consentite nei settori più inquinanti − centrali elettriche, industria pesante, aviazione, trasporto marittimo − e ogni anno distribuisce quote di emissione, in parte vendute all’asta, in parte ancora assegnate gratuitamente alle imprese a rischio di delocalizzazione. Le aziende che inquinano meno del previsto possono vendere le quote in eccesso; quelle che sforano devono acquistarne altre sul mercato. Il principio è semplice: chi inquina paga. E il prezzo della CO₂ − che a gennaio era salito sopra i 90 euro per tonnellata, per poi scendere sotto i 75 dopo che il cancelliere tedesco Merz, al summit industriale di Anversa dell’11 febbraio, si era detto aperto a rivedere o rinviare il sistema − rappresenta il segnale economico che dovrebbe orientare gli investimenti verso la decarbonizzazione.
I numeri dicono che, almeno in parte, il meccanismo ha funzionato: le emissioni nei settori coperti dall’ETS sono calate del 50% rispetto al 2005, l’economia in quegli stessi settori è cresciuta del 71%, e i ricavi complessivi delle aste hanno superato i 260 miliardi di euro dal 2005 a oggi. La revisione dell’ETS, prevista per il terzo trimestre del 2026, dovrebbe aggiornare i parametri del sistema e affrontare i nodi irrisolti. Ma il governo italiano − e non solo lui − ha deciso di non aspettare.
Il Decreto energia e l’articolo 6
La misura più controversa del Decreto energia (DL 21/2026, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 20 febbraio) è contenuta nell’articolo 6, che prevede, a partire dal 2027, un meccanismo di rimborso per i produttori termoelettrici a gas dei costi sostenuti per l’acquisto delle quote ETS. L’obiettivo dichiarato è ridurre il prezzo finale dell’elettricità per famiglie e imprese, scorporando il costo della CO₂ dalla formazione del prezzo dell’energia. Secondo le stime del think tank ECCO, l’onere complessivo è stimato tra i 3 e i 4 miliardi di euro, e verrebbe scaricato sulle bollette elettriche dei consumatori.
Lo stesso decreto subordina la misura all’autorizzazione della Commissione europea sugli aiuti di stato, ai sensi dell’articolo 108 del Trattato sul funzionamento dell’UE. Un passaggio che non è sfuggito ad Assoidroelettrica, che il 26 febbraio ha dichiarato di essere “fiduciosa sul fatto che la parte legata agli ETS probabilmente non otterrà il via libera” da Bruxelles, in quanto si configurerebbero come “ingiusti aiuti di stato a favore dei produttori da fonti convenzionali”, in contrasto con la normativa europea e a discapito del libero mercato e delle rinnovabili.
La critica di fondo è che rimborsare il costo della CO₂ ai produttori di gas equivale a neutralizzare il segnale di prezzo del carbonio, rendendo il fossile artificialmente più competitivo. Lo ha confermato, indirettamente, anche l’amministratore delegato di ENEL, Flavio Cattaneo, osservando che senza ETS la generazione da carbone diventa “fra i modi più convenienti di generare” energia. Un cortocircuito che dice molto sull’efficacia dello strumento: è proprio quel costo aggiuntivo sulle fossili che rende convenienti le alternative pulite.
La lettera dei centocinquanta
Il 25 febbraio, centocinquanta tra scienziati, economisti e climatologi italiani hanno firmato una lettera aperta rivolta al governo Meloni con un appello tanto secco quanto il suo titolo: Niente di più miope che attaccare il sistema ETS mentre l’Italia frana. Tra i firmatari ci sono il premio Nobel per la fisica 2021 Giorgio Parisi, l’economista Carlo Carraro, ex rettore dell’Università Ca’ Foscari di Venezia, e il fisico climatologo del CNR Antonello Pasini.
La lettera parte dalla cronaca: il passaggio del ciclone Harry sul Sud Italia, con miliardi di euro di danni, e il disastro di Niscemi, che i firmatari definiscono “la drammatica metafora di un intero paese a rischio”. E si allarga al quadro più strutturale: l’ISPRA colloca da anni l’Italia ai primi posti in Europa per esposizione al rischio di frane, il 2023 e il 2025 sono stati tra i tre anni più caldi mai registrati a livello globale, e gennaio 2026 è risultato il quinto gennaio più caldo della serie storica.
Il punto politico è netto. L’ETS, scrivono, ha dimostrato di funzionare: ha ridotto le emissioni nei settori regolati, stimolato innovazione, accompagnato la transizione industriale a costi sostenibili. Presentare la contrapposizione alle politiche di decarbonizzazione come tutela delle imprese o delle famiglie, per i firmatari, “non è una giustificazione, ma un ulteriore motivo di preoccupazione”. Rallentare la decarbonizzazione, avvertono, renderebbe il paese subalterno alle componenti meno innovative dell’industria, con ricadute strutturali sulla competitività.
Urso a Bruxelles: “Sospendere l’ETS”
Il giorno dopo la pubblicazione della lettera degli scienziati, il ministro delle imprese Adolfo Urso è intervenuto a Bruxelles alla riunione dei “Friends of Industry”, il formato informale che riunisce i ministri dell’industria di Italia, Francia, Germania, Spagna, Polonia e Repubblica Ceca. La richiesta è stata esplicita: sospendere l’ETS in attesa di una profonda revisione che intervenga sui parametri di riferimento delle emissioni, sui meccanismi di assegnazione delle quote, incluso il rinvio dell’eliminazione graduale delle quote gratuite, e che introduca un meccanismo stabile di sostegno per le imprese esportatrici, ancora assente nella riforma del CBAM.
Il CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism) è l’altro pilastro della strategia climatica europea: una tassa doganale sul contenuto di carbonio dei beni importati nell’UE, pensata per evitare che le imprese europee soggette all’ETS vengano spiazzate da concorrenti extra-UE che producono senza vincoli sulle emissioni. Dopo una fase transitoria di sola rendicontazione avviata nel 2023, è entrato nella fase definitiva dal gennaio 2026, con l’acquisto obbligatorio dei certificati previsto a partire dal 2027. Ma secondo molti governi non è ancora abbastanza robusto da proteggere davvero l’industria continentale. Il giorno seguente, al Consiglio Competitività, Urso ha ribadito la linea, con un focus specifico sull’industria chimica, definita “l’industria delle industrie in Europa”, oggi sotto pressione per gli alti costi energetici.
A rafforzare la posizione è arrivato un documento firmato dagli undici ministri dell’industria di Austria, Croazia, Repubblica Ceca, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Polonia, Portogallo, Slovacchia e Spagna, che chiede una revisione dell’ETS capace di garantire stabilità del mercato, protezione dalla volatilità dei prezzi e un approccio pragmatico alle quote gratuite, insieme a una revisione coerente del CBAM. Un secondo documento, promosso dall’Italia con Bulgaria, Repubblica Ceca, Ungheria, Polonia, Romania, Slovacchia e Slovenia, chiede misure di emergenza per l’industria chimica e la revisione del calendario di eliminazione delle quote gratuite.
L’Europa divisa sull’ETS
Ma l’Europa non è compatta. La Francia, pur avendo firmato il documento congiunto, ha subito posto dei paletti. Il ministro dell’industria Sébastien Martin ha dichiarato al Consiglio Competitività che sull’ETS è necessario essere prudenti e che “da qui a far saltare tutto, non è la posizione della Francia”. La Germania, con la ministra dell’economia Katherina Reiche, ha detto di voler “riformare l’ETS rapidamente”, ma senza parlare di sospensione. La Svezia, con la vice premier Ebba Busch, ha difeso esplicitamente il sistema: “Siamo aperti a piccoli aggiustamenti, ma se iniziamo a erodere le basi e i fondamenti stessi dell’ETS, finiremmo per compromettere le grandi transizioni industriali degli ultimi vent’anni”. L’Austria, al contrario, ha guardato con interesse al “modello italiano”: il ministro Hattmannsdorfer ha detto di voler esaminare attentamente come Roma intende evitare che il prezzo della CO₂ venga trasferito sui costi dell’elettricità.
All’interno della stessa Commissione europea si è aperta una crepa significativa. Se von der Leyen nelle settimane precedenti aveva difeso l’ETS ricordando che il prezzo dell’energia dipende soprattutto dal gas, dagli oneri di rete e dalle tasse nazionali, e solo in minima parte dall’ETS, il vicepresidente per la strategia industriale Stéphane Séjourné ha usato toni diversi: “Dobbiamo ridiscutere l’ETS, che dovrà tornare a essere uno strumento di investimento e non essere percepito come uno strumento di tassazione”.
L’industria italiana spaccata
Anche il fronte industriale non è monolitico. Confindustria, con il presidente Emanuele Orsini, è stata la prima a chiedere la sospensione già l’11 febbraio, definendo l’ETS “squilibrato” e trasformatosi da strumento di decarbonizzazione a “veicolo di speculazione finanziaria”. Settori come acciaio, chimica e ceramica, ha sostenuto Orsini, rischiano di essere espulsi dai mercati internazionali. Il presidente di Confindustria Brescia, Paolo Streparava, ha rincarato la dose, parlando di rischio di “progressiva chiusura di stabilimenti in Europa”. E il gruppo siderurgico Arvedi ha messo i numeri sul tavolo: nel 2025 il prezzo medio dell’elettricità in Italia era di circa 85 euro al megawattora, contro i 44 della Germania, i 25 della Francia e i 60 della Spagna.
Ma non tutti gli industriali la pensano allo stesso modo. Confetra, la confederazione dei trasporti e della logistica, ha posto una domanda diversa: prima di chiedere la sospensione, bisogna capire come l’Italia spende i ricavi dell’ETS. Il presidente Carlo De Ruvo ha ricordato che Bruxelles prevede che almeno il 50% di quelle somme venga reimpiegato in attività di decarbonizzazione e supporto alle imprese, e che l’Italia “sta molto indietro” su questo fronte. L’AD di ENI, Claudio Descalzi, pur senza entrare nel dibattito politico, ha confermato il disagio dell’industria europea: “L’ETS è una di queste tasse e l’Europa è l’unica ad applicarle a un livello così alto. Non è facile competere con il resto del mondo”.
Il nodo vero: chi paga la transizione
Dietro lo scontro sull’ETS c’è una questione di fondo che nessuno degli attori in campo formula volentieri, ma che attraversa tutto il dibattito: chi deve pagare il costo della transizione energetica. Il sistema ETS è costruito su un principio (chi inquina paga) che, se neutralizzato, rischia di far ricadere quei costi interamente sui consumatori e sui bilanci pubblici. La stessa Commissione von der Leyen, pur aprendo alla revisione, ha ammesso che gli stati membri investono meno del 5% dei ricavi ETS nella decarbonizzazione industriale. Ed è su questo punto che insiste una parte del mondo industriale e scientifico: il problema non è lo strumento, ma come vengono usati i soldi che genera.
La partita si sposterà ora sulla revisione prevista per l’estate 2026. La Commissione dovrà presentare le sue proposte, e i co-legislatori dovranno trovare un equilibrio tra le richieste dell’industria − che vuole quote gratuite più a lungo, meno volatilità dei prezzi e un CBAM capace di proteggere davvero le imprese esportatrici − e la necessità di mantenere un segnale di prezzo del carbonio credibile. Sullo sfondo, la domanda che i centocinquanta scienziati hanno messo nero su bianco: se si smantella l’unico strumento europeo che ha dimostrato di ridurre le emissioni, con cosa lo si sostituisce?
In copertina: Adolfo Urso fotografato da Stefano Carofe, Agenzia IPA
