Materia Rinnovabile numero 22 / luglio-agosto

Foreste da conservare

di Rudi Bressa

Un singolo tappo racconta una storia lunga quasi mezzo secolo. E proviene da uno degli habitat con il più alto valore naturalistico del bacino del Mediterraneo, la foresta da sughero. 

 

Guardando una qualsiasi mappa della distribuzione geografica della quercia da sughero (Quercus suber L.), ciò che salta subito all’occhio è la precisa area in cui questa si è diffusa nel corso del tempo: il bacino del Mediterraneo. Il suo clima caldo e umido, caratterizzato da estati secche e inverni miti influenzati dalle correnti atlantiche, rendono questo il luogo ideale per la crescita e la prosperità di questa particolarissima specie vegetale. La quercia da sughero si inserisce infatti in quello che è definito come un vero e proprio ecosistema, unico al mondo. Sì perché il Montado, così viene chiamato il sistema agroforestale tipico del Portogallo, è un mosaico estremamente complesso, in equilibrio tra specie vegetali e animali. Uomo compreso. Composto da un esiguo numero di specie arboree, intervallate da arbusti, prati e campi coltivati, il Montado ospita intere comunità di esemplari di leccio (Quercus rotundifolia), di quercia dei Pirenei (Quercus pyrenaica) e per la maggior parte di quercia da sughero. Secondo i dati dell’Inventario forestale nazionale portoghese (Ifn), in Portogallo si concentra il 34% dell’intera copertura forestale di sugherete a livello globale, corrispondenti a circa 736.000 ettari, e pari al 23% della copertura arborea totale del Paese, secondo solo all’eucalipto. Un paesaggio inserito anche all’interno della Rete Natura 2000 (habitat 9330), strumento europeo utilizzato in ambito comunitario per la protezione della biodiversità e la conservazione della natura. 

 

 

Serbatoio di biodiversità

Basta passeggiare per qualche chilometro all’interno di una sughereta per comprenderne il valore ecologico. Qui condividono spazio e risorse decine di specie vegetali e animali, e non di rado è possibile incontrare non solo piccoli allevamenti bradi e semibradi, ma vere e proprie specie endemiche, ovvero esclusive di questo territorio in qualche modo simile alle savane africane. Come la lince pardina (Lynx pardinus), oggi inclusa nella Lista Rossa della Iucn (Unione internazionale per la conservazione della natura) e a rischio estinzione. Nelle chiome eterogenee delle querce da sughero possono invece trovare dimora l’aquila imperiale (Aquila adalberti), o altri rapaci come il biancone (Circaettus gallicus), l’aquila minore (Hierattus pennatus) o l’aquila di Bonelli (Hierattus fasciatus). Presenti ovviamente grazie ad una catena trofica ben rifornita di piccoli mammiferi e uccelli, che spesso si annidano tra gli arbusti. In un clima particolare come quello mediterraneo, soggetto anche a lunghi periodi di siccità, si instaurano varie comunità di specie vegetali, supportate dai diversi microclimi presenti nelle vicinanze degli alberi da sughero, che sostengono a loro volta intere comunità di insetti e altri piccoli animali.

 

Ma tra i servizi ecosistemici, ovvero tutte quelle funzioni naturali in grado di supportare le attività umane, la sughereta è in grado di influire positivamente anche nei cicli idrogeologici. Le querce da sughero sono alleati perfetti contro la desertificazione e la degradazione del suolo. Le loro radici infatti intercettano l’acqua più in profondità delle altre specie, riducendo la competizione per le risorse. Sono inoltre in grado di intercettare in media il 26,7 % delle precipitazioni totali, riducendo la quantità di deflusso dell’acqua e prevenendo di conseguenza l’erosione del suolo. La caduta del materiale organico inoltre non fa che aumentare la disponibilità di humus del terreno, che si mantiene stabile e in salute. 

 

 

Per riconoscere il valore economico e sociale che la conservazione e la gestione responsabile delle foreste di sughero comporta, a oggi circa 100.000 ettari di querceti in Portogallo sono certificati Fsc (Forest Stewardship Council) – su un totale di 150.000 tra Spagna, Italia e Portogallo. In questo modo non solo si è certificata la riduzione degli impatti sugli habitat naturali, ma si è dato ulteriore valore al miglioramento delle condizioni dei lavoratori e dei rapporti con le comunità locali. 

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