Materia Rinnovabile numero 22 / luglio-agosto

Una questione globale

di Emanuele Bompan

Nel Putumayo, Colombia, la produzione di coca ha raggiunto livelli tra i più alti degli ultimi anni. Il processo di sostituzione delle colture con cash cropcome cacao o peperoncini pregiati funziona a fatica: la coca rende molto di più sul mercato. 

“Senza una valorizzazione reale della produzione agricola non si può fermare la coca”, spiega Nico, un piccolo produttore locale, durante un’intervista. Sebbene questo sia un caso limite, il tema di come trarre maggior valore (economico e non solo) dai prodotti agricoli, schiacciati dalla dittatura dei prezzi della grande distribuzione e degli intermediari, è centrale nei Paesi in via di sviluppo così come in quelli industrializzati. Con poche eccezioni – come il settore vitivinicolo – l’agricoltura è in perenne difficoltà, costantemente alla ricerca di sussidi (ingenti quelli per i carburanti fossili). Un settore che ha il potenziale per trovare nuove fonti di reddito e che dovrebbe essere protagonista nella mitigazione degli impatti ambientali, rispristinando i danni di un’agricoltura tecnologica e iper specializzata e migliorando la produttività dei suoli. Con un altro obiettivo fondamentale: garantire occupazione dignitosa e adeguatamente remunerata, qualcosa di ben diverso da ciò che ci raccontano le cronache.

L’industria alimentare è stata definita da alcuni la “più grande industria del mondo”, con oltre un miliardo di persone che lavorano ogni giorno per coltivare, elaborare, trasportare, commercializzare, cucinare, confezionare, vendere o consegnare cibo. Le risorse necessarie per sostenere questo settore sono ingenti: il 50% della terra abitabile del pianeta e il 70% della domanda di acqua dolce vengono assorbiti dall’agricoltura.

Gli impatti ambientali dell’agricoltura e dell’allevamento, cardine della nostra stessa esistenza sono immensi, dalle emissioni di carbonio legate alla deforestazione, all’impronta ambientale degli allevamenti intensivi. Allo stesso tempo i produttori diretti (non i grandi marchi) non ne traggono una reale ricchezza, specie nei Paesi meno industrializzati.

Può essere l’economia circolare una soluzione a questi problemi? È quello che ci domandiamo in questo numero di Materia Rinnovabile. Come possiamo realizzare colture e processi industriali da cui riuscire a ottimizzare l’uso delle risorse traendo profitto da ogni output, limitando gli impatti ambientali e anzi operando per rigenerare l’ambiente? 

L’innovazione della chimica dei materiali e la riscoperta di saperi tradizionali potrebbe essere la chiave della circular economy of food. Oggi da una pianta come la vite siamo in grado di realizzare un’ampia gamma di prodotti: vino, distillati dalle vinacce, polifenoli, materiale tessile dalle vinacce esauste, fibra dalle foglie. Ed è solo un esempio tra i tanti di cui già disponiamo. Allo stesso tempo la riscoperta dell’agro-ecologia e di specie resilienti può tutelare colture e allevamenti dagli shock climatici e ambientali. È un mondo da scoprire e da studiare, capendo come ottimizzare i processi di scala (Di quanti sottoprodotti si dispone? Avremo sufficiente materia per una supply chain? Quali sono le giuste econometrie?), cercando i modelli più efficienti (come la 3D Farming di Gunter Pauli, intervistato nelle pagine che seguono) e più sostenibili per un’agricoltura e un’industria alimentare resiliente, studiando le buone pratiche e alimentando un dibattito politico in cui questo tema non è ancora emerso.

Con due punti fermi: evitare l’uso di risorse utilizzabili come alimento per produrre materiali o energia, evitando disastri come il boom dei bio-carburanti di prima generazione, che ha distorto il mercato di derrate come mais e barbabietola da zucchero, creando vere e proprie crisi alimentari. 

E come secondo punto, i prezzi: il cibo deve uscire dalle logiche finanziarie. Entrando pesantemente nei mercati finanziari delle commodities (come quello di Chicago) non solo come derrate ma anche come biomateria, c’è il rischio di forti distorsioni e di possibili speculazioni legate a prodotti derivati. 

Una volta posti i giusti paletti sta alla ricerca indipendente impegnarsi sull’analisi quantitativa e qualitativa di questi processi, mentre per industria e agricoltori il compito è innovare i processi e studiare sempre nuove soluzioni. Ai designer, infine, l’onere di ripensare e riprogettare sia il modo in cui consumiamo il cibo sia gli usi delle nuove biomaterie che nasceranno dagli scarti dell’agricoltura, della produzione e dal food waste.

Toccherà a chi, come noi si occupa di comunicazione raccontare tutto questo, collegando i diversi aspetti e cercando di promuovere le nuove idee, stimolando anche la politica ad agire.  

 

 

Immagine in alto: Pianta di coca, Franz Eugen Köhler, Köhler’s Medizinal-Pflanzen, 1897. Wikimedia Commons CC0

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