Materia Rinnovabile numero 21 / maggio-giugno

Scegliere da che parte stare nello stallo tra civiltà e pianeta

di Richard Heinberg

Per fermare i cambiamenti climatici, rispondere al crollo della biodiversità e minimizzare il pericolo di esaurimento delle risorse naturali, dobbiamo ridurre la dimensione dell’economia globale basata sul modello “estrarre-consumare-inquinare”. Ma dato che dipendiamo dall’economia per il sostentamento, va fatto in modo equo e giusto per tutti.

Però le élite finanziarie e politiche non vogliono saperne. La crescita economica è il principale oggetto di fede nel nostro mondo moderno. Qualsiasi sia il problema, la crescita è la soluzione. L’economia è un veicolo senza retromarcia, e noi trattiamo il pianeta come un semplice mezzo per giungere alla nostra gloriosa o ignominiosa fine.

Una forza incontenibile (la nostra domanda di una crescita infinita) si è scontrata con qualcosa di inamovibile (un pianeta con risorse e capacità di ricezione dei rifiuti limitate). La gara che contrappone la civiltà al pianeta sembra essere in fase di stallo. Nel frattempo gli archeologi hanno imparato che le civiltà sono entità instabili e temporanee. Quindi, nella nostra gara, possiamo essere abbastanza sicuri che sarà il pianeta a prevalere anche se probabilmente in una condizione così indebolita e destabilizzata da non poter più sostenere una civiltà. Possiamo uscire da questo stallo prima che l’umanità si intrappoli in una traiettoria irreversibile?

Forse la tecnologia potrebbe avere un ruolo. Potremmo passare a tecnologie energetiche che non rilasciano carbonio. Ma se la società umana continua a crescere, e se continuiamo a usare l’energia per un’ulteriore estrazione di risorse che distrugge gli ecosistemi, allora persino i generatori solari o eolici riusciranno al massimo a posticipare la scomparsa della civiltà.

Se vogliamo proteggere la civiltà sul lungo periodo, la nostra sola vera speranza è trasformarla. Dobbiamo pensare all’economia umana come sottoinsieme dipendente dell’ecosistema globale. Dobbiamo puntare a un’auspicabile condizione di stabilità piuttosto che a una crescita infinita. Inoltre, la nostra economia deve essere circolare in modo da non portare all’esaurimento o al degrado delle risorse naturali e non generare rifiuti tossici. Dobbiamo ripristinare gli ecosistemi, creare suolo, espandere le foreste, rimuovere l’inquinamento dagli oceani e tenere sotto controllo la pesca. Nel frattempo possiamo ridurre gli impatti sociali promuovendo forme cooperative di possesso dell’attività produttiva da parte dei lavoratori, la sharing economy e un reddito di base universale.

Però, perché questo tipo di cambiamenti possa realizzarsi, sarà necessario un cambiamento profondo dei cuori e delle menti. Invece di vedere il mondo naturale come un deposito di risorse da saccheggiare, dobbiamo guardarlo come la base della nostra esistenza e la guida delle nostre azioni.

In ogni epoca si sviluppa una visione del mondo che aiuta le persone a dare un senso alla loro vita e a ciò che le circonda. Durante la breve era industriale alimentata dal fossile, l’umanità ha adottato una visione del mondo incentrata sull’adorazione della tecnologia e sull’obiettivo della crescita economica. Ma oggi stanno germogliando, invisibili ai più, i semi di una visione nuova e diversa.

La visione ecologica del mondo è l’inevitabile risposta umana ai cambiamenti climatici, e rappresenta una rivoluzione morale ed etica. La mente ecologica cerca collegamenti sistemici tra i fenomeni. Ha una visione planetaria ma è radicata e adattata localmente. Man mano che allunga i suoi rami e dispiega le sue foglie, il pensiero incentrato sulla natura mette in dubbio molte assunzioni rinforzate culturalmente.

Nella gara tra civiltà e pianeta, sempre più esseri umani stanno cambiando parte. E il motivo per farlo è incontestabile: Chi vuole far parte della squadra perdente?

È comprensibile che politici ed economisti ostacolino questa rivoluzione. Il loro potere deriva dalla difesa del paradigma attualmente imperante. Quindi la rivoluzione non può iniziare in sale riunioni o parlamenti, nemmeno nelle conferenze sul clima. Comincia invece nei cuori e nelle menti.

È vero, la maggior parte di noi non sopravviverebbe neanche un mese senza la civiltà. Ma la nostra dipendenza non cambia il fatto che il modo in cui viviamo non ha futuro. Quando ci sforziamo di sviluppare un’economia che non metta a repentaglio le stesse basi della propria esistenza, si delinea una potenziale tregua. Eppure finché i termini di questa tregua potranno essere schematizzati e adottati, è il pianeta a meritare la nostra fedeltà.

Poiché la civiltà basata sul modello “cresci ed esaurisci” non ha futuro, l’unica risposta realistica è trarre supporto da essa: posare il nostro smartphone e uscire dal nostro guscio. Via via che prestiamo più attenzione agli uccelli e agli insetti, torniamo gradualmente in noi.

Benvenuti nella squadra vincente.

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