Materia Rinnovabile numero 21 / maggio-giugno

E se Karl Polanyi avesse avuto ragione?

Affrontare i bisogni della società usando come strumento la circolarità dei materiali

di Alexandre Lemille

“Invece di inserire l’economia nelle relazioni sociali, le relazioni sociali sono inserite nel sistema economico.”

Con questa frase, Karl Polanyi evidenzia l’idea che dai primi anni del Novecento la società è stata costretta a conformarsi ai bisogni dei meccanismi di mercato, invece di scegliere un approccio più logico dell’economia come strumento al servizio dei bisogni della società.

Verso la metà del 20° secolo, Karl Polanyi era un economista austroungarico, specializzato in storia, antropologia e sociologia da una prospettiva economica, solo per elencare alcune delle sue competenze. È famoso soprattutto per il libro La grande trasformazione in cui spiega come l’economia di mercato ha cambiato la nostra percezione delle interazioni sociali umane fin dalla prima rivoluzione industriale.

 Norme sociali dettate dai prezzi di mercato

Polanyi evidenziò che prima dell’economia di mercato esistevano tra le persone – come principali mezzi di scambio – reciprocità e redistribuzione. Con l’emergere dell’industrializzazione, le relazioni tra gli esseri umani cambiarono sotto la forte influenza di istituzioni centralizzate che promuovevano l’auto-regolazione dell’economia di mercato. In altre parole, le nostre decisioni quotidiane non vengono più prese sulla base delle nostre naturali abilità sociali – la nostra capacità di costruire relazioni personali e comunitarie – ma esclusivamente sulla base dei prezzi. Egli sostiene: “Permettere ai meccanismi di mercato di essere l’unico artefice del destino degli uomini e del loro ambiente naturale… porterà alla demolizione della società”.

Sebbene conscio del fatto che l’economia di mercato ha portato prosperità materiale, “egli mise in guardia sul pericolo di trasformare le persone in marionette e giocattoli delle irragionevoli forze del mercato” (J. Bradford DeLong - Thesis, 1997). Invece Polanyi suggerì che la prosperità può essere raggiunta evitando la povertà, la distruzione della creatività e l’erosione della comunità. Questi sono gli stessi tre rischi evidenziati dal World Economic Forum nel report “Rischi Globali” per spiegare le cause dei principali problemi socioeconomici, ovvero aumento della diseguaglianza in reddito e ricchezza, crescente polarizzazione delle società, aumento dell’urbanizzazione, crescita della classe media nei paesi emergenti, spostamento del potere eccetera.

 

Reciprocità e redistribuzione

Polanyi affermava che “l’economia umana, come regola, è immersa nelle relazioni sociali”, e quindi credeva che dovesse essere incorporata nella nostra rete di interazioni sociali, tradizionali e culturali, principalmente come strumento che conduce al benessere e non a dettare decisioni individuali e collettive, come succede oggi.

Egli notò che le società pre-moderne della Cina, gli imperi indiani, i regni dell’Africa e della Grecia – per nominarne alcuni – funzionavano sui principi di reciprocità e redistribuzione. Il valore di terreni e lavoro non era determinato dai prezzi di mercato, ma dalle regole della tradizione, della redistribuzione e della reciprocità, le basi della natura umana. L’economia redistributiva riguardava un gruppo di persone che producevano, per un’entità centrale, beni che venivano poi ridistribuiti alla comunità secondo i bisogni dei vari membri. Nell’economia della reciprocità, l’allocazione dei beni era basata su scambi reciproci tra entità sociali, vale a dire, l’azione positiva di un gruppo innesca un’azione positiva da parte di un altro gruppo. Infine, l’economia della gestione domestica parte dalla famiglia come unità. La famiglia produce per suo uso e consumo. Un approccio altamente distributivo, ma decisamente all’opposto dei modelli attuali, almeno nell’emisfero settentrionale.

Su queste basi, Polanyi propose di usare l’altro significato della parola “economia” – la definizione originale di economia, oikonomia in greco antico, significava “gestione domestica” e si concentrava più sulla “gestione della casa”. Questo significato è lontano dall’inclinazione degli economisti neoclassici a usare il termine per designare una logica di azioni razionali e processi decisionali che comandano i nostri comportamenti – basata su come gli esseri umani si guadagnano da vivere relazionandosi con il loro ambiente sociale e naturale. Questa era una dichiarazione, a quei tempi – ma lo è tuttora – molto allineata con l’obiettivo che chiamiamo, oggi, “sviluppo sostenibile” come definito dalla Commissione Brundtland nel 1987. Comprensibilmente, decenni dopo la nostra decisione di optare per un’economia basata su “azioni razionali”, troviamo difficile vedere il collegamento tra la nostra vita quotidiana e il nostro ambiente sociale e naturale. La disconnessione e la nostra insensibilità a queste più ampie interazioni è onnipresente e percepibile in ogni occasione.

 

Da un’economia del possedere a un’economia dell’essere

Attualmente abbiamo una opportunità: ripensare le relazioni umane e come possano essere riallineate con la comprensione del funzionamento dei sistemi. Perché è così?

Da un lato siamo nel pieno di una transizione tecnologica senza precedenti che – ancora una volta – cambierà i nostri schemi comportamentali, dai mezzi di scambio crittografici alle decisioni prese da un’intelligenza artificiale. D’altro lato siamo arrivati a comprendere che le tecnologie non saranno sufficienti per progettare uno spazio più sicuro per l’umanità su questo pianeta. Affidarsi unicamente a esse è altamente rischioso. L’unica possibilità consiste nel riscoprire i nostri schemi collaborativi: ricostruire le nostre connessioni reciproche e ricollegarci a queste interfacce più ampie, cioè la sbiadita biosfera da cui cominciare.

L’economia circolare, nella sua forma attuale, riconosce i confini planetari come una spinta a innovare. In un mondo con una popolazione in crescita e le funzioni ambientali in via di scomparsa, abbiamo l’opportunità di identificare una nuova linea guida e avanzare con saggezza da questa: la riserva totale di risorse e di flussi di energie. Da questo punto di riferimento dovremmo tracciare una linea su un foglio bianco e riprogettare il nostro modello economico con approcci insoliti. Per esempio: gestire apertamente le risorse globali e ridistribuire le energie applicando i modelli economici di reciprocità, redistribuzione e gestione domestica dove applicabili.

Ci sono tre riserve comuni di risorse sul pianeta, partendo dalle quali possono essere progettati molti servizi: la biosfera (madre Natura, la nostra riserva biologica), l’antroposfera (un’abbondante riserva di esseri umani) e la tecnosfera (una riserva limitata di componenti da gestire attentamente). L’economia circolare cerca anche di imitare l’efficacia dei cicli naturali: flussi infiniti di energie. Tali flussi rinnovabili sono messi a disposizione da queste tre riserve e noi dovremmo trarne vantaggio allineando a essi il nostro mondo economico. Assolvere questo compito potrebbe richiedere tempo ma influenzerà positivamente i nostri schemi di pensiero: saremo in grado di stimare il valore reale di queste tre risorse ed energie disponibili e cominciare a gestirle più saggiamente, cioè all’interno della comunità e con attenzione. 

Basandoci su questo approccio, non produrremo più beni ma progetteremo servizi o, ancora meglio, esperienze. Questi servizi ci aiuteranno ad avere accesso a tutto ciò che ci serve, quando ne avremo bisogno, con un approccio più efficace se paragonato al nostro attuale modello basato sui prodotti: i beni scompariranno al posto di un servizio o un’esperienza. I servizi saranno ideati sulla base dell’efficacia dei flussi di energia. Saranno anche condivisibili, adattabili e versatili così che ognuno possa accedervi secondo le proprie necessità. L’illuminazione come servizio – in cui si paga la luce e non le lampadine – rimane, per esempio, piuttosto costosa attualmente poiché basata su lampade che usano elementi fisici che richiedono una logistica centralizzata ed energia di origine fossile. Se ci proiettiamo in un futuro prossimo, possiamo immaginare un servizio di illuminazione basato su energie rinnovabili a cui si accederà in modo collaborativo immediatamente e per sempre. Il suo costo diventerà assolutamente marginale dopo anni di utilizzo (in relazione alla Società a Zero Costi Marginali di Jeremy Rifkin). Ma guardiamo oltre, a quello che è disponibile oggi nel campo della bioeconomia: Glowee riproduce la bioluminescenza degli organismi marini per illuminare strade urbane e negozi. Queste luci naturali già oggi hanno già una durata di poco inferiore a una settimana! L’illuminazione quindi non sarà più un costo per un’organizzazione o per gli individui. Queste barriere economiche cadranno, altre potrebbero sorgere, ma se progettato bene il crollo di questi ostacoli permetterà di sollevare un maggior numero di persone in un rinnovato modello economico distribuito.

 

Il nostro mondo è di natura distributiva 

Ed è proprio qui che si trova una finestra di opportunità: un modello economico basato su servizi che permettano alle risorse di sparire dietro le esperienze dei consumatori potrebbe essere la nostra occasione per ripensare i nostri schemi sociali fondamentali!

L’economia circolare è di natura distributiva. Essa riconosce che l’energia è a disposizione di tutti noi sul pianeta in modo costantemente rinnovabile, cioè conosciamo la quantità di energia solare che il nostro pianeta riceve ogni giorno. Sappiamo anche che è più che sufficiente per i nostri bisogni attuali e futuri. Questo approccio distributivo del nostro sistema rappresenta un cambiamento completo nell’ideazione se paragonato alle nostre organizzazioni aziendali e sociali gerarchiche, basate su un solo mezzo di scambio – un sistema finanziario centralizzato – che porta i nostri modelli di vita verso infinite forme di scarsità: scarsità di accesso alle risorse, scarsità causate dalla dipendenza dalla finanza, scarsità in termini di diversità, e molte altre, che portano le nostre comunità a una scarsità di tradizioni e di coesione sociale. Con la nostra scelta di un’impostazione razionale siamo diventati quello che Karl Polanyi ha indicato: i nostri comportamenti sono totalmente dettati dall’economia di mercato che ha distrutto il nostro senso di socialità e di appartenenza a una comunità.

Invece, se guardiamo a un sistema che è veramente distributivo per natura, che si basa su un accesso infinito a flussi di energia e a una gestione attenta delle risorse (cioè la nostra definizione di “gestione domestica”), potremmo ripensare il modo in cui progettiamo i nostri beni e il valore che daremo ai loro componenti. Queste risorse materiali, che in economia circolare chiamiamo nutrienti tecnici, dovranno essere progettate in modo tale da avere un ruolo specifico da giocare per numerose esperienze. Gestirle significherà che tutte le loro caratteristiche e funzioni originali dovranno essere preservate il più a lungo possibile. In un tale economia, i prezzi di alcune di queste risorse saliranno con il diminuire della quantità disponibile. Gestire le risorse con l’approccio basato sul prendersi cura della qualità delle scorte di componenti ridurrà il rischio di essere esposti alla volatilità e all’aumento dei prezzi. Più entriamo in un’economia di esperienze, meglio le progettiamo, e più diminuirà la nostra dipendenza da una complessa e considerevole mole di nutrienti tecnici. Eppure, l’economia di mercato potrebbe aggiustare i prezzi al rialzo poiché la scarsità di queste risorse in un contesto di popolazione in crescita farà aumentare i prezzi o la tassazione.

 

Progettare per gli esseri

Tasse o prezzi più alti per le risorse potrebbero diventare una buona notizia. Quando non abbiamo altra scelta che affrontare un’impennata dei prezzi, cerchiamo sempre quali potrebbero essere le soluzioni alternative. Un’opportunità per una migliore progettazione del nostro capitale umano.

Con questo cambiamento in arrivo nel modo in cui gestiamo scorte e flussi, perché non ripensare i nostri ruoli come esseri umani su questo pianeta? Noi stiamo per adottare un nuovo modello economico più attento alle sue risorse materiali. Un modello in cui la manutenzione e la riparazione sarà il nucleo della resilienza delle aziende. Fino a ora questo modello è stato pensato con macchine tecnologicamente avanzate. Queste sono la scelta giusta in termini di efficienza, ma lo sono in termini di efficacia? Necessitano di molti elementi rari della terra che non sono più facilmente disponibili sul pianeta. Sono già all’origine di feroci competizioni e tensioni tra potenze internazionali. Costruire un’economia mondiale solo su un modello basato sulle macchine potrebbe diventare un’opzione altamente rischiosa quando si tratta di gestire l’accesso alle risorse.

Come spiegato precedentemente in questo articolo, le nostre relazioni con l’ambiente sociale e naturale sono state sabotate dalla nostra scelta di un modello economico. Si potrebbe rivisitare queste relazioni e ricrearle, e questa volta, grazie all’economia di mercato!

In un mondo di esperienze la nostra attenzione dovrà spostarsi su quello che è disponibile all’infinito. Da una parte avremo le energie rinnovabili e le funzioni naturali cicliche dell’ambiente di cui abbiamo bisogno per ricostruire e crescere. Dall’altra parte, abbiamo noi stessi, esseri umani. Siamo numerosi (un’abbondante riserva di risorse sottoutilizzate): una volta che abbiamo mangiato e dormito, possiamo assolvere infiniti compiti considerandoci anche come fonte di infinite energie e di infinita conoscenza.

Che ne dite di assicurare un crollo nei costi in risposta a prezzi più alti dei componenti? Quando una risorsa è disponibile in quantità, le tasse solitamente si abbassano in modo che traiamo vantaggio in abbondanza dal potenziale di quella fonte. L’accesso garantito agli esseri umani – considerati come una nuova forma di energia infinita e una riserva crescente di risorse – potrebbe partire da un crollo delle tasse sul lavoro. Energie umane a prezzi sostenibili porteranno a infinite attività o posti di lavoro con l’obiettivo di ricostruire la nostra biosfera come spazio sicuro e mantenendo il valore della nostra tecnosfera come spazio equo. Questo è precisamente il lavoro che è stato fatto dall’Ex’Tax Project proponendo un nuovo modello di flusso di reddito ai governi mediante lo spostamento della tassazione dal lavoro alle risorse scarse. Questo scatenerebbe la creazione di posti di lavoro e/o attività rigenerative aumentando al contempo il valore delle riserve di scarse risorse, le quali saranno quindi gestite con attenzione. In questo modo, gli esseri umani potranno ottenere maggiore controllo sull’economia di mercato che dipenderà fortemente da essi.

Un’economia basata sul servizio è estremamente versatile, pluri-stratificata e distribuita per principio. Avvantaggiamoci di tutte queste funzioni per ritornare in noi.

 

Infiniti mezzi di scambio

Un altro fattore che potrebbe aiutare l’umanità a recuperare la propria rete sociale è la nascita di nuove forme di scambio al suo interno. Sia che si scelga di accedere alle esperienze usando le più recenti tecnologie, le banconote locali, registri crittografici, il baratto o addirittura i regali, c’è una rinascita di queste nuove e ulteriori forme di scambio tra due entità che desiderano accordarsi riguardo a un consenso specifico (affare, accordo ecc.). Immaginate che queste forme possano aumentare all’infinito e siano altamente diversificate. Che tutte queste pratiche siano accettabili in quanto in linea con un sistema di scambio basato sul valore che salvaguarda le regole e le tradizioni locali. Perché non incorporarle in ben progettati registri di una cripto-valuta come garanzia della valorizzazione degli esseri umani? Perché no, dato che stiamo diventando un componente circolare fondamentale che gestisce un’economia materiale a corto di risorse?

Emergeranno modelli microeconomici grazie a circoli virtuosi locali in cui individui, gruppi di individui o organizzazioni decideranno di utilizzare una vasta serie di strumenti economici tecnici o biologici. Accoppiate ai mezzi di scambio basati sulle tradizioni, le naturali interazioni sociali potranno rinascere. Usare modelli economici basati sul comportarsi umanamente come reciprocità, redistribuzione o gestione domestica avrebbe di nuovo senso.

Le tradizioni resusciterebbero in un modello realmente differenziato e distributivo in un mondo moderno interrelato in cui gli esseri umani sarebbero completamente in linea con i loro contesti più ampi.

 

Rigenerativa a tutti i livelli

La nostra prossima economia dovrà essere rigenerativa ed equa, come soluzione non negoziabile ai nostri problemi ambientali, sociali ed economici. Si ritiene che l’economia circolare sarà il nostro prossimo modello. Essa si focalizza sul disaccoppiamento del bisogno di risorse dalla crescita economica. Come la famosa citazione di Kenneth Boulding – “chiunque creda nella crescita infinita di qualcosa di fisico, su un pianeta fisicamente limitato, o è matto o è un economista” – ci ricorda, persino nel 2018, quella crescita infinita non è possibile a meno che questo “avanzamento” non diventi una garanzia di creazione di valore per il pianeta, per le persone e la loro economia. Credere che l’economia circolare sarà implementata nelle giuste proporzioni, senza prendere in considerazione come le persone percepiscono la salvaguardia di quello che ritengono più prezioso, potrebbe non portare ai risultati attesi.

Oggi abbiamo la possibilità di evolverci da un’economia dell’avere a una dell’essere in cui gli esseri umani potrebbero essere rivalutati dall’attenta progettazione di flussi circolari e della gestione delle diverse riserve, con l’economia incorporata nelle relazioni umane.

Probabilmente Polanyi ha sempre avuto ragione, ed è ora che ci ricolleghiamo con entrambi i nostri ambienti, quello naturale e quello sociale, e l’economia non è niente più che uno degli strumenti a nostra disposizione. 

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