Materia Rinnovabile numero 20 / febbraio-marzo

Errori del presente, orrori del passato

di Federico Pedrocchi

Mi sto occupando di attività di riciclo della plastica, per via di una call alla ricerca che Corepla – il consorzio italiano che si occupa della raccolta, recupero e riciclo degli imballaggi di plastica – ha lanciato per avere idee nuove su come trasformare gli imballaggi. Come riciclarli meglio, come utilizzarli in nuove applicazioni, come agire a monte quando l’imballaggio viene progettato.

Questa frequentazione ravvicinata mi ha procurato grandi sorprese in merito alla irrazionalità del periodo che stiamo vivendo. E anche alla superficialità che lo contraddistingue. Chiarisco subito, tuttavia, che ogni rimpianto del passato è ben lontano da queste considerazioni. Se parliamo di ambientalismo segnalo che in Le piace Brahms? struggente film d’amore dei primi anni ’60 di enorme successo, lei, Ingrid Bergman, torna a casa una sera, addolorata perché la sua storia non funziona, il suo lover è disordinato e pigro, fuma in continuazione e riempie i portacenere di cicche di sigarette. Lei prende uno di questi portacenere, va alla finestra e lo svuota in strada. Siamo a Parigi. Ricordo anche lo spot pubblicitario di un olio di oliva. “Puro come l’acqua”, e in effetti nel filmato era del tutto trasparente. Quindi: nel passato troviamo certamente – è ovvio – delle cose buone, ma anche degli orrori. Meglio oggi.Mi sembra incomprensibile, tuttavia, che nel dibattito ruggente sui sacchetti di plastica e gli aumenti dei costi, non trovi spazio il fatto che la plastica biodegradabile si degradi solo se si trova in un ambiente ad almeno 60°. Tempo fa ebbi una conversazione con un geologo iraniano il quale mi raccontò che nel Deserto di Lut, nel sud est del paese, andandoci con un elicottero e quattro piantine di gerani, dopo 15 minuti le piantine sono morte. Temperature che arrivano a 70° e umidità 0. E dopo 20 minuti sono morti anche quelli che hanno portato i gerani. Però qui è difficile trovare supermercati.

Poi ho incontrato un’altra sorprendente realtà. Tutti i non addetti ai lavori – il 99% della popolazione – sono certamente convinti che la plastica sia la plastica. Ebbene, la vaschetta del prosciutto cotto ha un foglio superiore che è riciclabile e un contenitore sottostante che non lo è. Ciò discende dal fatto che il riciclaggio è un processo industriale che ha delle sue tecnicità. Un trita legno, insomma, non trita il ferro. Il paradosso non si ferma qui. Il foglio superiore potrebbe anche essere riciclabile se non rimanesse attaccato alla vaschetta, abbinamento sostanzialmente inevitabile perché uno taglia il foglio quel tanto che basta per raggiungere il prosciutto. Sul foglio dovrebbe esserci scritta una indicazione per il distacco, ma non c’è mai. 

Infine, quando gli imballaggi finiscono nei centri di riciclaggio, vengono analizzati per individuare i differenti plasticismi. Per farlo si usano strumenti che utilizzano emissioni di luce che, per via di diversi assorbimenti della materia, sono in grado di operare le distinzioni. Ma se sono imballaggi colorati di nero la procedura non funziona! Ovviamente. Abbiamo un sacco di problemi complessi. Quelli semplici non dovremmo farceli scappare. Da cosa dipende questo scriteriamento? Probabilmente è figlio di una sciatteria intellettuale, di una superficialità che però riesce ad apparire autorevole. Di convenienze? Mah, ce ne possono essere nel colorare di nero gli imballaggi? Sulla vicenda dei biodegradabili a 60°, invece, ho capito che ci deve essere qualcosa che torna a qualcuno. Mentre su foglio e vaschetta incontriamo una sciatta pigrizia. 

Sottolineo nuovamente: non si tratta di incomprensione del problema, di mancanza di conoscenze. Tanti passaggi, nella storia delle tecnologie, possono apparire segnati da una visione delle cose drammaticamente sciocca. Agli inizi del Novecento per esempio, si erano appena scoperti i raggi X, e in Europa e Stati Uniti aprivano in continuazione degli studi che li impiegavano per depilare le signore. Tragico, ma anche Madame Curie mica aveva capito bene che cosa erano le radiazioni, e pagò un prezzo salato. 

Così vanno le cose. Del resto, se si pensa di risolvere il problema degli studenti che usano mitragliatrici nelle scuole armando gli insegnanti, beh, ciò è il segno di un’epoca strana. Colgo l’occasione per segnalare, allontanandomi dalla tematica di questa rubrica, che su Facebook gira un video di una ragazzina americana, di dieci anni direi, che riceve in regalo un fucile Beretta. Glielo danno avvolto in una carta regalo, ma lei intuisce subito che sta per mettere le mani sul sogno della sua vita, come se le avessero detto che un’amica vuole donarle un rene. Piange, singhiozza, non riesce a parlare, e poi finalmente prende in mano il fucile il quale, a occhio e croce, dovrebbe avere un rinculo in grado di staccarle una spalla.