Materia Rinnovabile numero 27 / maggio-giugno

Economia circolare 3.0

di Walter Vermeulen, Denise Reike, Sjors Witjes

Fare ordine nei nuovi concetti di circolarità riorganizzando il concetto delle 3R in una gerarchia a 10R. 

 

In anni recenti il concetto di economia circolare ha ricevuto sempre maggiore attenzione, sia nel settore scientifico che in ambito decisionale politico. Anche se vari studiosi e professionisti lo presentano come una novità, in realtà è stato costruito sull’eredità di alcuni predecessori, concetti come il riciclo e la separazione dei rifiuti, l’ecologia industriale, i parchi eco-industriali e la simbiosi industriale. Diversi di questi risalgono agli anni ’80 dello scorso secolo, come i concetti di gerarchia dei rifiuti (delle 3R, delle 4R ecc.) e della ricaduta a cascata. Il concetto delle 3R è diventato usuale in molte normative nazionali sui rifiuti in tutto il mondo.

Nella migliore ipotesi, possiamo inquadrare la rinnovata attenzione come “Economia Circolare 3.0”. Dando questa definizione la domanda che segue è su cosa viene dalle versioni 1.0 e 2.0 e cosa è nuovo. Gli imperativi all’azione suggeriti dagli scienziati potrebbero rappresentare l’elemento più importante: quello che i produttori dovrebbero veramente fare per avere il maggiore impatto. Tradizionalmente queste azioni sono state espresse con le varie R, completate con espressioni relative a preferenza e priorità.

Dall’esame della letteratura di varie discipline (tra cui scienze ambientali, ingegneria, logistica, studi politici), è emersa una confusa discordanza riguardo alle 3 o più R come imperativi per la conservazione del valore (meglio non usare più la parola “riciclo” come concetto onnicomprensivo, ndA). Mentre spiegano cosa fare questi studiosi presentano una gamma da 3R a 10R, con la versione a 5R che risulta quella suggerita più spesso. Allo stesso modo analizzando 114 definizioni abbiamo anche evidenziato confusione sull’idea stessa di economia circolare (Kirchherr et al. 2017).

La stessa confusione si ritrova anche in documenti politici: sia l’Ue sia le Nazioni Unite suggeriscono un approccio a 3R, ma le R hanno significati diversi. Questo porta a un problema più serio nella letteratura scientifica sull’economia circolare: quando stabiliamo una gerarchia nei rifiuti che va da 3R a 10R, gli scienziati fanno ulteriore confusione perché usano 38 differenti parole che iniziano con il prefisso “ri” (o “re”) in queste gerarchie, persino quelle che utilizzano 3R o 4R non si riferiscono alle stesse R.

Per questo occorre riordinare quanto più possibile questa confusione concettuale: sintetizzando i vari contributi, presentiamo una gerarchia finale a 10R, che parte da R0, cioè “rifiuto” dal punto di vista del consumatore, e finisce con R9, la ri-estrazione dalle discariche.

Nella figura 1 presentiamo una versione integrata della mappatura delle opzioni di conservazione del valore, che comprende alcuni dei cicli che vengono spesso ignorati (come i consistenti invii a paesi meno sviluppati) ed evidenzia il ruolo di nuovi attori economici nella riparazione, rinnovamento, e ri-commercializzazione dei prodotti. La figura permette di ripartire equamente l’attenzione prestata ai cicli di conservazione del valore lunghi (in molti casi già ben organizzati), medio-lunghi (nel cui ambito stiamo assistendo alla nascita di molti nuovi modelli di business) e corti (con un ruolo fondamentale per i consumatori e le attività non commerciali). Questa analisi enfatizza la distinzione tra cicli corti, medio-lunghi e lunghi.

 

R0 --> R9: Gerarchia delle opzioni di conservazione del valore (R) nell’economia circolare per consumatori e business

R0= rifiutare
R1= ridurre
R2= rivedere, riusare
R3= riparare
R4= rinnovare
R5= rilavorare
R6= riproporre
R7= riciclare i materiali
R8= recuperare energia
R9= ri-estrarre
C= consumatori
B= business 

La tabella 1 fornisce la principale lezione tratta da questa analisi, che suggeriamo di usare come una guida per il futuro. Nel farlo dobbiamo distinguere tra due tipi di cicli di vita del prodotto: il ciclo di vita legato a “Produzione e uso” e quello legato a “Concetto e design”. Non operare questa distinzione causa una parte della confusione dato che si riferiscono a diversi attori e opzioni. Nella figura 1 mostriamo la sintesi in forma di ciclo di vita onnicomprensivo di Produzione e uso del prodotto (il secondo ciclo di vita del prodotto è mostrato in Reike et al. 2018).

 

I primi quattro cicli corti (R0-3) sono vicini al consumatore e possono essere collegati ad attori commerciali e non commerciali coinvolti nell’estensione del ciclo di vita del prodotto. Gli studiosi che applicano una gerarchia chiara li caratterizzano come le R preferibili nell’economia circolare. Probabilmente l’enfasi variabile su R0 e R1 nella letteratura potrebbe essere prova di una divisione paradigmatica in relazione al problema della necessità percepita di una riduzione assoluta di input e consumo, quindi essere anche correlata alle differenti motivazioni nella promozione dell’economia circolare. Cosa che potrebbe essere in conflitto con l’attuale attenzione alle opportunità di business nell’economia circolare.

Il secondo gruppo di cicli medio-lunghi (R4-6) include rinnovamento, rilavorazione e riproposizione, spesso confusi tra loro e con altri concetti. Per questi cicli l’attività di business commerciale rappresenta la principale forza trainante, con terze parti spesso specializzate con alti livelli di competenza come soggetti coinvolti.

Il terzo gruppo (R7-9) si riferisce ad attività tradizionali di gestione dei rifiuti, tra le quali riciclo, diverse forme di recupero di energia e, più recentemente, ri-estrazione. Molti studiosi che applicano gerarchie chiare alle loro R concordano sul fatto che queste opzioni siano le meno desiderabili. Eppure materiali o particelle ottenuti attraverso un loop di riciclo più lungo possono servire come input per R con cicli più corti (vedi “rilavorazione”). Questo è anche il settore sul quale le politiche governative si sono concentrate maggiormente nell’economia circolare 1.0 e 2.0. Una sfida cruciale qui è come arrivare a un impiego di maggior valore per i materiali, specialmente nei paesi dove il riciclo di massa è già ben organizzato, per lo più in Europa nordoccidentale e centrale.

 

 

International Sustainable Development Research Society, http://isdrs.org

Copernicus Institute for Sustainable Development, www.uu.nl/en/research/copernicus-institute-of-sustainable-development

Kirchherr, J., Reike, D. & Hekkert, M., 2017, “Conceptualizing the circular economy: An analysis of 114 definitions”, Resources, Conservation and Recycling, 127, pp.221-232; https://doi.org/10.1016/j.resconrec.2017.09.005

Reike, D., Vermeulen, W.J.V. & Witjes, S., 2018, “The circular economy: New or Refurbished as CE 3.0? — Exploring Controversies in the Conceptualization of the Circular Economy through a Focus on History and Resource Value Retention Options”, Resources, Conservation and Recycling, 135, pp.246-264; https://doi.org/10.1016/j.resconrec.2017.08.027

 

Il presente articolo è una riedizione di un precedente contributo pubblicato online su www.cec4europe.eu/publications

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