Materia Rinnovabile numero 26 / marzo-aprile

Che spreco di rifiuti

di Richard Heinberg

Perché non rendere circolare l’economia in modo che gli scarti di un processo possano alimentare altri processi produttivi, riducendo la necessità di estrarre nuove risorse e di smaltire rifiuti? Per raggiungere questo obiettivo occorre ridurre, riusare, riparare e riciclare e sostituire le fonti non rinnovabili con altre rinnovabili ovunque sia possibile.

L’economia circolare è oggi necessaria come non mai. Nei soli Usa si producono circa 260 milioni di tonnellate (US short tons) di rifiuti all’anno sommando quelli domestici e quelli delle attività commerciali, pari a poco più di 2 chilogrammi al giorno a persona (dati Epa 2015). Ma questo rappresenta solo il 3% di tutti i rifiuti solidi generati dall’economia statunitense: il restante 97% viene dai processi agricoli e industriali (per esempio attività estrattive e lavorazione). Se il flusso totale di rifiuti (incluse le acque reflue) fosse ripartito su base pro capite, ogni americano genererebbe 1,8 milioni di chilogrammi di rifiuti all’anno (includendo i rifiuti prodotti per i beni esportati).

Solo circa un terzo dei rifiuti provenienti da abitazioni e attività commerciali viene riciclato; la percentuale relativa ai rifiuti industriali è parecchio inferiore, pari a solo il 2% del totale... Nel frattempo le 2.000 discariche attive negli Stati Uniti, nelle quali viene smaltita questa mole di rifiuti domestici, stanno raggiungendo il limite della capacità. 

Gli americani dovrebbero riciclare di più. In questo modo ridurrebbero l’inquinamento, rallenterebbero i cambiamenti climatici e mitigherebbero l’esaurimento delle risorse e la distruzione dell’ambiente legate alle attività minerarie e a taglio e trasporto del legname. 

Ma, purtroppo, l’industria del riciclo ha dei problemi. Negli ultimi anni i prezzi degli scarti metallici e cartacei sono scesi e la Cina non è più interessata ad accettare rifiuti metallici e plastici dagli Usa. La principale sfida sistemica è rappresentata dal fatto che raccogliere i rifiuti eterogenei in piccole quantità, trasportarli presso un impianto dedicato, dividerli per tipo, ripulirli, imballarli e trasportarli di nuovo, quasi sempre costa di più e richiede maggiori quantità di energia rispetto allo smaltimento in una discarica locale.

I rifiuti sono ciò che gli economisti chiamano “danno collaterale”: non sono mai un elemento desiderato e di valore del processo di produzione, sebbene impongano costi inevitabili che gravano spesso su tutta la collettività. L’obiettivo delle aziende è produrre di più, e questo si traduce nella strategia dell’obsolescenza programmata, fabbricare prodotti destinati a essere sostituiti in breve tempo invece di essere riusati e riparati.

Occorrono due cose per rendere circolare l’economia.

Primo: un impegno sistemico collettivo al progetto. Il che significa l’adesione da parte di industria, governo e cittadinanza. Fare le cose in modo da facilitarne il riciclo. Concentrarsi sul principio dell’estensione della responsabilità del produttore. I produttori di automobili, per esempio, utilizzano già un’ampia gamma di materiali riciclati. Ma rendere l’industria automobilistica davvero circolare richiederà partecipazione lungo tutta la catena di rifornimento, il sostegno del governo attraverso incentivi e normative, e un’educazione dei consumatori. Ci aspetta un lavoro imponente visto che altre industrie, come quella dell’elettronica di consumo, sono molto più indietro rispetto ai produttori di automobili. 

Ma l’altra cosa che dobbiamo fare rappresenta una sfida ancora più ardua: abbandonare l’imperativo della crescita. Finché la massimizzazione del profitto e la crescita generale saranno obiettivi impliciti dell’economia, il riciclo resterà un’industria elitaria che funzionerà per persone relativamente ricche che possono permettersi di assecondare la loro coscienza ecologica.

Un’economia davvero circolare sarà quella in cui i processi industriali saranno innocui per le persone e per l’ambiente. Questo significa che tutta la “crescita” dovrà verificarsi nella sfera culturale e non nei flussi di materiali ed energia. Dobbiamo concentrarci sulla felicità umana invece che sul pil; sui tassi di partecipazione nel campo dell’istruzione e delle arti invece che sui grafici delle vendite.

Attualmente siamo lontani dall’avere un’economia circolare: lo dimostrano le discariche straripanti, i giganteschi barconi di rifiuti e anche il vortice di plastica che galleggia nell’Oceano Pacifico. Il monumento alla nostra civiltà sarà una montagna di spazzatura? Possiamo fare meglio, ma dovremo prenderci un impegno sistemico nella costruzione di un’economia circolare a stato stazionario i cui obiettivi siano la bellezza e la felicità invece della crescita fine a se stessa.

 

 

Trash in America, Frontier Group; https://frontiergroup.org/reports/fg/trash-america

J. McCarthy, “The US is rapidly running out of landfillspace”, Global Citizen; www.globalcitizen.org/en/content/us-landfills-are-filling-up

“Extended producer responsibility: the answer to cuttingwaste in the UK?”, The Guardian; www.theguardian.com/suez-circular-economy-zone/2017/may/10/extended-producer-responsibility-the-answer-to-cutting-waste-in-the-uk

The Natural Step, https://thenaturalstep.org

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