Materia Rinnovabile numero 25 / gennaio-febbraio

Industria chimica: addio al fossile

di Redazione

Un nuovo paper del nova-Institute traccia la strada per la sostenibilità della chimica.

 

Cita la “distruzione creativa” dell’economista austriaco Joseph Schumpeter Michael Carus nel suo ultimo paper per spiegare il processo di mutazione industriale che sta portando da un sistema basato sulle fonti fossili a uno basato sulle fonti rinnovabili. La distruzione è necessaria – non un errore di sistema – affinché un nuovo ordine possa realizzarsi. Secondo il ricercatore tedesco, che guida il nova-Institute di Huerth, “al fine di arrestare il cambiamento climatico, abbiamo bisogno di una nuova struttura economica globale di offerta di materie prime verso il carbonio rinnovabile”.

Il paper, o meglio position paper, scritto da Carus insieme al collega Achim Raschka, ha come titolo “Il carbonio rinnovabile è la chiave per un industria chimica sostenibile e orientata al futuro” e vanta supporter di rilievo come – solo per citarne alcuni – Rafael Cayuela, capo economista del colosso chimico americano Dow Chemical, Marcel Lubben, presidente di Reverdia, la JV paritetica tra Roquette e DSM, Jean-Luc Dubois, direttore scientifico della società chimica francese Arkema, e Jim C Philp dell’Ocse.

Si tratta di un vero e proprio manifesto a favore di un’industria chimica sostenibile, capace di abbracciare senza mezzi termini la via della bioeconomia circolare. “L’industria chimica – scrivono Carus e Raschka – potrà solo svilupparsi in un settore sostenibile una volta che sarà in grado di dire addio alle materie prime fossili come il greggio, il gas naturale e il carbone e userà nient’altro che il carbonio rinnovabile come materia prima nella chimica organica”. Non una decarbonizzazione, quindi, che è possibile solo nel settore energetico, ma una transizione verso il carbonio da fonti rinnovabili per l’industria chimica e della plastica. Il che significa lasciare le fonti fossili nel terreno, unica via per prevenire un incremento delle emissioni di CO2 e un innalzamento della temperatura globale. 

Gli autori del paper citano un lavoro pubblicato su Nature nel 2015 da Christophe McGlade e Paul Ekins, secondo cui un terzo delle riserve di petrolio, metà delle riserve di gas e oltre l’80% delle attuali riserve di carbone dovrebbero restare inutilizzate dal 2010 al 2050 per raggiungere il target dei 2 °C. Se a ciò si aggiunge che gli addetti ai lavori attendono un incremento della domanda annua globale di prodotti chimici dal 3 al 4%, trainata dalla crescita della popolazione e dai migliori standard di vita, è evidente che la strada obbligata per l’industria chimica, se vuole essere sostenibile, è puntare strategicamente al carbonio rinnovabile. 

Ma quali sono le fonti di carbonio rinnovabile? Tre, scrivono gli autori: 1. il riciclo, meccanico o chimico, di plastiche o altri prodotti chimici organici già esistenti; 2. tutti i tipi di biomassa; 3. l’utilizzo diretto di CO2 delle fonti fossili, nonché da fonti permanenti biogeniche e dalla cattura diretta dell’aria. 

È su quest’ultima fonte che Carus e Raschka puntano con maggior forza, perché “l’utilizzo diretto di CO2 è una fonte inesauribile e sostenibile di carbonio per l’industria chimica”. A patto ovviamente che i processi per ottenere il carbonio dalla CO2 possano contare su energia rinnovabile. “I nostri calcoli – scrivono i due ricercatori tedeschi – dimostrano che una superficie di appena il 2% delle aree desertiche del mondo basterebbe a coprire la crescente domanda di carbonio dell’intero settore chimico per mezzo del fotovoltaico e dell’utilizzo di CO2.”

Tradotto in posti di lavoro una riconversione dell’industria chimica in industria biochimica potrebbe moltiplicare da 5 a 10 volte il numero degli addetti, pari nella Ue a 28 nel 2016 a 65 mila unità. 

Cosa serve? Serve la politica. La ricetta degli autori è chiara, anche se certamente non facile da realizzare nell’attuale scenario europeo. Tra le altre cose si basa sull’implementazione di una carbon tax a livello continentale, sull’interruzione dei programmi di finanziamento delle fonti fossili (100 miliardi di dollari americani nei soli paesi del G7 per la produzione e il consumo di petrolio, gas e carbone), su costi più alti per le emissioni di CO2 da fonti fossili nel sistema di trading delle emissioni (ETS), su certificati e etichette in grado di indicare la percentuale di carbonio rinnovabile nei prodotti, con un sistema che premi le plastiche e i prodotti chimici con emissioni più basse di gas ad effetto serra.

Per la politica è l’ora delle scelte. Ma servono analisi di sostenibilità, non dogmi politici. Il forte richiamo di Carus e Raschka è di seguire tutte e tre le vie per ottenere carbonio rinnovabile, mentre l’Unione europea – lamentano nel loro paper – sembra più orientata sulla strada del riciclo di plastiche e altri prodotti chimici nell’ambito dell’economia circolare. La chiave per un futuro sostenibile per l’Europa passa invece dall’integrazione tra l’economica circolare, la bioeconomia e la cosiddetta CO2 economy

 

 

nova-Paper #10 M. Carus, A. Raschka, “Renewable Carbon is Key to a Sustainable and Future-Oriented Chemical Industry”, http://bio-based.eu/nova-papers

Nova-Institute, http://nova-institute.eu

Christophe McGlade e Paul Ekins, “The geographical distribution of fossil fuels unused when limiting global warming to 2°C”, Nature gennaio 2015; www.nature.com/articles/nature14016

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