Materia Rinnovabile numero 4 / giugno

La cultura dello scarto

di Antonio Cianciullo

La “cultura dello scarto”. È potente la sintesi di papa Francesco: con due sostantivi dice tutto. È già stato scritto molto sulla critica alla degenerazione tecnocratico-finanziaria dell’economia contenuta nell’enciclica Laudato si’. E sono stati sottolineati i passaggi con i quali questo pontificato sta imprimendo un salto nel dibattito sul nostro rapporto con gli ecosistemi e con le altre specie con cui condividiamo il pianeta.

Giuseppe Picone (Roma, 1926-2008), piatto in ceramica Pretini

 

Ognuno di questi temi meriterebbe un’attenzione particolare. A cominciare dal coraggio con cui il papa ha affrontato la questione del cambiamento climatico: è stato tra i pochi a sottolineare il nesso con l’aumento drammatico dei flussi di profughi che rischiano di destabilizzare l’Europa denunciando “l’aumento dei migranti che fuggono la miseria aggravata dal degrado ambientale”. E le sue parole sulla necessità di uscire dalla dipendenza da petrolio e carbone sono inequivocabili: “la tecnologia basata sui combustibili fossili, molto inquinanti – specie il carbone, ma anche il petrolio e, in misura minore, il gas –, deve essere sostituita progressivamente e senza indugio”.

Su Materia Rinnovabile è opportuno però sottolineare un aspetto a cui è stata dedicata poca attenzione nelle interpretazioni ma non nel testo. Parlando di “cultura dello scarto” e di “logica usa e getta” papa Francesco allude a una serie di temi che affiorano più volte nelle pagine dell’enciclica. La lotta contro la pigrizia mentale di chi risolve i problemi di approvvigionamento produttivo con il sacco della natura è più volte condannata. Per un fatto di dignità (“riutilizzare qualcosa invece di disfarsene rapidamente, partendo da motivazioni profonde, può essere un atto di amore che esprime la nostra dignità”). Per la difesa delle radici della nostra esistenza (“la terra, nostra casa, sembra trasformarsi sempre più in un immenso deposito di immondizia”). Per le tensioni legate al saccheggio di materie prime che si fanno sempre più scarse (“è prevedibile che, di fronte all’esaurimento di alcune risorse, si vada creando uno scenario favorevole per nuove guerre, mascherate con nobili rivendicazioni”).

Ma soprattutto per la critica a un modello industriale che ha tradito le sue premesse rinnegando proprio il concetto di efficienza a cui sembrava disposto a sacrificare tutto: “Il funzionamento degli ecosistemi naturali è esemplare: le piante sintetizzano sostanze nutritive che alimentano gli erbivori; questi a loro volta alimentano i carnivori, che forniscono importanti quantità di rifiuti organici, i quali danno luogo a una nuova generazione di vegetali. Al contrario, il sistema industriale, alla fine del ciclo di produzione e di consumo, non ha sviluppato la capacità di assorbire e riutilizzare rifiuti e scorie. Non si è ancora riusciti ad adottare un modello circolare di produzione che assicuri risorse per tutti e per le generazioni future, e che richiede di limitare al massimo l’uso delle risorse non rinnovabili, moderare il consumo, massimizzare l’efficienza dello sfruttamento, riutilizzare e riciclare. Affrontare tale questione sarebbe un modo di contrastare la cultura dello scarto che finisce per danneggiare il pianeta intero, ma osserviamo che i progressi in questa direzione sono ancora molto scarsi”.

“Cultura dello scarto” potrebbe dunque essere considerato un ossimoro. Di fatto è una mancanza di cultura, un limite nella comprensione dei criteri di efficienza e dunque di convenienza. Ma questo limite non corrisponde al limite attuale della conoscenza. Non è un errore inevitabile. Mantenere il livello attuale di spreco (decine di miliardi di tonnellate di materia sottratte ogni anno alla custodia stabile degli ecosistemi per trasformarle in decine di miliardi di tonnellate di rifiuti che alterano l’equilibrio dell’atmosfera e della terra) è una scelta funzionale agli interessi di una generazione industriale che cerca di ritardare l’evoluzione verso un approccio più maturo alla produzione.

E, anche da questo punto di vista, il messaggio dell’enciclica è efficace. Il nuovo approccio all’economia circolare è fatto di tecnologia (quella che va verso l’economia circolare, l’economia di condivisione, l’economia basata sull’utilizzo accorto delle risorse rinnovabili). Ma anche di consonanza con la natura (“dimentichiamo che noi stessi siamo terra. Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora”). E di nuovi stili di vita (“la sobrietà, vissuta con libertà e consapevolezza, è liberante. Non è meno vita, non è bassa intensità, ma tutto il contrario”).

Laudato si’ è un testo che parla chiaro e forte. Ai cattolici e ai non cattolici. E segna dunque un momento importante nel percorso di riflessione sulla questione ambientale. Resta da rilevare il deficit di attenzione e di autorevolezza su questi temi da parte del mondo della politica. Anche di fronte alle sollecitazioni che vengono dal mondo laico. Per esempio Achim Steiner, il direttore dell’Unep, il Programma ambiente dell’Onu, negli ultimi tempi ha sottolineato più volte la necessità di accelerare il passaggio a un’economia circolare facendo notare che lo scorso secolo ha visto una rapida trasformazione delle nostre relazioni con il mondo naturale, con un’escalation nell’utilizzo delle risorse: “Ora stiamo operando al 40% al di sopra delle disponibilità della Terra. Se la popolazione mondiale e i livelli di consumo continueranno così, il consumo annuale globale delle risorse potrebbe arrivare a 140 miliardi di tonnellate nel 2050, il triplo rispetto al 2000”.

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