Materia Rinnovabile numero 15 / marzo-aprile

CittÓ circolari

di Antonio Cianciullo

La circolarità è una delle caratteristiche della natura. L’economia lineare (il passaggio miniera-merci-discarica in un ciclo sempre più veloce) in realtà non blocca la circolarità: la devia. Se affidiamo a sepolture precarie e clandestine milioni di tonnellate di rifiuti pericolosi creiamo una circolarità dei veleni: offriamo le falde idriche come vene pronte all’iniezione letale. Se invece progettiamo le merci per il recupero degli elementi che le compongono e costruiamo una catena di utilizzo degli scarti, torniamo a una forma di circolarità naturale, alla logica della vita che condanna la stupidità all’estinzione: invece di sostanze dannose produciamo posti di lavoro legali, fatturato, materia per alimentare un nuovo circuito produttivo.

La scelta che abbiamo di fronte dunque non è tra due modelli industriali. È tra un sistema autolesionista che già fatica a schivare i contraccolpi prodotti dall’accumulo degli scompensi ambientali e un sistema che riesce a mantenere l’equilibrio e può guardare ai tempi lunghi. Le città costituiscono un banco di prova per questa scelta. Anche se forse non dovremmo parlare di “città”. Il dizionario enciclopedico della Treccani per definire questo concetto suggerisce: “centro abitato di notevole estensione, con edifici disposti più o meno regolarmente, in modo da formare vie di comoda transitabilità, fornito di servizi pubblici e di quanto altro sia necessario per offrire condizioni favorevoli alla vita sociale”.

Non è quello che è accaduto in molte città italiane a partire dal dopoguerra. Non sono state le case ad adattarsi all’espansione programmata dei servizi pubblici, ma i servizi pubblici a inseguire le case, che a loro volta inseguivano le mappe indichiarabili degli interessi fondiari. L’espansione caotica del tessuto urbano ha così privato le campagne della loro natura senza concedere ai territori ingombrati dal cemento a bassa densità lo status di urbe. Come nel caso delle discariche pirata, questo modello dissipatore ha sparso veleni. Veleni fisici, che si misurano con la violazione dei parametri di legge sulla qualità dell’aria. E veleni sociali, che sono cominciati a emergere più visibilmente quando la crisi e l’immigrazione hanno fatto saltare gli equilibri precari delle periferie.

Di fronte a questa situazione di pericolosa illegalità, l’economia circolare appare come una cura non solo possibile ma necessaria. In 40 anni in Italia il terreno agricolo ha subito una drastica dieta dimagrante: ha perso 5 milioni di ettari, un’area equivalente alla somma di Lombardia, Emilia Romagna e Liguria. E, di questa enorme superficie, ben un milione e mezzo di ettari sono stati sepolti da villette, capannoni, strade, svincoli, tralicci, discariche. Il 7% del territorio nazionale è impermeabilizzato, una percentuale decisamente superiore alla media europea. Come rimediare?

Per porre un argine ai danni occorre non solo ridurre il consumo di suolo, ma invertire la rotta recuperando a una destinazione verde il terreno asfaltato e cementificato. In altre parole far entrare la natura in città riqualificando parti critiche del contesto urbano. Ma per farlo, per guadagnare superficie, occorre sviluppare l’edificato verso l’alto guadagnando spazio per gli alberi e per la qualità della costruzione.

È il modello che, in un’intervista di Marco Moro pubblicata in questo numero di Materia Rinnovabile, difende Stefano Boeri: “Gli edifici diventano habitat non solo per gli uomini ma anche per piante e animali. E allo stesso tempo, oltre ai vantaggi in termini di salute e qualità della vita, intervengono in modo diretto sul bilancio dell’economia urbana. Gli alberi in un contesto urbano contribuiscono a diminuire le temperature all’interno degli edifici dai 2° ai 5°C, consentendo una riduzione del 30% nella climatizzazione degli ambienti e garantendo in questo modo un notevole risparmio energetico. Inoltre il verde trattiene l’acqua, riducendo il rischio di inondazioni e allagamenti, con i benefici economici che questo comporta. Un insieme di azioni e fattori che rendono i progetti come il Bosco Verticale strumenti per recupero e ottimizzazione delle risorse, idriche ed energetiche”.

Gli edifici smart (cioè non stupidi dal punto di vista biologico evolutivo) costituiscono una condizione necessaria ma non sufficiente per la definizione di una città che faccia il salto dalla circolarità dei veleni alla circolarità virtuosa. Rappresentano l’hardware del nuovo modello. Il software è dato dalle interconnessioni energetiche virtuose di cui parla Ernesto Ciorra (responsabile della divisione sostenibilità e innovazione di Enel), dalla water resilience del gruppo Cap descritta da Emanuele Bompan, dalla filiera del recupero dei materiali provenienti dal circuito demolizione e costruzione raccontata da Roberto Coizet. Sommando queste esperienze si ottiene un modello concreto e conveniente anche dal punto di vista economico. Si tratta di creare il quadro normativo che permetta a queste realtà di vincere la durissima battaglia per la conquista dei mercati del ventunesimo secolo. È una delle battaglie su cui la politica dovrebbe misurarsi. 

 

Immagine: www.flaticon.com

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