Materia Rinnovabile numero 13 / novembre-dicembre

Non rinnovabile, ma eterno

di Marco Gisotti

Focus materiali permanenti

 

“Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.” Il vecchio postulato di Lavoisier vale oggi più che mai per i materiali permanenti riutilizzabili all’infinito. Come l’alluminio. Il cui riciclo tra l’altro consente un risparmio energetico del 95%.

 

Virtualmente l’alluminio della lattina di birra che avete bevuto ieri sera è eterno, anche se il suo uso è invece molto recente. L’alluminio non si trova in natura, tanto che per secoli il suo valore ha rivaleggiato persino con quell’oro. Solo alla fine dell’Ottocento la sua estrazione è diventata sufficientemente conveniente dal punto di vista economico perché se ne potesse fare un uso commerciale. Una volta estratto, infatti, l’alluminio può essere riutilizzato e in moltissimi diversi impieghi. Un materiale “permanente” – come il vetro e l’acciaio – che non si consuma, ma si usa e si riusa senza fine. 

“L’industria dell’alluminio italiana – spiega Cesare Maffei, presidente del CiAl, il Consorzio imballaggi alluminio – impiega materia prima derivante ormai al 100% dal riciclo. L’alluminio è sempre più percepito come un materiale permanente, con il quale è difficile competere quando si parla di performance e di costi industriali, ambientali ed energetici. La logica del loop, ossia del recupero perpetuo, consente nel nostro caso di mantenere costanti nel tempo le performance chimico-fisiche del materiale e di recuperarle a ogni ‘giro di giostra’. Chi altro può vantare simili proprietà? Non certo i materiali derivati da fonti fossili”.

 

Fonte: “Permanent Materials - Final report”, Carbotech, 2015.

 

Il ciclo dell’alluminio comincia con l’estrazione della bauxite, un minerale solitamente di colore rosso che deve il suo nome a Les Baux-de-Provence, la località francese dove nel 1822 furono scavate le prime miniere. L’alluminio, infatti, pur essendo una delle sostanze più abbondanti sul nostro pianeta non si trova allo stato puro ma va estratto dalle rocce. Un processo che per quanto semplice richiede tecnologie industriali e, su scala globale, un consumo non indifferente di energia. Cosa che, a meno che non si faccia ricorso a fonti rinnovabili, prevede l’impiego di combustibili fossili. Questo quanto è accaduto a livello mondiale per quasi un secolo e mezzo: decenni nei quali la produzione di alluminio ha avuto, in termini energetici, un costo molto elevato oggi non più sostenibile. E non solo in termini economici, ma soprattutto ambientali perché con la produzione di energia si sono immesse in atmosfera milioni e milioni di tonnellate di gas a effetto serra. Si stima, per esempio, che a livello europeo l’attuale recupero e riciclo dei 28 miliardi di lattine di alluminio consumate ogni anno comporta un risparmio, in termini di gas a effetto serra di 3,2 milioni di tonnellate, l’equivalente delle emissioni prodotte da una città delle dimensioni di Bilbao, Cardiff o Nizza. Questo perché il processo di riciclo dell’alluminio consente un risparmio energetico pari al 95%. Il 5% residuo è quanto serve per ottenere nuovi prodotti in alluminio da alluminio già esistente.

In altre parole è come dire che l’alluminio che abbiamo estratto nell’ultimo secolo è ormai sufficiente per tutti i nostri usi e utilizzi. E, visto che tecnicamente l’alluminio non si consuma, ne abbiamo a sufficienza per i secoli a venire e potremmo non avere più bisogno di miniere di bauxite.

In questo senso assume un rilievo particolare la “Risoluzione del Parlamento europeo del 24 maggio 2012 su un’Europa efficiente nell’impiego delle risorse” che supera la distinzione tra risorse rinnovabili e non rinnovabili, prendendo in considerazione anche i materiali durevoli o permanenti. Alla lettera “g” di questa risoluzione si impone una rivoluzione concettuale: si afferma, infatti, “che una futura politica globale in materia di risorse non dovrebbe più distinguere solo tra risorse rinnovabili e non rinnovabili, ma considerare anche i materiali durevoli”.

Cosa significa in pratica? Che ci sono risorse che non si consumano. Che, una volta immessa in circolo, quella stessa identica risorsa può essere riutilizzata più e più volte, perché ciò è nella sua natura. Mentre il petrolio viene, per esempio, bruciato o trasformato chimicamente per produrre energia o materiali plastici ed è impossibile riportarlo al suo stato originario, l’alluminio no. Ed è anche per questo motivo che oggi si sta diffondendo il concetto di “materiale permanente”, un materiale che non si consuma e si riutilizza all’infinito, conservando, in tutte le sue numerose applicazioni, l’energia necessaria per futuri e nuovi impieghi.

 

 

Le valutazioni alla base della risoluzione del Parlamento europeo, spiega il CiAl, nascono da alcune considerazioni espresse dai sistemi di rappresentanza europei del packaging metallico. In particolare si afferma che, nel considerare le credenziali di sostenibilità dei diversi tipi di packaging, bisogna essere chiari sul rapporto tra le risorse naturali utilizzate per produrre i materiali poi trasformati nei singoli imballaggi.

Occorre considerare, infatti, un punto importante. Si dice spesso che le risorse naturali sono in esaurimento. Tecnicamente è vero. Lo stesso alluminio benché rappresenti circa l’8% di tutta la materia presente sul pianeta non è infinito. “Normalmente – spiega Gino Schiona, direttore del CiAl – non si tiene conto del fatto che i metalli come alluminio e ferro sono elementi e quindi non possono essere distrutti. La Terra non ha subito alcuna perdita di elementi metallici: semplicemente sono stati spostati e appaiono in forme diverse. Alluminio e acciaio sono materiali che possono essere trasformati in imballaggi e utilizzati per molte altre applicazioni nel settore edile, automobilistico, aerospaziale, per esempio. Alla fine del loro ciclo di vita, l’alluminio o l’acciaio utilizzati possono essere riciclati e riutilizzati per altri prodotti. Ciò dà luogo a un circolo virtuoso”.

In questo senso si capisce bene perché la definizione di materiale permanente ha un valore non solo linguistico, ma addirittura economico nel dibattito europeo sull’economia circolare. Si tratta di una classificazione ulteriore di un bene che non si rigenera come le fonti rinnovabili, ma di fatto neppure si consuma come le fonti non rinnovabili. Ed è perfettamente integrato nel concetto di economia circolare.

 

I numeri in Italia

Secondo i dati dell’ultimo rapporto annuale del CiAl, in Italia la capacità produttiva globale di alluminio secondario nel 2014 è stata pari a 808.000 tonnellate, con un fatturato stimato di 1,87 miliardi di euro e dando lavoro a 1.600 persone. Sono numeri che rendono quello italiano un mercato importante a livello europeo sul piano economico, strategico e occupazionale. Negli ultimi anni, a partire almeno dal 2010, il nostro paese ha stabilmente superato la Germania, altro grande produttore europeo di alluminio secondario. La stima per il 2015 è di oltre 710.000 tonnellate, dato che supera – e di buona misura – le 605.000 tonnellate della Germania. Mentre nella classifica mondiale, Italia e Germania sono terze e quarte dopo Stati Uniti e Giappone.

Il riciclo dell’alluminio consente un risparmio energetico del 95%. È un dato che non cambia, sia che lo si consideri a livello globale, europeo o nazionale. È la percentuale di energia che distingue la produzione di un imballaggio in alluminio a partire da metallo vergine, da quella di un imballaggio con metallo da riciclo. La differenza non è poca cosa né in termini di energia, né di costo economico e soprattutto di impatto sull’ambiente in termini di emissioni gassose.

Le attività di recupero, quindi, assumono particolare importanza. Quella gestita direttamente dal CiAl, per esempio, insieme alle attività gestite indirettamente attraverso aziende del settore della fonderia “alluminio da riciclo” e dai flussi in esportazione, ha garantito nel 2015 un risultato di recupero totale pari al 75,5%, con un risultato di riciclo pari al 69,9% dell’immesso sul mercato. Per oltre il 90% si tratta di tipologie in alluminio destinate al settore alimentare, con un incremento degli imballaggi immessi nella misura del 4,9% rispetto all’anno precedente.

Nel 2015 l’avvio a riciclo di 46.500 tonnellate di imballaggi in alluminio ha evitato emissioni di gas serra pari a 345.000 t di CO2 equivalenti e si è risparmiata energia pari a 148.000 tep (tonnellate equivalenti petrolio).

Nella sua seconda vita l’alluminio non ha difficoltà a trovare un impiego adeguato. Il dato nazionale non si discosta molto da quello europeo, con impieghi in diversi settori, in particolare nella produzione di beni durevoli. Per il 55% nel settore dei trasporti, il 19% nella meccanica e nell’elettromeccanica, il 26% nell’edilizia e nel settore domestico.

 

Oggi il CiAl è impegnato in numerosi progetti che hanno l’obiettivo di evidenziare la principale caratteristica che regola la gestione degli imballaggi post consumo e dell’alluminio in generale: lo schema metal to metal loop e il concetto di metallo permanente. In effetti i principi dell’economia circolare sono saldamente intrecciati con i valori dell’alluminio. Il postulato fondamentale di Antoine Lavoisier, il chimico francese vissuto nella seconda metà del Settecento, per cui “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma” vale più che mai per i materiali permanenti e per i metalli in particolare, che una volta estratti possono essere riutilizzati all’infinito. Come, appunto, l’alluminio. 

E questo, per quanto riguarda in particolare la necessità di ridurre la produzione di rifiuti, assume un significato importante. Nel suo intervento agli Stati generali della Green Economy del 2016 a Ecomondo, Gino Schiona è stato molto chiaro: “Nel packaging, un contributo interessante in termini di prevenzione alla formazione dei rifiuti si potrebbe ottenere con un utilizzo più intensivo dei materiali permanenti. L’alluminio, in particolare, ha da tempo conseguito le più alte aspettative in termini di prevenzione: per ogni tipologia di packaging si utilizza tanto materiale quanto ne serve per garantire le funzionalità richieste. Si passa dai pochi micron (un decimo di capello) del foglio in alluminio presente nei cartoni per bevande agli spessori delle lattine e quindi a quelli delle bombolette. È evidente che ‘l’alluminio è prevenzione’ se consideriamo inoltre la sua completa e infinita riciclabilità. Il packaging in alluminio, inoltre, grazie alla capacità di proteggere cibi, bevande e altri prodotti dalla luce, dall’aria e dai microorganismi, ha il più efficiente effetto barriera oggi disponibile sui mercati dei materiali. Dal design, all’impiego in edilizia o nei trasporti, questo metallo contribuisce a rendere durevole un bene, conferisce cioè la propria caratteristica di materiale permanente, superando la logica dell’obsolescenza programmata e dell’usa e getta.” 

 

 

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